Crisi della Chiesa - III : Dobbiamo fuggire e combattere le eresie che infestano la Chiesa ---- di Paolo Pasqualucci
Crisi della Chiesa –
III :
Dobbiamo fuggire e combattere le eresie che infestano la Chiesa ----
di Paolo Pasqualucci
Sommario :
Eresie lampanti (estratti da papa Francesco) – Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla) – Definizione
dell’eresia: il recente libro di mons. Athanasius Schneider – Necessità di
mantenere la devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie,
sicuro, potente e insostituibile ausilio nella buona battaglia.
* * *
Circolano impunemente nella
Santa Chiesa da tanto tempo errori nella fede ed eresie lampanti. Errori più sottili, ma non meno gravi, sono
più difficili da individuare. Difficili ma non impossibili. Cerchiamo di fare
un minimo di chiarezza nell’oceano cupo e tempestoso delle eresie, servendoci
anche di un recente, fondamentale testo di SE mons. Atanasio Schneider.
Eresie lampanti (estratti
da papa Francesco).
Eresie lampanti nel
senso di negazioni palmari di verità di fede sono ad esempio quelle di
chi, pur essendo cattolico, sostiene che tutte le religioni salvano, che tutte
possiedono la verità, sia pure in modo diverso; che pertanto la religione
cattolica non è l’unica a possederla per divina rivelazione. Questa vera e propria eresia nega il Primo
Comandamento (“Non avrai altro Dio al di fuori di me”) e il dogma secondo il
quale fuori della Chiesa non c’è salvezza, tranne nei casi di battesimo di
desiderio esplicito o implicito (una dottrina lasciata cadere nell’oblìo). Questi casi sono e restano individuali ed
eccezionali: a certe condizioni (credere in Dio, non morire in peccato mortale,
ignorare il vero cattolicesimo) l’uomo pio di altre religioni si salva per
opera dello Spirito Santo ma nonostante l’appartenenza ad una falsa
religione (falsa, perché non rivelata) non grazie a questa appartenenza. Invece il Concilio Ecumenico Vaticano II
ha affermato che anche le “Chiese e comunità separate” possono in quanto tali
essere ad opera dello Spirito Santo “strumenti di salvezza, la cui forza deriva
dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla
Chiesa cattolica”, trovandosi esse in qualche modo in comunione con la Chiesa
cattolica, anche se imperfetta o meno piena (decreto sull’Ecumenismo, art. 3;
art. 4; da leggersi in coppia con l’art. 8 della costituzione Lumen Gentium sulla
Chiesa, quello famigerato del subsistit in). In comunione sia pure imperfetta (concetto
alquanto oscuro) si troverebbero ad opera del battesimo: “uniti col battesimo” ma “separati dalla sua
piena comunione” (decr. Ecum, art. 4, cit.).
Questa è una dottrina nuova, gravemente sospetta d’eresia poiché
contraddice la dottrina tradizionale, ribadita da Pio XII nella Mystici
Corporis (1943), secondo la quale gli acattolici, grazie al battesimo, sono
“ordinati alla Chiesa” ma non ad essa uniti:
essendo battezzati, lo Spirito Santo mantiene in loro un desiderio
recondito di tornare alla vera Chiesa, desiderio che tuttavia viene spesso
soffocato dall’ambiente eretico ed anticattolico nel quale si trovano a vivere.
Ad instillare quest’errore
nel comune sentire fu in particolare il cardinale Agostino Bea, gesuita,
confessore di Pio XII e Prefetto del Pontificio Istituto Biblico, di poi
eminenza grigia al Vaticano II per conto di Giovanni XXIII. In una serie di interventi dal 1961 al
1971, “egli dichiarò – scrive Romano
Amerio – che il movimento non è di ritorno dei separati alla Chiesa Romana e,
seguendo la sentenza comune, asserì che i Protestanti non sono staccati del tutto,
giacché hanno il carattere del battesimo.
Però, citando dalla Mystici corporis di Pio XII che «sono ordinati al mistico corpo», giungeva ad asserire che vi appartengono, e
che perciò versano in una situazione di salvezza non diversa da quella dei
cattolici («Osservatore Romano»,
27 aprile 1962). La causa dell’unione è
da lui ricondotta a esplicitazione di un’unità già virtualmente presente, di
cui si tratta di prendere coscienza.
Questa unità è soltanto virtuale anche nella Chiesa cattolica, la quale
deve prender coscienza non di sé stessa, ma di quella più profonda realtà del
Cristo totale che è la sintesi delle sparse membra della cristianità. Non dunque reversione degli uni agli
altri, ma conversione di tutti al centro che è il Cristo profondo”[1].
Il cardinale Bea errava
grandemente. Non esiste un “Cristo
totale” costituente la “sintesi” di tutte le denominazioni cristiane, inclusa
la cattolica: l’unica e vera Chiesa di
Cristo è la cattolica, gli scismatici ed eretici devono solo ritornare pentiti
e convertiti all’unità con essa (Pio XI, Mortalium animos, 1928), unità
che ha sempre mantenuto nella fedeltà al Deposito della Fede, sino al Vaticano
II escluso.
Ma proprio quest’errore è alla
base del cosiddetto “dialogo ecumenico” odierno ed è stato coltivato da tutti i
papi postconciliari, nessuno dei quali ha invertito la marcia di fronte
all’ecumenismo. Particolare evidenza ha
avuto quest’errore con papa Francesco (dichiarazione di Abu Dhabi) e appare attualmente
professato anche dal suo successore, papa Leone. Come si evince dalla precisa
notazione di Amerio, l’errore ha cambiato il senso del termine «conversione»,
completamente stravolto rispetto a ciò che ha sempre significato. E questo è avvenuto all’inizio in modo
sottile e dietro l’apparenza di bene costituita dal superamento di antiche,
dolorose separazioni e odi pervicaci.
Altro evidente errore nella
fede è rappresentato dalla autorizzazione di papa Francesco (in Amoris
Laetitia) a concedere la comunione ai divorziati risposatisi e
conviventi: autorizzando quest’atto sacrilego
viene violato il dogma dell’indissolubilità del matrimonio, visto che il
divorziato risposatosi è per la dottrina perenne della Chiesa adultero. Come
può accostarsi in questo suo stato alla Sacra Ostia senza commettere peccato
mortale?
Se poi consideriamo la
famosa autorizzazione a benedire sia pure non sacramentalmente le coppie di
fatto, irregolari, anche dello stesso sesso, troviamo qui una forma di
legittimazione ipocrita del peccato; ipocrita, perché ci si dà ad intendere che
la benedizione non concernerebbe la coppia e quindi la sua relazione
peccaminosa ma solo le persone che individualmente la compongono. E perché allora si presentano sempre in
coppia a queste “benedizioni”, se non per esser “benedetti” proprio come coppia? In ogni caso, la persona che vive
scientemente nel peccato non può esser benedetta nel suo peccato. La Chiesa non
può dare la sua benedizione a comportamenti che violano apertamente e
gravemente uno dei Dieci Comandamenti, qui il Sesto. È come se la Chiesa benedicesse il peccato,
accettando con tale atto inconsulto i rapporti carnali al di fuori del
matrimonio, persino quelli contro natura, il che costituisce innanzitutto un
errore nella fede. Giustamente il
cardinale Gerhardt Müller ha definito “sacrileghe” e “blasfeme” queste
benedizioni.
E quante volte papa
Francesco ha detto, nelle sue numerose interviste, che Dio ci accoglie tutti,
così come siamo? “Siamo tutti figli di
Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza con cui ognuno di noi lotta
per la propria dignità”. Non per la
forza con la quale ognuno lotta contro le sue cattive inclinazioni, mediante il
pentimento, la conversione, una vera vita cristiana, unico modo per esserne
guarito e trovarsi alla fine
giustificato davanti a Dio. No. Per restare “come siamo” e in questo modo
affermare la propria “dignità”. E non importa se restiamo
nei nostri peccati poiché Dio ci accetta, garantisce il papa, così come siamo!
“Essere
omosessuale – disse papa Francesco – non è un crimine, è una condizione umana”. È anche un peccato, ma “secondo
l’insegnamento morale cattolico, il quale afferma che ogni atto sessuale al di
fuori del matrimonio è peccato.
Ovviamente si devono tener presenti le circostanze, che diminuiscono o
annullano la colpa”. È un peccato
secondo l’insegnamento tradizionale della morale cattolica, ma solo in quanto
atto sessuale compiuto fuori del matrimonio.
E in ogni caso “le circostanze” possono “diminuire o annullare la
colpa”. Inteso in questo modo
latitudinario, cosa resta di questo peccato, nell’ottica di papa Francesco? Uno degli argomenti da lui usati, che sembra condiviso
anche dal suo successore, è che ci sono peccati ben più importanti di quelli
carnali. Spesso si è espresso in questo
modo: “I peccati a sfondo sessuale tendono a scandalizzare fortemente certe
persone. Ma in verità non sono i
peggiori. Sono peccati umani, della
carne”. I peccati più gravi sono: “l’orgoglio, l’odio, la menzogna,
l’imbroglio, l’abuso di potere”.
Eppure,
le nostre società non hanno cominciato a decomporsi moralmente e socialmente
sotto l’assalto della c.d. «Rivoluzione Sessuale»,
istigata dal femminismo, che ha distrutto matrimonio, famiglia, sano e corretto
rapporto tra i sessi? E non ha potuto
farlo anche grazie all’atteggiamento permissivo e lassista di tanti prelati che
ragionavano e ragionano come papa Francesco?
Inoltre, stabilire una graduatoria tra i peccati contro i Dieci
Comandamenti è contro la Scrittura. Non
ha forse scritto S. Giacomo che “chiunque osserva tutto il resto della Legge ma
pecca sia pure contro un solo comandamento, si rende colpevole di tutti” (Gc 2,
10)? Gli insegnamenti di Cristo vanno
rispettati ed eseguiti nella loro totalità[2].
Il concetto conculcato ripetutamente da papa
Francesco, secondo il quale si è accolti da Dio “così come siamo”, senza dover
improntare la nostra vita alla volontà del vero Dio e pertanto impegnarci ogni
giorno a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo; questo concetto esprime l’opposto di
quanto insegnato dal Signore sul vero e unico modo di perseguire la
salvezza. Si tratta del famoso passo del
cap. 3 del Vangelo di Giovanni, quando il Signore, rivolgendosi a Nicodemo, gli
disse: “ in verità ti dico, se uno non nascerà
di nuovo non può vedere il regno di Dio”.
Ovvero: “Chi non rinascerà per
acqua e Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne, è carne; e
quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3, 3, 5-6). Non si potrà entrare nel Regno di Dio se non
si sarà sostituito l’uomo vecchio con l’uomo nuovo, generato dal battesimo e
dallo Spirito Santo, cioè dalla Grazia che si connatura alla nostra volontà
buona che l’invoca e provoca in noi un mutamento ontologico (vedi
anche: Gv 14, 23).
Rovesciare
in questo modo l’autentico messaggio di salvezza di Cristo, non costituisce
errore nella fede? E fors’anche eresia? Se poi sia eresia vera e propria, nel senso
“tecnico” odierno, la questione esula dalla mia competenza. Ma è certo che un errore così grave, che comporta
l’indifferenza e persino l’accettazione per i peccati connessi alla morale
sessuale, quelli che per prima cosa distruggono il matrimonio e la famiglia, rappresenta una
profonda deviazione dalla retta dottrina e dalla retta pastorale della Chiesa.
Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla).
Ma veniamo ad esempi di
eresie sottili, quelle che avvelenano l’organismo altrimenti sano della Chiesa
sotto la parvenza della compassione, della bontà, della misericordia che salva
tutti, di una concezione “più umana” della Rivelazione.
Qui l’errore penetrato nella
fede, è quello della “salvezza per tutti”, garantita cioè a tutti gli uomini
già dall’Incarnazione di Nostro Signore.
Errore diventato c o s t u m e
. La riprova? Praticamente ad ogni funerale si dice del
morto o della morta che “è andato/a alla Casa del Padre”. Ma chi va alla Casa del Padre se non l’anima
eletta, quella di colui-colei che ha raggiunto la salvezza? E se si proclama che tutti ci vanno appena
morti, alla Casa del Padre, si crede evidentemente che tutti siano stati già
salvati prima di morire.
Si tratta di un errore non
appariscente come altri ma non per questo meno esiziale, individuato in
particolare dallo scomparso prof. Johannes Dörmann, rispettato teologo tedesco,
professore universitario del tutto indipendente dalla Fsspx, che ha sottoposto ad una minuziosa analisi le
tre encicliche che costituiscono la “teologia trinitaria” di Giovanni Paolo II, in pratica l’ossatura teologica del suo
pontificato. Si tratta della Redemptor hominis (1979); della Dives in
misericordia (1980); della Dominum et vivificantem (1986). L’ Autore vi dimostra la continuità con la
personale teologia di Wojtyla quand’era ancora cardinale. Purtroppo quest’opera fondamentale, di
complessa lettura, è apparsa presso piccoli e marginali editori, non venendo
ovviamente presa in considerazione da quelli maggiori. È rimasta quindi relegata nella composita
periferia della pubblicistica tradizionalista cattolica, praticamente ignorata
dai più.
Riporto una pagina di
sintesi sui suoi lavori, apparsa anni fa sul trimestrale tradizionalista «Sel de la Terre», pubblicato
dai Domenicani di Avrillé, in Francia.
“Commentando il capitolo II
dell’Enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, il professor
Dörmann ne ha sottolineato le piuttosto
insolite omissioni. Giovanni
Paolo II riesce a descrivere e definire la missione del Messia senza menzionare
esplicitamente il peccato né il bisogno assoluto della redenzione da parte
dell’umanità peccatrice.
Peraltro, l’enciclica non
vede nelle “dichiarazioni messianiche” di Gesù nient’altro che la rivelazione
della misericordia del Padre, senza far parola della sua volontà di esser
riconosciuto come Messia. Anche le sue azioni
sono presentate al di fuori di questa esigenza della fede. (Nei Vangeli,
è chiarissimo il fatto che Nostro Signore nell’operare i miracoli vuole
suscitare e rafforzare la fede. Ma
l’enciclica tace completamente sul punto e parimenti tace sulla necessità di
questa fede e del battesimo per la salvezza).
Come spiegare un tal
silenzio sull’essenziale della missione del Messia? In prima battuta vi si può vedere una riduzione
della dottrina cristiana, rapportando tutto
a livello dell’uomo (l’azione messianica è vista solamente come
guarigione di tutte le sofferenze umane – trascurando ciò che l’amore redentore di Cristo ha di
essenziale e di specifico). Ma siffatta
riduzione, per quanto grave, non è che un aspetto della questione. Il prof. Dörmann discerne sullo sfondo una trasposizione
ancora più grave: i versetti del
Vangelo, citati in grande abbondanza, sono sapientemente inseriti in un quadro
preliminare che deforma il messaggio del Nuovo Testamento, racchiudendolo in
uno schema a priori.
Questo schema, è quello
della salvezza universale. Se in effetti
tutti gli uomini, dall’inizio del mondo sin alla sua fine, sono ora già
giustificati, ciò significa che la redenzione umana è essenzialmente
compiuta. In un tale quadro, quale può
essere la missione del Messia? Non
quella di riscattarci dal peccato mediante la croce (come avrebbe detto un
qualsiasi cattolico prima del Vaticano
II e come n o n dice
Giovanni Paolo II), né quella di suscitare la fede e la conversione necessarie
alla salvezza (cosa anche questa taciuta da Giovanni Paolo II), ma unicamente
quella di farci prender coscienza della misericordia divina. Il Messia altro non è che un segno visibile
del Padre, che è amore e misericordia:
questo è il Leitmotiv di tutto il capitolo II dell’enciclica”[3].
Un’analisi indubbiamente
interessante, per gli amanti della verità.
Essa fa vedere come si alteri il significato dell’autentico Messia che è
il Cristo, 555mediante la semplice tecnica dell’omissione. Un lavoro sottile. Impenetrabile alla gran parte dei fedeli,
anche se molti di loro potranno aver avuto la sensazione che c’era qualcosa di
diverso e insolito nel discorso del papa.
Del resto, la componente dell’azione del Messia messa in rilievo da
Giovanni Paolo II è pur sempre autentica.
Non è forse vero che il Padre è “amore e misericordia”; che, per amore
dell’uomo peccatore, ha voluto che il Figlio ne espiasse i peccati con la
“testimonianza del sangue” ovvero con il crudelissimo Sacrificio della Croce?
È certamente vero ma non è
affatto tutto. Dal discorso del papa
manca una parte, altrettanto essenziale, come ha messo in rilievo Dörmann. Se si va a rileggere questa breve II parte
dell’enciclica, non si può far altro che dar ragione all’esegesi dello
scomparso teologo tedesco.
“Cristo quindi – scrive il
papa – rivela Dio che è Padre, che è «amore», come si
esprimerà nella sua prima lettera san Giovanni (1 Gv 4, 8, 16); rivela Dio «ricco di misericordia», come leggiamo in san Paolo (Ef 2, 4).
Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa
presente da Cristo. Il render presente
il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la
fondamentale verifica della sua missione di Messia, lo confermano le parole da
lui pronunciate prima nella sinagoga di Nazaret, poi dinanzi ai suoi discepoli
ed agli inviati di Giovanni Battista.
In base ad un tal modo di
manifestare la presenza di Dio che è Padre, amore e misericordia, Gesù fa della
misericordia stessa uno dei principali temi della sua predicazione…”[4].
La “fondamentale verifica
della sua missione di Messia” consiste dunque nel “render presente il Padre
come amore e misericordia”. Ma
quest’amore e misericordia sono forse da mettere in relazione alla redenzione
dell’uomo dal peccato? Vale a dire: sono fini a se stesse o mezzi che aprono le
porte della salvezza s o l o a chi si è pentito e convertito, improntando
la sua vita agli insegnamenti di Cristo, che nel loro contenuto provengono dal
Padre? Non per nulla, Cristo ci ripete
più volte che bisogna far sempre la volontà del Padre, come Lui stesso l’ha
fatta: “Et circumspiciens eos qui in
circuitu eius sedebant, ait: Ecce mater
mea et fratres mei. Qui enim fecerit
voluntatem Dei, hic frater meus, et soror mea, et mater est” (Mc 3, 34-35).
Questo nesso della
misericordia divina con la nostra redenzione e quindi con la necessità assoluta
della fede in Cristo quale Figlio di Dio, nell’enciclica non compare. Sembra che l’amore e la misericordia di Dio
esistano soprattutto per alleviare i mali della condizione umana. Ricordando subito dopo che il Signore amava
esprimersi in parabole, Giovanni Paolo II ne menziona alcune: quella del
figliol prodigo, quella del buon samaritano, quella del servo spietato (che
viene punito, ricordo, perché non mostra alcuna misericordia per i propri debitori,
dopo averla invocata dal padrone nei confronti di se stesso)[5]. Alle parabole, vanno aggiunte altre immagini;
tra di esse: il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; la donna
che spazza la casa alla ricerca della dracma perduta[6].
Pertanto, “Cristo, nel
rivelare l’amore - misericordia di Dio,
esigeva al tempo stesso dagli uomini che si facessero anche guidare nella loro
vita dall’amore e dalla misericordia.
Questa esigenza fa parte dell’essenza stessa del messaggio messianico e
costituisce il midollo dell’ethos evangelico”[7].
Perciò Cristo, “quale
compimento delle profezie messianiche, divenendo l’incarnazione dell’amore che
si manifesta con particolare forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici
e dei peccatori, rende presente e in questo modo rivela più pienamente il
Padre, che è Dio «ricco di misericordia»”[8].
Giusto. Ma largamente incompleto, quanto alla
rappresentazione della vocazione messianica di Cristo. Bisogna infatti chiedersi: come ci facciamo guidare dall’amore e dalla
misericordia nei confronti del prossimo?
Occorre da parte nostra la volontà di fare la volontà di Dio, che si è
rivelata a noi nei precetti insegnati da Cristo, e l’aiuto sovrannaturale della
Grazia a questa stessa volontà, che non potrebbe mai ottemperare agli
insegnamenti di Cristo con le sue sole forze (“Senza di Me, non potete far
nulla”, Gv 15, 5). Ma della necessità della nostra partecipazione razionale
all’azione salvifica del Messia non vi è qui traccia. Come non ve ne è del fatto che, a causa del
peccato originale e delle sue conseguenze, questa nostra partecipazione è
sempre difficile e manchevole, di continuo bisognosa di contrizione e
pentimento per i nostri peccati, che ci sbarrano il cammino della salvezza.
Come annotava Dörmann, Cristo
esige da noi innanzitutto la fede quale condizione per la nostra redenzione e
salvezza e quindi pentimento e conversione, inclusione nella Chiesa mediante il
battesimo. Esige poi (ricordo) l’opera
costante della nostra volontà di obbedirgli, lotta quotidiana contro il demonio
e noi stessi, contro la nostra parte peggiore.
Rileggiamo un passo oggi assai poco citato dei Vangeli, nel quale
vengono ricordati i doveri dei servi verso i loro padroni: “Si riterrà forse
[il padrone] obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli ha
comandato [cioè, di servirlo]? Così
anche voi, quando avrete compiuto tutto quello che vi è stato comandato, dite:
- Servi inutili siamo! Abbiamo fatto il nostro dovere” (Lc 17, 9-10).
Anche essere misericordiosi
verso il prossimo è un ordine del Signore.
E quando vi abbiamo adempiuto non abbiamo fatto niente di speciale,
semplicemente obbedito al suo comando.
Non per nulla, Giovanni
Paolo II tralascia tutte le parabole nelle quali si ricorda l’esercizio
severissimo della divina giustizia per tutti coloro che si saranno ribellati ai
comandamenti del Messia. Così quelle
dalle quali risulta che chi muore in peccato mortale non troverà misericordia,
che una parte dell’umanità andrà in perdizione : la parabola del Seminatore; quella della separazione del grano dal loglio
il giorno del Giudizio (Mt 13); delle vergini stolte (Mt 25); dei vignaiuoli
perfidi (Lc 20); delle nozze regali (Mt
22; delle mine (Lc 19); del ricco
Epulone (Lc 16).
Il Padre è sì “ricco di
misericordia” nei nostri confronti ma è anche il giusto ed infallibile
Giudice. E questo non viene più
ricordato nei documenti dell’attuale Gerarchia.
L’amore e la misericordia di Dio per noi valgono solo durante la nostra
vita terrena. Dopo, no. Il tempo della misericordia è finito per
sempre, per ciascuno, quando muore. La sua anima va immediatamente al giudizio
individuale di Nostro Signore, che ne stabilisce unilateralmente ed
infallibilmente la destinazione eterna (anche questa verità di fede oggi non
viene più ricordata).
Da notare che l’enciclica
mette sullo stesso piano “i sofferenti, gli infelici, i peccatori” quale
oggetto dell’amore misericordioso di Dio nei loro confronti. Ma non sembra illogico mettere i peccatori
nella stessa categoria degli infelici e dei sofferenti? Il peccatore ha consapevolmente violato
almeno uno dei dieci Comandamenti, si trova cioè in colpa di fronte a Dio,
mentre i sofferenti e gli infelici sono tali (nel modo di esprimersi comune) per
cause naturali o di vita indipendenti dalla loro volontà. Il peccatore può provare sofferenza ed
infelicità, ma per l’appunto in conseguenza del suo peccato. Si trova nella situazione di chi riceve
misericordia per pentirsi, confessarsi, cambiar vita, mutamenti non richiesti a
chi deve esser solo consolato per ragioni di malattia o infelicità
esistenziale.
Il Figliol Prodigo
secondo Wojtyla
La critica di Dörmann trova
conferma anche nel modo singolare nel quale Giovanni Paolo II spiega la
parabola del figliol prodigo. Secondo l’interpretazione tradizionale,
questa parabola vuol mostrare la grande misericordia di Dio e la sua grande pazienza
nell’aspettare la redenzione del peccatore.
