Crisi della Chiesa -- IV : Replica a SEm il cardinale Koch - di Paolo Pasqualucci
Crisi della Chiesa -- IV:
Replica a SEm il cardinale Koch in difesa della Fraternità Sacerdotale
San Pio X.
Sua Eminenza
Kurt cardinal Koch, Prefetto del Dicastero per la promozione dell’Unità dei
Cristiani, si è detto convinto che sarà ancora possibile riaprire il dialogo
con la Fraternità fondata da mons. Lefebvre.
Così riportava il blog ‘Chiesa e Postconcilio’ di Maria Guarini, il 4
luglio 2026, riproducendo in sintesi un suo intervento sulla rivista on line
tedesca «Communio».
Sua Eminenza
ha detto che la Chiesa dovrebbe fare “un esame di coscienza” nei confronti del
Concilio poiché “il dibattito suscitato dalla Fsspx dovrebbe indurre anche la
Chiesa a rivedere determinate intepretazioni successive al Concilio”. Pertanto, ha continuato, sarebbe opportuno
“battersi il petto” e chiedersi quali aspetti necessitino correzione, per poter
dimostrare che molti dei problemi denunciati dalla Fraternità non derivano da
documenti conciliari, bensì da determinate tendenze emerse dopo il Vaticano II”.
Dichiarazioni
indubbiamente coraggiose da parte di un cardinale in servizio attivo, che
hanno, a mio avviso, il grande merito di invitare ad aprire un dibattito sul
Concilio; ovviamente, dal punto di vista del cardinale, per cercare di
dimostrare che la Fsspx erra nell’attribuire al Concilio errori che
apparterrebbero invece al Postconcilio.
Ma è l’idea stessa di aprire comunque un dibattito sul Concilio che, a
prescindere dalle intenzioni di sua Eminenza, appare rivoluzionaria nel clima
di oggi. Un dibattito serio e competente
sul Concilio è stato rispettosamente richiesto a suo tempo da mons. Gherardini
all’allora regnante Benedetto XVI, senza ottenere risposta.
Personalmente,
non credo che l’attuale Pontefice autorizzerà mai una discussione del genere,
che potrebbe rivelarsi un Vaso di Pandora per i neo-modernisti e teologi della
liberazione al potere in Vaticano e sfuggire di mano, con conseguenze per loro
devastanti. Però, non si sa mai.
Ciò premesso,
mi sia concessa una rispettosa replica alle tre critiche che il cardinale Koch
nel corso del suo intervento ha rivolto alla Fsspx a causa delle sue Consacrazioni episcopali senza
mandato del 1° luglio scorso.
“ Critiche
alle consacrazioni senza mandato pontificio:
1. Il
cardinale ha ritenuto che la giustificazione offerta dalla Fsspx costituisca
una forma di «auto-attribuzione» di autorità per compiere ordinazioni senza il
consenso del papa […].
2. Una visione incompleta della Tradizione. Il porporato ha criticato altresì la
concezione della Tradizione che, a suo giudizio, sostiene la Fsspx. Secondo quanto ha spiegato, il suo errore
consiste nel ritenere che l’autentica Tradizione si sia interrotta con il
Concilio Vaticano II. Per Koch, tale
interpretazione risulta parziale perché non contempla l’insieme dei duemila
anni di storia della Chiesa, bensì soltanto una parte di essa.
3. Infine, il cardinale ha messo in discussione
l’interpretazione che la Fsspx dà del noto assioma Extra Ecclesiam nulla
salus [Fuori della Chiesa non c’è salvezza]. Ha ricordato che la tradizione cattolica ha
sempre sostenuto che Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini e che la sua
misericordia può agire anche in coloro che non hanno mai conosciuto pienamente
il Vangelo.
“Quando la
Fraternità sembra mandare all’inferno tutti coloro che non appartengono alla
Chiesa cattolica, mi chiedo come possa mantenersi la convinzione fondamentale
della Sacra Scrittura secondo cui Dio vuole salvare tutti gli uomini”, ha
concluso il cardinale, avvertendo del rischio di anteporre il giudizio teologico
umano al giudizio definitivo di Dio”.
Queste dunque
le tre critiche (di ampio respiro) rivolte dall’Eminenza Koch alla Fsspx.
Repliche.
