Logos in itinere - 1 : il principio di identità e non contraddizione dimostra la realtà del tempo - di P. Pasqualucci
Logos in itinere - 1
L’applicazione del principio di identità e non
contraddizione dimostra la realtà del tempo
di
Paolo Pasqualucci
1. Il principio
di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può
essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come
realtà indipendente da ogni misurazione.
Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un
riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.
Non
posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una
determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.
L’essere
e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo
ente. Quando sarò morto, il mio
corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo
esistito in carne e ossa. Mentre ero
vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non
poteva nello stesso tempo non essere.
Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e
viceversa.
L’avverbio
di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.
Perché
allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale
discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
“Impossibile
est, simul esse ac non esse. Simul
significa: nello stesso tempo; ma il
tempo non è ancora spiegato. Si può
anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.
Nihil negativum è ciò che non può
in alcun modo esser pensato”[1].
Il
tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il
riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro,
secondo Kant? Vediamo allora di
spiegarlo.
Il
principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non
contraddizione: A, in quanto sia se
stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser
simultaneamente femmina. E viceversa. I
caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed
immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda,
mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente
passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non
incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto,
né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e
mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.
L’impossibilità di cui al principio di
non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto
scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente:
le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in
successione. L’impossibilità
dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti,
risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte
di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza
assoluta.
Ora, questa successione non è posta dal
soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi
possediamo prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura
della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore
si limita a registrarla. Ciò significa
che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori
del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal
succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli
eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra
loro o appunto in successione.
L’impossibilità di entrare e
uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o
esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità
è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana,
che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una d o p o l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi
nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata,
realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.
Il
tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe
azioni. Esse durano nel tempo ossia
accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e
si mantiene indipendentemente da queste azioni:
quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che
ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza,
quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta
vuota: continua ad esistere come spazio
che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla
congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello
spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel
quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio
mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se
anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia
milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o
universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli
enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.
E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota,
è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.
2. Ma il
principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà
spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni
sulla Metafisica troviamo: un
uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto
soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma
nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2]. Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio
“simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale
conta”. Ma il significato appare
equivalente. Di cosa è dunque
consapevole (bewusst) un uomo
mentre conta? Non del suo io, non di se
stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a
contare. Quest’attività ne assorbe la
mente onde egli non può nella stesso tempo esser consapevole di
nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di
contare.
L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità
di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta
mentalmente facendo e alla
consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre d o p o
nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo
temporale - successione reale dato che
la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della
successione nella quale viene in essere.
Il fare e il sapere di fare non
possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che
sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore
a quello che sto facendo. E questo
perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente
due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni
anche il nostro corpo o del tutto spirituale.
L’aver
coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza,
qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi
cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza
non avrebbe un contenuto. È pertanto un
atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha
semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato
non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o ,
non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto
specifico. Vale anche per la coscienza
l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.
La
coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentia né habitus
bensì actus e quindi:
“applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero
specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto
particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza
l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere
in un secondo momento: “prius est
intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].
L’attività
della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale
obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a
e d o p o . Questo rapporto è regolato dal principio di
identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.
3. Il pensiero moderno ha
tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una
presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole.
Il primo responsabile ne è stato
Kant. Egli ha posto la coscienza quale
fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e
pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.
Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a
a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato
gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché
noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente –
al prodursi della rappresentazione;
ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre
presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con
essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili”[4].
Noi
ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della
realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o
“rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non
mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè
immediatamente”. Che la nostra
consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve
riconoscere. Ma, dal suo punto di vista,
questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del
nostro processo conoscitivo. Bisogna
allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve
esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra
“rappresentazione “ della realtà. Deve
esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!
Dal
punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una
nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni
nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il
presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle
nostre sensazioni.
Ma il concetto di una consapevolezza solo
implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la
consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver
coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla
metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità
della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in
senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente
esplicitamente nella nostra mente.
Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia
psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la
conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al
fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una
condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5].
Ma
una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato
a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?
L’idealismo
ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.
4. Tralasciamo gli ultimi
sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero
lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti
si saranno certamente posta: ma c’è forse
bisogno di dimostrare la natura r e a l e del
tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si
mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a
definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine
del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo
un’illusione o un paradosso. Si vedano i
contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del
celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla
nozione del tempo[6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi
immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed
inconciliabili: quella euclidea della
meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della
gravità einsteiniana (teoria della
relatività generale).
Ma
queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che
l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da
soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.
Paolo Pasqualucci
15
settembre 2026
[1] I. KANT, Vorlesungen über die
Metaphysik, ediz.
postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non
esse. Simul bedeutet zu gleicher
Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi
oppositum. Nihil negativum ist das, was
gar nicht gedacht werden kann.” Le
kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale
espressione del genuino pensiero kantiano.
Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori
quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del
1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
[2] “Ein Mensch, der da
rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines
Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
[3] Per questi passi
tomistici, vedi: Quaestiones
disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre:
Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio
a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere
complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per
ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De
Ver., q. 10 a. 8).
[4] Immanuel Kant, Kritik
der reinen Vernunft, A 103-104,
ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi,
ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia.
Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach
sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i.
unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet
dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op.
cit., pp.150a-151a).
[5]
Vorlesungen, cit., p. 135.
[6] A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.
L’applicazione del principio di identità e non
contraddizione dimostra la realtà del tempo
di
Paolo Pasqualucci
1. Il principio
di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può
essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come
realtà indipendente da ogni misurazione.
Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un
riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.
Non
posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una
determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.
L’essere
e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo
ente. Quando sarò morto, il mio
corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo
esistito in carne e ossa. Mentre ero
vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non
poteva nello stesso tempo non essere.
Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e
viceversa.
L’avverbio
di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.
Perché
allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale
discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
“Impossibile
est, simul esse ac non esse. Simul
significa: nello stesso tempo; ma il
tempo non è ancora spiegato. Si può
anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.
Nihil negativum è ciò che non può
in alcun modo esser pensato”[1].
Il
tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il
riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro,
secondo Kant? Vediamo allora di
spiegarlo.
Il
principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non
contraddizione: A, in quanto sia se
stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser
simultaneamente femmina. E viceversa. I
caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed
immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda,
mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente
passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non
incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto,
né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e
mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.
L’impossibilità di cui al principio di
non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto
scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente:
le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in
successione. L’impossibilità
dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti,
risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte
di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza
assoluta.
Ora, questa successione non è posta dal
soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi
possediamo prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura
della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore
si limita a registrarla. Ciò significa
che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori
del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal
succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli
eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra
loro o appunto in successione.
L’impossibilità di entrare e
uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o
esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità
è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana,
che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una d o p o l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi
nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata,
realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.
Il
tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe
azioni. Esse durano nel tempo ossia
accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e
si mantiene indipendentemente da queste azioni:
quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che
ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza,
quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta
vuota: continua ad esistere come spazio
che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla
congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello
spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel
quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio
mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se
anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia
milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o
universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli
enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.
E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota,
è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.
2. Ma il
principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà
spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni
sulla Metafisica troviamo: un
uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto
soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma
nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2]. Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio
“simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale
conta”. Ma il significato appare
equivalente. Di cosa è dunque
consapevole (bewusst) un uomo
mentre conta? Non del suo io, non di se
stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a
contare. Quest’attività ne assorbe la
mente onde egli non può nella stesso tempo esser consapevole di
nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di
contare.
L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità
di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta
mentalmente facendo e alla
consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre d o p o
nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo
temporale - successione reale dato che
la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della
successione nella quale viene in essere.
Il fare e il sapere di fare non
possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che
sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore
a quello che sto facendo. E questo
perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente
due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni
anche il nostro corpo o del tutto spirituale.
L’aver
coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza,
qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi
cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza
non avrebbe un contenuto. È pertanto un
atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha
semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato
non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o ,
non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto
specifico. Vale anche per la coscienza
l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.
La
coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentia né habitus
bensì actus e quindi:
“applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero
specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto
particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza
l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere
in un secondo momento: “prius est
intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].
L’attività
della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale
obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a
e d o p o . Questo rapporto è regolato dal principio di
identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.
3. Il pensiero moderno ha
tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una
presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole.
Il primo responsabile ne è stato
Kant. Egli ha posto la coscienza quale
fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e
pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.
Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a
a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato
gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché
noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente –
al prodursi della rappresentazione;
ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre
presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con
essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili”[4].
Noi
ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della
realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o
“rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non
mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè
immediatamente”. Che la nostra
consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve
riconoscere. Ma, dal suo punto di vista,
questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del
nostro processo conoscitivo. Bisogna
allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve
esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra
“rappresentazione “ della realtà. Deve
esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!
Dal
punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una
nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni
nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il
presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle
nostre sensazioni.
Ma il concetto di una consapevolezza solo
implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la
consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver
coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla
metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità
della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in
senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente
esplicitamente nella nostra mente.
Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia
psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la
conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al
fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una
condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5].
Ma
una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato
a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?
L’idealismo
ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.
4. Tralasciamo gli ultimi
sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero
lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti
si saranno certamente posta: ma c’è forse
bisogno di dimostrare la natura r e a l e del
tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si
mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a
definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine
del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo
un’illusione o un paradosso. Si vedano i
contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del
celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla
nozione del tempo[6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi
immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed
inconciliabili: quella euclidea della
meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della
gravità einsteiniana (teoria della
relatività generale).