Il quale si redime unicamente perché, ridottosi alla fame in terra
straniera (fuor di metafora: diventato un miserabile senza più alcuna dignità,
in preda alla disperazione di una vita indecorosa, consumata dai peccati), si
rende conto di aver grandemente errato, di trovarsi immerso nel male: allora comincia a pentirsi e torna umile e contrito
al Padre, che lo perdona e lo riaccoglie in casa. Questa famosa parabola vuole anche farci
capire l’esistenza di un nesso inscindibile tra amore e misericordia divine e
nostro pentimento e conversione. La
misericordia di Dio è sempre in relazione alla nostra conversione, impossibile
senza l’aiuto della Grazia e senza il ritrovamento della fede. Impossibile, quindi, senza voler tornare a
fare la volontà di Dio. Inoltre, la
parabola ci esorta ad esser caritatevoli e generosi verso il peccatore pentito,
in cerca di redenzione, come si vede dalla risposta del padre al figlio
maggiore, rimasto sempre fedele, che protestava per l’accoglienza gioiosa e
generosa tributata al fratello scapestrato inaspettatamente ritornato
all’ovile: “Figlio, tu sei sempre con me
e tutto quello che ho è tuo; ma era ben
giusto far festa e darsi alla gioia, perché questo tuo fratello era morto ed è
ritornato in vita, era perduto e si è ritrovato” (Lc 15, 31-32)[9].
Invece Giovanni Paolo II si
industria a far uscire da questa parabola l’esaltazione della dignità dell’uomo. Un vero gioco di prestigio. Uno mai penserebbe che, attraverso la figura
del figlio caduto nell’abiezione, peccatore pentito e venuto a Canossa, la
parabola voglia affermare la dignità dell’uomo!
Secondo il papa, il figliol
prodigo ridotto in miseria, assai più che per la penuria e la fame, soffriva
per la perdita della sua dignità di figlio onorato nella casa del Padre: “ma più importante di questi beni era la sua
dignità di figlio nella casa paterna. La
situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni
materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità”[10]. Pensando ai semplici “salariati” (mercenarii)
che a casa di suo Padre avevano “pane in abbondanza”, affiora in lui “il dramma
della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata”. Convintosi della sua colpa, decide allora di
tornare anche a costo di esser trattato dal Padre come uno dei suoi garzoni.
Pertanto “a causa della
complessa situazione materiale” e “a causa del peccato era maturato il senso
della dignità perduta”[11]. Una grande umiliazione, questa perdita, che
il figliol prodigo è pronto ad affrontare, rendendosi conto che non ha più
alcun diritto, “se non quello di esser un salariato nella casa del Padre”. Il figliol prodigo decide di tornare,
nell’ottica di Wojtyla, essendo ben “cosciente di ciò che ha meritato e di ciò
cui può aver ancora diritto secondo le norme della giustizia”[12]. Ciò cui può aver ancora “diritto” sarebbe
l’esser assunto dal Padre come salariato cioè a giornata. Questo “ragionamento” sul rapporto tra merito
e giustizia “dimostra”, secondo Giovanni
Paolo II, “che, al centro della coscienza del figliol prodigo emerge il senso
della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio
col padre. Ed è con tale decisione che
egli si mette per strada”[13].
Dunque, il ritorno del figliol
prodigo sarebbe motivato soprattutto dal desiderio di ristabilire in qualche
modo la dignità di figlio, da lui perduta a causa della sua condotta scandalosa,
non dal desiderio diventato angoscioso di esser perdonato e assolto dai suoi
gravi peccati. Di questa dignità sarebbe
rimasto a lui solo “il diritto” ad esser assunto come salariato. Affermazione singolare, dato che, andandosene
con la sua parte di patrimonio a vivere per i fatti suoi, il figliol prodigo
aveva estinto ogni sua giuridica appartenenza alla società domestica paterna. Né risulta, dal testo, che egli pensasse di
aver conservato un qualche diritto, connesso alla sua dignità di figlio.
Annota Dörmann: “Nelle parole del figliol prodigo – ‘non sono
più degno di chiamarmi tuo figlio’ (Lc 15, 19) – non è espressa in alcun modo
la consapevolezza di possedere “nell’ordine della giustizia”, come dice il papa,
un diritto ad esser accolto come salariato nella casa del padre. Le sue parole costituiscono piuttosto
un’umile preghiera, aliena da qualsivoglia pretesa! Il figliol prodigo, a causa del suo
comportamento, ha perso qualsiasi diritto.
L’appello a un qualche diritto, non contenuto, né rintracciabile nelle
parole del figlio, falsificherebbe radicalmente gli atti di pentimento, di
penitenza, di ritorno e conversione intesi nel senso loro attribuito da Gesù e
dal Nuovo Testamento. Ed è esattamente questo ciò che avviene nell’enciclica!”[14].
Infatti, prosegue il teologo
tedesco, per il Signore la conversione è un “atto di ravvedimento, di deciso
allontanamento dalla vita di peccato e di fiducioso e supplice rivolgersi al
Padre”[15]
– un atto concreto, sottolineo, che deve avere una dimensione esistenziale (“poenitemini,
et credite Evangelio”, Mc 1, 16).
Invece, nell’enciclica, essa, rimarca Dörmann, diventa una mera “presa
di coscienza” da parte di colui che ritorna. “Grazie alla gioiosa accoglienza
da parte del padre, il figliol prodigo comincia “a vedere se stesso e le sue
azioni in tutta verità” e ciò ha luogo secondo il principio di uguaglianza e
della “comune esperienza” di padre e figlio.
Colui che ritorna riconosce il valore originario e inalienabile della
sua dignità di figlio e alla luce di questa sua personale esperienza valuta il
proprio comportamento erroneo precedente.
Si tratta dunque di una “conversione” fondata sull’uguaglianza, dove il
rapportro del padre col figlio avviene su un piano di parità fra consanguinei e
la misericordia si identifica in un “comune esperienza” di Dio come Padre e
dell’uomo”[16].
Dobbiamo chiederci, a questo
punto: la parabola del figliol prodigo
vuol forse limitarsi a rappresentare una tranche de vie, con lo scopo di
porre in primo piano la “dignità dell’uomo” quale valore rilevante anche per
Dio, senza alcun effettivo nesso con il dramma della salvezza delle anime? No, certamente. Se il Padre è figura di Dio Padre e il figliol
prodigo dell’uomo quando pecca scientemente contro l’ordine stabilito da Dio e
si mantiene in una vita di peccato, non possiamo di certo vedere nella “dignità”
di quest’uomo immerso nel peccato (e ora proprio per questo perduta) l’essenza
della loro relazione.
La dignità, osservo, è un valore
meramente secondario, esprimente un giudizio di merito su un nostro
comportamento sociale corretto e decoroso (quando c’è) - essa non ha a che
vedere qui. Il nostro rapporto con Dio
di noi uomini ribelli e peccatori è di abissale sudditanza e solo pentendoci
sinceramente e rinnegando noi stessi possiamo ottenere dal Padre il perdono che
ci riapre la possibilità della vita eterna.
Un perdono, tra l’altro, unilateralmente concesso, per pura bontà, non
avendo Dio onnipotente alcun obbligo di “assumerci a giornata” (come
sembra invece insinuare Wojtyla nel menzionare un supposto diritto del
figliol prodigo ad essere assunto come mercenarius, per via di una
dignità di figlio che non avrebbe mai perso del tutto).
In modo sorprendente, Giovanni
Paolo II elegge la “dignità umana” ritrovata addirittura a chiave di lettura della
parabola. Ciò risulta da come
interpreta il grande slancio d’amore paterno con il quale il Padre accoglie il
figlio che credeva ormai perduto, correndogli addirittura incontro, dopo averlo
scorto da lontano, mentre si avvicinava macilento verso casa.
“Egli agisce certamente
sotto l’influsso di un profondo affetto, e così può esser spiegata anche la sua
generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello
maggiore. Tuttavia, le cause di quella
commozione vanno ricercate più in profondità.
Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene
fondamentale: il bene dell’umanità del
suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è perciò salva la
sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche
modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore
[rimasto sempre fedele, che protestava per l’accogligenza gioiosa riservata al reprobo contrito]: “Bisognava far festa e rallegrarsi perchè
questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”. Nello stesso capitolo XV del
Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e
successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima
gioia presente nel caso del figliol prodigo.
La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull’umanità
del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la
gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.
Proseguendo, si può dire che
l’amore verso il figlio, l’amore che scaturisce dall’essenza stessa della
paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della
dignità del figlio. Questa
sollecitudine costituisce la misura del suo amore”[17].
Pertanto, conclude Giovanni
Paolo II, “la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di
quel bene che è l’uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è
propria”[18].
Consideriamo
attentamente. Il padre si commuove
perché capisce che il ritorno del figlio pentito significa la “salvezza della
sua umanità”, che è in sostanza la stessa cosa della sua “dignità”. Ma questo ha voluto insegnarci il Signore con
la parabola? No. La grande gioia del
Padre è provocata dalla consapevolezza che il pentimento del figlio rappresenta
per il figlio la salvezza, la salvezza dell’anima non quella della sua
umanità e dignità. Ciò che viene
ritrovato è la vita eterna, come possibilità che il perdono di Dio apre nuovamente
al peccatore effettivamente in cerca di redenzione. Ma il
significato religioso, trascendente della parabola nell’articolazione di
pentimento, conversione, salvezza, vita eterna, va completamente perduto
nell’esegesi di Giovanni Paolo II. Egli
ci ricorda che Dio è fedele[19]. Ma questa fedeltà consiste nel mantenere il
Patto con l’uomo (Gen 17) e la promessa di salvezza a tutti quelli che avranno vissuto
obbedendo alla volontà sua e del Verbo Incarnato. Non consiste di certo nel salvaguardare la
dignità dell’uomo - e al punto da
sentirsi “in un certo senso obbligato” alla cura sollecita di questa supposta
“dignità”. Ma proprio questo è il
risultato singolare dell’inaccettabile ermeneutica wojtyliana: la “dignità dell’uomo” diventa un valore che
il Padre è “in un certo senso” obbligato a tutelare!
Mi sembra che la conclusione
finale del discorso di Giovanni Paolo II utilizzi il concetto di “esperienza”
tipico dei modernisti.
Infatti, la “relazione di
misericordia” non è creata unilateralmente dalla bontà del Padre, il quale, per
tornare alla parabola, avrebbe potuto a buon diritto far legnare dai servi il
figlio scapestrato che si era ripresentato solo quando era diventato un morto
di fame e persino ricacciarlo in mezzo alla strada; dalla bontà del Padre, il
quale vuole che tutti si salvino ma partecipando con il loro libero arbitrio e
secondo le loro forze all’opera della salvezza;
questa «relazione»,
scopriamo ora, “si fonda sulla comune esperienza della dignità propria
dell’uomo”. Il fattore decisivo è
rappresentato dall’esperienza, l’esperienza del soggetto-uomo da un
lato, di Dio dall’altro, tra loro connesse.
I modernisti riconducevano le verità di fede alla “esperienza vitale”,
cioè all’esperienza soggettiva del credente, che ritenevano costitutiva di
quella verità. Nell’enciclica, la divina
misericordia viene fondata sull’esperienza della dignità dell’uomo, che
tuttavia non è solo dell’uomo ma è “comune” all’uomo e (addirittura) a
Dio. Come se fosse possibile l’esistenza
di una “comune esperienza” tra l’uomo e Dio Padre; come se Dio Padre potesse
esser ricompreso in un rapporto paritario, di “comune esperienza” con noi
uomini.
Le conclusioni della
singolare esegesi wojtyliana sfociano, a mio avviso, nell’irrazionale,
costituito dal mettere l’uomo sullo stesso piano di Dio mediante il cattivo uso
del concetto di esperienza. In
ogni caso, travisano il significato autentico della misericordia divina, immiserendola
nella dimensione asfittica, solo umana di un valore caduco e secondario quale la
dignità dell’uomo; facendo pertanto sparire il significato sovrannaturale della
parabola, illustrante il senso e i termini esatti della vera conversione.
Il concetto della “dignità
dell’uomo” già adombrato dal Concilio quale inusitato valore fondamentale per i
cattolici, riceve qui da Giovanni Paolo II un indubbio approfondimento, anche
se in antitesi alla retta dottrina. L’errore
che viene fatto penetrare è duplice:
1. la dignità dell’uomo acquista un significato ontologico
poiché si dichiara che essa, come “dignità del figlio” non può esser mai
perduta, qualsiasi cosa faccia il figlio, quale che sia il peccato da lui
commesso;
2. Il Padre è in un certo senso obbligato a
tutelarla poiché come “dignità del figlio” essa risulta da una “esperienza
comune” tra Padre e figlio. Si proclama
quindi addirittura l’esistenza di un obbligo di Dio nei nostri confronti,
facendo in tal modo cadere la distinzione tra natura umana (che si trova in
statu naturae lapsae) e Grazia.
Fuor di metafora, tutto ciò
significa che la salvezza è già garantita a tutti. L’affermazione (erronea) del carattere
ontologico della dignità dell’uomo ne costituisce una premessa. Possiamo qui già scorgere i presupposti della
posteriore nozione della dignità dell’uomo come “dignità infinita”, tesi
surreale, messa in circolazione dal cardinale Victor Manuel Fernández l’8
aprile 2024 con la dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana.
Va comunque ricordato, per
doverosa completezza, che il fondamento della singolare ermeneutica di Giovanni
Paolo II si trova nel Concilio, nel par. 22.2 della Gaudium et spes, nel
famoso passaggio ove si dice che l’uomo a causa dell’Incarnazione possiede una “sublime
dignità”. E perché la possiede proprio a
causa dell’Incarnazione? Perché grazie
ad essa il Verbo, “nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua
altissima vocazione”, la quale consisterebbe nella presa di coscienza della sua
sublime dignità; sublime perché il Verbo, secondo il Concilio, si è con l’Incarnazione
in un certo senso unito ad ogni uomo.
“Poiché in Cristo la natura umana è stata assunta, senza per questo
venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una
dignità sublime. Con l’incarnazione il
Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”[20].
Quello dell’unione di Cristo
con ogni uomo, in quanto tale, grazie all’Incarnazione, è un antico errore già
combattuto dal Damasceno e dall’Aquinate, riproposto mediante l’eterodossa
nozione di Rivelazione di Henri de Lubac, già criticata a suo tempo dal
cardinale Siri, critica ripresa e approfondita da Dörmann. L’immagine singolare dell’unione di Cristo con
ogni uomo già dall’Incarnazione, poteva essere mantenuta in conformità al
dogma, nonostante la sua pericolosa ambiguità, se intesa in senso puramente
simbolico o spirituale, come immagine forte della conversione a Lui che Cristo
vuole da ciascuno di noi. Ma Giovanni
Paolo II ha voluto dare a quest’immagine un significato ontologico, nel
par. 13 della sua prima enciclica, la Redemptor hominis, condotto
all’insegna del concetto “Cristo si è unito ad ogni uomo”, tolto via lo “in
certo modo”. Infatti, egli vi afferma
che, grazie a questa “unione”, l’uomo (“ognuno”, “ogni uomo” e “dal momento in
cui viene concepito sotto il cuore di sua madre”) si trova unito a Cristo “per
sempre” poiché il suo effetto sarebbe stato quello di mantenere ad ogni uomo
“intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso (Gn 1, 27). Ma Dörmann non può non rilevare che questa
nuova dottrina wojtyliana contraddice apertamente il dogma del peccato
originale, secondo il quale, a causa della Caduta, l’uomo ha perduto la similitudo
Dei conservando solo l’imago Dei, peraltro in parte lesionata dalle
conseguenze del peccato originale, che ci rendono difficile la lotta per
difenderla contro Satana[21].
Questa teologia personale di
Giovanni Paolo II si è gradualmente imposta nella teologia ufficiale della
Chiesa onde la supposta “unione” di cui a GS 22.2, viene intesa oggi come “una
unión ontólogica pero tambien existencial con todos los hombres”[22].
Questa opinione teologica non
dobbiamo esitare a definirla eretica nel senso largo dell’eresia come
opinione contraria alla fede, messo in rilievo da mons. Schneider (vedi infra). Essa ha comportato il mutamento di significato
di tanti termini tradizionali, mutamento sfuggito ai più, che vi si sono
inconsapevolmente adeguati. Il concetto
della conversione, per esempio, non è più lo stesso. Non consiste più nel mutamento effettivo
della nostra vita, che ora vuol orientarsi a Cristo; consiste nel prender coscienza di una
situazione già presente ma che anteriormente sfuggiva: così il figliol prodigo “si converte” (secondo
Wojtyla) quando prende coscienza del fatto che la sua “dignità di figlio” gli è
rimasta, nonostante tutto. Così, nel
nuovo ecumenismo, la conversione non è più il ritorno degli scismatici ed
eretici all’ovile, pentiti e abiuranti i loro errori – è invece il “convertere”
di cattolici ed acattolici verso un centro che tutti li sovrasta (il Cristo
profondo o cosmico, alla Teilhard de Chardin) per riunirli in una nuova unità,
grazie allo strumento del dialogo (vedi articolo del cardinale Bea, supra).
Di questo grave fenomeno, una
vera e propria eversione dei concetti, mi limito a riportare
quest’ulteriore esempio.
Sin da quando era cardinale,
sottolinea Dörmann, Giovanni Paolo II ha inteso in senso antropocentrico la
Rivelazione, muovendo proprio dall’interpretazione di GS 22.2. Secondo la dottrina tradizionale, fondata sul
Vangelo di Giovanni, “la Rivelazione consiste nel fatto che il Figlio di Dio è
divenuto uomo incarnandosi nella Vergine Maria e ha rivelato la gloria
dell’unico Figlio del Padre, in una parola la gloria di Dio”[23]. Invece, Giovanni Paolo II ha sostenuto più
volte che “la Rivelazione si concretizza nel fatto che il Figlio di Dio,
mediante la sua incarnazione, ‘si è unito a ogni uomo, è diventato, come Uomo,
uno di noi’. La differenza con la
formulazione del Vangelo di Giovanni balza subito all’occhio: nel concetto wojtyliano della Rivelazione il
fatto interiore dell’unione nascosta del Figlio di Dio con ogni uomo
corrisponde al fatto esteriore dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che
diventa uno di noi e ci espone o ci ‘svela’ in quanto uomo, la nostra propria
umanità”[24].
E proprio qui abbiamo la svolta
antropocentrica: una concezione errata
dell’Incarnazione, sul presupposto ugualmente errato che l’uomo abbia mantenuto
intatta oltre all’immagine anche la somiglianza con Dio che l’aveva creato. E questi errori si espandono fatalmente e si
concludono in quello della “redenzione universale” o salvezza già attuatasi
nell’unione “nascosta” del Verbo incarnato con ogni uomo, ad insaputa di
quest’ultimo, già dalla nascita[25].
Definizione
dell’eresia – Il recente libro di mons. Athanasius Schneider.
Ma
vediamo a questo punto in che senso mi servo del termine “eresia”. Mi baso su un recente libro di SE mons.
Athanasius Schneider, dedicato appunto alle eresie, una “guida cattolica” alle
stesse che ogni cattolico, a mio avviso, dovrebbe leggere[26].
Nella
I parte del testo abbiamo la definizione dell’eresia.
“La
parola eresia è stata utilizzata in vari modi lungo la storia della
Chiesa, tuttavia è sempre stata usata per descrivere qualche forma di scelta o
di separazione da un insieme più
ampio, come indica l’etimologia greca háiresis (“selezione, scelta”).
Nella
Chiesa primitiva il termine fu impiegato in maniera più generale per designare
qualsiasi idea che deviasse dall’autentico insgnamento cristiano e dalla
pratica degli apostoli. In questo senso,
qualsiasi errore nel campo della fede e dei costumi era un’eresia, come era
eretico qualsiasi gruppo che sostenesse o praticasse tali errori. Come si può leggere negli scritti dei Padri
della Chiesa, l’eresia era considerata uno dei più grandi mali […]
Infine,
il termine eresia è stato inteso in senso più ristretto come il rifiuto
delle sole verità di fede e di morale – cose in cui bisogna credere per esser
considerati cattolici. In tale uso più
limitato della parola, tutte le eresie sono errori di qualche genere, ma non
tutti gli errori dottrinali sono eresie.
Oggi,
esistono tre usi principali del termine.
In primo luogo, ogni proposizione che contraddice in sè la fede
divina e cattolica è detta eresia, o “eretica”.
In secondo luogo, il delitto canonico di eresia è “l’ostinata negazione,
dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di
fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” [Codice di diritto
canonico, can. 751]. Infine, il peccato
mortale di eresia è il delitto di eresia: commesso liberamente e
consapevolmente da qualcuno, comporta la perdita totale della grazia
santificante nell’anima – insieme a tutte le virtù, tutti i mezzi e ogni
speranza di salvezza, se la persona dovesse morire in questo stato”[27].
Osservo: nei blog cattolici a volte si discute di
eresia, discettando se in senso “materiale” o “formale”, spesso senza chiarire
il significato di questa terminologia.
Credo che l’eresia in senso
“materiale” sia costituita dal “delitto canonico di eresia”, vale a dire da
un’opinione oggettivamente eretica a prescindere dalla consapevolezza e
dalle intenzioni di chi la professa.
L’eresia in senso “formale” si avrebbe invece quando si ha il “peccato di eresia”, cioè
quando il soggetto deviante è perfettamente e liberamente cosciente del
significato eretico delle sue opinioni (dopo aver ricevuto ammonimenti,
contestazioni, censure) e continua a professarle, insistendovi (come hanno
fatto tutti i grandi eresiarchi). Qui
l’opinione materialmente ossia oggettivamente eretica diventa anche soggettivamente
ossia formalmente eretica. E
solo in quest’ultimo caso si può parlare di peccato di eresia.
La
nozione di forma è usata qui in senso classico ossia
aristotelo-tomistico. Si tratta della
“causa formale”, una delle quattro causalità che si connettono nel processo
causale, enucleate da Aristotele. La
forma qui non è un aspetto accessorio ma costituisce la sostanza stessa della
cosa, che non può non avere una forma.
La coppa, come forma di una cosa che l’artefice concepisce nella sua
mente e vuole creare nella realtà esteriore, è “causa” (formale cioè
produttrice di forma e quindi) del venir in essere della cosa che è la coppa,
ad opera di un artista (causa efficiente), che si serve di una particolare materia
(causa materiale), per un fine suo personale (causa finale). Tomisticamente: “forma
dat esse rei”. Forma, quindi, non
come caratteristica puramente descrittiva ed esteriore ma “ad substantiam”,
perché costituente la cosa nella sua stessa natura di cosa determinata, nella
sua essenza[28].
In
che senso mons. Schneider usa il termine eresia?
Naturalmente,
nel primo senso. Lo spiega nel paragrafo intitolato: “Come leggere questo libro”.
“In
questo libro il termine eresia è usato nel più antico e ampio senso del
termine. Solo alcuni degli errori qui
considerati sono eresie nel suddetto senso proprio e ristretto, e in nessun
caso, in questo libro, un individuo o un gruppo preciso viene giudicato
colpevole del peccato di eresia (o di qualsiasi altro peccato). Vengono invece attribuiti nomi e definizioni
chiari a certe idee e sistemi di pensiero per identificare concetti
intrinsecamente opposti, a un qualche livello, alla fede e alla morale
cattolica.
Ripercorrere
la storia delle idee nella società umana è una disciplina complessa, e un
resoconto completo di tutti gli errori da cui la Chiesa è stata affetta è
ovviamente al di là della portata di questo libro. Fuggite le eresie deve essere letto
piuttosto come una sorta di catalogo riassuntivo e una breve esposizione di
determinati errori, onde meglio riconoscerli ed evitarli”[29].
In
quest’intervento mi servo ovviamente del concetto di eresia in senso generale,
come indicato da mons. Schneider.
Precisando che, “riconoscere gli errori in modo da evitarli” deve
comunque intendersi come opera preliminare alla loro confutazione, un dovere
per ogni battezzato e cresimato, naturalmente nei limiti delle capacità di
ciascuno. Il Signore non ci chiede cose
impossibili ma semplicemente di essere fedeli alla sua Parola, sino alla morte
(Ap 2, 10). E la fedeltà impone la lotta
contro l’errore, senza tentennamenti.
Ma perché esistono le eresie? Questa domanda se la pongono in molti. Vediamo come risponde mons. Schneider, nel
paragrafo iniziale intitolato “Mistero dell’eresia”.
“Il fatto che Dio possa consentire che l’errore dottrinale affligga la
Sua Chiesa è uno dei più grandi misteri della divina Provvidenza. Benché come istituzione la Chiesa sia
preservata per sempre da qualsiasi errore nel suo insegnamento ufficiale e nei
suoi precetti vincolanti, vi sono periodi in cui Dio permette che i suoi
pastori e insegnanti – i vescovi, successori degli apostoli – cadano in errore,
proferendo insegnamenti erronei o precetti dannosi nel loro ministero
ordinario. In passato Dio ha consentito
addirittura che alcuni papi affermasero dottrine scorrette ed ambigue, senza
ache si trattasse di eresie formali.