1. L’accusa di “auto-attribuzione di autorità”
non tiene in considerazione l’esistenza della stato di necessità. È lo stato di necessità a giustificare
un’azione disciplinarmente illegittima:
esso costituisce la situazione di eccezione che giustifica l’eccezione
alla regola (la sua trasgressione) posta in essere da chi è convinto di
trovarsi nello stato di necessità e procede prendendo le misure strettamente
necessarie a porvi rimedio (nel nostro caso: vescovi senza giurisdizione ma con
il solo potere dell’Ordine, giurisdizione supplita per amministrare i
Sacramenti secondo la disciplina tradizionale della Chiesa).
Possiamo
considerare il mandato pontificio per le consacrazioni episcopali, ossia
l’autorizzazione del papa a consacrare i sacerdoti prescelti il cui profilo sia
stato al papa stesso presentato, come una delle forme nelle quali si manifesta
il potere sovrano su tutta la Chiesa inerente al munus papale: una sovranità in sostanza assoluta, dal punto
di vista giuridico, non esistendo un’istanza che possa giudicare il papa. Procedere alle consacrazioni episcopali
senza il mandato del papa e persino contro la sua volontà dichiarata (il giorno
prima) di non effettuarle, può esser considerato usurpazione di una tipica
prerogativa della summa potestas pontificia.
Quindi, come sostiene il cardinale Koch, una
“auto-attribuzione d’autorità”: l’attribuirsi un’autorità che non spetta alla Fraternità, tipica invece di un
potere sovrano.
La notazione
critica del cardinale Koch mi richiama alla mente la definizione della
sovranità del famoso giurista e politologo tedesco del secolo scorso, Carl
Schmitt (1888-1985) : “Sovrano è chi
decide sullo stato di eccezione”. Se
l’attuale “stato di necessità” della Chiesa è paragonabile allo schmittiano
“stato di eccezione”, allora si potrebbe dire che la Fsspx si è
illegittimamente attribuita l’esercizio di un potere sovrano che può essere
solo del papa. Tuttavia, la dichiarata
“auto-attribuzione di autorità” da parte della Fsspx non vuol esser veramente
tale; essa non vuole usurpare la sovranità pontificia ma più semplicemente esercitarla
per supplenza, colmando in tal modo la lacuna rappresentata dalla sua
attuale desistenza, in nome della superiore esigenza del bene delle anime.
L’esistenza di
questa desistenza è negata dai nemici della Fsspx, allo stesso modo in
cui è da loro negata l’esistenza di uno stato di necessità nella attuale Chiesa
cattolica. Essi accusano la Fsspx di voler a tutti i costi mantenersi indipendente,
eleggendosi i suoi vescovi, soprattutto per poter continuare a celebrare la
Messa Ordo Vetus: ma questo sarebbe puro
egoismo poiché l’Ordo Vetus è da tempo celebrato nella cattolicità, grazie alla
presenza delle Società di vita apostolica ex-Ecclesia Dei. Si tace sul fatto delle serie restrizioni cui
è stata sottoposta la celebrazione della Messa di rito romano antico da parte
di papa Francesco e dell’avversione aperta verso di essa di molti vescovi.
Se si
considerano le cose attentamente si vedrà che lo stato di necessità della
Fsspx, che è quello di avere dei vescovi per potersi mantenere, è strettamente
connesso allo stato di necessità imperversante nella Chiesa universale. Infatti, perché il papa regnante ha
volutamente ignorato la richiesta della Fsspx, avanzata quasi un anno fa, di
incontrarlo per esporgli l’esigenza per
essa vitale di avere nuovi vescovi, tratti dai suoi sacerdoti? Perché, come ha detto in un’intervista
volante, la Fsspx “rifiuta di accettare alcuni elementi fondamentali della
Chiesa, a cominciare da alcuni punti del Concilio”. Quali siano gli “elementi fondamentali della
Chiesa” rifiutati dalla Fsspx non si saprebbe in verità dire. Ad ogni buon conto, la sua situazione resta bloccata, dal punto
di vista di Roma, finché non si risolve la questione dottrinale di fondo,
concernente con ogni evidenza l’accettazione del Concilio. Il quale Concilio, deve esser riconosciuto in
via preliminare integralmente come Concilio in perfetta continuità con la
Tradizione della Chiesa. Come hanno
fatto le società di vita apostolica ex-Ecclesia Dei, rendendo in tal modo
incomprensibile il loro rifiuto della riforma montiniana, costruita sulle
novità liturgiche proposte dal Concilio.