Ma
queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che
l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da
soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.
Paolo Pasqualucci
15
settembre 2026
[1] I. KANT, Vorlesungen über die
Metaphysik, ediz.
postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non
esse. Simul bedeutet zu gleicher
Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi
oppositum. Nihil negativum ist das, was
gar nicht gedacht werden kann.” Le
kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale
espressione del genuino pensiero kantiano.
Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori
quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del
1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
[2] “Ein Mensch, der da
rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines
Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
[3] Per questi passi
tomistici, vedi: Quaestiones
disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre:
Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio
a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere
complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per
ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De
Ver., q. 10 a. 8).
[4] Immanuel Kant, Kritik
der reinen Vernunft, A 103-104,
ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi,
ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia.
Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach
sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i.
unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet
dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op.
cit., pp.150a-151a).
[5]
Vorlesungen, cit., p. 135.
[6]
A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.
L’applicazione del principio di identità e non
contraddizione dimostra la realtà del tempo
di
Paolo Pasqualucci
1. Il principio
di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può
essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come
realtà indipendente da ogni misurazione.
Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un
riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.
Non
posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una
determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.
L’essere
e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo
ente. Quando sarò morto, il mio
corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo
esistito in carne e ossa. Mentre ero
vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non
poteva nello stesso tempo non essere.
Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e
viceversa.
L’avverbio
di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.
Perché
allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale
discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
“Impossibile
est, simul esse ac non esse. Simul
significa: nello stesso tempo; ma il
tempo non è ancora spiegato. Si può
anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.
Nihil negativum è ciò che non può
in alcun modo esser pensato”[1].
Il
tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il
riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro,
secondo Kant? Vediamo allora di
spiegarlo.
Il
principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non
contraddizione: A, in quanto sia se
stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser
simultaneamente femmina. E viceversa. I
caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed
immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda,
mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente
passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non
incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto,
né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e
mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.
L’impossibilità di cui al principio di
non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto
scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente:
le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in
successione. L’impossibilità
dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti,
risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte
di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza
assoluta.
Ora, questa successione non è posta dal
soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi
possediamo prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura
della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore
si limita a registrarla. Ciò significa
che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori
del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal
succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli
eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra
loro o appunto in successione.
L’impossibilità di entrare e
uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o
esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità
è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana,
che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una d o p o l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi
nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata,
realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.
Il
tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe
azioni. Esse durano nel tempo ossia
accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e
si mantiene indipendentemente da queste azioni:
quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che
ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza,
quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta
vuota: continua ad esistere come spazio
che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla
congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello
spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel
quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio
mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se
anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia
milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o
universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli
enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.
E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota,
è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.
2. Ma il
principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà
spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni
sulla Metafisica troviamo: un
uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto
soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma
nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2]. Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio
“simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale
conta”. Ma il significato appare
equivalente. Di cosa è dunque
consapevole (bewusst) un uomo
mentre conta? Non del suo io, non di se
stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a
contare. Quest’attività ne assorbe la
mente onde egli non può nella stesso tempo esser consapevole di
nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di
contare.
L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità
di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta
mentalmente facendo e alla
consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre d o p o
nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo
temporale - successione reale dato che
la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della
successione nella quale viene in essere.
Il fare e il sapere di fare non
possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che
sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore
a quello che sto facendo. E questo
perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente
due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni
anche il nostro corpo o del tutto spirituale.
L’aver
coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza,
qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi
cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza
non avrebbe un contenuto. È pertanto un
atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha
semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato
non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o ,
non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto
specifico. Vale anche per la coscienza
l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.
La
coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentia né habitus
bensì actus e quindi:
“applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero
specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto
particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza
l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere
in un secondo momento: “prius est
intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].
L’attività
della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale
obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a
e d o p o . Questo rapporto è regolato dal principio di
identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.
3. Il pensiero moderno ha
tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una
presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole.
Il primo responsabile ne è stato
Kant. Egli ha posto la coscienza quale
fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e
pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.
Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a
a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato
gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché
noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente –
al prodursi della rappresentazione;
ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre
presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con
essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili”[4].
Noi
ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della
realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o
“rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non
mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè
immediatamente”. Che la nostra
consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve
riconoscere. Ma, dal suo punto di vista,
questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del
nostro processo conoscitivo. Bisogna
allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve
esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra
“rappresentazione “ della realtà. Deve
esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!
Dal
punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una
nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni
nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il
presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle
nostre sensazioni.