Sono casi rarissimi, tra i quali si annoverano i papi Onorio I (625-638), Giovanni XXII (1316-1334) e
Francesco ( 2013-2025). Anche alcune
affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II (1962-1965) e certe
dichiarazioni dei papi da allora in poi mancano della necessaria precisione e
chiarezza dottrinale, e sono di conseguenza suscettibili di interpretazioni
erronee”[30].
Dunque, bisogna accettare il fatto che Dio ha
permesso che a volte “i papi affermassero dottrine scorrette e ambigue, senza
che si trattasse di eresie formali”. Si
sarebbe trattato di eresie in senso materiale, cioè di errori, imputabili ad
intelletto manchevole e mal impiegato, non di eresie in senso formale ossia
costituite dal peccato di eresia vero e proprio, che implica la volontà dolosa
di perseverare nell’errore (vedi supra).
In effetti, quale organo della Chiesa potrebbe dichiarare formalmente
eretico un papa materialmente eretico, quando il diritto canonico vieta di
giudicare il papa?
Da notare l’audacia di mons. Schneider che
giustamente include anche papa Francesco tra i papi che hanno diffuso dottrine
“scorrette e ambigue” (vedi supra) e non esita a chiamare in causa il
Vaticano II e “certe dichiarazioni dei papi da allora in poi”, ispirate al
Concilio e proprio per questo “suscettibili di interpretazioni erronee”. In tal modo mons. Schneider rompe l’omertà
finora invalicabile che proteggeva i papi contemporanei, sempre ispirati al
Concilio, e soprattutto il Concilio. È
il primo a farlo, tra i vescovi in servizio attivo, e speriamo non sia
l’ultimo.
Ma come inquadrare l’eresia nel piano divino della salvezza?
“Sin dai tempi apostolici – prosegue mons.
Schneider – questa situazione si è più volte ripetuta. In quelli che sono tra I passi più
straordinari di tutta la Bibbia, san Paolo profetizza: “Alcuni apostateranno dalla fede, dando retta
a spiriti ingannatori e a dottrine di demoni” (1 Tm 4, 1); e ancora: “So infatti che, dopo la mia partenza,
entreranno tra voi [vescovi] de’ lupi rapaci […] a insegnar cose perverse, per
strascinarsi dietro i discepoli” (At 20, 29-30). È solo nella lettera alla Chiesa di Corinto
che san Paolo rrende conto della misteriosa spiegazione per cui Dio permette
tali mali all’interno della Sua amata Chiesa, arrivando a definirla una
necessità: ‘Bisogna bene che vi siano
trra voi dei partiti [hairéseis], perché diventino riconoscibili quelli
degni di approvazione’(1 Cr 11, 19)”[31].
In tal modo possiamo farci una ragione dell’esistenza
dell’errore dottrinale nella Chiesa.
Come ogni
altra forma di male dopo la Caduta, spiega mons. Schneider, l’errore “è
permesso da Dio solo in vista di un buon fine, quello di mettere alla prova e
purificare la nostra fede”[32]. La riprova l’abbiamo guardando al
passato. “Le più terribili eresie e
periodi di crisi nella storia della Chiesa hanno sempre portato a una maggiore
precisione e chiarezza nel suo insegnamento ufficiale, e a una maggiore
disciplina e santità nei suoi membri”[33]. Non dobbiamo, quindi, scoraggiarci ma al
contrario aumentare la nostra fede nella Provvidenza e rafforzarci nella lotta
quotidiana per la nostra santificazione, nel cui àmbito viene a cadere anche la
lotta contro le eresie.
L’opera di mons. Schneider
consta di quattro parti e di alcune appendici.
La I Il mistero
dell’eresia, pp. 9-13, ha carattere introduttivo. Da essa ho preso le citazioni di cui sopra.
La II Cronologia degli
errori dottrinali. Dall’era precristiana
all’epoca attuale, pp. 14-60, contiene un elenco sistematico delle eresie,
dal I al XXI secolo, e delle relative condanne.
La III Presentazione
degli errori per argomento (pp. 61-144) discute in forma catechistica, a
domanda e risposta, il contenuto delle eresie, esposto in maniera sintetica.
La IV La Beata Vergine
Maria distruttrice di tutte le eresie, pp. 145-160, molto opportunamente ci
ricorda l’importanza della devozione a Maria distruttrice di tutte le eresie
nell’opera divina della Salvezza.
Le Quattro Appendici riportano: il Syllabus Errorum di Pio IX; il decreto Lamentabili
Sane di san Pio X, sillabo contro i modernisti; Il giuramento
antimodernista istituito da san Pio X e abolito da Paolo VI; la Dichiarazione sulle verità riguardanti
alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo,
sottoscritta il 31 maggio 2019 dal cardinale Leo Burke, dal cardinale Janis
Pujats, dall’arcivescovo Tomash Peta, dall’arcivescovo emerito Jan Pavel Lenga,
da mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria
Santissima in Astana.
Segue l’Indice Analitico.
Questo libro non è per gli
specialisti o per i soli eruditi ed intellettuali, in generale. È scritto in modo semplice e piano per poter
esser letto da chiunque. Possiamo
considerarlo un vero e proprio Manuale per districarsi nel mare magnum delle
eresie, utilissimo per chi voglia impegnarsi nella Buona Battaglia. Un testo che, per la padronanza della materia
e l’ordinamento della sua esposizione, si dimostra degno erede della grande
tradizione manualistica tedesca del passato.
Faccio degli esempi.
Sappiamo che ci sono state
in passato eresie la cui definizione ha un sapore arcaico, per noi oggi, e in
sostanza incomprensibile: docetismo,
adozionismo, modalismo, monarchianesimo, novazianismo... Nella sua Cronologia mons. Schneider
ci spiega quanto basta.
Docetismo: “Dal greco dokéin (“sembrare”), ritiene l’umanità
di Gesù Cristo parzialmente o interamente illusoria, ossia Nostro Signore sarebbe
stato un uomo solo in apparenza o soltanto apparentemente sarebbe nato e
vissuto, avrebbe sofferto e sarebbe morto.
Questa eresia, che distrugge il senso e lo scopo stesso
dell’Incarnazione, fu combattuta già dagli Apostoli”[34].
Ricordo che i docetisti negavano
la morte in Croce del Signore, al suo posto sarebbe morto un sosia, una sua
sembianza. E ricordo anche che l’eresia
docetista riappare nel Corano (Sura IV, 156), probabilmente desunta da
conventicole manichee e gnostiche presenti nella penisola arabica del tempo,
cioè da fonti pseudo-cristiane.
Adozionismo : “Ampia
categoria per teorie cristologiche secondo le quali Cristo, come uomo, non è il
figlio naturale di Dio ma soltanto il figlio adottivo”[35].
Modalismo : “Dal latino modus (modo), è la credenza
secondo cui Padre, Figlio e Spirito Santo non siano persone divine separate e
distinte ma semplicemente tre modi o manifestazioni di uno stesso, unico essere
divino. È noto anche come
sabellianismo e patripassianismo
(“sofferenza del Padre”), in quanto sostiene che Dio Padre si sia incarnato in
Cristo e abbia sacrificato se stesso sulla Croce – affermando cioè che nella
Passione di Gesù Cristo abbia sofferto anche Dio Padre”[36]. Non è da escludersi, annoto, che forme di
“modalismo” siano riapparse negli errori oggi circolanti.
Monarchianesimo : “Quasiasi
eresia cristiana che nega in qualche modo la natura trinitaria di Dio, si
suddivide in adozionismo e modalismo”[37].
Novazianesimo : “Dal nome del presbitero romano Novaziano (m. nel
258) – antipapa dal 251 al 258 – nega il potere della Chiesa di rimettere i
peccati in certi casi, in particolare concedendo l’assoluzione ai cattolici
caduti durante le prime persecuzioni della Chiesa”[38].
Questi sono solo degli
esempi, per dare un’idea dell’impostazione del libro. Uno dei suoi pregi
consiste anche nel fatto di aggiornare l’elenco delle eresie, riportando anche
quelle derivanti da errori nuovi, tipici della modernità contemporanea.
Infatti, in quelle del XX
secolo abbiamo : femminismo, gradualismo (nell’applicazione della legge
naturale o divina, che subirebbe giustificate eccezioni in casi particolari che
in realtà la negano), libertà religiosa, modernismo, neopaganesimo, Nouvelle
théologie, pentecostalismo (“sistema protestante che punta sull’aspetto carismatico,
dimostrativo, sentimentale, estatico e irrazionale, facendo prevalere
l’esperienza religiosa sui principi dottrinali”), pluralismo religioso
(“sistema indifferentista che sostiene che tutte le religioni siano
positivamente volute da Dio e santificanti per i rispettivi aderenti”), rahnerismo,
relativismo morale, sedevacantismo, sincretismo, teologia della liberazione.
Nel XXI secolo : ideologia del gender, ideologia omosessuale,
misticismo ecologico, positivismo magisteriale, transumanesimo.
La dizione “positivismo
magisteriale” potrebbe sembrare oscura.
In realtà è chiarissima. Riporto
per intero la sua elucidazione.
“Sostiene che tutti gli
insegnamenti, atti e comandi di un papa o di un concilio ecumenico siano
automaticamente e infallibilmente veri, moralmente buoni e che sia necessario
obbedirvi. Implicitamente dà la priorità
al Magistero sulla Sacra Scrittura e la Tradizione, come avviene quando dei
rappresentanti del Magistero insegnano o agiscono manifestamente per minare
verità rivelate o pratiche sacramentali e liturgiche perenni della Chiesa. Questo è successo con Papa Paolo VI (m. nel
1978) che, nel 1970, tentò di proscrivere il venerabile rito romano millenario
della Messa e di impedirne la celebrazione, e con Papa Francesco, che ha
contraddetto la prassi morale e sacramentale perenne autorizzando, nel 2016, la
ricezione della Santa Comunione da parte di adulteri riconosciuti tali, e nel
2023 autorizzando la benedizione delle coppie adultere o sodomitiche. Il positivismo magisteriale giustifica tutta
questa serie di deviazioni attraverso un’artificiale “ermeneutica della
continuità” o mediante esercizi semantici di “quadratura del cerchio”, o ancora
grazie all’obbedienza irrazionale”[39].
Mons. Schneider non le manda
a dire. Nella III parte del libro
abbiamo la “presentazione degli errori dottrinali per argomento”. Spiegando gli “Errori sulla Creazione”,
scrive ad un certo punto:
“Domanda – L’uomo è una
creatura che Dio ha voluto per se stessa?
Risposta - No. Benché l’uomo non debba mai essere
utilizzato come un mero mezzo per arrivare a un fine, la nozione che l’uomo
esista semplicemente “per se stesso” è l’errore “autoreferenziale” dell’antropocentrismo,
alle cui radici c’è la filosofia non cristiana di Immanuel Kant (1724-1804). Al contrario, “tutte le altre cose Dio le
vuole in quanto sono ordinate alla sua bontà come al loro fine” [ST, I q. 19,
a. 3 c] e “Fine dell’uomo è Dio” [Leone XIII]”.
Ma perché questa
domanda? L’Autore lo chiarisce in
nota: “Il documento del Concilio
Vaticano II Gaudium et Spes contiene l’affermazione ambigua che ‘l’uomo
è la sola creatura in terra che Dio abbia voluta per sé stessa’(24)”[40]. Bisogna dunque ammettere che questo errore è
stato messo in circolazione da una frase ambigua del pastoral Concilio. L’Autore mette in rilievo anche altre “affermazioni
del Concilio Vaticano II, ambigue in sè e suscettibili di condurre ad una
cattiva comprensione”: l’art. 16 della
costituzione Lumen gentium sulla Chiesa secondo la quale i mussulmani
adorano il Dio unico “insieme a noi” cattolici o l’affermazione in Dignitatis
Humanae 2, secondo cui la persona umana ha un diritto naturale a diffondere
la religione di sua scelta (anche se fosse una falsa religione) senza che la
legge civile glielo impedisca[41].
Vi sono altri riferimenti
critici al Concilio, ma credo che questi esempi possano bastare.
Da notare quanto mons.
Schneider precisa circa la frequenza ad una Messa che contenga la possibilità,
ampiamente dimostrata, di produrre abusi liturgici, tema oggetto di accese
discussioni sui blog tradizionalisti, per ciò che riguarda la frequentazione
del Novus Ordo.
“Domanda – Dobbiamo evitare
di assistere a una Messa in cui prevediamo che saranno ammessi abusi liturgici?
Risposta – Sì. Nonostante la presenza di una Eucaristia
valida, le cerimonie con abusi liturgici sono oggettivamente contrarie alla
tradizione divina e apostolica, sono sgradite a Dio, scandalose e spesso
pericolose per la fede.
Domanda – Siamo tenuti ad
assistere a una Messa con abusi liturgici per adempiere all’obbligo domenicale?
Risposta – Dipende dalla
gravità degli abusi. Se una Messa
domenicale includesse pratiche come danze, omelie in cui si diffondono eresie o
altri gravi abusi liturgici, possiamo non esser obbligati ad assistervi, anche
se fosse l’unica disponibile nelle vicinanze, perché non possiamo essere
costretti ad esporre noi stessi o le nostre famiglie a un’occasione prossima di
pericolo per la fede.
Domanda – In questo caso
specifico, violeremmo il terzo comandamento?
Risposta – No. L’obbligo di assistere alla Messa domenicale è
una legge ecclesiastica e non divina, pertanto suscettibile di esenzioni e
dispense. Se una Messa domenicale con
abusi liturgici fosse l’unica opzione disponibile, allora dovremmo santificare
la domenica in qualche altro modo e, così facendo, rispetteremmo il terzo
comandamento”[42].
Queste precisazioni
chiarificatrici hanno luogo nella parte dedicata alla “Presentazione degli
errori dottrinali per argomento”, nella sezione che si occupa degli “errori
sulla morale”.
La necessità della
devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie, sicuro, potente,
insostituibile ausilio nella buona battaglia.
Nella IV parte dell’opera
mons. Schneider ripropone la figura di Maria Santissima “distruttrice di tutte
le eresie”, cosa quanto mai opportuna oggi dopo che il ben noto vile,
teologicamente assurdo, recente documento vaticano (la nota dottrinale Mater
populi fidelis, del novembre 2025) ha cercato di sminuirla mettendone in
dubbio i plurisecolari titoli di “corredentrice” e “ mediatrice di tutte le
grazie”.
“-- Gioisci, o Vergine
Maria! Da sola hai sconfitto tutte le eresie.
Tu che credesti alle parole dell’Arcangelo Gabriele.
Tu che, vergine, generasti l’Uomo-Dio, e dopo il parto rimanesti
intatta. O Madre di Dio, intercedi per
noi! -- Così il Tratto dopo Settuagesima, dal Comune delle feste della Beata
Vergine Maria. La Santa Madre Chiesa
prega queste parole da oltre un millennio nel Rito Romano, nel Divino Ufficio e
nella Messa della Beata Vergine Maria”[43].
Questa, dunque, la
millenaria tradizione della Chiesa.
Ma “in che senso la Vergine
Maria – si chiede l’Autore – ha ‘distrutto tutte le eresie’, visto che
continuiamo a constatare errori in tutto il mondo?”. En effetti, quest’attribuzione alla Santissima
Vergine può non sembrare del tutto chiara al semplice fedele, che non vede
certo nella Madonna una “teologa”.
Spiega mons. Schneider: “Nel senso che è stata la prima a possedere
una fede esplicita nell’Incarnazione storica del Figlio di Dio, fondamento
essenziale della fede cristiana.
Infatti, colui che crede che Cristo è veramente Dio accetterà tutto ciò
che Cristo insegna e conformerà la sua vita di conseguenza. Poiché fu la prima ad abbracciare pienamente
questa fede viva nell’Incarnazione di Dio, la Beata Vergine Maria è di per sè
un ricettacolo e un testamento perpetuo di quella Fede sulla terra – una Fede
che non perirà mai, ma sussisterà fino al Giudizio Finale. È attraverso la fede e la fedeltà di Maria
che la vera Fede si è instaurata sulla terra, e colei che per prima ha creduto
è dunque la più potente distruttrice dell’incredulità e dell’eresia”[44].
A sostegno ed integrazione
di questa chiarissima spiegazione, seguono nel testo ampie citazioni da san Pio
X, san Francesco di Sales, san Luigi Maria Grignion de Montfort, dalla
Venerabile spagnola Maria di Ágreda (m. nel 1665), da san Massimiliano Kolbe.
La Beata Vergine distrugge
le eresie già con la sua stessa vita, con l’esempio che essa costituisce, di
imperitura fede nel Verbo in lei stessa incarnatosi e di fedeltà alla sua
Parola. Essa realizza perfettamente ciò
che disse Dio al Serpente che aveva sedotto Adamo ed Eva: “Io porrò inimicizia tra te e la Donna, tra
il seme tuo e il Seme di lei. Egli ti
schiaccerà il capo e tu lo insidierai al calcagno (Gn 3, 15)”. Nel nostro tempo, sottolinea mons.
Schneider, assistiamo al “riapparire dell’eresia dell’Anticristo” costituita
dall’attività di coloro, un vero esercito, che “impugnano penna e inchiostro
per sabotare e pervertire la purezza virginale della fede cattolica”[45],
quella purezza della quale la Beata Vergine è l’esempio più fulgido. L’eresia dell’Anticristo si inquadra nella
involuzione morale delle nostre società, sommerse da una nuova forma di
barbarie.
“Siamo indubbiamente
testimoni di questo ritorno alla barbarie nel nostro tempo, visibile nel
successo colossale dell’ideologia gender in tutte le sue forme – dal femminismo
al movimento “lgbtq+”, dal transgender al riconoscimento legale di tutti i tipi
di cosiddette “unioni” parificate al matrimonio. Il filo conduttore che lega questi fenomeni è
lo spirito dell’Anticristo – il rifiuto del Figlio di Dio fattosi carne –
accompagnato da uno spirito “anti-Maria”, assimilabile al rigetto della nostra
natura umana e la rifiuto di sottomettersi al Figlio di Dio incarnato in questa
nostra stessa natura.
Opposto al Magnificat della Vergine Maria (si veda Lc 1, 46-55), che
proclama la grandezza di Dio realizzata nel suo corpo e nella sua anima, lo
spirito antimariano tende a una sorta di androginia atea: disprezzando il dono divino della natura
corporea dell’uomo, si considerano i sessi – che Dio ha voluto naturalmente
complementari – come mere convenzioni sociali facoltative, e si usa il corpo
umano come un apparato esterno malleabile e manipolabile a volontà. Questa tendenza è ancora più evidente nelle
rivendicazioni dell’ordinazione sacramentale delle donne nella Chiesa
cattolica, malgrado la sua impossibilità ontologica…”[46].
Bisogna sottolineare questo
nesso tra l’accoppiata diabolica femminismo-rivoluzione sessuale e lo spirito
“antimariano” che imperversa nelle nostre società. Questo “spirito” è penetrato anche nella
Gerarchia della Chiesa attuale, come fa fede il già ricordato documento emanato
dal cardinale Fernández e approvato da papa Leone, mirante a svalutare (contro
tutta la Tradizione della Chiesa) la mediazione e cooperazione della Santissima
Vergine all’azione salvifica del Verbo.
Non per nulla, questa Gerarchia ha, come sappiamo, inflitto incredibili vulnera
alla stessa morale cristiana e si mostra arrendevole e persino complice verso
determinati aspetti della Rivoluzione Sessuale.
Essa appare pervasa da uno “spirito antimariano”. Ma proprio per questo, dobbiamo sempre
trovare “rifugio e forza in Maria”, come recita il titoletto dell’ultimo
paragrafo di questa IV parte del libro di mons. Schneider. Dobbiamo affidarci agli insegnamenti e alle
esortazioni di tutti i santi e i papi che ci hanno incitato a “consacrarci”
alla Santa Vergine, a ricercare in essa quel porto che ci difende dai mali del
mondo specialmente in tempi di persecuzione, come sono ormai diventati i
nostri. “La purezza virtuosa della fede
– ci ricorda mons. Schneider – è profondamente legata alla virtù di castità. I peccati contro la purezza della fede – per
esempio, i peccati di eresia – corrompono l’anima e provocano in essa la
perdita della purezza verginale della fede, dell’intelletto, e spesso sfociano
in (o derivano da) una perdita della casta purezza del corpo”[47].
Chi più della Beata Vergine ha
vissuto nell’unione di fede e castità?
La Sacra Famiglia deve tornare ad essere per noi il modello. E non si
tratta di semplici simboli o virtù astratte, per anime belle. La Santissima Vergine è una forza operante (e
con particolare efficacia) nel Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.
Dobbiamo quindi invocarla con piena fiducia.
“Ecco perché in questi tempi
bui di confusione dottrinale, con i suoi ingannevoli lampi di relativismo,
naturalismo e antropocentrismo spesso mascherati in termini di “dialogo” o di “accompagnamento
pastorale”, invochiamo spesso la Madonna con fiducia e amore fiiale”[48].
Ispirandosi a san Luigi
Maria Grignion de Montfort, mons. Schneider ci ricorda, inoltre, che “la
Madonna ha bisogno di nuovi apostoli per preparare insieme a Lei il trionfo e
la vittoria finale di Gesù”[49].
Nelle Appendici dell’opera
(vedi supra) si riporta anche la Dichiarazione sulle verità
riguardanti alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro
tempo, sottoscritta dal cardinale Burke e da quattro vescovi, tra i quali
mons. Schneider. Pubblicata sette anni
fa, chi se ne ricorda oggi, ad esser sinceri?
Si tratta di un documento molto utile:
quaranta proposizioni che ribadiscono la condanna di fondamentali errori
oggi circolanti e chiariscono false interpretazioni. Bene ha fatto mons. Schneider a
ripubblicarle. Questa la suddivisione interna:
I fondamenti della fede – il
Credo – La legge di Dio – I sacramenti.
Paolo Pasqualucci
20 giugno 2026
[1]
Romano Amerio, Iota Unum.Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel
secolo XX, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 19862,
cap. XXXI, L’ecumenismo, p. 466.
Il passo cruciale della Mystici corporis, recita: “Anche questi che non appartengono al
visibile organismo della Chiesa, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli […]
con animo straripante di amore, invitiamo tutti e singoli ad assecondare
spontaneamente gli interni impulsi della divina grazia e a far di tutto per
sottrarsi al loro stato in cui non possono sentirsi sicuri della propria
salvezza, perché sebbene da un certo inconsapevole desiderio e anelito siano
ordinati al mistico Corpo del Redentore [etiamsi inscio quodam desiderio ac
voto ad mysticum Redemptoris corpus ordinentur], tuttavia sono privi di
quei tanti doni ed aiuti celesti che solo nella Chiesa cattolica è dato di
godere. Rientrino perciò nella cattolica
unità e tutti uniti a Noi nell’unica compagine del Corpo di Gesù Cristo, vengano
con Noi all’unico Capo nella società di un gloriosissimo amore […] Noi li
aspettiamo con le braccia aperte, non come estranei, ma quali figli che entrano
nella loro stessa casa paterna” (Pio XII, Enciclica «Mystici corporis» sul Corpo Mistico di Cristo, Vita e
Pensiero, Milano-Roma, 1959, pp. 81-82 – DS 3821). .
[2] I
brani di papa Francesco riportati sono tratti da interviste e colloqui
ampiamente pubblicizzati dalla stampa nazionale ed internazionale.
[3]
Da : «Sel
de la Terre», Nr.
51, Hiver 2004-2005, p. 45. Traduzione
mia dal francese. Enfasi mia. Dörmann (1922-2009) ha
pubblicato originariamente il suo libro in quattro volumetti. Dopo la sua morte ne è uscita un’edizione in
volume unico: Prof. Dr. Johannes Dörmann,
Johannes Paul II. Sein Theologischer Weg zum Weltgebetstag der Religionen in
Assisi, Sarto Verlag, 2011, pp. 858.
Precedentemente era cominciata ad apparire una traduzione francese, cui
fece séguito una italiana, riproducente a intervalli i quattro volumetti, con
il titolo: La teologia di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi,
Edizioni Hichthys, Albano, 1996-2003, traduzioni di Paolo Taufer, Alfons
Benedikter, Vittorio Zanini. Questa
traduzione è reperibile nel catalogo delle Edizioni Piane di Albano Laziale. La mole dell’originale tedesco fa impressione
ma esso contiene numerose citazioni di Giovanni Paolo II ed è stampato in
caratteri grandi.
[4]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche,
con testo latino a fronte, a cura di Rino Fisichella, Bompiani, 2010, p.
249.
[5]
Op. cit., p. 251.
[6]
Op. cit., ivi.
[7]
Op. cit., ivi.
[8]
Op. cit., p. 253.