La mancanza di
vescovi propri, fedeli alla Tradizione, fa nascere nella Fsspx uno stato di
necessità, se il papa si rifiuta persino di riceverne il superiore, allo stato
Don Davide Pagliarani, e non vuol saperne di conferire mandati per
consacrazioni episcopali. Ma questo
stato di necessità inerente alla Fsspx dipende dal fatto che Roma li rifiuta i
“lefebvriani” perché non accettano il Concilio, al quale i suoi critici
imputano il grave stato di necessità che affligge l’intera Chiesa. Rifiuto non basato su (inesistenti) manchevolezze
della Fsspx bensì su una questione dottrinale che trascende la stessa Fsspx e
riguarda l’impianto di fede dell’intera Chiesa.
Stando così le
cose, si vede come lo stato di necessità affliggente la Fsspx dipenda dallo
stato di necessità che si è creato nell’intera Chiesa. Questo stato risulta secondo la Fsspx ormai
con chiarezza dal fatto che il papa non custodisce più il Deposito della Fede
ovvero non trasmette più la vera dottrina ma anzi la inquina e corrompe. Per ovviare a questo stato di cose, la Fsspx
si è data la missione di conservare l’autentica Messa cattolica e di
formare i sacerdoti secondo il Seminario
tradizionale. Ma senza vescovi fedeli
alla Tradizione non può continuare questa missione: cancellare lo stato di necessità creatole dal
rifiuto vaticano di prenderla in considerazione significa poter continuare a
perseguire la buona battaglia per combattere lo stato di necessità che agita la
Chiesa; quel medesimo stato che, agli occhi dei “lefebvriani”, è la causa
dell’ostracismo e della messa al bando che subiscono ad opera delle autorità
romane attuali.
La questione
dello “stato di necessità” mi sembra possa difficilmente esser ignorata nel
conflitto tra Roma ed Écône. Caso mai si
potrà cercare di sostenere che nella Chiesa attuale non esiste alcuno “stato di
necessità”, che i discepoli di mons. Lefebvre si sbagliano, che lui stessso si
è sbagliato. Allora, come suggerisce il
cardinale Koch, apriamo un ampio dibattito sul Concilio e le sue riforme per
dimostrare che la Fsspx è in torto, che il Concilio sarebbe in perfetta armonia
con la dottrina tradizionale! Personalmente,
non chiederei di meglio!
Ma come si fa
a negare l’esistenza di un grave stato di necessità nella Chiesa odierna, tale
da giustificare consacrazioni come quelle di Écône, indispensabili per
mantenere un’istituzione dedicata alla salvezza delle anime secondo la dottrina
e la liturgia di sempre, prima degli sconvolgimenti provocati dal Vaticano II?
Riflettiamo :
L’equivoca ed
ambigua riforma liturgica integrale di Paolo VI ha svuotato le chiese. Le
riforme promosse dal Concilio hanno demolito il cattolicesimo, facendone una religione sincretistica,
adattata alle culture locali, e introdotto quel lassismo che, con papa
Francesco, è degenerato in un insegnamento apertamente contrario alla morale
cattolica per ciò che riguarda il matrimonio e la famiglia, i costumi sessuali. I papi, da Giovanni XXIII in poi, non
perseguono più la conversione dei popoli a Cristo, come loro dovere divinamente
sanzionato (Mt 28, 19-20). La Chiesa
riformata dal Concilio si è trasformata da docente in discente: una cosa inaudita, un’inversione allucinante
della sua vera missione. Questa
inversione è in circolazione dal Vaticano II in poi e la troviamo formulata con
estrema chiarezza anche nella prima enciclica del papa attualmente regnante: “La Chiesa, presente nel mondo come segno di
unità per l’intera famiglia umana, riconosce nelle domande e nelle sfide del
tempo attuale il luogo nel quale esercitare la propria vocazione all’ascolto,
al dialogo e al servizio, lasciandosi interpellare da tutto ciò che riguarda
l’esistenza degli uomini e delle donne di oggi”[1].