Ma il concetto di una consapevolezza solo
implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la
consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver
coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla
metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità
della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in
senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente
esplicitamente nella nostra mente.
Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia
psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la
conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al
fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una
condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5].
Ma
una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato
a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?
L’idealismo
ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.
4. Tralasciamo gli ultimi
sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero
lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti
si saranno certamente posta: ma c’è forse
bisogno di dimostrare la natura r e a l e del
tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si
mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a
definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine
del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo
un’illusione o un paradosso. Si vedano i
contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del
celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla
nozione del tempo[6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi
immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed
inconciliabili: quella euclidea della
meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della
gravità einsteiniana (teoria della
relatività generale).
Ma
queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che
l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da
soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.
Paolo Pasqualucci
15
settembre 2026
[1] I. KANT, Vorlesungen über die
Metaphysik, ediz.
postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non
esse. Simul bedeutet zu gleicher
Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi
oppositum. Nihil negativum ist das, was
gar nicht gedacht werden kann.” Le
kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale
espressione del genuino pensiero kantiano.
Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori
quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del
1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
[2] “Ein Mensch, der da
rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines
Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
[3] Per questi passi
tomistici, vedi: Quaestiones
disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre:
Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio
a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere
complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per
ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De
Ver., q. 10 a. 8).
[4] Immanuel Kant, Kritik
der reinen Vernunft, A 103-104,
ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi,
ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia.
Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach
sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i.
unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet
dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op.
cit., pp.150a-151a).
[5]
Vorlesungen, cit., p. 135.
[6] A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.
L’applicazione del principio di identità e non
contraddizione dimostra la realtà del tempo
di
Paolo Pasqualucci
1. Il principio
di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può
essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come
realtà indipendente da ogni misurazione.
Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un
riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.
Non
posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una
determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.
L’essere
e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo
ente. Quando sarò morto, il mio
corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo
esistito in carne e ossa. Mentre ero
vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non
poteva nello stesso tempo non essere.
Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e
viceversa.
L’avverbio
di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.
Perché
allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale
discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
“Impossibile
est, simul esse ac non esse. Simul
significa: nello stesso tempo; ma il
tempo non è ancora spiegato. Si può
anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.
Nihil negativum è ciò che non può
in alcun modo esser pensato”[1].
Il
tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il
riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro,
secondo Kant? Vediamo allora di
spiegarlo.
Il
principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non
contraddizione: A, in quanto sia se
stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser
simultaneamente femmina. E viceversa. I
caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed
immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda,
mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente
passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non
incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto,
né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e
mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.
L’impossibilità di cui al principio di
non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto
scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente:
le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in
successione. L’impossibilità
dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti,
risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte
di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza
assoluta.
Ora, questa successione non è posta dal
soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi
possediamo prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura
della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore
si limita a registrarla. Ciò significa
che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori
del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal
succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli
eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra
loro o appunto in successione.
L’impossibilità di entrare e
uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o
esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità
è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana,
che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una d o p o l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi
nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata,
realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.
Il
tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe
azioni. Esse durano nel tempo ossia
accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e
si mantiene indipendentemente da queste azioni:
quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che
ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza,
quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta
vuota: continua ad esistere come spazio
che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla
congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello
spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel
quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio
mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se
anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia
milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o
universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli
enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.
E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota,
è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.
2. Ma il
principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà
spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni
sulla Metafisica troviamo: un
uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto
soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma
nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2]. Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio
“simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale
conta”. Ma il significato appare
equivalente. Di cosa è dunque
consapevole (bewusst) un uomo
mentre conta? Non del suo io, non di se
stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a
contare. Quest’attività ne assorbe la
mente onde egli non può nella stesso tempo esser consapevole di
nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di
contare.
L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità
di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta
mentalmente facendo e alla
consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre d o p o
nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo
temporale - successione reale dato che
la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della
successione nella quale viene in essere.
Il fare e il sapere di fare non
possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che
sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore
a quello che sto facendo. E questo
perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente
due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni
anche il nostro corpo o del tutto spirituale.
L’aver
coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza,
qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi
cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza
non avrebbe un contenuto. È pertanto un
atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha
semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato
non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o ,
non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto
specifico. Vale anche per la coscienza
l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.
La
coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentia né habitus
bensì actus e quindi:
“applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero
specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto
particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza
l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere
in un secondo momento: “prius est
intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].
L’attività
della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale
obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a
e d o p o . Questo rapporto è regolato dal principio di
identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.
3. Il pensiero moderno ha
tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una
presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole.
Il primo responsabile ne è stato
Kant. Egli ha posto la coscienza quale
fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e
pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.
Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a
a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato
gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché
noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente –
al prodursi della rappresentazione;
ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre
presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con
essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili”[4].