[9]
Le interpretazioni tradizionali della parabola sono sinteticamente ricordate da
Dörmann, il quale sottopone l’interpretazione wojtyliana della parabola ad una
accurata analisi, seguita da un commento critico. Vedi: Dörmann, La teologia
di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi, tr. it. cit., vol. III, pp.
47-68.
[10]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 269.
[11]
Op. cit, p. 271.
[12]
Op. cit., ivi.
[13]
Op. cit., p. 271.
[14]
Dörmann, op. cit., vol. III cit., p. 66.
[15]
Op. cit., ivi.
[16]
Op. cit., ivi.
[17]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 275.
[18]
Op. cit., p. 277. Enfasi mie.
[19]
Op. cit., p. 275.
[20]
Costituzione Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, art.
22.2, tr. it. in I documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni –
Decreti – Dichiarazioni, Edizioni Paoline, 1980, p. 193.
[21]
Dörmann, op. cit., vol. I, pp. 69-75.
Vedi anche: Giovanni Paolo II, Tutte
le encicliche, cit., pp. 139-147.
[22]
Fernando Bogónes Herreras, “Cristo, el hombre nuevo”. Analisis de Gaudium et
spes 22, «Estudio
Agustiniano», Sept
2017, 52 (1-3) 297-319; p. 310. Estratto
rinvenibile su Internet.
[23]
Dörmann, op. cit.,vol. I, p. 78.
[24]
Op. cit., ivi. Enfasi mia.
[25]
Le complesse e approfondite analisi di Dörmann hanno ripetutamente dimostrato
come l’idea della “redenzione universale” costituisca il punto d’arrivo inevitabile dell’esegesi
wojtyliana. Nell’esegesi di Giovanni
Paolo Ii gli interpreti hanno anche notato una eco della eterodossa tesi
rahneriana dei “cristiani anonimi”.
[26]
Athanasius Schneider, Fuggite le eresie.
Una guida cattolica agli errori antichi e moderni, tr. it.
dall’inglese di Chetro M. De Carolis, Fede&Cultura, Verona, 2025, pp. 238,
€ 22,00.
[27]
Op. cit., pp. 10-11.
[28]
Per la famosa trattazione aristotelica della causalità, vedi: Aristotele, La fisica, 194 b, tr. it.
di A. Russo, Laterza, Bari, 1968, pp. 35-36.
[29] Schnedier,
op. cit., p. 13.
[30]
Op. cit., pp. 11-12.
[31]
Op. cit, p. 12.
[32]
Op. cit., p. 12.
[33]
Op. cit., ivi.
[34]
Op. cit., p. 19.
[35]
Op. cit., p. 20.
[36]
Op. cit., p. 21.
[37]
Op. cit, ivi.
[38] Op.
cit., p. 23. I “caduti” erano i lapsi
(caduti), coloro che avevano apostatato durante le persecuzizoni. Il
rigorismo fu sempre condannato dalla Chiesa, al pari del suo opposto, il
lassismo, oggi dominante.
[39]
Op. cit., p. 60. L’espressione “sodomia”
ricomprende anche l’omosessualità femminile, meglio nota come “lesbismo”,
dall’isola di Lesbo dove abitava l’antica poetessa greca Saffo, che la
praticava con le giovani del suo cenacolo letterario.
[40]
Op. cit., p. 63.
[41]
Op. cit., p. 86.
[42]
Op. cit., pp. 129-130. Il Terzo
Comandamento recita: “Ricordati di santificare le feste”.
[43]
Op. cit., p. 145.
[44]
Op. cit., pp. 145-146.
[45]
Op. cit., p. 153.
[46]
Op. cit., pp. 154-155.
[47]
Op. cit., p. 159.
[48]
Op. cit., p. 160.
[49]
Op. cit., p. 156.
Crisi della Chiesa –
III :
Dobbiamo fuggire e combattere le eresie che infestano la Chiesa ----
di Paolo Pasqualucci
Sommario :
Eresie lampanti (estratti da papa Francesco) – Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla) – Definizione
dell’eresia: il recente libro di mons. Athanasius Schneider – Necessità di
mantenere la devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie,
sicuro, potente e insostituibile ausilio nella buona battaglia.
* * *
Circolano impunemente nella
Santa Chiesa da tanto tempo errori nella fede ed eresie lampanti. Errori più sottili, ma non meno gravi, sono
più difficili da individuare. Difficili ma non impossibili. Cerchiamo di fare
un minimo di chiarezza nell’oceano cupo e tempestoso delle eresie, servendoci
anche di un recente, fondamentale testo di SE mons. Atanasio Schneider.
Eresie lampanti (estratti
da papa Francesco).
Eresie lampanti nel
senso di negazioni palmari di verità di fede sono ad esempio quelle di
chi, pur essendo cattolico, sostiene che tutte le religioni salvano, che tutte
possiedono la verità, sia pure in modo diverso; che pertanto la religione
cattolica non è l’unica a possederla per divina rivelazione. Questa vera e propria eresia nega il Primo
Comandamento (“Non avrai altro Dio al di fuori di me”) e il dogma secondo il
quale fuori della Chiesa non c’è salvezza, tranne nei casi di battesimo di
desiderio esplicito o implicito (una dottrina lasciata cadere nell’oblìo). Questi casi sono e restano individuali ed
eccezionali: a certe condizioni (credere in Dio, non morire in peccato mortale,
ignorare il vero cattolicesimo) l’uomo pio di altre religioni si salva per
opera dello Spirito Santo ma nonostante l’appartenenza ad una falsa
religione (falsa, perché non rivelata) non grazie a questa appartenenza. Invece il Concilio Ecumenico Vaticano II
ha affermato che anche le “Chiese e comunità separate” possono in quanto tali
essere ad opera dello Spirito Santo “strumenti di salvezza, la cui forza deriva
dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla
Chiesa cattolica”, trovandosi esse in qualche modo in comunione con la Chiesa
cattolica, anche se imperfetta o meno piena (decreto sull’Ecumenismo, art. 3;
art. 4; da leggersi in coppia con l’art. 8 della costituzione Lumen Gentium sulla
Chiesa, quello famigerato del subsistit in). In comunione sia pure imperfetta (concetto
alquanto oscuro) si troverebbero ad opera del battesimo: “uniti col battesimo” ma “separati dalla sua
piena comunione” (decr. Ecum, art. 4, cit.).
Questa è una dottrina nuova, gravemente sospetta d’eresia poiché
contraddice la dottrina tradizionale, ribadita da Pio XII nella Mystici
Corporis (1943), secondo la quale gli acattolici, grazie al battesimo, sono
“ordinati alla Chiesa” ma non ad essa uniti:
essendo battezzati, lo Spirito Santo mantiene in loro un desiderio
recondito di tornare alla vera Chiesa, desiderio che tuttavia viene spesso
soffocato dall’ambiente eretico ed anticattolico nel quale si trovano a vivere.
Ad instillare quest’errore
nel comune sentire fu in particolare il cardinale Agostino Bea, gesuita,
confessore di Pio XII e Prefetto del Pontificio Istituto Biblico, di poi
eminenza grigia al Vaticano II per conto di Giovanni XXIII. In una serie di interventi dal 1961 al
1971, “egli dichiarò – scrive Romano
Amerio – che il movimento non è di ritorno dei separati alla Chiesa Romana e,
seguendo la sentenza comune, asserì che i Protestanti non sono staccati del tutto,
giacché hanno il carattere del battesimo.
Però, citando dalla Mystici corporis di Pio XII che «sono ordinati al mistico corpo», giungeva ad asserire che vi appartengono, e
che perciò versano in una situazione di salvezza non diversa da quella dei
cattolici («Osservatore Romano»,
27 aprile 1962). La causa dell’unione è
da lui ricondotta a esplicitazione di un’unità già virtualmente presente, di
cui si tratta di prendere coscienza.
Questa unità è soltanto virtuale anche nella Chiesa cattolica, la quale
deve prender coscienza non di sé stessa, ma di quella più profonda realtà del
Cristo totale che è la sintesi delle sparse membra della cristianità. Non dunque reversione degli uni agli
altri, ma conversione di tutti al centro che è il Cristo profondo”[1].
Il cardinale Bea errava
grandemente. Non esiste un “Cristo
totale” costituente la “sintesi” di tutte le denominazioni cristiane, inclusa
la cattolica: l’unica e vera Chiesa di
Cristo è la cattolica, gli scismatici ed eretici devono solo ritornare pentiti
e convertiti all’unità con essa (Pio XI, Mortalium animos, 1928), unità
che ha sempre mantenuto nella fedeltà al Deposito della Fede, sino al Vaticano
II escluso.
Ma proprio quest’errore è alla
base del cosiddetto “dialogo ecumenico” odierno ed è stato coltivato da tutti i
papi postconciliari, nessuno dei quali ha invertito la marcia di fronte
all’ecumenismo. Particolare evidenza ha
avuto quest’errore con papa Francesco (dichiarazione di Abu Dhabi) e appare attualmente
professato anche dal suo successore, papa Leone. Come si evince dalla precisa
notazione di Amerio, l’errore ha cambiato il senso del termine «conversione»,
completamente stravolto rispetto a ciò che ha sempre significato. E questo è avvenuto all’inizio in modo
sottile e dietro l’apparenza di bene costituita dal superamento di antiche,
dolorose separazioni e odi pervicaci.
Altro evidente errore nella
fede è rappresentato dalla autorizzazione di papa Francesco (in Amoris
Laetitia) a concedere la comunione ai divorziati risposatisi e
conviventi: autorizzando quest’atto sacrilego
viene violato il dogma dell’indissolubilità del matrimonio, visto che il
divorziato risposatosi è per la dottrina perenne della Chiesa adultero. Come
può accostarsi in questo suo stato alla Sacra Ostia senza commettere peccato
mortale?
Se poi consideriamo la
famosa autorizzazione a benedire sia pure non sacramentalmente le coppie di
fatto, irregolari, anche dello stesso sesso, troviamo qui una forma di
legittimazione ipocrita del peccato; ipocrita, perché ci si dà ad intendere che
la benedizione non concernerebbe la coppia e quindi la sua relazione
peccaminosa ma solo le persone che individualmente la compongono. E perché allora si presentano sempre in
coppia a queste “benedizioni”, se non per esser “benedetti” proprio come coppia? In ogni caso, la persona che vive
scientemente nel peccato non può esser benedetta nel suo peccato. La Chiesa non
può dare la sua benedizione a comportamenti che violano apertamente e
gravemente uno dei Dieci Comandamenti, qui il Sesto. È come se la Chiesa benedicesse il peccato,
accettando con tale atto inconsulto i rapporti carnali al di fuori del
matrimonio, persino quelli contro natura, il che costituisce innanzitutto un
errore nella fede. Giustamente il
cardinale Gerhardt Müller ha definito “sacrileghe” e “blasfeme” queste
benedizioni.
E quante volte papa
Francesco ha detto, nelle sue numerose interviste, che Dio ci accoglie tutti,
così come siamo? “Siamo tutti figli di
Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza con cui ognuno di noi lotta
per la propria dignità”. Non per la
forza con la quale ognuno lotta contro le sue cattive inclinazioni, mediante il
pentimento, la conversione, una vera vita cristiana, unico modo per esserne
guarito e trovarsi alla fine
giustificato davanti a Dio. No. Per restare “come siamo” e in questo modo
affermare la propria “dignità”. E non importa se restiamo
nei nostri peccati poiché Dio ci accetta, garantisce il papa, così come siamo!
“Essere
omosessuale – disse papa Francesco – non è un crimine, è una condizione umana”. È anche un peccato, ma “secondo
l’insegnamento morale cattolico, il quale afferma che ogni atto sessuale al di
fuori del matrimonio è peccato.
Ovviamente si devono tener presenti le circostanze, che diminuiscono o
annullano la colpa”. È un peccato
secondo l’insegnamento tradizionale della morale cattolica, ma solo in quanto
atto sessuale compiuto fuori del matrimonio.
E in ogni caso “le circostanze” possono “diminuire o annullare la
colpa”. Inteso in questo modo
latitudinario, cosa resta di questo peccato, nell’ottica di papa Francesco? Uno degli argomenti da lui usati, che sembra condiviso
anche dal suo successore, è che ci sono peccati ben più importanti di quelli
carnali. Spesso si è espresso in questo
modo: “I peccati a sfondo sessuale tendono a scandalizzare fortemente certe
persone. Ma in verità non sono i
peggiori. Sono peccati umani, della
carne”. I peccati più gravi sono: “l’orgoglio, l’odio, la menzogna,
l’imbroglio, l’abuso di potere”.
Eppure,
le nostre società non hanno cominciato a decomporsi moralmente e socialmente
sotto l’assalto della c.d. «Rivoluzione Sessuale»,
istigata dal femminismo, che ha distrutto matrimonio, famiglia, sano e corretto
rapporto tra i sessi? E non ha potuto
farlo anche grazie all’atteggiamento permissivo e lassista di tanti prelati che
ragionavano e ragionano come papa Francesco?
Inoltre, stabilire una graduatoria tra i peccati contro i Dieci
Comandamenti è contro la Scrittura. Non
ha forse scritto S. Giacomo che “chiunque osserva tutto il resto della Legge ma
pecca sia pure contro un solo comandamento, si rende colpevole di tutti” (Gc 2,
10)? Gli insegnamenti di Cristo vanno
rispettati ed eseguiti nella loro totalità[2].
Il concetto conculcato ripetutamente da papa
Francesco, secondo il quale si è accolti da Dio “così come siamo”, senza dover
improntare la nostra vita alla volontà del vero Dio e pertanto impegnarci ogni
giorno a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo; questo concetto esprime l’opposto di
quanto insegnato dal Signore sul vero e unico modo di perseguire la
salvezza. Si tratta del famoso passo del
cap. 3 del Vangelo di Giovanni, quando il Signore, rivolgendosi a Nicodemo, gli
disse: “ in verità ti dico, se uno non nascerà
di nuovo non può vedere il regno di Dio”.
Ovvero: “Chi non rinascerà per
acqua e Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne, è carne; e
quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3, 3, 5-6). Non si potrà entrare nel Regno di Dio se non
si sarà sostituito l’uomo vecchio con l’uomo nuovo, generato dal battesimo e
dallo Spirito Santo, cioè dalla Grazia che si connatura alla nostra volontà
buona che l’invoca e provoca in noi un mutamento ontologico (vedi
anche: Gv 14, 23).
Rovesciare
in questo modo l’autentico messaggio di salvezza di Cristo, non costituisce
errore nella fede? E fors’anche eresia? Se poi sia eresia vera e propria, nel senso
“tecnico” odierno, la questione esula dalla mia competenza. Ma è certo che un errore così grave, che comporta
l’indifferenza e persino l’accettazione per i peccati connessi alla morale
sessuale, quelli che per prima cosa distruggono il matrimonio e la famiglia, rappresenta una
profonda deviazione dalla retta dottrina e dalla retta pastorale della Chiesa.
Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla).
Ma veniamo ad esempi di
eresie sottili, quelle che avvelenano l’organismo altrimenti sano della Chiesa
sotto la parvenza della compassione, della bontà, della misericordia che salva
tutti, di una concezione “più umana” della Rivelazione.
Qui l’errore penetrato nella
fede, è quello della “salvezza per tutti”, garantita cioè a tutti gli uomini
già dall’Incarnazione di Nostro Signore.
Errore diventato c o s t u m e
. La riprova? Praticamente ad ogni funerale si dice del
morto o della morta che “è andato/a alla Casa del Padre”. Ma chi va alla Casa del Padre se non l’anima
eletta, quella di colui-colei che ha raggiunto la salvezza? E se si proclama che tutti ci vanno appena
morti, alla Casa del Padre, si crede evidentemente che tutti siano stati già
salvati prima di morire.
Si tratta di un errore non
appariscente come altri ma non per questo meno esiziale, individuato in
particolare dallo scomparso prof. Johannes Dörmann, rispettato teologo tedesco,
professore universitario del tutto indipendente dalla Fsspx, che ha sottoposto ad una minuziosa analisi le
tre encicliche che costituiscono la “teologia trinitaria” di Giovanni Paolo II, in pratica l’ossatura teologica del suo
pontificato. Si tratta della Redemptor hominis (1979); della Dives in
misericordia (1980); della Dominum et vivificantem (1986). L’ Autore vi dimostra la continuità con la
personale teologia di Wojtyla quand’era ancora cardinale. Purtroppo quest’opera fondamentale, di
complessa lettura, è apparsa presso piccoli e marginali editori, non venendo
ovviamente presa in considerazione da quelli maggiori. È rimasta quindi relegata nella composita
periferia della pubblicistica tradizionalista cattolica, praticamente ignorata
dai più.
Riporto una pagina di
sintesi sui suoi lavori, apparsa anni fa sul trimestrale tradizionalista «Sel de la Terre», pubblicato
dai Domenicani di Avrillé, in Francia.
“Commentando il capitolo II
dell’Enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, il professor
Dörmann ne ha sottolineato le piuttosto
insolite omissioni. Giovanni
Paolo II riesce a descrivere e definire la missione del Messia senza menzionare
esplicitamente il peccato né il bisogno assoluto della redenzione da parte
dell’umanità peccatrice.
Peraltro, l’enciclica non
vede nelle “dichiarazioni messianiche” di Gesù nient’altro che la rivelazione
della misericordia del Padre, senza far parola della sua volontà di esser
riconosciuto come Messia. Anche le sue azioni
sono presentate al di fuori di questa esigenza della fede. (Nei Vangeli,
è chiarissimo il fatto che Nostro Signore nell’operare i miracoli vuole
suscitare e rafforzare la fede. Ma
l’enciclica tace completamente sul punto e parimenti tace sulla necessità di
questa fede e del battesimo per la salvezza).
Come spiegare un tal
silenzio sull’essenziale della missione del Messia? In prima battuta vi si può vedere una riduzione
della dottrina cristiana, rapportando tutto
a livello dell’uomo (l’azione messianica è vista solamente come
guarigione di tutte le sofferenze umane – trascurando ciò che l’amore redentore di Cristo ha di
essenziale e di specifico). Ma siffatta
riduzione, per quanto grave, non è che un aspetto della questione. Il prof. Dörmann discerne sullo sfondo una trasposizione
ancora più grave: i versetti del
Vangelo, citati in grande abbondanza, sono sapientemente inseriti in un quadro
preliminare che deforma il messaggio del Nuovo Testamento, racchiudendolo in
uno schema a priori.
Questo schema, è quello
della salvezza universale. Se in effetti
tutti gli uomini, dall’inizio del mondo sin alla sua fine, sono ora già
giustificati, ciò significa che la redenzione umana è essenzialmente
compiuta. In un tale quadro, quale può
essere la missione del Messia? Non
quella di riscattarci dal peccato mediante la croce (come avrebbe detto un
qualsiasi cattolico prima del Vaticano
II e come n o n dice
Giovanni Paolo II), né quella di suscitare la fede e la conversione necessarie
alla salvezza (cosa anche questa taciuta da Giovanni Paolo II), ma unicamente
quella di farci prender coscienza della misericordia divina. Il Messia altro non è che un segno visibile
del Padre, che è amore e misericordia:
questo è il Leitmotiv di tutto il capitolo II dell’enciclica”[3].
Un’analisi indubbiamente
interessante, per gli amanti della verità.
Essa fa vedere come si alteri il significato dell’autentico Messia che è
il Cristo, 555mediante la semplice tecnica dell’omissione. Un lavoro sottile. Impenetrabile alla gran parte dei fedeli,
anche se molti di loro potranno aver avuto la sensazione che c’era qualcosa di
diverso e insolito nel discorso del papa.
Del resto, la componente dell’azione del Messia messa in rilievo da
Giovanni Paolo II è pur sempre autentica.
Non è forse vero che il Padre è “amore e misericordia”; che, per amore
dell’uomo peccatore, ha voluto che il Figlio ne espiasse i peccati con la
“testimonianza del sangue” ovvero con il crudelissimo Sacrificio della Croce?
È certamente vero ma non è
affatto tutto. Dal discorso del papa
manca una parte, altrettanto essenziale, come ha messo in rilievo Dörmann. Se si va a rileggere questa breve II parte
dell’enciclica, non si può far altro che dar ragione all’esegesi dello
scomparso teologo tedesco.
“Cristo quindi – scrive il
papa – rivela Dio che è Padre, che è «amore», come si
esprimerà nella sua prima lettera san Giovanni (1 Gv 4, 8, 16); rivela Dio «ricco di misericordia», come leggiamo in san Paolo (Ef 2, 4).
Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa
presente da Cristo. Il render presente
il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la
fondamentale verifica della sua missione di Messia, lo confermano le parole da
lui pronunciate prima nella sinagoga di Nazaret, poi dinanzi ai suoi discepoli
ed agli inviati di Giovanni Battista.
In base ad un tal modo di
manifestare la presenza di Dio che è Padre, amore e misericordia, Gesù fa della
misericordia stessa uno dei principali temi della sua predicazione…”[4].
La “fondamentale verifica
della sua missione di Messia” consiste dunque nel “render presente il Padre
come amore e misericordia”. Ma
quest’amore e misericordia sono forse da mettere in relazione alla redenzione
dell’uomo dal peccato? Vale a dire: sono fini a se stesse o mezzi che aprono le
porte della salvezza s o l o a chi si è pentito e convertito, improntando
la sua vita agli insegnamenti di Cristo, che nel loro contenuto provengono dal
Padre? Non per nulla, Cristo ci ripete
più volte che bisogna far sempre la volontà del Padre, come Lui stesso l’ha
fatta: “Et circumspiciens eos qui in
circuitu eius sedebant, ait: Ecce mater
mea et fratres mei. Qui enim fecerit
voluntatem Dei, hic frater meus, et soror mea, et mater est” (Mc 3, 34-35).
Questo nesso della
misericordia divina con la nostra redenzione e quindi con la necessità assoluta
della fede in Cristo quale Figlio di Dio, nell’enciclica non compare. Sembra che l’amore e la misericordia di Dio
esistano soprattutto per alleviare i mali della condizione umana. Ricordando subito dopo che il Signore amava
esprimersi in parabole, Giovanni Paolo II ne menziona alcune: quella del
figliol prodigo, quella del buon samaritano, quella del servo spietato (che
viene punito, ricordo, perché non mostra alcuna misericordia per i propri debitori,
dopo averla invocata dal padrone nei confronti di se stesso)[5]. Alle parabole, vanno aggiunte altre immagini;
tra di esse: il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; la donna
che spazza la casa alla ricerca della dracma perduta[6].
Pertanto, “Cristo, nel
rivelare l’amore - misericordia di Dio,
esigeva al tempo stesso dagli uomini che si facessero anche guidare nella loro
vita dall’amore e dalla misericordia.
Questa esigenza fa parte dell’essenza stessa del messaggio messianico e
costituisce il midollo dell’ethos evangelico”[7].
Perciò Cristo, “quale
compimento delle profezie messianiche, divenendo l’incarnazione dell’amore che
si manifesta con particolare forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici
e dei peccatori, rende presente e in questo modo rivela più pienamente il
Padre, che è Dio «ricco di misericordia»”[8].
Giusto. Ma largamente incompleto, quanto alla
rappresentazione della vocazione messianica di Cristo. Bisogna infatti chiedersi: come ci facciamo guidare dall’amore e dalla
misericordia nei confronti del prossimo?
Occorre da parte nostra la volontà di fare la volontà di Dio, che si è
rivelata a noi nei precetti insegnati da Cristo, e l’aiuto sovrannaturale della
Grazia a questa stessa volontà, che non potrebbe mai ottemperare agli
insegnamenti di Cristo con le sue sole forze (“Senza di Me, non potete far
nulla”, Gv 15, 5). Ma della necessità della nostra partecipazione razionale
all’azione salvifica del Messia non vi è qui traccia. Come non ve ne è del fatto che, a causa del
peccato originale e delle sue conseguenze, questa nostra partecipazione è
sempre difficile e manchevole, di continuo bisognosa di contrizione e
pentimento per i nostri peccati, che ci sbarrano il cammino della salvezza.
Come annotava Dörmann, Cristo
esige da noi innanzitutto la fede quale condizione per la nostra redenzione e
salvezza e quindi pentimento e conversione, inclusione nella Chiesa mediante il
battesimo. Esige poi (ricordo) l’opera
costante della nostra volontà di obbedirgli, lotta quotidiana contro il demonio
e noi stessi, contro la nostra parte peggiore.