La vocazione
della Chiesa l’ha stabilita Nostro Signore e consiste nell’insegnare a tutti e
singoli le verità rivelate da Dio sulla fede e sui costumi. In questa sua missione, la Chiesa deve
dimostrarsi santa perché come si suol dire “la miglior predica è l’esempio”: l’esempio di una autentica vita
cristiana. E naturalmente deve usare
un’infinita pazienza, essenziale componente dello spirito di carità: pertanto, ascoltare, dialogare, servire. Ma sempre insegnando le verità rivelate e
quindi per convertire tutti e singoli a Cristo, per la loro eterna salvezza:
sempre come Chiesa docente, che agisce in persona Christi, figlio
di Dio: “e, se giudico io, il mio giudizio è vero, perché non sono solo ma ho
com me il Padre, che mi ha inviato” (Gv 8, 16).
All’opposto,
della dimensione sovrannaturale della missione della Chiesa, l’unica che
veramente conti, nelle parole di Leone XIV non c’è traccia. L’obbiettivo della Chiesa appare del tutto
intramondano, concentrato sull’esistenza delle donne e degli uomini di
oggi: dai bisogni di questa esistenza la Chiesa deve “lasciarsi interpellare”. Espressione non molto chiara ma che comunque
pone la Chiesa in una posizione passiva rispetto ai desiderata dell’umanità,
nei confronti dei quali non sembra autorizzata a pronunziare alcun giudizio
- come se il peccato originale non
esistesse, come se uomini e donne fossero buoni per natura, come se appunto non
avesse la Chiesa fondata da Cristo il dovere di plasmare con la predicazione e
l’esempio le anime dei popoli secondo la parola del Verbo, aprendole alle
Grazia e alla vita eterna.
Come si è giunti a tale inconcepibile inversione,
che ha dato il via ad un processo di auto-annientamento della Chiesa stessa? Sostituendo alla conversione il “dialogo” con
i valori mondani, sia laici che religiosi, al fine di realizzare l’unità di un
genere umano che si considera già salvato dall’Incarnazione poiché con essa,
afferma il Concilio (GS 22.2), “il Figlio di Dio si è in un certo modo unito ad
ogni uomo”, conferendogli in tal modo una “dignità sublime” (successivamente
dichiarata addirittura “infinita”). In
questa visione dell’Incarnazione riappare un antico errore, già condannato dal
Damasceno e dall’Aquinate. Questa
visione esaltata e distorta, incompatibile con il dogma del peccato originale,
non per nulla scomparso dalla predicazione della Gerarchia attuale, l’ha
propalata in particolare Giovanni Paolo II, a partire dalla sua prima enciclica
-- la Redemptor hominis – ed è stata fatta propria e diffusa dalla
teologia prevalente.
Su questo tema
non citerò di nuovo quanto ho già scritto più volte, appoggiandomi agli studi
dello scomparso teologo tedesco Johannes Dörmann. Egli ha dimostrato che Giovanni Paolo II ha
inteso questa supposta “unione” del Verbo con ogni uomo non in senso simbolico ma ontologico ed esistenziale. In questo modo la Redenzione dell’uomo ha
luogo in ogni uomo per il solo fatto di esser tale e quindi al di fuori della
sua appartenenza alla Chiesa cattolica; tesi assurda, già sostenuta da
Maurice Blondel, il filosofo francese
cattolico di fine Ottocento in odor di eresia, una delle fonti della Nouvelle
théologie nel suo ramo francese[2]. Su questo fondamento spurio si giunge poi a
dire apertamente, come hanno fatto papa Francesco e Leone XIV, che tutte le
religioni salvano (ma il concetto alitava già in certi testi del Concilio).
Con l’avvento
al potere di papi formatisi nel clima settario della Teologia della
Liberazione, come viene chiamata, impregnato di marxistico spirito
rivoluzionario e delle pulsioni torbide della Rivoluzione Sessuale, abbiamo
assistito ad un ulteriore deterioramento.
Dopo le eresie (nel senso generico di oggettivi errori nella fede) che
possiamo definire di tipo cristologico (ex art. 22.2 della Gaudium et spes)
e antitrinitario professate da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (affermare che
abbiamo lo stesso Dio di ebrei e mussulmani significa negare la natura
monotriadica del nostro Dio), abbiamo avuto le eresie che potremmo dire nicolaitiche
(Apoc 2, 6), artefice soprattutto papa Francesco. Questo pontefice si è rivelato estremamente
lassista in campo etico, sconvolgendo i canoni della morale sessuale cristiana
e del matrimonio; lasciando che si discutesse sull’abolizione del celibato
ecclesiastico; favorendo l’avanzata a tutti i livelli del femminismo nella
Chiesa, ideologia particolarmente nociva, vero fondamento della Rivoluzione
Sessuale.
