Crisi della Chiesa : Come Paolo VI ha alterato il significato della Messa di san Pio V - di Paolo Pasqualucci
Crisi della Chiesa : Come Paolo VI ha alterato il significato
della Messa di san Pio V - di Paolo Pasqualucci
La questione
della legittimità della Messa di rito romano antico, tuttora celebrata e
seguita da una minoranza pugnace di sacerdoti e fedeli, è tornata d’attualità
fra i cattolici.
Può esser
utile rammentare in qual modo Paolo VI, nell’imporre la sua rivoluzionaria
riforma, abbia creduto di poterla inserire nella Tradizione della Chiesa,
mettendo audacemente la sua opera sullo stesso piano di quella di san Pio V.
* * *
Nel Concistoro
del 24 maggio 1976, Paolo VI reiterò il suo comando di frequentare la sola
Messa Novus Ordo.
“L’adozione del nuovo Ordo Missae non
è lasciata di certo all’arbitrio dei fedeli o sacerdoti. L’Istruzione del 14 giugno 1971 ha permesso
la celebrazione della Messa nell’antica forma, con l’autorizzazione
dell’Ordinario, solo per sacerdoti anziani o infermi, che offrono il Divin
Sacrificio sine populo. Il nuovo Ordo è
stato promulgato perché si sostituisse all’antico, dopo matura deliberazione,
in seguito alle istanze del Concilio Vaticano II. Non diversamente il nostro santo Predecessore
Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in
seguito al Concilio Tridentino. La
stessa disponibilità noi esigiamo, con la stessa autorità suprema che ci viene
da Cristo Gesù, a tutte le altre riforme liturgiche, disciplinari, pastorali,
maturate in questi anni in applicazione dei decreti conciliari. Ogni iniziativa che miri ad ostacolarle non
può arrogarsi la prerogativa di rendere un servizio alla Chiesa: in effetti reca ad essa grave danno”[1].
Parole
chiarissime: l’antica Messa doveva
estinguersi, completamente “sostituita” dalla Nuova. E lo stesso doveva ritenersi per le altre
antiche forme liturgiche. Paolo VI invocava espressamente la sua autorità
apostolica, pertanto “esigeva” che le riforme venissero applicate, in sostanza
comandava di osservarle. Il contenuto
imperativo delle sue dichiarazioni è impossibile a negarsi.
Un decreto di
formale abrogazione della Messa di rito antico, tuttavia, non c’era e non ci
sarebbe mai stato. Evidentemente si
riteneva che non fosse necessario. Un
rescritto montiniano in tal senso avrebbe potuto anche creare qualche problema
dal punto di vista del diritto canonico, visto che nella Costituzione Quo primo
tempore del 14 luglio 1570, promulgante il Messale Romano, san Pio V aveva
scritto che essa doveva ritenersi valida “in perpetuo”.
Paolo VI aveva
dunque optato per l’abrogazione tacita dell’antica Messa, sicuramente convinti,
lui e tutti gli altri, che essa si sarebbe estinta da sola, di fronte ad una
Messa Nuova voluta fermamente dal Papa e nella prassi accettata da tutta la
Gerarchia della Chiesa.
In questo mio
breve intervento non intendo soffermarmi sulla questione della mancata
abrogazione formale della Messa Ordo Vetus cioè se essa dovesse ritenersi
abrogata solo in via di fatto, per desuetudine.
Il problema, a ben vedere, non esiste, dopo che Benedetto XVI, nello
“sdoganare” la Messa Ordo Vetus, dichiarò pubblicamente che essa non era mai
stata abrogata. Che valore bisogna dare,
allora, ai comandi di Paolo VI, quando, come si è visto, “esigeva” da tutti i
fedeli il rispetto più completo delle
riforme liturgiche da lui promosse, a cominciare dalla Nuova Messa? Un valore nullo, in mancanza di
un’abrogazione esplicita della Messa antica, riuscita anzi a conservarsi
quotidianamente grazie soprattutto all’azione coraggiosa di due vescovi: mons. Marcel Lefebvre, francese, e mons.
Antonio de Castro Mayer, brasiliano.
Mi sembra più
utile, invece, riflettere sul parallelo delineato da Papa Montini tra la sua
riforma liturgica e quella da lui attribuita a san Pio V: “non diversamente il nostro Predecessore
Pio V aveva reso obbligatorio il Messale riformato sotto la sua autorità, in
seguito al Concilio Tridentino”. Con
una frase del genere Paolo VI si inseriva nella Tradizione: come san Pio V
aveva reso obbligatorio il “Messale riformato” seguendo l’indicazione del
Concilio di Trento, allo stesso modo lui, Paolo VI, aveva reso obbligatorio il
“Messale riformato” del Novus Ordo, seguendo le indicazioni del Concilio
Vaticano II.