Rileggiamo un passo oggi assai poco citato dei Vangeli, nel quale
vengono ricordati i doveri dei servi verso i loro padroni: “Si riterrà forse
[il padrone] obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli ha
comandato [cioè, di servirlo]? Così
anche voi, quando avrete compiuto tutto quello che vi è stato comandato, dite:
- Servi inutili siamo! Abbiamo fatto il nostro dovere” (Lc 17, 9-10).
Anche essere misericordiosi
verso il prossimo è un ordine del Signore.
E quando vi abbiamo adempiuto non abbiamo fatto niente di speciale,
semplicemente obbedito al suo comando.
Non per nulla, Giovanni
Paolo II tralascia tutte le parabole nelle quali si ricorda l’esercizio
severissimo della divina giustizia per tutti coloro che si saranno ribellati ai
comandamenti del Messia. Così quelle
dalle quali risulta che chi muore in peccato mortale non troverà misericordia,
che una parte dell’umanità andrà in perdizione : la parabola del Seminatore; quella della separazione del grano dal loglio
il giorno del Giudizio (Mt 13); delle vergini stolte (Mt 25); dei vignaiuoli
perfidi (Lc 20); delle nozze regali (Mt
22; delle mine (Lc 19); del ricco
Epulone (Lc 16).
Il Padre è sì “ricco di
misericordia” nei nostri confronti ma è anche il giusto ed infallibile
Giudice. E questo non viene più
ricordato nei documenti dell’attuale Gerarchia.
L’amore e la misericordia di Dio per noi valgono solo durante la nostra
vita terrena. Dopo, no. Il tempo della misericordia è finito per
sempre, per ciascuno, quando muore. La sua anima va immediatamente al giudizio
individuale di Nostro Signore, che ne stabilisce unilateralmente ed
infallibilmente la destinazione eterna (anche questa verità di fede oggi non
viene più ricordata).
Da notare che l’enciclica
mette sullo stesso piano “i sofferenti, gli infelici, i peccatori” quale
oggetto dell’amore misericordioso di Dio nei loro confronti. Ma non sembra illogico mettere i peccatori
nella stessa categoria degli infelici e dei sofferenti? Il peccatore ha consapevolmente violato
almeno uno dei dieci Comandamenti, si trova cioè in colpa di fronte a Dio,
mentre i sofferenti e gli infelici sono tali (nel modo di esprimersi comune) per
cause naturali o di vita indipendenti dalla loro volontà. Il peccatore può provare sofferenza ed
infelicità, ma per l’appunto in conseguenza del suo peccato. Si trova nella situazione di chi riceve
misericordia per pentirsi, confessarsi, cambiar vita, mutamenti non richiesti a
chi deve esser solo consolato per ragioni di malattia o infelicità
esistenziale.
Il Figliol Prodigo
secondo Wojtyla
La critica di Dörmann trova
conferma anche nel modo singolare nel quale Giovanni Paolo II spiega la
parabola del figliol prodigo. Secondo l’interpretazione tradizionale,
questa parabola vuol mostrare la grande misericordia di Dio e la sua grande pazienza
nell’aspettare la redenzione del peccatore.
Il quale si redime unicamente perché, ridottosi alla fame in terra
straniera (fuor di metafora: diventato un miserabile senza più alcuna dignità,
in preda alla disperazione di una vita indecorosa, consumata dai peccati), si
rende conto di aver grandemente errato, di trovarsi immerso nel male: allora comincia a pentirsi e torna umile e contrito
al Padre, che lo perdona e lo riaccoglie in casa. Questa famosa parabola vuole anche farci
capire l’esistenza di un nesso inscindibile tra amore e misericordia divine e
nostro pentimento e conversione. La
misericordia di Dio è sempre in relazione alla nostra conversione, impossibile
senza l’aiuto della Grazia e senza il ritrovamento della fede. Impossibile, quindi, senza voler tornare a
fare la volontà di Dio. Inoltre, la
parabola ci esorta ad esser caritatevoli e generosi verso il peccatore pentito,
in cerca di redenzione, come si vede dalla risposta del padre al figlio
maggiore, rimasto sempre fedele, che protestava per l’accoglienza gioiosa e
generosa tributata al fratello scapestrato inaspettatamente ritornato
all’ovile: “Figlio, tu sei sempre con me
e tutto quello che ho è tuo; ma era ben
giusto far festa e darsi alla gioia, perché questo tuo fratello era morto ed è
ritornato in vita, era perduto e si è ritrovato” (Lc 15, 31-32)[9].
Invece Giovanni Paolo II si
industria a far uscire da questa parabola l’esaltazione della dignità dell’uomo. Un vero gioco di prestigio. Uno mai penserebbe che, attraverso la figura
del figlio caduto nell’abiezione, peccatore pentito e venuto a Canossa, la
parabola voglia affermare la dignità dell’uomo!
Secondo il papa, il figliol
prodigo ridotto in miseria, assai più che per la penuria e la fame, soffriva
per la perdita della sua dignità di figlio onorato nella casa del Padre: “ma più importante di questi beni era la sua
dignità di figlio nella casa paterna. La
situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni
materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità”[10]. Pensando ai semplici “salariati” (mercenarii)
che a casa di suo Padre avevano “pane in abbondanza”, affiora in lui “il dramma
della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata”. Convintosi della sua colpa, decide allora di
tornare anche a costo di esser trattato dal Padre come uno dei suoi garzoni.
Pertanto “a causa della
complessa situazione materiale” e “a causa del peccato era maturato il senso
della dignità perduta”[11]. Una grande umiliazione, questa perdita, che
il figliol prodigo è pronto ad affrontare, rendendosi conto che non ha più
alcun diritto, “se non quello di esser un salariato nella casa del Padre”. Il figliol prodigo decide di tornare,
nell’ottica di Wojtyla, essendo ben “cosciente di ciò che ha meritato e di ciò
cui può aver ancora diritto secondo le norme della giustizia”[12]. Ciò cui può aver ancora “diritto” sarebbe
l’esser assunto dal Padre come salariato cioè a giornata. Questo “ragionamento” sul rapporto tra merito
e giustizia “dimostra”, secondo Giovanni
Paolo II, “che, al centro della coscienza del figliol prodigo emerge il senso
della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio
col padre. Ed è con tale decisione che
egli si mette per strada”[13].
Dunque, il ritorno del figliol
prodigo sarebbe motivato soprattutto dal desiderio di ristabilire in qualche
modo la dignità di figlio, da lui perduta a causa della sua condotta scandalosa,
non dal desiderio diventato angoscioso di esser perdonato e assolto dai suoi
gravi peccati. Di questa dignità sarebbe
rimasto a lui solo “il diritto” ad esser assunto come salariato. Affermazione singolare, dato che, andandosene
con la sua parte di patrimonio a vivere per i fatti suoi, il figliol prodigo
aveva estinto ogni sua giuridica appartenenza alla società domestica paterna. Né risulta, dal testo, che egli pensasse di
aver conservato un qualche diritto, connesso alla sua dignità di figlio.
Annota Dörmann: “Nelle parole del figliol prodigo – ‘non sono
più degno di chiamarmi tuo figlio’ (Lc 15, 19) – non è espressa in alcun modo
la consapevolezza di possedere “nell’ordine della giustizia”, come dice il papa,
un diritto ad esser accolto come salariato nella casa del padre. Le sue parole costituiscono piuttosto
un’umile preghiera, aliena da qualsivoglia pretesa! Il figliol prodigo, a causa del suo
comportamento, ha perso qualsiasi diritto.
L’appello a un qualche diritto, non contenuto, né rintracciabile nelle
parole del figlio, falsificherebbe radicalmente gli atti di pentimento, di
penitenza, di ritorno e conversione intesi nel senso loro attribuito da Gesù e
dal Nuovo Testamento. Ed è esattamente questo ciò che avviene nell’enciclica!”[14].
Infatti, prosegue il teologo
tedesco, per il Signore la conversione è un “atto di ravvedimento, di deciso
allontanamento dalla vita di peccato e di fiducioso e supplice rivolgersi al
Padre”[15]
– un atto concreto, sottolineo, che deve avere una dimensione esistenziale (“poenitemini,
et credite Evangelio”, Mc 1, 16).
Invece, nell’enciclica, essa, rimarca Dörmann, diventa una mera “presa
di coscienza” da parte di colui che ritorna. “Grazie alla gioiosa accoglienza
da parte del padre, il figliol prodigo comincia “a vedere se stesso e le sue
azioni in tutta verità” e ciò ha luogo secondo il principio di uguaglianza e
della “comune esperienza” di padre e figlio.
Colui che ritorna riconosce il valore originario e inalienabile della
sua dignità di figlio e alla luce di questa sua personale esperienza valuta il
proprio comportamento erroneo precedente.
Si tratta dunque di una “conversione” fondata sull’uguaglianza, dove il
rapportro del padre col figlio avviene su un piano di parità fra consanguinei e
la misericordia si identifica in un “comune esperienza” di Dio come Padre e
dell’uomo”[16].
Dobbiamo chiederci, a questo
punto: la parabola del figliol prodigo
vuol forse limitarsi a rappresentare una tranche de vie, con lo scopo di
porre in primo piano la “dignità dell’uomo” quale valore rilevante anche per
Dio, senza alcun effettivo nesso con il dramma della salvezza delle anime? No, certamente. Se il Padre è figura di Dio Padre e il figliol
prodigo dell’uomo quando pecca scientemente contro l’ordine stabilito da Dio e
si mantiene in una vita di peccato, non possiamo di certo vedere nella “dignità”
di quest’uomo immerso nel peccato (e ora proprio per questo perduta) l’essenza
della loro relazione.
La dignità, osservo, è un valore
meramente secondario, esprimente un giudizio di merito su un nostro
comportamento sociale corretto e decoroso (quando c’è) - essa non ha a che
vedere qui. Il nostro rapporto con Dio
di noi uomini ribelli e peccatori è di abissale sudditanza e solo pentendoci
sinceramente e rinnegando noi stessi possiamo ottenere dal Padre il perdono che
ci riapre la possibilità della vita eterna.
Un perdono, tra l’altro, unilateralmente concesso, per pura bontà, non
avendo Dio onnipotente alcun obbligo di “assumerci a giornata” (come
sembra invece insinuare Wojtyla nel menzionare un supposto diritto del
figliol prodigo ad essere assunto come mercenarius, per via di una
dignità di figlio che non avrebbe mai perso del tutto).
In modo sorprendente, Giovanni
Paolo II elegge la “dignità umana” ritrovata addirittura a chiave di lettura della
parabola. Ciò risulta da come
interpreta il grande slancio d’amore paterno con il quale il Padre accoglie il
figlio che credeva ormai perduto, correndogli addirittura incontro, dopo averlo
scorto da lontano, mentre si avvicinava macilento verso casa.
“Egli agisce certamente
sotto l’influsso di un profondo affetto, e così può esser spiegata anche la sua
generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello
maggiore. Tuttavia, le cause di quella
commozione vanno ricercate più in profondità.
Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene
fondamentale: il bene dell’umanità del
suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è perciò salva la
sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche
modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore
[rimasto sempre fedele, che protestava per l’accogligenza gioiosa riservata al reprobo contrito]: “Bisognava far festa e rallegrarsi perchè
questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”. Nello stesso capitolo XV del
Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e
successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima
gioia presente nel caso del figliol prodigo.
La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull’umanità
del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la
gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.
Proseguendo, si può dire che
l’amore verso il figlio, l’amore che scaturisce dall’essenza stessa della
paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della
dignità del figlio. Questa
sollecitudine costituisce la misura del suo amore”[17].
Pertanto, conclude Giovanni
Paolo II, “la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di
quel bene che è l’uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è
propria”[18].
Consideriamo
attentamente. Il padre si commuove
perché capisce che il ritorno del figlio pentito significa la “salvezza della
sua umanità”, che è in sostanza la stessa cosa della sua “dignità”. Ma questo ha voluto insegnarci il Signore con
la parabola? No. La grande gioia del
Padre è provocata dalla consapevolezza che il pentimento del figlio rappresenta
per il figlio la salvezza, la salvezza dell’anima non quella della sua
umanità e dignità. Ciò che viene
ritrovato è la vita eterna, come possibilità che il perdono di Dio apre nuovamente
al peccatore effettivamente in cerca di redenzione. Ma il
significato religioso, trascendente della parabola nell’articolazione di
pentimento, conversione, salvezza, vita eterna, va completamente perduto
nell’esegesi di Giovanni Paolo II. Egli
ci ricorda che Dio è fedele[19]. Ma questa fedeltà consiste nel mantenere il
Patto con l’uomo (Gen 17) e la promessa di salvezza a tutti quelli che avranno vissuto
obbedendo alla volontà sua e del Verbo Incarnato. Non consiste di certo nel salvaguardare la
dignità dell’uomo - e al punto da
sentirsi “in un certo senso obbligato” alla cura sollecita di questa supposta
“dignità”. Ma proprio questo è il
risultato singolare dell’inaccettabile ermeneutica wojtyliana: la “dignità dell’uomo” diventa un valore che
il Padre è “in un certo senso” obbligato a tutelare!
Mi sembra che la conclusione
finale del discorso di Giovanni Paolo II utilizzi il concetto di “esperienza”
tipico dei modernisti.
Infatti, la “relazione di
misericordia” non è creata unilateralmente dalla bontà del Padre, il quale, per
tornare alla parabola, avrebbe potuto a buon diritto far legnare dai servi il
figlio scapestrato che si era ripresentato solo quando era diventato un morto
di fame e persino ricacciarlo in mezzo alla strada; dalla bontà del Padre, il
quale vuole che tutti si salvino ma partecipando con il loro libero arbitrio e
secondo le loro forze all’opera della salvezza;
questa «relazione»,
scopriamo ora, “si fonda sulla comune esperienza della dignità propria
dell’uomo”. Il fattore decisivo è
rappresentato dall’esperienza, l’esperienza del soggetto-uomo da un
lato, di Dio dall’altro, tra loro connesse.
I modernisti riconducevano le verità di fede alla “esperienza vitale”,
cioè all’esperienza soggettiva del credente, che ritenevano costitutiva di
quella verità. Nell’enciclica, la divina
misericordia viene fondata sull’esperienza della dignità dell’uomo, che
tuttavia non è solo dell’uomo ma è “comune” all’uomo e (addirittura) a
Dio. Come se fosse possibile l’esistenza
di una “comune esperienza” tra l’uomo e Dio Padre; come se Dio Padre potesse
esser ricompreso in un rapporto paritario, di “comune esperienza” con noi
uomini.
Le conclusioni della
singolare esegesi wojtyliana sfociano, a mio avviso, nell’irrazionale,
costituito dal mettere l’uomo sullo stesso piano di Dio mediante il cattivo uso
del concetto di esperienza. In
ogni caso, travisano il significato autentico della misericordia divina, immiserendola
nella dimensione asfittica, solo umana di un valore caduco e secondario quale la
dignità dell’uomo; facendo pertanto sparire il significato sovrannaturale della
parabola, illustrante il senso e i termini esatti della vera conversione.
Il concetto della “dignità
dell’uomo” già adombrato dal Concilio quale inusitato valore fondamentale per i
cattolici, riceve qui da Giovanni Paolo II un indubbio approfondimento, anche
se in antitesi alla retta dottrina. L’errore
che viene fatto penetrare è duplice:
1. la dignità dell’uomo acquista un significato ontologico
poiché si dichiara che essa, come “dignità del figlio” non può esser mai
perduta, qualsiasi cosa faccia il figlio, quale che sia il peccato da lui
commesso;
2. Il Padre è in un certo senso obbligato a
tutelarla poiché come “dignità del figlio” essa risulta da una “esperienza
comune” tra Padre e figlio. Si proclama
quindi addirittura l’esistenza di un obbligo di Dio nei nostri confronti,
facendo in tal modo cadere la distinzione tra natura umana (che si trova in
statu naturae lapsae) e Grazia.
Fuor di metafora, tutto ciò
significa che la salvezza è già garantita a tutti. L’affermazione (erronea) del carattere
ontologico della dignità dell’uomo ne costituisce una premessa. Possiamo qui già scorgere i presupposti della
posteriore nozione della dignità dell’uomo come “dignità infinita”, tesi
surreale, messa in circolazione dal cardinale Victor Manuel Fernández l’8
aprile 2024 con la dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana.
Va comunque ricordato, per
doverosa completezza, che il fondamento della singolare ermeneutica di Giovanni
Paolo II si trova nel Concilio, nel par. 22.2 della Gaudium et spes, nel
famoso passaggio ove si dice che l’uomo a causa dell’Incarnazione possiede una “sublime
dignità”. E perché la possiede proprio a
causa dell’Incarnazione? Perché grazie
ad essa il Verbo, “nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua
altissima vocazione”, la quale consisterebbe nella presa di coscienza della sua
sublime dignità; sublime perché il Verbo, secondo il Concilio, si è con l’Incarnazione
in un certo senso unito ad ogni uomo.
“Poiché in Cristo la natura umana è stata assunta, senza per questo
venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una
dignità sublime. Con l’incarnazione il
Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”[20].
Quello dell’unione di Cristo
con ogni uomo, in quanto tale, grazie all’Incarnazione, è un antico errore già
combattuto dal Damasceno e dall’Aquinate, riproposto mediante l’eterodossa
nozione di Rivelazione di Henri de Lubac, già criticata a suo tempo dal
cardinale Siri, critica ripresa e approfondita da Dörmann. L’immagine singolare dell’unione di Cristo con
ogni uomo già dall’Incarnazione, poteva essere mantenuta in conformità al
dogma, nonostante la sua pericolosa ambiguità, se intesa in senso puramente
simbolico o spirituale, come immagine forte della conversione a Lui che Cristo
vuole da ciascuno di noi. Ma Giovanni
Paolo II ha voluto dare a quest’immagine un significato ontologico, nel
par. 13 della sua prima enciclica, la Redemptor hominis, condotto
all’insegna del concetto “Cristo si è unito ad ogni uomo”, tolto via lo “in
certo modo”. Infatti, egli vi afferma
che, grazie a questa “unione”, l’uomo (“ognuno”, “ogni uomo” e “dal momento in
cui viene concepito sotto il cuore di sua madre”) si trova unito a Cristo “per
sempre” poiché il suo effetto sarebbe stato quello di mantenere ad ogni uomo
“intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso (Gn 1, 27). Ma Dörmann non può non rilevare che questa
nuova dottrina wojtyliana contraddice apertamente il dogma del peccato
originale, secondo il quale, a causa della Caduta, l’uomo ha perduto la similitudo
Dei conservando solo l’imago Dei, peraltro in parte lesionata dalle
conseguenze del peccato originale, che ci rendono difficile la lotta per
difenderla contro Satana[21].
Questa teologia personale di
Giovanni Paolo II si è gradualmente imposta nella teologia ufficiale della
Chiesa onde la supposta “unione” di cui a GS 22.2, viene intesa oggi come “una
unión ontólogica pero tambien existencial con todos los hombres”[22].
Questa opinione teologica non
dobbiamo esitare a definirla eretica nel senso largo dell’eresia come
opinione contraria alla fede, messo in rilievo da mons. Schneider (vedi infra). Essa ha comportato il mutamento di significato
di tanti termini tradizionali, mutamento sfuggito ai più, che vi si sono
inconsapevolmente adeguati. Il concetto
della conversione, per esempio, non è più lo stesso. Non consiste più nel mutamento effettivo
della nostra vita, che ora vuol orientarsi a Cristo; consiste nel prender coscienza di una
situazione già presente ma che anteriormente sfuggiva: così il figliol prodigo “si converte” (secondo
Wojtyla) quando prende coscienza del fatto che la sua “dignità di figlio” gli è
rimasta, nonostante tutto. Così, nel
nuovo ecumenismo, la conversione non è più il ritorno degli scismatici ed
eretici all’ovile, pentiti e abiuranti i loro errori – è invece il “convertere”
di cattolici ed acattolici verso un centro che tutti li sovrasta (il Cristo
profondo o cosmico, alla Teilhard de Chardin) per riunirli in una nuova unità,
grazie allo strumento del dialogo (vedi articolo del cardinale Bea, supra).
Di questo grave fenomeno, una
vera e propria eversione dei concetti, mi limito a riportare
quest’ulteriore esempio.
Sin da quando era cardinale,
sottolinea Dörmann, Giovanni Paolo II ha inteso in senso antropocentrico la
Rivelazione, muovendo proprio dall’interpretazione di GS 22.2. Secondo la dottrina tradizionale, fondata sul
Vangelo di Giovanni, “la Rivelazione consiste nel fatto che il Figlio di Dio è
divenuto uomo incarnandosi nella Vergine Maria e ha rivelato la gloria
dell’unico Figlio del Padre, in una parola la gloria di Dio”[23]. Invece, Giovanni Paolo II ha sostenuto più
volte che “la Rivelazione si concretizza nel fatto che il Figlio di Dio,
mediante la sua incarnazione, ‘si è unito a ogni uomo, è diventato, come Uomo,
uno di noi’. La differenza con la
formulazione del Vangelo di Giovanni balza subito all’occhio: nel concetto wojtyliano della Rivelazione il
fatto interiore dell’unione nascosta del Figlio di Dio con ogni uomo
corrisponde al fatto esteriore dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che
diventa uno di noi e ci espone o ci ‘svela’ in quanto uomo, la nostra propria
umanità”[24].
E proprio qui abbiamo la svolta
antropocentrica: una concezione errata
dell’Incarnazione, sul presupposto ugualmente errato che l’uomo abbia mantenuto
intatta oltre all’immagine anche la somiglianza con Dio che l’aveva creato. E questi errori si espandono fatalmente e si
concludono in quello della “redenzione universale” o salvezza già attuatasi
nell’unione “nascosta” del Verbo incarnato con ogni uomo, ad insaputa di
quest’ultimo, già dalla nascita[25].
Definizione
dell’eresia – Il recente libro di mons. Athanasius Schneider.
Ma
vediamo a questo punto in che senso mi servo del termine “eresia”. Mi baso su un recente libro di SE mons.
Athanasius Schneider, dedicato appunto alle eresie, una “guida cattolica” alle
stesse che ogni cattolico, a mio avviso, dovrebbe leggere[26].
Nella
I parte del testo abbiamo la definizione dell’eresia.
“La
parola eresia è stata utilizzata in vari modi lungo la storia della
Chiesa, tuttavia è sempre stata usata per descrivere qualche forma di scelta o
di separazione da un insieme più
ampio, come indica l’etimologia greca háiresis (“selezione, scelta”).
Nella
Chiesa primitiva il termine fu impiegato in maniera più generale per designare
qualsiasi idea che deviasse dall’autentico insgnamento cristiano e dalla
pratica degli apostoli. In questo senso,
qualsiasi errore nel campo della fede e dei costumi era un’eresia, come era
eretico qualsiasi gruppo che sostenesse o praticasse tali errori. Come si può leggere negli scritti dei Padri
della Chiesa, l’eresia era considerata uno dei più grandi mali […]
Infine,
il termine eresia è stato inteso in senso più ristretto come il rifiuto
delle sole verità di fede e di morale – cose in cui bisogna credere per esser
considerati cattolici. In tale uso più
limitato della parola, tutte le eresie sono errori di qualche genere, ma non
tutti gli errori dottrinali sono eresie.
Oggi,
esistono tre usi principali del termine.
In primo luogo, ogni proposizione che contraddice in sè la fede
divina e cattolica è detta eresia, o “eretica”.
In secondo luogo, il delitto canonico di eresia è “l’ostinata negazione,
dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di
fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” [Codice di diritto
canonico, can. 751]. Infine, il peccato
mortale di eresia è il delitto di eresia: commesso liberamente e
consapevolmente da qualcuno, comporta la perdita totale della grazia
santificante nell’anima – insieme a tutte le virtù, tutti i mezzi e ogni
speranza di salvezza, se la persona dovesse morire in questo stato”[27].
Osservo: nei blog cattolici a volte si discute di
eresia, discettando se in senso “materiale” o “formale”, spesso senza chiarire
il significato di questa terminologia.
Credo che l’eresia in senso
“materiale” sia costituita dal “delitto canonico di eresia”, vale a dire da
un’opinione oggettivamente eretica a prescindere dalla consapevolezza e
dalle intenzioni di chi la professa.
L’eresia in senso “formale” si avrebbe invece quando si ha il “peccato di eresia”, cioè
quando il soggetto deviante è perfettamente e liberamente cosciente del
significato eretico delle sue opinioni (dopo aver ricevuto ammonimenti,
contestazioni, censure) e continua a professarle, insistendovi (come hanno
fatto tutti i grandi eresiarchi). Qui
l’opinione materialmente ossia oggettivamente eretica diventa anche soggettivamente
ossia formalmente eretica. E
solo in quest’ultimo caso si può parlare di peccato di eresia.