E tanto basta,
in questa sede, a supporto dell’esistenza di un grave stato di necessità nella
Chiesa, come sostenuto dalla Fsspx. Con
quest’ultima notazione: lo stato di necessità non è limitato ai disastri
provocati dalla riforma liturgica montiniana ma coinvolge l’intera struttura
della dottrina della Chiesa. Pertanto,
il fatto che la Messa Ordo Vetus sia celebrata dalle società di vita apostolica
che riconoscono appieno il Vaticano II, accettandolo aprioristicamente quale
Concilio integralmente ortodosso, concorre a mantenere le ambiguità e gli
errori propalatisi a causa del Concilio e quindi a mantenere lo stato di
necessità della Chiesa in tutta la sua gravità.
2. L’accusa di professare un concetto sbagliato
di Tradizione. Quest’accusa è stata
sempre fatta a mons. Lefebvre, il quale ha sempre sostenuto la concezione
usuale della tradizione cattolica: essa consiste nel mantenimento del Deposito
della Fede. L’identificazione della
tradizione come traditio e mantenimento delle verità rivelate dal
Signore risale a san Paolo. Ora, ogni
tradizione deve affrontare il problema del rapporto dei suoi valori, che si
vogliono mantenere invariati, con mutate
condizioni sociali e storiche. Pertanto
essa deve ammettere una certa misura di adattamento alle nuove circostanze ma
solo in via sussidiaria cioè senza intaccare in alcun modo i valori
fondamentali che vengono trasmessi. La
tradizione cattolica, in particolare, dovendo custodire un deposito di verità
rivelate da Dio sarà quanto mai restía a mutamenti che in qualche modo
intacchino queste verità. Il dinamismo, l’adattamento ai tempi,
l’aggiornamento, non possono evidentemente costituire il nucleo essenziale, il
contenuto stesso della tradizione cattolica e, a ben vedere, di ogni
tradizione. Una tradizione che muti in
continuazione per rispondere all’ascolto dei tempi a loro volta mutevoli, non è
più una tradizione.
Ebbene, il
Concilio ha introdotto all’art. 8 della costituzione Dei Verbum sulla
divina Rivelazione un concetto di tradizione “viva” o “vivente” quale
espressione del “tendere incessantemente della Chiesa alla pienezza della
verità divina”, come se la verità divina rivelata la Chiesa non la possedesse
già nella sua completezza, dopo la morte dell’ultimo Apostolo. Qui si sostituisce all’idea di tradizione
come custodia del deposito della fede quella di tradizione come dinamismo
continuo volto a realizzare nel tempo la pienezza della verità divina. Scompare il fine primario della tradizione
cattolica: la custodia dell’immutabile
Deposito della Fede.
Ma questa non
è la vera nozione di tradizione cattolica e bene ha fatto la Fsspx a ritenere
che con il Concilio si sia interrotta la vera nozione di tradizione
cattolica. Il “dinamismo” viene poi
inteso come “esperienza”, esperienza di vita o vitale che la Chiesa quale “comunità”
di chierici e laici dovrebbe far propria: “il fiume vivo che ci collega alle
origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti, il grande
fiume che ci conduce al porto dell’eternità.
Ed essendo così, in questo fiume vivo si realizza sempre di nuovo la
parola del Signore…”.[3]
Un “fiume vivo” dal quale è scomparso ogni riferimento alla custodia del
deposito della fede, travolto evidentemente dalla corrente veloce di questo
“fiume vivo”, che “si lascia interrogare” da tutte le esigenze degli uomini e
donne del nostro tempo. E la verità che
tale tradizione così dinamica dovrebbe realizzare si è persa per strada l’aggettivo
“divina”: essa si limita di fatto a far da cassa di risonanza per le esigenze
del quotidiano, che sono poi quelle del nostro mondo miscredente, nichilista,
votato ai piaceri e agli interessi materiali, pieno di superbia e nemico di Dio
.
3. Vengo ora all’ultima critica del cardinale
Koch: la Fsspx vorrebbe mandare tutti i
non cattolici all’inferno, interpretando in senso rigoristico l’assioma “Fuori
della Chiesa non c’è salvezza”. Essa
contraddirebbe la Scrittura, secondo la quale Dio vuole la salvezza di tutti
gli uomini. Ma, qui come altrove, la
teologia professata dalla Fsspx è quella stessa della Chiesa sino a Pio XII
incluso. Dobbiamo dire, allora, che la
Chiesa pre-conciliare mandava all’inferno tutti i non cattolici? Un’accusa del genere sarebbe palesemente
falsa, come dimostra la scomunica inflitta da Pio XII al sacerdote americano P.