Noi
ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della
realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o
“rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non
mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè
immediatamente”. Che la nostra
consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve
riconoscere. Ma, dal suo punto di vista,
questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del
nostro processo conoscitivo. Bisogna
allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve
esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra
“rappresentazione “ della realtà. Deve
esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!
Dal
punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una
nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni
nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il
presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle
nostre sensazioni.
Ma il concetto di una consapevolezza solo
implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la
consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver
coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla
metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità
della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in
senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente
esplicitamente nella nostra mente.
Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia
psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la
conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al
fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una
condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5].
Ma
una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato
a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?
L’idealismo
ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.
4. Tralasciamo gli ultimi
sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero
lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti
si saranno certamente posta: ma c’è forse
bisogno di dimostrare la natura r e a l e del
tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si
mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a
definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine
del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo
un’illusione o un paradosso. Si vedano i
contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del
celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla
nozione del tempo[6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi
immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed
inconciliabili: quella euclidea della
meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della
gravità einsteiniana (teoria della
relatività generale).
Ma
queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che
l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da
soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.
Paolo Pasqualucci
15
settembre 2026
[1] I. KANT, Vorlesungen über die
Metaphysik, ediz.
postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non
esse. Simul bedeutet zu gleicher
Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi
oppositum. Nihil negativum ist das, was
gar nicht gedacht werden kann.” Le
kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale
espressione del genuino pensiero kantiano.
Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori
quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del
1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
[2] “Ein Mensch, der da
rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines
Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
[3] Per questi passi
tomistici, vedi: Quaestiones
disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre:
Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio
a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere
complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per
ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De
Ver., q. 10 a. 8).
[4] Immanuel Kant, Kritik
der reinen Vernunft, A 103-104,
ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi,
ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia.
Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach
sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i.
unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet
dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op.
cit., pp.150a-151a).
[5]
Vorlesungen, cit., p. 135.
[6]
A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.
Logos in itinere
- 1
L’applicazione del principio di identità e non
contraddizione dimostra la realtà del tempo
di
Paolo Pasqualucci
1. Il principio
di identità e non contraddizione (A = A; B = B; A non è B; B non è A; A non può
essere nello stesso tempo B e viceversa) dimostra l’esistenza del tempo come
realtà indipendente da ogni misurazione.
Infatti, tale principio, per esser credibile, ha bisogno di un
riferimento temporale, che sempre troviamo nella sua formulazione.
Non
posso pensare che A nello stesso tempo sia e non sia: che una
determinata realtà esista nello stesso tempo come il contrario di se stessa.
L’essere
e il non-essere non esistono contemporaneamente, se riferiti al medesimo
ente. Quando sarò morto, il mio
corpo sarà entrato nel non-essere rispetto a ciò che era, corpo di un individuo
esistito in carne e ossa. Mentre ero
vivo, tuttavia, il mio corpo apparteneva esclusivamente all’essere poiché non
poteva nello stesso tempo non essere.
Mentre sono vivo non posso simultaneamente esser morto, e
viceversa.
L’avverbio
di tempo gioca dunque un ruolo essenziale per la comprensione del principio.
Perché
allora Kant, nelle Lezioni sulla metafisica, in una sezione nella quale
discute del rapporto tra “possibile” e “impossibile” ha detto:
“Impossibile
est, simul esse ac non esse. Simul
significa: nello stesso tempo; ma il
tempo non è ancora spiegato. Si può
anche dire, piuttosto: nulli subjecto competit praedicatum ipsi oppositum.
Nihil negativum è ciò che non può
in alcun modo esser pensato”[1].
Il
tempo espresso dall’avverbio simul non sarebbe “ancora spiegato”. Il
riferimento al tempo rimarrebbe ancora non spiegato, sostanzialmente oscuro,
secondo Kant? Vediamo allora di
spiegarlo.
Il
principio di identità (A=A) contiene in sé, possiamo dire, il principio di non
contraddizione: A, in quanto sia se
stesso, non può simultaneamente esser identico a ciò che A non è: se A è A, non può essere simultaneamente B. Chi è nato maschio non può esser
simultaneamente femmina. E viceversa. I
caratteri sessuali sono normalmente definiti dalla natura in modo marcato ed
immutabile nel singolo individuo, tanto da appartenere alla sua natura profonda,
mostrando quindi un carattere ontologico, visto che non si può oggettivamente
passare da un sesso ad un altro, né con uno sforzo della volontà, che non
incide affatto sul sesso dell’individuo, non potendo mutarlo nel suo opposto,
né con interventi chirurgici e ormonali che in realtà si limitano ad alterare e
mutilare il sesso esistente, senza affatto trasmutarlo nell’altro.