La
nozione di forma è usata qui in senso classico ossia
aristotelo-tomistico. Si tratta della
“causa formale”, una delle quattro causalità che si connettono nel processo
causale, enucleate da Aristotele. La
forma qui non è un aspetto accessorio ma costituisce la sostanza stessa della
cosa, che non può non avere una forma.
La coppa, come forma di una cosa che l’artefice concepisce nella sua
mente e vuole creare nella realtà esteriore, è “causa” (formale cioè
produttrice di forma e quindi) del venir in essere della cosa che è la coppa,
ad opera di un artista (causa efficiente), che si serve di una particolare materia
(causa materiale), per un fine suo personale (causa finale). Tomisticamente: “forma
dat esse rei”. Forma, quindi, non
come caratteristica puramente descrittiva ed esteriore ma “ad substantiam”,
perché costituente la cosa nella sua stessa natura di cosa determinata, nella
sua essenza[28].
In
che senso mons. Schneider usa il termine eresia?
Naturalmente,
nel primo senso. Lo spiega nel paragrafo intitolato: “Come leggere questo libro”.
“In
questo libro il termine eresia è usato nel più antico e ampio senso del
termine. Solo alcuni degli errori qui
considerati sono eresie nel suddetto senso proprio e ristretto, e in nessun
caso, in questo libro, un individuo o un gruppo preciso viene giudicato
colpevole del peccato di eresia (o di qualsiasi altro peccato). Vengono invece attribuiti nomi e definizioni
chiari a certe idee e sistemi di pensiero per identificare concetti
intrinsecamente opposti, a un qualche livello, alla fede e alla morale
cattolica.
Ripercorrere
la storia delle idee nella società umana è una disciplina complessa, e un
resoconto completo di tutti gli errori da cui la Chiesa è stata affetta è
ovviamente al di là della portata di questo libro. Fuggite le eresie deve essere letto
piuttosto come una sorta di catalogo riassuntivo e una breve esposizione di
determinati errori, onde meglio riconoscerli ed evitarli”[29].
In
quest’intervento mi servo ovviamente del concetto di eresia in senso generale,
come indicato da mons. Schneider.
Precisando che, “riconoscere gli errori in modo da evitarli” deve
comunque intendersi come opera preliminare alla loro confutazione, un dovere
per ogni battezzato e cresimato, naturalmente nei limiti delle capacità di
ciascuno. Il Signore non ci chiede cose
impossibili ma semplicemente di essere fedeli alla sua Parola, sino alla morte
(Ap 2, 10). E la fedeltà impone la lotta
contro l’errore, senza tentennamenti.
Ma perché esistono le eresie? Questa domanda se la pongono in molti. Vediamo come risponde mons. Schneider, nel
paragrafo iniziale intitolato “Mistero dell’eresia”.
“Il fatto che Dio possa consentire che l’errore dottrinale affligga la
Sua Chiesa è uno dei più grandi misteri della divina Provvidenza. Benché come istituzione la Chiesa sia
preservata per sempre da qualsiasi errore nel suo insegnamento ufficiale e nei
suoi precetti vincolanti, vi sono periodi in cui Dio permette che i suoi
pastori e insegnanti – i vescovi, successori degli apostoli – cadano in errore,
proferendo insegnamenti erronei o precetti dannosi nel loro ministero
ordinario. In passato Dio ha consentito
addirittura che alcuni papi affermasero dottrine scorrette ed ambigue, senza
ache si trattasse di eresie formali.
Sono casi rarissimi, tra i quali si annoverano i papi Onorio I (625-638), Giovanni XXII (1316-1334) e
Francesco ( 2013-2025). Anche alcune
affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II (1962-1965) e certe
dichiarazioni dei papi da allora in poi mancano della necessaria precisione e
chiarezza dottrinale, e sono di conseguenza suscettibili di interpretazioni
erronee”[30].
Dunque, bisogna accettare il fatto che Dio ha
permesso che a volte “i papi affermassero dottrine scorrette e ambigue, senza
che si trattasse di eresie formali”. Si
sarebbe trattato di eresie in senso materiale, cioè di errori, imputabili ad
intelletto manchevole e mal impiegato, non di eresie in senso formale ossia
costituite dal peccato di eresia vero e proprio, che implica la volontà dolosa
di perseverare nell’errore (vedi supra).
In effetti, quale organo della Chiesa potrebbe dichiarare formalmente
eretico un papa materialmente eretico, quando il diritto canonico vieta di
giudicare il papa?
Da notare l’audacia di mons. Schneider che
giustamente include anche papa Francesco tra i papi che hanno diffuso dottrine
“scorrette e ambigue” (vedi supra) e non esita a chiamare in causa il
Vaticano II e “certe dichiarazioni dei papi da allora in poi”, ispirate al
Concilio e proprio per questo “suscettibili di interpretazioni erronee”. In tal modo mons. Schneider rompe l’omertà
finora invalicabile che proteggeva i papi contemporanei, sempre ispirati al
Concilio, e soprattutto il Concilio. È
il primo a farlo, tra i vescovi in servizio attivo, e speriamo non sia
l’ultimo.
Ma come inquadrare l’eresia nel piano divino della salvezza?
“Sin dai tempi apostolici – prosegue mons.
Schneider – questa situazione si è più volte ripetuta. In quelli che sono tra I passi più
straordinari di tutta la Bibbia, san Paolo profetizza: “Alcuni apostateranno dalla fede, dando retta
a spiriti ingannatori e a dottrine di demoni” (1 Tm 4, 1); e ancora: “So infatti che, dopo la mia partenza,
entreranno tra voi [vescovi] de’ lupi rapaci […] a insegnar cose perverse, per
strascinarsi dietro i discepoli” (At 20, 29-30). È solo nella lettera alla Chiesa di Corinto
che san Paolo rrende conto della misteriosa spiegazione per cui Dio permette
tali mali all’interno della Sua amata Chiesa, arrivando a definirla una
necessità: ‘Bisogna bene che vi siano
trra voi dei partiti [hairéseis], perché diventino riconoscibili quelli
degni di approvazione’(1 Cr 11, 19)”[31].
In tal modo possiamo farci una ragione dell’esistenza
dell’errore dottrinale nella Chiesa.
Come ogni
altra forma di male dopo la Caduta, spiega mons. Schneider, l’errore “è
permesso da Dio solo in vista di un buon fine, quello di mettere alla prova e
purificare la nostra fede”[32]. La riprova l’abbiamo guardando al
passato. “Le più terribili eresie e
periodi di crisi nella storia della Chiesa hanno sempre portato a una maggiore
precisione e chiarezza nel suo insegnamento ufficiale, e a una maggiore
disciplina e santità nei suoi membri”[33]. Non dobbiamo, quindi, scoraggiarci ma al
contrario aumentare la nostra fede nella Provvidenza e rafforzarci nella lotta
quotidiana per la nostra santificazione, nel cui àmbito viene a cadere anche la
lotta contro le eresie.
L’opera di mons. Schneider
consta di quattro parti e di alcune appendici.
La I Il mistero
dell’eresia, pp. 9-13, ha carattere introduttivo. Da essa ho preso le citazioni di cui sopra.
La II Cronologia degli
errori dottrinali. Dall’era precristiana
all’epoca attuale, pp. 14-60, contiene un elenco sistematico delle eresie,
dal I al XXI secolo, e delle relative condanne.
La III Presentazione
degli errori per argomento (pp. 61-144) discute in forma catechistica, a
domanda e risposta, il contenuto delle eresie, esposto in maniera sintetica.
La IV La Beata Vergine
Maria distruttrice di tutte le eresie, pp. 145-160, molto opportunamente ci
ricorda l’importanza della devozione a Maria distruttrice di tutte le eresie
nell’opera divina della Salvezza.
Le Quattro Appendici riportano: il Syllabus Errorum di Pio IX; il decreto Lamentabili
Sane di san Pio X, sillabo contro i modernisti; Il giuramento
antimodernista istituito da san Pio X e abolito da Paolo VI; la Dichiarazione sulle verità riguardanti
alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo,
sottoscritta il 31 maggio 2019 dal cardinale Leo Burke, dal cardinale Janis
Pujats, dall’arcivescovo Tomash Peta, dall’arcivescovo emerito Jan Pavel Lenga,
da mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria
Santissima in Astana.
Segue l’Indice Analitico.
Questo libro non è per gli
specialisti o per i soli eruditi ed intellettuali, in generale. È scritto in modo semplice e piano per poter
esser letto da chiunque. Possiamo
considerarlo un vero e proprio Manuale per districarsi nel mare magnum delle
eresie, utilissimo per chi voglia impegnarsi nella Buona Battaglia. Un testo che, per la padronanza della materia
e l’ordinamento della sua esposizione, si dimostra degno erede della grande
tradizione manualistica tedesca del passato.
Faccio degli esempi.
Sappiamo che ci sono state
in passato eresie la cui definizione ha un sapore arcaico, per noi oggi, e in
sostanza incomprensibile: docetismo,
adozionismo, modalismo, monarchianesimo, novazianismo... Nella sua Cronologia mons. Schneider
ci spiega quanto basta.
Docetismo: “Dal greco dokéin (“sembrare”), ritiene l’umanità
di Gesù Cristo parzialmente o interamente illusoria, ossia Nostro Signore sarebbe
stato un uomo solo in apparenza o soltanto apparentemente sarebbe nato e
vissuto, avrebbe sofferto e sarebbe morto.
Questa eresia, che distrugge il senso e lo scopo stesso
dell’Incarnazione, fu combattuta già dagli Apostoli”[34].
Ricordo che i docetisti negavano
la morte in Croce del Signore, al suo posto sarebbe morto un sosia, una sua
sembianza. E ricordo anche che l’eresia
docetista riappare nel Corano (Sura IV, 156), probabilmente desunta da
conventicole manichee e gnostiche presenti nella penisola arabica del tempo,
cioè da fonti pseudo-cristiane.
Adozionismo : “Ampia
categoria per teorie cristologiche secondo le quali Cristo, come uomo, non è il
figlio naturale di Dio ma soltanto il figlio adottivo”[35].
Modalismo : “Dal latino modus (modo), è la credenza
secondo cui Padre, Figlio e Spirito Santo non siano persone divine separate e
distinte ma semplicemente tre modi o manifestazioni di uno stesso, unico essere
divino. È noto anche come
sabellianismo e patripassianismo
(“sofferenza del Padre”), in quanto sostiene che Dio Padre si sia incarnato in
Cristo e abbia sacrificato se stesso sulla Croce – affermando cioè che nella
Passione di Gesù Cristo abbia sofferto anche Dio Padre”[36]. Non è da escludersi, annoto, che forme di
“modalismo” siano riapparse negli errori oggi circolanti.
Monarchianesimo : “Quasiasi
eresia cristiana che nega in qualche modo la natura trinitaria di Dio, si
suddivide in adozionismo e modalismo”[37].
Novazianesimo : “Dal nome del presbitero romano Novaziano (m. nel
258) – antipapa dal 251 al 258 – nega il potere della Chiesa di rimettere i
peccati in certi casi, in particolare concedendo l’assoluzione ai cattolici
caduti durante le prime persecuzioni della Chiesa”[38].
Questi sono solo degli
esempi, per dare un’idea dell’impostazione del libro. Uno dei suoi pregi
consiste anche nel fatto di aggiornare l’elenco delle eresie, riportando anche
quelle derivanti da errori nuovi, tipici della modernità contemporanea.
Infatti, in quelle del XX
secolo abbiamo : femminismo, gradualismo (nell’applicazione della legge
naturale o divina, che subirebbe giustificate eccezioni in casi particolari che
in realtà la negano), libertà religiosa, modernismo, neopaganesimo, Nouvelle
théologie, pentecostalismo (“sistema protestante che punta sull’aspetto carismatico,
dimostrativo, sentimentale, estatico e irrazionale, facendo prevalere
l’esperienza religiosa sui principi dottrinali”), pluralismo religioso
(“sistema indifferentista che sostiene che tutte le religioni siano
positivamente volute da Dio e santificanti per i rispettivi aderenti”), rahnerismo,
relativismo morale, sedevacantismo, sincretismo, teologia della liberazione.
Nel XXI secolo : ideologia del gender, ideologia omosessuale,
misticismo ecologico, positivismo magisteriale, transumanesimo.
La dizione “positivismo
magisteriale” potrebbe sembrare oscura.
In realtà è chiarissima. Riporto
per intero la sua elucidazione.
“Sostiene che tutti gli
insegnamenti, atti e comandi di un papa o di un concilio ecumenico siano
automaticamente e infallibilmente veri, moralmente buoni e che sia necessario
obbedirvi. Implicitamente dà la priorità
al Magistero sulla Sacra Scrittura e la Tradizione, come avviene quando dei
rappresentanti del Magistero insegnano o agiscono manifestamente per minare
verità rivelate o pratiche sacramentali e liturgiche perenni della Chiesa. Questo è successo con Papa Paolo VI (m. nel
1978) che, nel 1970, tentò di proscrivere il venerabile rito romano millenario
della Messa e di impedirne la celebrazione, e con Papa Francesco, che ha
contraddetto la prassi morale e sacramentale perenne autorizzando, nel 2016, la
ricezione della Santa Comunione da parte di adulteri riconosciuti tali, e nel
2023 autorizzando la benedizione delle coppie adultere o sodomitiche. Il positivismo magisteriale giustifica tutta
questa serie di deviazioni attraverso un’artificiale “ermeneutica della
continuità” o mediante esercizi semantici di “quadratura del cerchio”, o ancora
grazie all’obbedienza irrazionale”[39].
Mons. Schneider non le manda
a dire. Nella III parte del libro
abbiamo la “presentazione degli errori dottrinali per argomento”. Spiegando gli “Errori sulla Creazione”,
scrive ad un certo punto:
“Domanda – L’uomo è una
creatura che Dio ha voluto per se stessa?
Risposta - No. Benché l’uomo non debba mai essere
utilizzato come un mero mezzo per arrivare a un fine, la nozione che l’uomo
esista semplicemente “per se stesso” è l’errore “autoreferenziale” dell’antropocentrismo,
alle cui radici c’è la filosofia non cristiana di Immanuel Kant (1724-1804). Al contrario, “tutte le altre cose Dio le
vuole in quanto sono ordinate alla sua bontà come al loro fine” [ST, I q. 19,
a. 3 c] e “Fine dell’uomo è Dio” [Leone XIII]”.
Ma perché questa
domanda? L’Autore lo chiarisce in
nota: “Il documento del Concilio
Vaticano II Gaudium et Spes contiene l’affermazione ambigua che ‘l’uomo
è la sola creatura in terra che Dio abbia voluta per sé stessa’(24)”[40]. Bisogna dunque ammettere che questo errore è
stato messo in circolazione da una frase ambigua del pastoral Concilio. L’Autore mette in rilievo anche altre “affermazioni
del Concilio Vaticano II, ambigue in sè e suscettibili di condurre ad una
cattiva comprensione”: l’art. 16 della
costituzione Lumen gentium sulla Chiesa secondo la quale i mussulmani
adorano il Dio unico “insieme a noi” cattolici o l’affermazione in Dignitatis
Humanae 2, secondo cui la persona umana ha un diritto naturale a diffondere
la religione di sua scelta (anche se fosse una falsa religione) senza che la
legge civile glielo impedisca[41].
Vi sono altri riferimenti
critici al Concilio, ma credo che questi esempi possano bastare.
Da notare quanto mons.
Schneider precisa circa la frequenza ad una Messa che contenga la possibilità,
ampiamente dimostrata, di produrre abusi liturgici, tema oggetto di accese
discussioni sui blog tradizionalisti, per ciò che riguarda la frequentazione
del Novus Ordo.
“Domanda – Dobbiamo evitare
di assistere a una Messa in cui prevediamo che saranno ammessi abusi liturgici?
Risposta – Sì. Nonostante la presenza di una Eucaristia
valida, le cerimonie con abusi liturgici sono oggettivamente contrarie alla
tradizione divina e apostolica, sono sgradite a Dio, scandalose e spesso
pericolose per la fede.
Domanda – Siamo tenuti ad
assistere a una Messa con abusi liturgici per adempiere all’obbligo domenicale?
Risposta – Dipende dalla
gravità degli abusi. Se una Messa
domenicale includesse pratiche come danze, omelie in cui si diffondono eresie o
altri gravi abusi liturgici, possiamo non esser obbligati ad assistervi, anche
se fosse l’unica disponibile nelle vicinanze, perché non possiamo essere
costretti ad esporre noi stessi o le nostre famiglie a un’occasione prossima di
pericolo per la fede.
Domanda – In questo caso
specifico, violeremmo il terzo comandamento?
Risposta – No. L’obbligo di assistere alla Messa domenicale è
una legge ecclesiastica e non divina, pertanto suscettibile di esenzioni e
dispense. Se una Messa domenicale con
abusi liturgici fosse l’unica opzione disponibile, allora dovremmo santificare
la domenica in qualche altro modo e, così facendo, rispetteremmo il terzo
comandamento”[42].
Queste precisazioni
chiarificatrici hanno luogo nella parte dedicata alla “Presentazione degli
errori dottrinali per argomento”, nella sezione che si occupa degli “errori
sulla morale”.
La necessità della
devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie, sicuro, potente,
insostituibile ausilio nella buona battaglia.
Nella IV parte dell’opera
mons. Schneider ripropone la figura di Maria Santissima “distruttrice di tutte
le eresie”, cosa quanto mai opportuna oggi dopo che il ben noto vile,
teologicamente assurdo, recente documento vaticano (la nota dottrinale Mater
populi fidelis, del novembre 2025) ha cercato di sminuirla mettendone in
dubbio i plurisecolari titoli di “corredentrice” e “ mediatrice di tutte le
grazie”.
“-- Gioisci, o Vergine
Maria! Da sola hai sconfitto tutte le eresie.
Tu che credesti alle parole dell’Arcangelo Gabriele.
Tu che, vergine, generasti l’Uomo-Dio, e dopo il parto rimanesti
intatta. O Madre di Dio, intercedi per
noi! -- Così il Tratto dopo Settuagesima, dal Comune delle feste della Beata
Vergine Maria. La Santa Madre Chiesa
prega queste parole da oltre un millennio nel Rito Romano, nel Divino Ufficio e
nella Messa della Beata Vergine Maria”[43].
Questa, dunque, la
millenaria tradizione della Chiesa.
Ma “in che senso la Vergine
Maria – si chiede l’Autore – ha ‘distrutto tutte le eresie’, visto che
continuiamo a constatare errori in tutto il mondo?”. En effetti, quest’attribuzione alla Santissima
Vergine può non sembrare del tutto chiara al semplice fedele, che non vede
certo nella Madonna una “teologa”.
Spiega mons. Schneider: “Nel senso che è stata la prima a possedere
una fede esplicita nell’Incarnazione storica del Figlio di Dio, fondamento
essenziale della fede cristiana.
Infatti, colui che crede che Cristo è veramente Dio accetterà tutto ciò
che Cristo insegna e conformerà la sua vita di conseguenza. Poiché fu la prima ad abbracciare pienamente
questa fede viva nell’Incarnazione di Dio, la Beata Vergine Maria è di per sè
un ricettacolo e un testamento perpetuo di quella Fede sulla terra – una Fede
che non perirà mai, ma sussisterà fino al Giudizio Finale. È attraverso la fede e la fedeltà di Maria
che la vera Fede si è instaurata sulla terra, e colei che per prima ha creduto
è dunque la più potente distruttrice dell’incredulità e dell’eresia”[44].
A sostegno ed integrazione
di questa chiarissima spiegazione, seguono nel testo ampie citazioni da san Pio
X, san Francesco di Sales, san Luigi Maria Grignion de Montfort, dalla
Venerabile spagnola Maria di Ágreda (m. nel 1665), da san Massimiliano Kolbe.
La Beata Vergine distrugge
le eresie già con la sua stessa vita, con l’esempio che essa costituisce, di
imperitura fede nel Verbo in lei stessa incarnatosi e di fedeltà alla sua
Parola. Essa realizza perfettamente ciò
che disse Dio al Serpente che aveva sedotto Adamo ed Eva: “Io porrò inimicizia tra te e la Donna, tra
il seme tuo e il Seme di lei. Egli ti
schiaccerà il capo e tu lo insidierai al calcagno (Gn 3, 15)”. Nel nostro tempo, sottolinea mons.
Schneider, assistiamo al “riapparire dell’eresia dell’Anticristo” costituita
dall’attività di coloro, un vero esercito, che “impugnano penna e inchiostro
per sabotare e pervertire la purezza virginale della fede cattolica”[45],
quella purezza della quale la Beata Vergine è l’esempio più fulgido. L’eresia dell’Anticristo si inquadra nella
involuzione morale delle nostre società, sommerse da una nuova forma di
barbarie.
“Siamo indubbiamente
testimoni di questo ritorno alla barbarie nel nostro tempo, visibile nel
successo colossale dell’ideologia gender in tutte le sue forme – dal femminismo
al movimento “lgbtq+”, dal transgender al riconoscimento legale di tutti i tipi
di cosiddette “unioni” parificate al matrimonio. Il filo conduttore che lega questi fenomeni è
lo spirito dell’Anticristo – il rifiuto del Figlio di Dio fattosi carne –
accompagnato da uno spirito “anti-Maria”, assimilabile al rigetto della nostra
natura umana e la rifiuto di sottomettersi al Figlio di Dio incarnato in questa
nostra stessa natura.
Opposto al Magnificat della Vergine Maria (si veda Lc 1, 46-55), che
proclama la grandezza di Dio realizzata nel suo corpo e nella sua anima, lo
spirito antimariano tende a una sorta di androginia atea: disprezzando il dono divino della natura
corporea dell’uomo, si considerano i sessi – che Dio ha voluto naturalmente
complementari – come mere convenzioni sociali facoltative, e si usa il corpo
umano come un apparato esterno malleabile e manipolabile a volontà. Questa tendenza è ancora più evidente nelle
rivendicazioni dell’ordinazione sacramentale delle donne nella Chiesa
cattolica, malgrado la sua impossibilità ontologica…”[46].
Bisogna sottolineare questo
nesso tra l’accoppiata diabolica femminismo-rivoluzione sessuale e lo spirito
“antimariano” che imperversa nelle nostre società. Questo “spirito” è penetrato anche nella
Gerarchia della Chiesa attuale, come fa fede il già ricordato documento emanato
dal cardinale Fernández e approvato da papa Leone, mirante a svalutare (contro
tutta la Tradizione della Chiesa) la mediazione e cooperazione della Santissima
Vergine all’azione salvifica del Verbo.
Non per nulla, questa Gerarchia ha, come sappiamo, inflitto incredibili vulnera
alla stessa morale cristiana e si mostra arrendevole e persino complice verso
determinati aspetti della Rivoluzione Sessuale.
Essa appare pervasa da uno “spirito antimariano”. Ma proprio per questo, dobbiamo sempre
trovare “rifugio e forza in Maria”, come recita il titoletto dell’ultimo
paragrafo di questa IV parte del libro di mons. Schneider. Dobbiamo affidarci agli insegnamenti e alle
esortazioni di tutti i santi e i papi che ci hanno incitato a “consacrarci”
alla Santa Vergine, a ricercare in essa quel porto che ci difende dai mali del
mondo specialmente in tempi di persecuzione, come sono ormai diventati i
nostri. “La purezza virtuosa della fede
– ci ricorda mons. Schneider – è profondamente legata alla virtù di castità. I peccati contro la purezza della fede – per
esempio, i peccati di eresia – corrompono l’anima e provocano in essa la
perdita della purezza verginale della fede, dell’intelletto, e spesso sfociano
in (o derivano da) una perdita della casta purezza del corpo”[47].
Chi più della Beata Vergine ha
vissuto nell’unione di fede e castità?
La Sacra Famiglia deve tornare ad essere per noi il modello. E non si
tratta di semplici simboli o virtù astratte, per anime belle. La Santissima Vergine è una forza operante (e
con particolare efficacia) nel Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.
Dobbiamo quindi invocarla con piena fiducia.
“Ecco perché in questi tempi
bui di confusione dottrinale, con i suoi ingannevoli lampi di relativismo,
naturalismo e antropocentrismo spesso mascherati in termini di “dialogo” o di “accompagnamento
pastorale”, invochiamo spesso la Madonna con fiducia e amore fiiale”[48].
Ispirandosi a san Luigi
Maria Grignion de Montfort, mons. Schneider ci ricorda, inoltre, che “la
Madonna ha bisogno di nuovi apostoli per preparare insieme a Lei il trionfo e
la vittoria finale di Gesù”[49].