Feeney, che si rifiutava ostentatamente di accettare la dottrina del battesimo
di desiderio implicito, secondo la quale la Chiesa ha sempre ammesso la
possibilità di salvezza individuale dei non cattolici.
Questa critica
è stata fatta anche da altri autori alla Fsspx e me ne sono già occupato nella
III puntata di questa serie dedicata alla “crisi della Chiesa”. Apparentemente, si tratta di una critica
incomprensibile. Infatti, nella sua
recente Professione di fede, la Fsspx per ben due volte ripropone la
dottrina del battesimo di desiderio implicito quale possibilità di salvezza
individuale esistente per i non cattolici (par. 60 e 112).
Dove starebbe il rigorismo, allora? Il cardinale Koch non fa alcun riferimento
alla dottrina del battesimo di desiderio implicito, si limita a dire che la
posizione della Fraternità è in antitesi con la volontà divina di salvare
tutti, testimoniata dalla Scrittura. In
effetti, della dottrina della salvezza possibile ai non cattolici mediante un
cosiddetto battesimo di desiderio implicito, o in voto, se si ignora in modo
“invincibile” il vero cattolicesimo, se si crede in Dio, se non si muore in
peccato mortale – di questa dottrina non è che dopo il Vaticano II si sia
sentito molto parlare. Potremmo anzi
dire che sembra scomparsa dai radar. E
si capisce perché: questa dottrina
ammette una salvezza solo individuale da parte dei non cattolici, ad
opera dell’azione segreta dello Spirito Santo nelle anime, e quindi nonostante
la loro appartenenza ad una falsa religione (falsa, in quanto non
rivelata). Ma proprio questa verità di
fede è stata messa in crisi dal Vaticano II, dal combinato disposto dell’art. 8
della Lumen Gentium e dell’art. 3 del Decreto sull’ecumenismo,
grazie ai quali si professa che lo Spirito Santo non ricusa di servirsi delle
Chiese e comunità non cattoliche come “strumenti di salvezza”. Di queste chiese e comunità in quanto tali,
nonostante le loro “carenze” (che sappiamo essere costituite da scismi ed
eresie terribili). Di fronte ad una inversione dottrinale del genere, che fa
strame del dogma sempre insegnato nei secoli, sin dai tempi apostolici, è
evidente che la dottrina del battesimo di desiderio implicito è diventata
superflua. I non cattolici possono
salvarsi grazie all’appartenenza alle loro false religioni e non più nonostante quest’appartenenza: questo l’errore che viene oggi condiviso da
tutti o quasi.
La critica del
cardinale Koch si fonda dunque su un presupposto che appare oggettivamente
eretico, nel senso di intrinsecamente contrario alla verità di fede tramandata.
Ma il discorso
non finisce qui. Infatti, sua Eminenza
contrappone frontalmente alla posizione della Fsspx la verità attestata da san
Paolo, secondo la quale Dio vuole che tutti gli uomini si salvino. La contrappone, come se questa fosse oggi la
dottrina ufficiale della Chiesa, come se essa non professasse più il dogma
«fuori della Chiesa non c’è salvezza».
Dobbiamo allora chiederci: come
si è giunti dalla salvezza possibile anche alle religioni non cattoliche ma
ancora cristiane alla salvezza di tutti gli uomini, senza bisogno di
convertirsi alla Chiesa cattolica? Vi si
è giunti, a mio modesto avviso, con la dottrina già più volte ricordata della
supposta unione di Cristo (in certo modo) con ogni uomo, mediante
l’Incarnazione - dottrina che
costituisce l’eresia della salvezza universale, cosiddetta, ossia garantita a
tutti gli esseri umani dall’Incarnazione, con la quale il Verbo si sarebbe
anche in qualche modo (ma anche simpliciter) “unito” a ciascuno di loro
(falsa dottrina respinta nella Professione di fede della Fsspx, all’art. 44).
Questa
dottrina rende l’esistenza della Chiesa inutile e superflua. Della Chiesa come la conosciamo da tanti
secoli. Essa ha fatto venire in essere
una Chiesa pseudo-cattolica la cui missione è quella di far prender coscienza
gli uomini dell’avvenuta salvezza di tutti, da perfezionarsi nell’unità
democratica e filantropica del genere umano, sotto la guida del Papa,
autoelettosi capo dell’umanità.