Tutto a posto,
dunque. Le riforme di Paolo VI sulla
liturgia si inserivano perfettamente in una secolare tradizione di progresssiva
“riforma” della liturgia cattolica. Ma
l’analogia propalataci qui da Paolo VI non tiene, è in sostanza f a l s a.
Infatti, san Pio V non ha imposto nessun nuovo Messale, nessun messale
“riformato”, come invece ha fatto Paolo VI.
Si è limitato a render obbligatorio il Messale Romano per tutta la
cattolicità -- il Messale così com’era non un Messale interamente nuovo
costruito a tavolino -- lasciando però in vigore i riti che avessero almeno
duecento anni di vita (non molti nella tradizione liturgica della Chiesa),
quali ad esempio l’ambrosiano e il mozarabico.
Le
dichiarazioni di Paolo VI hanno creato o comunque perpetuato un equivoco sulla
Messa detta “tridentina”, che bisognerebbe una buona volta chiarire. Cito in proposito mons. Klaus Gamber, tedesco,
uno dei più grandi liturgisti del secolo scorso, tuttavia sconosciuto al
pubblico più ampio.
“Ebbene, non
esiste in senso stretto una Messa Tridentina, per il fatto che non è mai stato
promulgato un nuovo Ordo Missae in seguito al Concilio di Trento. Il Messale che san Pio V fece approntare non
fu in realtà nient’altro che il Messale della Curia, in uso a Roma da molti
secoli e che i Francescani avevano già introdotto in gran parte dell’Occidente: un Messale, tuttavia, che non era mai stato
imposto universalmente, in modo unilaterale.
Le modifiche apportate da san Pio V al Messale della Curia si rivelano
talmente modeste da poter esser scorte soltanto dallo specialista”[2].
Oltre ad
insinuare (errando ampiamente) che san Pio V avrebbe creato un nuovo Messale,
per accogliervi un (inesistente) nuovo rito, voluto dal Concilio di Trento e
quindi “tridentino”, i liturgisti neomodernisti
insinuano inoltre che la “Messa di san Pio V” sarebbe durata solo 34 anni
perché sin dal 1604 i Papi avrebbero apportato modifiche al Messale del
1570. “Così sarebbe del tutto conforme a
questo processo evolutivo il fatto che anche Paolo VI abbia a sua volta
riformato il Missale Romanum…”[3].
Ma mons.
Gamber ha buon gioco nel dimostrare la scorrettezza di quest’insinuazione. Infatti, coloro che la sostengono usano lo
stratagemma “di non distinguere chiaramente l’Ordo Missae dai Propri delle
Messe per i singoli giorni e le singole festività. Ebbene, fino a Paolo VI, i Papi non hanno mai
apportato alcun cambiamento all’Ordo Missae, mentre dal Concilio di Trento in
poi hanno cominciato ad introdurre in maggior misura , per nuove festività,
anche nuovi Propri. Da tali novità,
però, la Messa «tridentina» non è mai stata abrogata (esattamente come le
aggiunte al Codice Civile, per esempio, non abrogano questo come tale)”[4].
Insinuare che
semplici aggiunte di nuovi Propri fossero in realtà mutamenti essenziali del
Messale romano antico: questo
l’argomentare inaccettabile dei settatori della Messa di Paolo VI.
“Noi parliamo
dunque, piuttosto, di Ritus Romanus e lo contrapponiamo al Ritus modernus. Come abbiamo mostrato, il Rito Romano risale,
in parte considerevole, almeno al sec. IV.
Il Canone della Messa, salvo piccole modifiche effettuate sotto san
Gregorio Magno (590-604), già sotto Gelasio I (492-496) risultava nella forma
che ha conservato fino ai nostri giorni.
L’unico punto su cui tutti i papi, dal sec. V in poi, hanno sempre
insistito è stata l’estensione alla Chiesa Universale di questo Canone Romano,
sempre ribadendo che esso risale all’Apostolo Pietro. Nella composizione di altre parti dell’Ordo
Missae, così come nella scelta dei Propri delle Messe, essi hanno rispettato le
usanze delle Chiese locali”[5]. E vi hanno insistito giustamente, dobbiamo
dire, visto che il Canone di questa Messa, secondo una tradizione costante,
risaliva addirittura all’Apostolo Pietro.
Nello stesso tempo, i Papi hanno sempre rispettato gli usi locali, per
quanto possibile.