L’impossibilità di cui al principio di
non-contraddizione deve dunque esser simultanea. Posso essere in questa stanza, dove sto
scrivendo, o non esservi, ma solo in una successione temporale: vi entro poi ne esco. Ma non posso entrarvi ed uscirvi contemporaneamente:
le due azioni devono esser scalate nel tempo, posso compierle solo in
successione. L’impossibilità
dell’esistenza simultanea di due atti simili ma tra loro opposti,
risulta quindi dall’ dell’esperienza. L’entrare e l’ uscire da una stanza, da parte
di un medesimo soggetto, può avvenire solo in momenti successivi. Questa constatazione esprime una certezza
assoluta.
Ora, questa successione non è posta dal
soggetto pensante, non risulta dall’applicazione di una categoria che noi
possediamo prima di ogni esperienza, apriori, ma appartiene alla natura
della cosa, alla conformazione stessa della realtà esteriore: l’osservatore
si limita a registrarla. Ciò significa
che il tempo è qui un dato obbiettivo, perché esiste al di fuori
del soggetto pensante come realtà effettiva, la realtà costituita dal
succedersi nel tempo degli eventi appartenenti al mondo fisico, degli
eventi che sono e accadono nello spazio a noi esterno, o contemporaneamente tra
loro o appunto in successione.
L’impossibilità di entrare e
uscire simultaneamente in una stanza da parte di uno stesso soggetto (o entra o
esce, nello stesso tempo) - quest’impossibilità
è innanzitutto fisica, dovuta al fatto, oggetto d’esperienza quotidiana,
che queste due azioni un soggetto può attuarle solamente una d o p o l’altra, in successione. Esse possono per noi unicamente susseguirsi
nel tempo, oltre che nello spazio: un tempo pertanto esistente come durata,
realtà esteriore rispetto al nostro io che lo misura.
Il
tempo è qui dunque la durata, nel cui àmbito avvengono certe
azioni. Esse durano nel tempo ossia
accadono nel tempo ma non sono il tempo, la durata che esiste e
si mantiene indipendentemente da queste azioni:
quando esse cessano, non per questo viene meno il tempo, la durata che
ci ha permesso di misurarle in quanto eventi temporali oltre che spaziali. Lo stesso dícasi per lo spazio. Quando sono entrato ed uscito dalla stanza,
quest’ultima non ha cessato di esistere in conseguenza del fatto di essere rimasta
vuota: continua ad esistere come spazio
che dura nel tempo, finché dura, essendo uno spazio costruito dalla
congiunzione fatta ad arte di materiali deperibili. E se elimino la stanza come luogo dello
spazio e poi la città, la nazione, il mondo stesso come luogo dello spazio nel
quale si trova questa stanza; alla fine, dopo questa totale annihilatio
mundi, mi trovo forse ad aver eliminato anche lo spazio e il tempo? No. Se
anche eliminiamo tutto l’universo (tutto ciò che costituisce l’universo, ossia
milioni di galassie e tutta la materia e l’energia che costituiscono il cosmo o
universo), resta sempre lo spazio vuoto precedentemente occupato da tutti gli
enti e corpi celesti che ora sono scomparsi.
E il vuoto, lo spazio inteso come pura estensione tridimensionale vuota,
è pur sempre una realtà fisica che, in quanto effettiva realtà, dura e si mantiene nel tempo.
2. Ma il
principio di identità e non contraddizione si applica anche alla realtà
spirituale. Sempre nelle kantiane Lezioni
sulla Metafisica troviamo: un
uomo che stia contando è cosciente dei numeri non di se stesso in quanto
soggetto. Alla lettera: “un uomo che conta è cosciente dei numeri, ma
nel tempo nel quale conta, non lo è del proprio io”[2]. Kant non usa qui esplicitamente l’avverbio
“simultaneamente”, sostituito dall’espressione “nel tempo nel quale
conta”. Ma il significato appare
equivalente. Di cosa è dunque
consapevole (bewusst) un uomo
mentre conta? Non del suo io, non di se
stesso in quanto io che sta contando ma solamente dei numeri che è impegnato a
contare. Quest’attività ne assorbe la
mente onde egli non può nella stesso tempo esser consapevole di
nient’altro, nemmeno del suo io, che alberga il pensiero che gli permette di
contare.
L’esempio del contare dimostra dunque l’impossibilità
di un simultaneo applicarsi della coscienza a ciò che il soggetto sta
mentalmente facendo e alla
consapevolezza di essere quello stesso soggetto, che lo sta facendo. Questa consapevolezza viene sempre d o p o
nel tempo, si trova quindi in una successione che può esser solo
temporale - successione reale dato che
la nostra consapevolezza è uno stato interiore assolutamente reale. E necessariamente reale è il tempo della
successione nella quale viene in essere.