La critica del
cardinale Koch si comprende dunque alla luce della dottrina eretica che la
sottintende e spiega, grazie alla quale la Fsspx viene erroneamente accusata di
rigorismo.
È pur vero, come attesta san Paolo, che
bisogna pregare per tutti gli uomini perché Dio “vuole che tutti gli uomini
siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Non vi è infatti che un Dio solo, e uno solo
è il mediatore tra Dio e gli uomini, Gesù Cristo..” (1 Tm 2, 4-5). Ma si vede chiaramente che la salvezza, per
san Paolo, dipende sempre e solamente dall’aver la fede in Cristo, “il solo
mediatore tra Dio e gli uomini”. È
questa “la verità” che si deve giungere a possedere, se si vuole ottenere la salvezza. Pertanto, il testo paolino non contraddice
affatto quanto affermato nei Vangeli e negli Atti, sulla necessità
imprescindibile di diventare cristiani per salvarsi e ottenere la vita eterna
(Atti 4, 12; Lc 10, 12 ss; etc.).
Il fatto che
Dio voglia la salvezza di tutti gli uomini non significa affatto che tutti si
salveranno né tantomeno che tutti siano già stati salvati dall’evento
sovrannaturale dell’Incarnazione !!
L’uomo non è né un animale né un automa: la salvezza richiede, per
quanto possibile, la collaborazione della sua volontà e del suo intelletto, in
poche parole del suo libero arbitrio all’opera della Grazia.
Scrive san
Tommaso: “Dio, in quanto sta a lui, ha
misericordia di tutti [miseretur omnibus]. Ma poiché la sua misericordia è regolata
dall’ordine della sua sapienza, ne consegue che non ricomprende coloro che si
resero indegni di misericordia, come i diavoli e i dannati, rimasti ostinati
nella malizia”[4].
La teologia
classica spiegava come intendere nel modo corretto la volontà di Dio in
relazione alla salvezza, distinguendo tra “volontà antecedente” e “volontà
conseguente”. Questa distinzione si
applica “alla volontà divina di salvezza che, in quanto antecedente, vuole la
salvezza di tutti gli uomini ma in quanto conseguente vuole la salvezza di
coloro che sono effettivamente salvati.
Nello stesso ordine di idee, i Padri distinguono la volontà di bontà
dalla volontà di giustizia”[5]. E quest’ultima distinzione sembra alitare nel
passo dell’Aquinate sopra citato. La bontà di Dio vuole tutti salvi ma coloro
che si negano alla Grazia e induriscono sino alla fine nel peccato, non possono
che esser dannati dalla sua giustizia.
Solo
nell’autentica Chiesa cattolica, fondata dal Signore come istituzione umana e
divina (suo Corpo Mistico) per attuare il suo disegno di salvezza, vi sono
“quei tanti doni ed aiuti celesti” indispensabili alla salvezza (Pio XII). Per questo, al di fuori della Chiesa non v’è
salvezza, perché non esiste un’altra istituzione, ovvero un’altra religione che
goda dei medesimi “doni ed aiuti celesti”.
Ma è sempre possibile la salvezza individuale, alle condizioni sopra
ricordate, e non sta a noi disquisire sul numero dei pagani (Rm 2, 14 ss.) o
dei non cattolici che la divina misericordia ha salvato e salverà.
Paolo Pasqualucci
10 luglio 2026
[1]
Lettera enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV sulla custodia della persona
umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, par. 19 (p. 6/46). Il testo è reperibile su www.vatican.va.
[2]
Vedi: René Marlé SI (a cura di), Au
coeur de la crise moderniste. Le dossier
inédit d’une controverse, Aubier, éditions Montaigne, Paris, 1960, p. 268
ss. Si tratta di un’antologia di lettere
di Blondel ad intellettuali controversi dell’epoca e a sacerdoti.
[3]
Benedetto XVI, La comunione nel tempo: la Tradizione, udienza
generale del 26 aprile 2006, www.vatican.va
etc, p. 2/4.
[4]
ST, Supplementum, qu. 99, A. 2.
[5]
Bernard Bartmann, Précis de théologie dogmatique, tr. fr. del P. Marcel
Gauthier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. I, p. 169.
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