“Nel Medio
Evo, quasi ogni chiesa locale, o almeno quasi ogni diocesi, utilizzava un
proprio Messale, quando non aveva spontaneamente adottato il Messale della
Curia. Nessun Papa interferì mai in tali
decisioni. Differenziate erano
soprattutto le parti dell’Ordo Missae che il celebrante doveva recitare
sottovoce, come le preghiere iniziali ai piedi dell’altare, le preghiere
dell’Offertorio (dette anche «canone minore») e le preghiere prima della
Comunione, dunque le preghiere «private» del sacerdote. Le parti cantate della Messa, invece, erano
nella Chiesa Latina sostanzialmente uguali dappertutto. Solo alcune, poche, Letture o orazioni
differivano da luogo a luogo.
Le cose erano
a questo punto, quando fu indetto il Concilio di Trento a difesa dal
protestantesimo. Esso decretò la pubblicazione di un Messale perfezionato ed uniforme
per tutti. Che cosa fece san Pio V? Egli prese, come già detto, il Messale della
Curia in uso a Roma e in molti altri luoghi, e lo perfezionò, riducendo, tra
l’altro, il numero delle feste dei Santi.
Ma non impose l’obbligo di questo Messale a tutta la Chiesa: rispettò bensì tradizioni locali risalenti a
soli duecento anni addietro. Tanto
bastava per esser dispensati dall’obbligo dell’adozione del Missale Romanum. Il fatto che la maggioranza delle diocesi
abbia ben presto adottato questo Messale, è dovuto ad altre cause. Da Roma non venne esercitata alcuna
pressione, e ciò in un’epoca in cui, contrariamente a quanto avviene
oggigiorno, non si parlava né di pluralismo né di tolleranza”.[6]
Da questa
sintetica quanto precisa ricostruzione dei fatti storici, risulta del tutto
insostenibile l’analogia delineata da Paolo VI tra il “Messale riformato”
imposto da san Pio V e il “Messale riformato” imposto da lui stesso, Paolo
VI. San Pio V attribuì formalmente validità
universale al Messale in uso da molti secoli presso la Curia e altrove, un
Messale che di fatto già la possedeva quest’universalità. E non introdusse modifica alcuna nel Canone,
limitandosi alle modifiche secondarie sopra ricordate, concernenti i Propri di
singole Messe.
All’opposto,
Paolo VI voleva attribuire validità universale ad un “Messale riformato”
completamente nuovo, ispirato a criteri sincretistici e alla cui stesura
avevano collaborato anche teologi protestanti – nemici da sempre dell’autentica
Messa cattolica, quella di rito romano antico. In questo Messale, oltre a
radicali cambiamenti in altre parti della Messa, il Canone aveva subìto una
modifica nella formula di consacrazione dell’ Ostia e ben tre modifiche nella
formula di consacrazione del Calice. In
particolare queste ultime rendevano ambiguo il significato propiziatorio ed
espiatorio della Messa cattolica, come dimostrato dal Breve esame critico
del Novus Ordo Missae pubblicato nel 1969 da un scelto gruppo di liturgisti
e teologi, approvato dagli autorevoli cardinali Ottaviani e Bacci.
Valga il
vero: i due “Messali riformati” erano e
restano antitetici. Il “Messale
riformato” di Paolo VI rappresenta una grave rottura con la tradizione
liturgica della Chiesa. E lo possiamo
dire in tutta coscienza: quali buoni
frutti ha dato, se la crisi di fede, morale e di costumi, esplosa nella Chiesa
con il Vaticano II, continua sempre più grave da sessant’anni a questa parte? Non vi avrà anzi contribuito esso stesso
ampiamente?
Paolo Pasqualucci
28 marzo 2026.
[1]
Testo reperito in Don Mauro Tranquillo, Papi conciliari e Messa tridentina,
da Paolo VI a Francesco, articolo apparso su «La
Tradizione Cattolica»,
XXII, 4 (119), 2021, pp. 17-31.
[2]
Mons. Klaus Gamber, La riforma della liturgia romana. Cenni storici.
Problematica, Supplemento al n. 53-54 del Notiziario di UNA VOCE,
giugno-dicembre 1980, pp. 19-20. In nota l’Autore precisava: “Questo Messale fu elaborato nel XIII secolo
dai Francescani, entrò poi sotto papa Clemente V nell’uso della Curia Romana e
portò quindi il titolo «Missale
secundum consuetudinem Romanae Curiae».
Il saggio di mons. Gamber è un opuscolo
di 74 pagine, un’opera veramente preziosa.
[3]
Op. cit., p. 19.
[4]
Op. cit., p. 20.
[5]
Op. cit., ivi.
[6][6][6]
Op. cit., p. 21.
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