Il fare e il sapere di fare non
possono esser mai simultanei poiché la consapevolezza o coscienza di quello che
sto facendo è essa stessa il contenuto di un atto di pensiero necessariamente posteriore
a quello che sto facendo. E questo
perché evidentemente il pensiero in atto non può mai darsi simultaneamente
due o più contenuti diversi, quale che sia questo contenuto: un fare o un pensare, un’attività che impegni
anche il nostro corpo o del tutto spirituale.
L’aver
coscienza è un atto di pensiero che presuppone ciò di cui è coscienza,
qualsiasi cosa sia “il qualcosa” del quale il soggetto pensante diventi
cosciente. Altrimenti, l’aver coscienza
non avrebbe un contenuto. È pertanto un
atto di pensiero uguale ad un altro, in quanto atto di pensiero, che ha
semplicemente un contenuto diverso rispetto al pensiero il cui contenuto è dato
non dall’aver coscienza ma da un oggetto specifico, quale esso sia. L’aver coscienza, venendo sempre d o p o ,
non può quindi esser simultaneo a ciò che ne costituisce il contenuto
specifico. Vale anche per la coscienza
l’impossibilità di applicarsi a due o più cose contemporaneamente.
La
coscienza, scriveva l’Aquinate, non è né potentia né habitus
bensì actus e quindi:
“applicazione della conoscenza a qualcosa”. È sapere qualcosa in un atto di pensiero
specifico, che si aggiunge a ciò che abbiamo sentito o pensato: “applicazione di un sapere ad un atto
particolare” del nostro pensiero, poiché “la coscienza aggiunge alla conoscenza
l’applicazione di una conoscenza ad un atto particolare”. Ciò significa che essa viene sempre in essere
in un secondo momento: “prius est
intelligere aliquid, quam intelligere se intelligere”[3].
L’attività
della nostra coscienza si situa dunque nell’ambito di un ordine temporale
obbiettivo, strutturato secondo un rapporto preciso ed immutabile di p r i m a
e d o p o . Questo rapporto è regolato dal principio di
identità e non contraddizione, ne dimostra l’esistenza.
3. Il pensiero moderno ha
tuttavia reso incerto questo rapporto volendo conferire alla coscienza una
presenza permanente nel nostro processo conoscitivo, anche inconsapevole.
Il primo responsabile ne è stato
Kant. Egli ha posto la coscienza quale
fondamento e presupposto, anche inconsapevole, di ogni nostro sentire e
pensare, al fine di poterne mantenere l’unità.
Scrisse nella Critica della ragion pura: “Infatti, è proprio questa coscienza u n a
a raccogliere in una rappresentazione il molteplice che è stato
gradualmente intuito e successivamente riprodotto. Questa coscienza può essere molto debole, cosicché
noi la colleghiamo nell’effetto – e non nell’atto stesso, cioè immediatamente –
al prodursi della rappresentazione;
ma, nonostante questa differenza, una coscienza deve esser pur sempre
presente, anche se mancante della chiarezza piena; senza questa coscienza, i concetti, e con
essi la conoscenza degli oggetti, appaiono del tutto impossibili”[4].
Noi
ci rendiamo conto del significato della nostra rappresentazione sensibile della
realtà (di ciò che significa una nostra determinata immagine o
“rappresentazione” del reale) solo una volta che si sia prodotta in noi, non
mentre si produce ovvero “nell’atto stesso” del suo prodursi, “cioè
immediatamente”. Che la nostra
consapevolezza reale ed effettiva funzioni in questo modo, Kant lo deve
riconoscere. Ma, dal suo punto di vista,
questa indubbia verità sarebbe tale da mettere in discussione l’unità del
nostro processo conoscitivo. Bisogna
allora affermare che una “coscienza” in realtà ci deve essere sempre, deve
esserci sempre all’interno del processo di formazione della nostra
“rappresentazione “ della realtà. Deve
esserci sempre stata anche se noi non ne potevamo esser coscienti!
Dal
punto di vista di Kant, si deve pertanto ammettere l’esistenza continua di una
nostra consapevolezza implicita in ogni nostra rappresentazione: continua e quindi simultanea ad ogni
nostra rappresentazione, in ogni fase del nostro processo cognoscitivo. In tal modo la nostra coscienza diventa il
presupposto non solo del nostro pensare ma anche del nostro sentire, delle
nostre sensazioni.
Ma il concetto di una consapevolezza solo
implicita (mi chiedo) non è di per sè contraddittorio? Si tratterebbe di una coscienza cui manca la
consapevolezza esplicita, il che per l’appunto contraddice la realtà dello “aver
coscienza”, che non può non esser esplicito. E difatti, nelle citate Lezioni sulla
metafisica, Kant precisa che questa nostra coscienza garante dell’unità
della nostra conoscenza sarebbe una coscienza solo logica o coscienza in
senso oggettivo, non soggettivo, nel senso della vera coscienza agente
esplicitamente nella nostra mente.
Esiste una “conscientia logica, diversa dalla conscientia
psycologica, grazie alla quale si è coscienti solo del proprio io. La coscienza oggettiva, ossia la
conoscenza degli oggetti unita alla coscienza, è una condizione necessaria al
fine di avere una conoscenza di tutti gli oggetti. La coscienza soggettiva è invece una
condizione più potente: un rivolgersi verso se stessi; non è discorsiva bensì intuitiva”[5].
Ma
una conscientia solo logica non è un’astrazione? Un’astrazione che si traduce in un postulato
a ben vedere ininfluente sul nostro effettivo processo conoscitivo?
L’idealismo
ha ulteriormente approfondito la concezione kantiana della coscienza, oltre ogni limite in pensatori come Fichte.
4. Tralasciamo gli ultimi
sviluppi, sul problema dell’unità della nostra conoscenza, che ci porterebbero
lontano e concludiamo questa breve nota di filosofia con una domanda, che molti
si saranno certamente posta: ma c’è forse
bisogno di dimostrare la natura r e a l e del
tempo? Non è cosa di per sè ovvia? Dove c’è una realtà empirica che esiste e si
mantiene non dura essa per forza di cose anche nel tempo? E tuttavia oggi la scienza non riesce più a
definire in maniera univoca ed universale il tempo. Nelle riflessioni dei padroni dell’immagine
del mondo, i Fisici, si riscontra una vasta tendenza a considerare il tempo
un’illusione o un paradosso. Si vedano i
contributi raccolti in una delle tradizionali Special Collector’s Edition del
celebre mensile divulgativo Scientific American, dedicata nel 2014 alla
nozione del tempo[6]. E anche la nozione dello spazio appare oggi
immersa nell’incertezza, dividendosi essa in due visioni opposte ed
inconciliabili: quella euclidea della
meccanica quantistica, quella riemanniana dello spazio curvo della teoria della
gravità einsteiniana (teoria della
relatività generale).
Ma
queste complesse questioni richiedono interventi a parte. Bisogna tuttavia tener presente che
l’immagine del mondo mantenuta dalla Fisica odierna non è più tale da
soddisfare le legittime esigenze di verità dello spirito umano.
Paolo Pasqualucci
15
settembre 2026
[1] I. KANT, Vorlesungen über die
Metaphysik, ediz.
postuma, Erfurt, 1821, rist. anast. WBG, Darmstadt, 1975, p. 21: “ Impossibile est simul esse ac non
esse. Simul bedeutet zu gleicher
Zeit; die Zeit ist aber noch nicht erklärt. Man kann also lieber sagen: nulli subjecto competit praedicatum ipsi
oppositum. Nihil negativum ist das, was
gar nicht gedacht werden kann.” Le
kantiane Lezioni sulla metafisica risultano dagli appunti dei suoi studenti. Hanno pertanto un aspetto schematico. Sono comunque ritenute attendibili, quale
espressione del genuino pensiero kantiano.
Esse risalgono a manoscritti degli anni 1788 e 1789-1790, posteriori
quindi alle due edizioni della Critica della ragion pura, del 1781 e del
1787 (Cfr. la Vorrede alle Vorlesungen, p. V).
[2] “Ein Mensch, der da
rechnet, ist sich der Zahlen bewusst; in der Zeit aber, da er rechnet, seines
Subjects gar nicht”, Vorlesungen, cit., p. 135.
[3] Per questi passi
tomistici, vedi: Quaestiones
disputatae, I, XVII, De conscientia, a. 1 e 2 ad IIum. Inoltre:
Summa theologiae, Ia, q. 79, a. 13. Per altri testi di san Tommaso sul tema, rinvio
a Cornelio Fabro, Percezione e pensiero (1941, 1962), ora in ID., Opere
complete, 6, a cura di C. Ferraro, EDIVI, Segni, 2008, pp. 275-277. L’icastica sentenza da me riportata per
ultima, citata nell’opera di Fabro, fu scritta nel commentare Aristotele (De
Ver., q. 10 a. 8).
[4] Immanuel Kant, Kritik
der reinen Vernunft, A 103-104,
ediz. Raymund Schmidt, 1930, Meiner, Hamburg, 1956, tr. it di Pietro Chiodi,
ID., Critica della ragion pura, UTET, Torino, 1967, p. 644. Enfasi mia.
Il punto essenziale del passo recita nell’originale: “[…] Dieses Bewusstsein kann oft nur schwach
sein, so dass wir es nur in der Wirkung, nicht aber in dem Aktus selbst, d.i.
unmittelbar mit der Erzeugung der Vorstellung verknupfen, aber unerachtet
dieser Unterschiede muss doch immer ein Bewusstsein angetroffen werden…” (op.
cit., pp.150a-151a).
[5]
Vorlesungen, cit., p. 135.
[6]
A Matter of Time. It begins, it ends, it’s real, it’s an illusion. It’s the ultimate paradox, «Scientific American», 4, 2014.
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