Nelle Appendici dell’opera
(vedi supra) si riporta anche la Dichiarazione sulle verità
riguardanti alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro
tempo, sottoscritta dal cardinale Burke e da quattro vescovi, tra i quali
mons. Schneider. Pubblicata sette anni
fa, chi se ne ricorda oggi, ad esser sinceri?
Si tratta di un documento molto utile:
quaranta proposizioni che ribadiscono la condanna di fondamentali errori
oggi circolanti e chiariscono false interpretazioni. Bene ha fatto mons. Schneider a
ripubblicarle. Questa la suddivisione interna:
I fondamenti della fede – il
Credo – La legge di Dio – I sacramenti.
Paolo Pasqualucci
20 giugno 2026
[1]
Romano Amerio, Iota Unum.Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel
secolo XX, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 19862,
cap. XXXI, L’ecumenismo, p. 466.
Il passo cruciale della Mystici corporis, recita: “Anche questi che non appartengono al
visibile organismo della Chiesa, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli […]
con animo straripante di amore, invitiamo tutti e singoli ad assecondare
spontaneamente gli interni impulsi della divina grazia e a far di tutto per
sottrarsi al loro stato in cui non possono sentirsi sicuri della propria
salvezza, perché sebbene da un certo inconsapevole desiderio e anelito siano
ordinati al mistico Corpo del Redentore [etiamsi inscio quodam desiderio ac
voto ad mysticum Redemptoris corpus ordinentur], tuttavia sono privi di
quei tanti doni ed aiuti celesti che solo nella Chiesa cattolica è dato di
godere. Rientrino perciò nella cattolica
unità e tutti uniti a Noi nell’unica compagine del Corpo di Gesù Cristo, vengano
con Noi all’unico Capo nella società di un gloriosissimo amore […] Noi li
aspettiamo con le braccia aperte, non come estranei, ma quali figli che entrano
nella loro stessa casa paterna” (Pio XII, Enciclica «Mystici corporis» sul Corpo Mistico di Cristo, Vita e
Pensiero, Milano-Roma, 1959, pp. 81-82 – DS 3821). .
[2] I
brani di papa Francesco riportati sono tratti da interviste e colloqui
ampiamente pubblicizzati dalla stampa nazionale ed internazionale.
[3]
Da : «Sel
de la Terre», Nr.
51, Hiver 2004-2005, p. 45. Traduzione
mia dal francese. Enfasi mia. Dörmann (1922-2009) ha
pubblicato originariamente il suo libro in quattro volumetti. Dopo la sua morte ne è uscita un’edizione in
volume unico: Prof. Dr. Johannes Dörmann,
Johannes Paul II. Sein Theologischer Weg zum Weltgebetstag der Religionen in
Assisi, Sarto Verlag, 2011, pp. 858.
Precedentemente era cominciata ad apparire una traduzione francese, cui
fece séguito una italiana, riproducente a intervalli i quattro volumetti, con
il titolo: La teologia di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi,
Edizioni Hichthys, Albano, 1996-2003, traduzioni di Paolo Taufer, Alfons
Benedikter, Vittorio Zanini. Questa
traduzione è reperibile nel catalogo delle Edizioni Piane di Albano Laziale. La mole dell’originale tedesco fa impressione
ma esso contiene numerose citazioni di Giovanni Paolo II ed è stampato in
caratteri grandi.
[4]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche,
con testo latino a fronte, a cura di Rino Fisichella, Bompiani, 2010, p.
249.
[5]
Op. cit., p. 251.
[6]
Op. cit., ivi.
[7]
Op. cit., ivi.
[8]
Op. cit., p. 253.
[9]
Le interpretazioni tradizionali della parabola sono sinteticamente ricordate da
Dörmann, il quale sottopone l’interpretazione wojtyliana della parabola ad una
accurata analisi, seguita da un commento critico. Vedi: Dörmann, La teologia
di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi, tr. it. cit., vol. III, pp.
47-68.
[10]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 269.
[11]
Op. cit, p. 271.
[12]
Op. cit., ivi.
[13]
Op. cit., p. 271.
[14]
Dörmann, op. cit., vol. III cit., p. 66.
[15]
Op. cit., ivi.
[16]
Op. cit., ivi.
[17]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 275.
[18]
Op. cit., p. 277. Enfasi mie.
[19]
Op. cit., p. 275.
[20]
Costituzione Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, art.
22.2, tr. it. in I documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni –
Decreti – Dichiarazioni, Edizioni Paoline, 1980, p. 193.
[21]
Dörmann, op. cit., vol. I, pp. 69-75.
Vedi anche: Giovanni Paolo II, Tutte
le encicliche, cit., pp. 139-147.
[22]
Fernando Bogónes Herreras, “Cristo, el hombre nuevo”. Analisis de Gaudium et
spes 22, «Estudio
Agustiniano», Sept
2017, 52 (1-3) 297-319; p. 310. Estratto
rinvenibile su Internet.
[23]
Dörmann, op. cit.,vol. I, p. 78.
[24]
Op. cit., ivi. Enfasi mia.
[25]
Le complesse e approfondite analisi di Dörmann hanno ripetutamente dimostrato
come l’idea della “redenzione universale” costituisca il punto d’arrivo inevitabile dell’esegesi
wojtyliana. Nell’esegesi di Giovanni
Paolo Ii gli interpreti hanno anche notato una eco della eterodossa tesi
rahneriana dei “cristiani anonimi”.
[26]
Athanasius Schneider, Fuggite le eresie.
Una guida cattolica agli errori antichi e moderni, tr. it.
dall’inglese di Chetro M. De Carolis, Fede&Cultura, Verona, 2025, pp. 238,
€ 22,00.
[27]
Op. cit., pp. 10-11.
[28]
Per la famosa trattazione aristotelica della causalità, vedi: Aristotele, La fisica, 194 b, tr. it.
di A. Russo, Laterza, Bari, 1968, pp. 35-36.
[29] Schnedier,
op. cit., p. 13.
[30]
Op. cit., pp. 11-12.
[31]
Op. cit, p. 12.
[32]
Op. cit., p. 12.
[33]
Op. cit., ivi.
[34]
Op. cit., p. 19.
[35]
Op. cit., p. 20.
[36]
Op. cit., p. 21.
[37]
Op. cit, ivi.
[38] Op.
cit., p. 23. I “caduti” erano i lapsi
(caduti), coloro che avevano apostatato durante le persecuzizoni. Il
rigorismo fu sempre condannato dalla Chiesa, al pari del suo opposto, il
lassismo, oggi dominante.
[39]
Op. cit., p. 60. L’espressione “sodomia”
ricomprende anche l’omosessualità femminile, meglio nota come “lesbismo”,
dall’isola di Lesbo dove abitava l’antica poetessa greca Saffo, che la
praticava con le giovani del suo cenacolo letterario.
[40]
Op. cit., p. 63.
[41]
Op. cit., p. 86.
[42]
Op. cit., pp. 129-130. Il Terzo
Comandamento recita: “Ricordati di santificare le feste”.
[43]
Op. cit., p. 145.
[44]
Op. cit., pp. 145-146.
[45]
Op. cit., p. 153.
[46]
Op. cit., pp. 154-155.
[47]
Op. cit., p. 159.
[48]
Op. cit., p. 160.
[49]
Op. cit., p. 156.
Crisi della Chiesa –
III :
Dobbiamo fuggire e combattere le eresie che infestano la Chiesa ----
di Paolo Pasqualucci
Sommario :
Eresie lampanti (estratti da papa Francesco) – Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla) – Definizione
dell’eresia: il recente libro di mons. Athanasius Schneider – Necessità di
mantenere la devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie,
sicuro, potente e insostituibile ausilio nella buona battaglia.
* * *
Circolano impunemente nella
Santa Chiesa da tanto tempo errori nella fede ed eresie lampanti. Errori più sottili, ma non meno gravi, sono
più difficili da individuare. Difficili ma non impossibili. Cerchiamo di fare
un minimo di chiarezza nell’oceano cupo e tempestoso delle eresie, servendoci
anche di un recente, fondamentale testo di SE mons. Atanasio Schneider.
Eresie lampanti (estratti
da papa Francesco).
Eresie lampanti nel
senso di negazioni palmari di verità di fede sono ad esempio quelle di
chi, pur essendo cattolico, sostiene che tutte le religioni salvano, che tutte
possiedono la verità, sia pure in modo diverso; che pertanto la religione
cattolica non è l’unica a possederla per divina rivelazione. Questa vera e propria eresia nega il Primo
Comandamento (“Non avrai altro Dio al di fuori di me”) e il dogma secondo il
quale fuori della Chiesa non c’è salvezza, tranne nei casi di battesimo di
desiderio esplicito o implicito (una dottrina lasciata cadere nell’oblìo). Questi casi sono e restano individuali ed
eccezionali: a certe condizioni (credere in Dio, non morire in peccato mortale,
ignorare il vero cattolicesimo) l’uomo pio di altre religioni si salva per
opera dello Spirito Santo ma nonostante l’appartenenza ad una falsa
religione (falsa, perché non rivelata) non grazie a questa appartenenza. Invece il Concilio Ecumenico Vaticano II
ha affermato che anche le “Chiese e comunità separate” possono in quanto tali
essere ad opera dello Spirito Santo “strumenti di salvezza, la cui forza deriva
dalla stessa pienezza della grazia e della verità, che è stata affidata alla
Chiesa cattolica”, trovandosi esse in qualche modo in comunione con la Chiesa
cattolica, anche se imperfetta o meno piena (decreto sull’Ecumenismo, art. 3;
art. 4; da leggersi in coppia con l’art. 8 della costituzione Lumen Gentium sulla
Chiesa, quello famigerato del subsistit in). In comunione sia pure imperfetta (concetto
alquanto oscuro) si troverebbero ad opera del battesimo: “uniti col battesimo” ma “separati dalla sua
piena comunione” (decr. Ecum, art. 4, cit.).
Questa è una dottrina nuova, gravemente sospetta d’eresia poiché
contraddice la dottrina tradizionale, ribadita da Pio XII nella Mystici
Corporis (1943), secondo la quale gli acattolici, grazie al battesimo, sono
“ordinati alla Chiesa” ma non ad essa uniti:
essendo battezzati, lo Spirito Santo mantiene in loro un desiderio
recondito di tornare alla vera Chiesa, desiderio che tuttavia viene spesso
soffocato dall’ambiente eretico ed anticattolico nel quale si trovano a vivere.
Ad instillare quest’errore
nel comune sentire fu in particolare il cardinale Agostino Bea, gesuita,
confessore di Pio XII e Prefetto del Pontificio Istituto Biblico, di poi
eminenza grigia al Vaticano II per conto di Giovanni XXIII. In una serie di interventi dal 1961 al
1971, “egli dichiarò – scrive Romano
Amerio – che il movimento non è di ritorno dei separati alla Chiesa Romana e,
seguendo la sentenza comune, asserì che i Protestanti non sono staccati del tutto,
giacché hanno il carattere del battesimo.
Però, citando dalla Mystici corporis di Pio XII che «sono ordinati al mistico corpo», giungeva ad asserire che vi appartengono, e
che perciò versano in una situazione di salvezza non diversa da quella dei
cattolici («Osservatore Romano»,
27 aprile 1962). La causa dell’unione è
da lui ricondotta a esplicitazione di un’unità già virtualmente presente, di
cui si tratta di prendere coscienza.
Questa unità è soltanto virtuale anche nella Chiesa cattolica, la quale
deve prender coscienza non di sé stessa, ma di quella più profonda realtà del
Cristo totale che è la sintesi delle sparse membra della cristianità. Non dunque reversione degli uni agli
altri, ma conversione di tutti al centro che è il Cristo profondo”[1].
Il cardinale Bea errava
grandemente. Non esiste un “Cristo
totale” costituente la “sintesi” di tutte le denominazioni cristiane, inclusa
la cattolica: l’unica e vera Chiesa di
Cristo è la cattolica, gli scismatici ed eretici devono solo ritornare pentiti
e convertiti all’unità con essa (Pio XI, Mortalium animos, 1928), unità
che ha sempre mantenuto nella fedeltà al Deposito della Fede, sino al Vaticano
II escluso.
Ma proprio quest’errore è alla
base del cosiddetto “dialogo ecumenico” odierno ed è stato coltivato da tutti i
papi postconciliari, nessuno dei quali ha invertito la marcia di fronte
all’ecumenismo. Particolare evidenza ha
avuto quest’errore con papa Francesco (dichiarazione di Abu Dhabi) e appare attualmente
professato anche dal suo successore, papa Leone. Come si evince dalla precisa
notazione di Amerio, l’errore ha cambiato il senso del termine «conversione»,
completamente stravolto rispetto a ciò che ha sempre significato. E questo è avvenuto all’inizio in modo
sottile e dietro l’apparenza di bene costituita dal superamento di antiche,
dolorose separazioni e odi pervicaci.
Altro evidente errore nella
fede è rappresentato dalla autorizzazione di papa Francesco (in Amoris
Laetitia) a concedere la comunione ai divorziati risposatisi e
conviventi: autorizzando quest’atto sacrilego
viene violato il dogma dell’indissolubilità del matrimonio, visto che il
divorziato risposatosi è per la dottrina perenne della Chiesa adultero. Come
può accostarsi in questo suo stato alla Sacra Ostia senza commettere peccato
mortale?
Se poi consideriamo la
famosa autorizzazione a benedire sia pure non sacramentalmente le coppie di
fatto, irregolari, anche dello stesso sesso, troviamo qui una forma di
legittimazione ipocrita del peccato; ipocrita, perché ci si dà ad intendere che
la benedizione non concernerebbe la coppia e quindi la sua relazione
peccaminosa ma solo le persone che individualmente la compongono. E perché allora si presentano sempre in
coppia a queste “benedizioni”, se non per esser “benedetti” proprio come coppia? In ogni caso, la persona che vive
scientemente nel peccato non può esser benedetta nel suo peccato. La Chiesa non
può dare la sua benedizione a comportamenti che violano apertamente e
gravemente uno dei Dieci Comandamenti, qui il Sesto. È come se la Chiesa benedicesse il peccato,
accettando con tale atto inconsulto i rapporti carnali al di fuori del
matrimonio, persino quelli contro natura, il che costituisce innanzitutto un
errore nella fede. Giustamente il
cardinale Gerhardt Müller ha definito “sacrileghe” e “blasfeme” queste
benedizioni.
E quante volte papa
Francesco ha detto, nelle sue numerose interviste, che Dio ci accoglie tutti,
così come siamo? “Siamo tutti figli di
Dio e Dio ci vuole così come siamo e con la forza con cui ognuno di noi lotta
per la propria dignità”. Non per la
forza con la quale ognuno lotta contro le sue cattive inclinazioni, mediante il
pentimento, la conversione, una vera vita cristiana, unico modo per esserne
guarito e trovarsi alla fine
giustificato davanti a Dio. No. Per restare “come siamo” e in questo modo
affermare la propria “dignità”. E non importa se restiamo
nei nostri peccati poiché Dio ci accetta, garantisce il papa, così come siamo!
“Essere
omosessuale – disse papa Francesco – non è un crimine, è una condizione umana”. È anche un peccato, ma “secondo
l’insegnamento morale cattolico, il quale afferma che ogni atto sessuale al di
fuori del matrimonio è peccato.
Ovviamente si devono tener presenti le circostanze, che diminuiscono o
annullano la colpa”. È un peccato
secondo l’insegnamento tradizionale della morale cattolica, ma solo in quanto
atto sessuale compiuto fuori del matrimonio.
E in ogni caso “le circostanze” possono “diminuire o annullare la
colpa”. Inteso in questo modo
latitudinario, cosa resta di questo peccato, nell’ottica di papa Francesco? Uno degli argomenti da lui usati, che sembra condiviso
anche dal suo successore, è che ci sono peccati ben più importanti di quelli
carnali. Spesso si è espresso in questo
modo: “I peccati a sfondo sessuale tendono a scandalizzare fortemente certe
persone. Ma in verità non sono i
peggiori. Sono peccati umani, della
carne”. I peccati più gravi sono: “l’orgoglio, l’odio, la menzogna,
l’imbroglio, l’abuso di potere”.
Eppure,
le nostre società non hanno cominciato a decomporsi moralmente e socialmente
sotto l’assalto della c.d. «Rivoluzione Sessuale»,
istigata dal femminismo, che ha distrutto matrimonio, famiglia, sano e corretto
rapporto tra i sessi? E non ha potuto
farlo anche grazie all’atteggiamento permissivo e lassista di tanti prelati che
ragionavano e ragionano come papa Francesco?
Inoltre, stabilire una graduatoria tra i peccati contro i Dieci
Comandamenti è contro la Scrittura. Non
ha forse scritto S. Giacomo che “chiunque osserva tutto il resto della Legge ma
pecca sia pure contro un solo comandamento, si rende colpevole di tutti” (Gc 2,
10)? Gli insegnamenti di Cristo vanno
rispettati ed eseguiti nella loro totalità[2].
Il concetto conculcato ripetutamente da papa
Francesco, secondo il quale si è accolti da Dio “così come siamo”, senza dover
improntare la nostra vita alla volontà del vero Dio e pertanto impegnarci ogni
giorno a mettere in pratica gli insegnamenti di Cristo; questo concetto esprime l’opposto di
quanto insegnato dal Signore sul vero e unico modo di perseguire la
salvezza. Si tratta del famoso passo del
cap. 3 del Vangelo di Giovanni, quando il Signore, rivolgendosi a Nicodemo, gli
disse: “ in verità ti dico, se uno non nascerà
di nuovo non può vedere il regno di Dio”.
Ovvero: “Chi non rinascerà per
acqua e Spirito Santo non può entrare nel Regno di Dio. Ciò che è generato dalla carne, è carne; e
quel che nasce dallo Spirito, è Spirito” (Gv 3, 3, 5-6). Non si potrà entrare nel Regno di Dio se non
si sarà sostituito l’uomo vecchio con l’uomo nuovo, generato dal battesimo e
dallo Spirito Santo, cioè dalla Grazia che si connatura alla nostra volontà
buona che l’invoca e provoca in noi un mutamento ontologico (vedi
anche: Gv 14, 23).
Rovesciare
in questo modo l’autentico messaggio di salvezza di Cristo, non costituisce
errore nella fede? E fors’anche eresia? Se poi sia eresia vera e propria, nel senso
“tecnico” odierno, la questione esula dalla mia competenza. Ma è certo che un errore così grave, che comporta
l’indifferenza e persino l’accettazione per i peccati connessi alla morale
sessuale, quelli che per prima cosa distruggono il matrimonio e la famiglia, rappresenta una
profonda deviazione dalla retta dottrina e dalla retta pastorale della Chiesa.
Eresie sottili (estratti
da Giovanni Paolo II – Il Figliol Prodigo secondo Wojtyla).
Ma veniamo ad esempi di
eresie sottili, quelle che avvelenano l’organismo altrimenti sano della Chiesa
sotto la parvenza della compassione, della bontà, della misericordia che salva
tutti, di una concezione “più umana” della Rivelazione.
Qui l’errore penetrato nella
fede, è quello della “salvezza per tutti”, garantita cioè a tutti gli uomini
già dall’Incarnazione di Nostro Signore.
Errore diventato c o s t u m e
. La riprova? Praticamente ad ogni funerale si dice del
morto o della morta che “è andato/a alla Casa del Padre”. Ma chi va alla Casa del Padre se non l’anima
eletta, quella di colui-colei che ha raggiunto la salvezza? E se si proclama che tutti ci vanno appena
morti, alla Casa del Padre, si crede evidentemente che tutti siano stati già
salvati prima di morire.
Si tratta di un errore non
appariscente come altri ma non per questo meno esiziale, individuato in
particolare dallo scomparso prof. Johannes Dörmann, rispettato teologo tedesco,
professore universitario del tutto indipendente dalla Fsspx, che ha sottoposto ad una minuziosa analisi le
tre encicliche che costituiscono la “teologia trinitaria” di Giovanni Paolo II, in pratica l’ossatura teologica del suo
pontificato. Si tratta della Redemptor hominis (1979); della Dives in
misericordia (1980); della Dominum et vivificantem (1986). L’ Autore vi dimostra la continuità con la
personale teologia di Wojtyla quand’era ancora cardinale. Purtroppo quest’opera fondamentale, di
complessa lettura, è apparsa presso piccoli e marginali editori, non venendo
ovviamente presa in considerazione da quelli maggiori. È rimasta quindi relegata nella composita
periferia della pubblicistica tradizionalista cattolica, praticamente ignorata
dai più.
Riporto una pagina di
sintesi sui suoi lavori, apparsa anni fa sul trimestrale tradizionalista «Sel de la Terre», pubblicato
dai Domenicani di Avrillé, in Francia.
“Commentando il capitolo II
dell’Enciclica Dives in misericordia di Giovanni Paolo II, il professor
Dörmann ne ha sottolineato le piuttosto
insolite omissioni. Giovanni
Paolo II riesce a descrivere e definire la missione del Messia senza menzionare
esplicitamente il peccato né il bisogno assoluto della redenzione da parte
dell’umanità peccatrice.
Peraltro, l’enciclica non
vede nelle “dichiarazioni messianiche” di Gesù nient’altro che la rivelazione
della misericordia del Padre, senza far parola della sua volontà di esser
riconosciuto come Messia. Anche le sue azioni
sono presentate al di fuori di questa esigenza della fede. (Nei Vangeli,
è chiarissimo il fatto che Nostro Signore nell’operare i miracoli vuole
suscitare e rafforzare la fede. Ma
l’enciclica tace completamente sul punto e parimenti tace sulla necessità di
questa fede e del battesimo per la salvezza).
Come spiegare un tal
silenzio sull’essenziale della missione del Messia? In prima battuta vi si può vedere una riduzione
della dottrina cristiana, rapportando tutto
a livello dell’uomo (l’azione messianica è vista solamente come
guarigione di tutte le sofferenze umane – trascurando ciò che l’amore redentore di Cristo ha di
essenziale e di specifico). Ma siffatta
riduzione, per quanto grave, non è che un aspetto della questione. Il prof. Dörmann discerne sullo sfondo una trasposizione
ancora più grave: i versetti del
Vangelo, citati in grande abbondanza, sono sapientemente inseriti in un quadro
preliminare che deforma il messaggio del Nuovo Testamento, racchiudendolo in
uno schema a priori.
Questo schema, è quello
della salvezza universale. Se in effetti
tutti gli uomini, dall’inizio del mondo sin alla sua fine, sono ora già
giustificati, ciò significa che la redenzione umana è essenzialmente
compiuta. In un tale quadro, quale può
essere la missione del Messia? Non
quella di riscattarci dal peccato mediante la croce (come avrebbe detto un
qualsiasi cattolico prima del Vaticano
II e come n o n dice
Giovanni Paolo II), né quella di suscitare la fede e la conversione necessarie
alla salvezza (cosa anche questa taciuta da Giovanni Paolo II), ma unicamente
quella di farci prender coscienza della misericordia divina. Il Messia altro non è che un segno visibile
del Padre, che è amore e misericordia:
questo è il Leitmotiv di tutto il capitolo II dell’enciclica”[3].
Un’analisi indubbiamente
interessante, per gli amanti della verità.
Essa fa vedere come si alteri il significato dell’autentico Messia che è
il Cristo, 555mediante la semplice tecnica dell’omissione. Un lavoro sottile. Impenetrabile alla gran parte dei fedeli,
anche se molti di loro potranno aver avuto la sensazione che c’era qualcosa di
diverso e insolito nel discorso del papa.
Del resto, la componente dell’azione del Messia messa in rilievo da
Giovanni Paolo II è pur sempre autentica.
Non è forse vero che il Padre è “amore e misericordia”; che, per amore
dell’uomo peccatore, ha voluto che il Figlio ne espiasse i peccati con la
“testimonianza del sangue” ovvero con il crudelissimo Sacrificio della Croce?
È certamente vero ma non è
affatto tutto. Dal discorso del papa
manca una parte, altrettanto essenziale, come ha messo in rilievo Dörmann. Se si va a rileggere questa breve II parte
dell’enciclica, non si può far altro che dar ragione all’esegesi dello
scomparso teologo tedesco.
“Cristo quindi – scrive il
papa – rivela Dio che è Padre, che è «amore», come si
esprimerà nella sua prima lettera san Giovanni (1 Gv 4, 8, 16); rivela Dio «ricco di misericordia», come leggiamo in san Paolo (Ef 2, 4).
Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa
presente da Cristo. Il render presente
il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la
fondamentale verifica della sua missione di Messia, lo confermano le parole da
lui pronunciate prima nella sinagoga di Nazaret, poi dinanzi ai suoi discepoli
ed agli inviati di Giovanni Battista.
In base ad un tal modo di
manifestare la presenza di Dio che è Padre, amore e misericordia, Gesù fa della
misericordia stessa uno dei principali temi della sua predicazione…”[4].
La “fondamentale verifica
della sua missione di Messia” consiste dunque nel “render presente il Padre
come amore e misericordia”. Ma
quest’amore e misericordia sono forse da mettere in relazione alla redenzione
dell’uomo dal peccato? Vale a dire: sono fini a se stesse o mezzi che aprono le
porte della salvezza s o l o a chi si è pentito e convertito, improntando
la sua vita agli insegnamenti di Cristo, che nel loro contenuto provengono dal
Padre? Non per nulla, Cristo ci ripete
più volte che bisogna far sempre la volontà del Padre, come Lui stesso l’ha
fatta: “Et circumspiciens eos qui in
circuitu eius sedebant, ait: Ecce mater
mea et fratres mei. Qui enim fecerit
voluntatem Dei, hic frater meus, et soror mea, et mater est” (Mc 3, 34-35).
Questo nesso della
misericordia divina con la nostra redenzione e quindi con la necessità assoluta
della fede in Cristo quale Figlio di Dio, nell’enciclica non compare. Sembra che l’amore e la misericordia di Dio
esistano soprattutto per alleviare i mali della condizione umana. Ricordando subito dopo che il Signore amava
esprimersi in parabole, Giovanni Paolo II ne menziona alcune: quella del
figliol prodigo, quella del buon samaritano, quella del servo spietato (che
viene punito, ricordo, perché non mostra alcuna misericordia per i propri debitori,
dopo averla invocata dal padrone nei confronti di se stesso)[5]. Alle parabole, vanno aggiunte altre immagini;
tra di esse: il buon pastore che va in cerca della pecorella smarrita; la donna
che spazza la casa alla ricerca della dracma perduta[6].
Pertanto, “Cristo, nel
rivelare l’amore - misericordia di Dio,
esigeva al tempo stesso dagli uomini che si facessero anche guidare nella loro
vita dall’amore e dalla misericordia.
Questa esigenza fa parte dell’essenza stessa del messaggio messianico e
costituisce il midollo dell’ethos evangelico”[7].
Perciò Cristo, “quale
compimento delle profezie messianiche, divenendo l’incarnazione dell’amore che
si manifesta con particolare forza nei riguardi dei sofferenti, degli infelici
e dei peccatori, rende presente e in questo modo rivela più pienamente il
Padre, che è Dio «ricco di misericordia»”[8].
Giusto. Ma largamente incompleto, quanto alla
rappresentazione della vocazione messianica di Cristo. Bisogna infatti chiedersi: come ci facciamo guidare dall’amore e dalla
misericordia nei confronti del prossimo?
Occorre da parte nostra la volontà di fare la volontà di Dio, che si è
rivelata a noi nei precetti insegnati da Cristo, e l’aiuto sovrannaturale della
Grazia a questa stessa volontà, che non potrebbe mai ottemperare agli
insegnamenti di Cristo con le sue sole forze (“Senza di Me, non potete far
nulla”, Gv 15, 5). Ma della necessità della nostra partecipazione razionale
all’azione salvifica del Messia non vi è qui traccia. Come non ve ne è del fatto che, a causa del
peccato originale e delle sue conseguenze, questa nostra partecipazione è
sempre difficile e manchevole, di continuo bisognosa di contrizione e
pentimento per i nostri peccati, che ci sbarrano il cammino della salvezza.
Come annotava Dörmann, Cristo
esige da noi innanzitutto la fede quale condizione per la nostra redenzione e
salvezza e quindi pentimento e conversione, inclusione nella Chiesa mediante il
battesimo. Esige poi (ricordo) l’opera
costante della nostra volontà di obbedirgli, lotta quotidiana contro il demonio
e noi stessi, contro la nostra parte peggiore.
Rileggiamo un passo oggi assai poco citato dei Vangeli, nel quale
vengono ricordati i doveri dei servi verso i loro padroni: “Si riterrà forse
[il padrone] obbligato verso quel servo perché ha fatto quello che gli ha
comandato [cioè, di servirlo]? Così
anche voi, quando avrete compiuto tutto quello che vi è stato comandato, dite:
- Servi inutili siamo! Abbiamo fatto il nostro dovere” (Lc 17, 9-10).
Anche essere misericordiosi
verso il prossimo è un ordine del Signore.
E quando vi abbiamo adempiuto non abbiamo fatto niente di speciale,
semplicemente obbedito al suo comando.
Non per nulla, Giovanni
Paolo II tralascia tutte le parabole nelle quali si ricorda l’esercizio
severissimo della divina giustizia per tutti coloro che si saranno ribellati ai
comandamenti del Messia. Così quelle
dalle quali risulta che chi muore in peccato mortale non troverà misericordia,
che una parte dell’umanità andrà in perdizione : la parabola del Seminatore; quella della separazione del grano dal loglio
il giorno del Giudizio (Mt 13); delle vergini stolte (Mt 25); dei vignaiuoli
perfidi (Lc 20); delle nozze regali (Mt
22; delle mine (Lc 19); del ricco
Epulone (Lc 16).
Il Padre è sì “ricco di
misericordia” nei nostri confronti ma è anche il giusto ed infallibile
Giudice. E questo non viene più
ricordato nei documenti dell’attuale Gerarchia.
L’amore e la misericordia di Dio per noi valgono solo durante la nostra
vita terrena. Dopo, no. Il tempo della misericordia è finito per
sempre, per ciascuno, quando muore. La sua anima va immediatamente al giudizio
individuale di Nostro Signore, che ne stabilisce unilateralmente ed
infallibilmente la destinazione eterna (anche questa verità di fede oggi non
viene più ricordata).
Da notare che l’enciclica
mette sullo stesso piano “i sofferenti, gli infelici, i peccatori” quale
oggetto dell’amore misericordioso di Dio nei loro confronti. Ma non sembra illogico mettere i peccatori
nella stessa categoria degli infelici e dei sofferenti? Il peccatore ha consapevolmente violato
almeno uno dei dieci Comandamenti, si trova cioè in colpa di fronte a Dio,
mentre i sofferenti e gli infelici sono tali (nel modo di esprimersi comune) per
cause naturali o di vita indipendenti dalla loro volontà. Il peccatore può provare sofferenza ed
infelicità, ma per l’appunto in conseguenza del suo peccato. Si trova nella situazione di chi riceve
misericordia per pentirsi, confessarsi, cambiar vita, mutamenti non richiesti a
chi deve esser solo consolato per ragioni di malattia o infelicità
esistenziale.
Il Figliol Prodigo
secondo Wojtyla
La critica di Dörmann trova
conferma anche nel modo singolare nel quale Giovanni Paolo II spiega la
parabola del figliol prodigo. Secondo l’interpretazione tradizionale,
questa parabola vuol mostrare la grande misericordia di Dio e la sua grande pazienza
nell’aspettare la redenzione del peccatore.
Il quale si redime unicamente perché, ridottosi alla fame in terra
straniera (fuor di metafora: diventato un miserabile senza più alcuna dignità,
in preda alla disperazione di una vita indecorosa, consumata dai peccati), si
rende conto di aver grandemente errato, di trovarsi immerso nel male: allora comincia a pentirsi e torna umile e contrito
al Padre, che lo perdona e lo riaccoglie in casa. Questa famosa parabola vuole anche farci
capire l’esistenza di un nesso inscindibile tra amore e misericordia divine e
nostro pentimento e conversione. La
misericordia di Dio è sempre in relazione alla nostra conversione, impossibile
senza l’aiuto della Grazia e senza il ritrovamento della fede. Impossibile, quindi, senza voler tornare a
fare la volontà di Dio. Inoltre, la
parabola ci esorta ad esser caritatevoli e generosi verso il peccatore pentito,
in cerca di redenzione, come si vede dalla risposta del padre al figlio
maggiore, rimasto sempre fedele, che protestava per l’accoglienza gioiosa e
generosa tributata al fratello scapestrato inaspettatamente ritornato
all’ovile: “Figlio, tu sei sempre con me
e tutto quello che ho è tuo; ma era ben
giusto far festa e darsi alla gioia, perché questo tuo fratello era morto ed è
ritornato in vita, era perduto e si è ritrovato” (Lc 15, 31-32)[9].
Invece Giovanni Paolo II si
industria a far uscire da questa parabola l’esaltazione della dignità dell’uomo. Un vero gioco di prestigio. Uno mai penserebbe che, attraverso la figura
del figlio caduto nell’abiezione, peccatore pentito e venuto a Canossa, la
parabola voglia affermare la dignità dell’uomo!
Secondo il papa, il figliol
prodigo ridotto in miseria, assai più che per la penuria e la fame, soffriva
per la perdita della sua dignità di figlio onorato nella casa del Padre: “ma più importante di questi beni era la sua
dignità di figlio nella casa paterna. La
situazione in cui si venne a trovare al momento della perdita dei beni
materiali doveva renderlo cosciente della perdita di questa dignità”[10]. Pensando ai semplici “salariati” (mercenarii)
che a casa di suo Padre avevano “pane in abbondanza”, affiora in lui “il dramma
della dignità perduta, la coscienza della figliolanza sciupata”. Convintosi della sua colpa, decide allora di
tornare anche a costo di esser trattato dal Padre come uno dei suoi garzoni.
Pertanto “a causa della
complessa situazione materiale” e “a causa del peccato era maturato il senso
della dignità perduta”[11]. Una grande umiliazione, questa perdita, che
il figliol prodigo è pronto ad affrontare, rendendosi conto che non ha più
alcun diritto, “se non quello di esser un salariato nella casa del Padre”. Il figliol prodigo decide di tornare,
nell’ottica di Wojtyla, essendo ben “cosciente di ciò che ha meritato e di ciò
cui può aver ancora diritto secondo le norme della giustizia”[12]. Ciò cui può aver ancora “diritto” sarebbe
l’esser assunto dal Padre come salariato cioè a giornata. Questo “ragionamento” sul rapporto tra merito
e giustizia “dimostra”, secondo Giovanni
Paolo II, “che, al centro della coscienza del figliol prodigo emerge il senso
della dignità perduta, di quella dignità che scaturisce dal rapporto del figlio
col padre. Ed è con tale decisione che
egli si mette per strada”[13].
Dunque, il ritorno del figliol
prodigo sarebbe motivato soprattutto dal desiderio di ristabilire in qualche
modo la dignità di figlio, da lui perduta a causa della sua condotta scandalosa,
non dal desiderio diventato angoscioso di esser perdonato e assolto dai suoi
gravi peccati. Di questa dignità sarebbe
rimasto a lui solo “il diritto” ad esser assunto come salariato. Affermazione singolare, dato che, andandosene
con la sua parte di patrimonio a vivere per i fatti suoi, il figliol prodigo
aveva estinto ogni sua giuridica appartenenza alla società domestica paterna. Né risulta, dal testo, che egli pensasse di
aver conservato un qualche diritto, connesso alla sua dignità di figlio.
Annota Dörmann: “Nelle parole del figliol prodigo – ‘non sono
più degno di chiamarmi tuo figlio’ (Lc 15, 19) – non è espressa in alcun modo
la consapevolezza di possedere “nell’ordine della giustizia”, come dice il papa,
un diritto ad esser accolto come salariato nella casa del padre. Le sue parole costituiscono piuttosto
un’umile preghiera, aliena da qualsivoglia pretesa! Il figliol prodigo, a causa del suo
comportamento, ha perso qualsiasi diritto.
L’appello a un qualche diritto, non contenuto, né rintracciabile nelle
parole del figlio, falsificherebbe radicalmente gli atti di pentimento, di
penitenza, di ritorno e conversione intesi nel senso loro attribuito da Gesù e
dal Nuovo Testamento. Ed è esattamente questo ciò che avviene nell’enciclica!”[14].
Infatti, prosegue il teologo
tedesco, per il Signore la conversione è un “atto di ravvedimento, di deciso
allontanamento dalla vita di peccato e di fiducioso e supplice rivolgersi al
Padre”[15]
– un atto concreto, sottolineo, che deve avere una dimensione esistenziale (“poenitemini,
et credite Evangelio”, Mc 1, 16).
Invece, nell’enciclica, essa, rimarca Dörmann, diventa una mera “presa
di coscienza” da parte di colui che ritorna. “Grazie alla gioiosa accoglienza
da parte del padre, il figliol prodigo comincia “a vedere se stesso e le sue
azioni in tutta verità” e ciò ha luogo secondo il principio di uguaglianza e
della “comune esperienza” di padre e figlio.
Colui che ritorna riconosce il valore originario e inalienabile della
sua dignità di figlio e alla luce di questa sua personale esperienza valuta il
proprio comportamento erroneo precedente.
Si tratta dunque di una “conversione” fondata sull’uguaglianza, dove il
rapportro del padre col figlio avviene su un piano di parità fra consanguinei e
la misericordia si identifica in un “comune esperienza” di Dio come Padre e
dell’uomo”[16].
Dobbiamo chiederci, a questo
punto: la parabola del figliol prodigo
vuol forse limitarsi a rappresentare una tranche de vie, con lo scopo di
porre in primo piano la “dignità dell’uomo” quale valore rilevante anche per
Dio, senza alcun effettivo nesso con il dramma della salvezza delle anime? No, certamente. Se il Padre è figura di Dio Padre e il figliol
prodigo dell’uomo quando pecca scientemente contro l’ordine stabilito da Dio e
si mantiene in una vita di peccato, non possiamo di certo vedere nella “dignità”
di quest’uomo immerso nel peccato (e ora proprio per questo perduta) l’essenza
della loro relazione.
La dignità, osservo, è un valore
meramente secondario, esprimente un giudizio di merito su un nostro
comportamento sociale corretto e decoroso (quando c’è) - essa non ha a che
vedere qui. Il nostro rapporto con Dio
di noi uomini ribelli e peccatori è di abissale sudditanza e solo pentendoci
sinceramente e rinnegando noi stessi possiamo ottenere dal Padre il perdono che
ci riapre la possibilità della vita eterna.
Un perdono, tra l’altro, unilateralmente concesso, per pura bontà, non
avendo Dio onnipotente alcun obbligo di “assumerci a giornata” (come
sembra invece insinuare Wojtyla nel menzionare un supposto diritto del
figliol prodigo ad essere assunto come mercenarius, per via di una
dignità di figlio che non avrebbe mai perso del tutto).
In modo sorprendente, Giovanni
Paolo II elegge la “dignità umana” ritrovata addirittura a chiave di lettura della
parabola. Ciò risulta da come
interpreta il grande slancio d’amore paterno con il quale il Padre accoglie il
figlio che credeva ormai perduto, correndogli addirittura incontro, dopo averlo
scorto da lontano, mentre si avvicinava macilento verso casa.
“Egli agisce certamente
sotto l’influsso di un profondo affetto, e così può esser spiegata anche la sua
generosità verso il figlio, quella generosità che tanto indigna il fratello
maggiore. Tuttavia, le cause di quella
commozione vanno ricercate più in profondità.
Ecco, il padre è consapevole che è stato salvato un bene
fondamentale: il bene dell’umanità del
suo figlio. Sebbene questi abbia sperperato il patrimonio, è perciò salva la
sua umanità. Anzi, essa è stata in qualche
modo ritrovata. Lo dicono le parole che il padre rivolge al figlio maggiore
[rimasto sempre fedele, che protestava per l’accogligenza gioiosa riservata al reprobo contrito]: “Bisognava far festa e rallegrarsi perchè
questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato
ritrovato”. Nello stesso capitolo XV del
Vangelo secondo Luca, leggiamo la parabola della pecora ritrovata, e
successivamente la parabola della dramma ritrovata. Ogni volta vi è posta in rilievo la medesima
gioia presente nel caso del figliol prodigo.
La fedeltà del padre a se stesso è totalmente incentrata sull’umanità
del figlio perduto, sulla sua dignità. Così si spiega soprattutto la
gioiosa commozione al momento del suo ritorno a casa.
Proseguendo, si può dire che
l’amore verso il figlio, l’amore che scaturisce dall’essenza stessa della
paternità, obbliga in un certo senso il padre ad aver sollecitudine della
dignità del figlio. Questa
sollecitudine costituisce la misura del suo amore”[17].
Pertanto, conclude Giovanni
Paolo II, “la relazione di misericordia si fonda sulla comune esperienza di
quel bene che è l’uomo, sulla comune esperienza della dignità che gli è
propria”[18].
Consideriamo
attentamente. Il padre si commuove
perché capisce che il ritorno del figlio pentito significa la “salvezza della
sua umanità”, che è in sostanza la stessa cosa della sua “dignità”. Ma questo ha voluto insegnarci il Signore con
la parabola? No. La grande gioia del
Padre è provocata dalla consapevolezza che il pentimento del figlio rappresenta
per il figlio la salvezza, la salvezza dell’anima non quella della sua
umanità e dignità. Ciò che viene
ritrovato è la vita eterna, come possibilità che il perdono di Dio apre nuovamente
al peccatore effettivamente in cerca di redenzione. Ma il
significato religioso, trascendente della parabola nell’articolazione di
pentimento, conversione, salvezza, vita eterna, va completamente perduto
nell’esegesi di Giovanni Paolo II. Egli
ci ricorda che Dio è fedele[19]. Ma questa fedeltà consiste nel mantenere il
Patto con l’uomo (Gen 17) e la promessa di salvezza a tutti quelli che avranno vissuto
obbedendo alla volontà sua e del Verbo Incarnato. Non consiste di certo nel salvaguardare la
dignità dell’uomo - e al punto da
sentirsi “in un certo senso obbligato” alla cura sollecita di questa supposta
“dignità”. Ma proprio questo è il
risultato singolare dell’inaccettabile ermeneutica wojtyliana: la “dignità dell’uomo” diventa un valore che
il Padre è “in un certo senso” obbligato a tutelare!
Mi sembra che la conclusione
finale del discorso di Giovanni Paolo II utilizzi il concetto di “esperienza”
tipico dei modernisti.
Infatti, la “relazione di
misericordia” non è creata unilateralmente dalla bontà del Padre, il quale, per
tornare alla parabola, avrebbe potuto a buon diritto far legnare dai servi il
figlio scapestrato che si era ripresentato solo quando era diventato un morto
di fame e persino ricacciarlo in mezzo alla strada; dalla bontà del Padre, il
quale vuole che tutti si salvino ma partecipando con il loro libero arbitrio e
secondo le loro forze all’opera della salvezza;
questa «relazione»,
scopriamo ora, “si fonda sulla comune esperienza della dignità propria
dell’uomo”. Il fattore decisivo è
rappresentato dall’esperienza, l’esperienza del soggetto-uomo da un
lato, di Dio dall’altro, tra loro connesse.
I modernisti riconducevano le verità di fede alla “esperienza vitale”,
cioè all’esperienza soggettiva del credente, che ritenevano costitutiva di
quella verità. Nell’enciclica, la divina
misericordia viene fondata sull’esperienza della dignità dell’uomo, che
tuttavia non è solo dell’uomo ma è “comune” all’uomo e (addirittura) a
Dio. Come se fosse possibile l’esistenza
di una “comune esperienza” tra l’uomo e Dio Padre; come se Dio Padre potesse
esser ricompreso in un rapporto paritario, di “comune esperienza” con noi
uomini.
Le conclusioni della
singolare esegesi wojtyliana sfociano, a mio avviso, nell’irrazionale,
costituito dal mettere l’uomo sullo stesso piano di Dio mediante il cattivo uso
del concetto di esperienza. In
ogni caso, travisano il significato autentico della misericordia divina, immiserendola
nella dimensione asfittica, solo umana di un valore caduco e secondario quale la
dignità dell’uomo; facendo pertanto sparire il significato sovrannaturale della
parabola, illustrante il senso e i termini esatti della vera conversione.
Il concetto della “dignità
dell’uomo” già adombrato dal Concilio quale inusitato valore fondamentale per i
cattolici, riceve qui da Giovanni Paolo II un indubbio approfondimento, anche
se in antitesi alla retta dottrina. L’errore
che viene fatto penetrare è duplice:
1. la dignità dell’uomo acquista un significato ontologico
poiché si dichiara che essa, come “dignità del figlio” non può esser mai
perduta, qualsiasi cosa faccia il figlio, quale che sia il peccato da lui
commesso;
2. Il Padre è in un certo senso obbligato a
tutelarla poiché come “dignità del figlio” essa risulta da una “esperienza
comune” tra Padre e figlio. Si proclama
quindi addirittura l’esistenza di un obbligo di Dio nei nostri confronti,
facendo in tal modo cadere la distinzione tra natura umana (che si trova in
statu naturae lapsae) e Grazia.
Fuor di metafora, tutto ciò
significa che la salvezza è già garantita a tutti. L’affermazione (erronea) del carattere
ontologico della dignità dell’uomo ne costituisce una premessa. Possiamo qui già scorgere i presupposti della
posteriore nozione della dignità dell’uomo come “dignità infinita”, tesi
surreale, messa in circolazione dal cardinale Victor Manuel Fernández l’8
aprile 2024 con la dichiarazione Dignitas infinita circa la dignità umana.
Va comunque ricordato, per
doverosa completezza, che il fondamento della singolare ermeneutica di Giovanni
Paolo II si trova nel Concilio, nel par. 22.2 della Gaudium et spes, nel
famoso passaggio ove si dice che l’uomo a causa dell’Incarnazione possiede una “sublime
dignità”. E perché la possiede proprio a
causa dell’Incarnazione? Perché grazie
ad essa il Verbo, “nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del
suo amore, svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua
altissima vocazione”, la quale consisterebbe nella presa di coscienza della sua
sublime dignità; sublime perché il Verbo, secondo il Concilio, si è con l’Incarnazione
in un certo senso unito ad ogni uomo.
“Poiché in Cristo la natura umana è stata assunta, senza per questo
venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una
dignità sublime. Con l’incarnazione il
Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo”[20].
Quello dell’unione di Cristo
con ogni uomo, in quanto tale, grazie all’Incarnazione, è un antico errore già
combattuto dal Damasceno e dall’Aquinate, riproposto mediante l’eterodossa
nozione di Rivelazione di Henri de Lubac, già criticata a suo tempo dal
cardinale Siri, critica ripresa e approfondita da Dörmann. L’immagine singolare dell’unione di Cristo con
ogni uomo già dall’Incarnazione, poteva essere mantenuta in conformità al
dogma, nonostante la sua pericolosa ambiguità, se intesa in senso puramente
simbolico o spirituale, come immagine forte della conversione a Lui che Cristo
vuole da ciascuno di noi. Ma Giovanni
Paolo II ha voluto dare a quest’immagine un significato ontologico, nel
par. 13 della sua prima enciclica, la Redemptor hominis, condotto
all’insegna del concetto “Cristo si è unito ad ogni uomo”, tolto via lo “in
certo modo”. Infatti, egli vi afferma
che, grazie a questa “unione”, l’uomo (“ognuno”, “ogni uomo” e “dal momento in
cui viene concepito sotto il cuore di sua madre”) si trova unito a Cristo “per
sempre” poiché il suo effetto sarebbe stato quello di mantenere ad ogni uomo
“intatta l’immagine e la somiglianza con Dio stesso (Gn 1, 27). Ma Dörmann non può non rilevare che questa
nuova dottrina wojtyliana contraddice apertamente il dogma del peccato
originale, secondo il quale, a causa della Caduta, l’uomo ha perduto la similitudo
Dei conservando solo l’imago Dei, peraltro in parte lesionata dalle
conseguenze del peccato originale, che ci rendono difficile la lotta per
difenderla contro Satana[21].
Questa teologia personale di
Giovanni Paolo II si è gradualmente imposta nella teologia ufficiale della
Chiesa onde la supposta “unione” di cui a GS 22.2, viene intesa oggi come “una
unión ontólogica pero tambien existencial con todos los hombres”[22].
Questa opinione teologica non
dobbiamo esitare a definirla eretica nel senso largo dell’eresia come
opinione contraria alla fede, messo in rilievo da mons. Schneider (vedi infra). Essa ha comportato il mutamento di significato
di tanti termini tradizionali, mutamento sfuggito ai più, che vi si sono
inconsapevolmente adeguati. Il concetto
della conversione, per esempio, non è più lo stesso. Non consiste più nel mutamento effettivo
della nostra vita, che ora vuol orientarsi a Cristo; consiste nel prender coscienza di una
situazione già presente ma che anteriormente sfuggiva: così il figliol prodigo “si converte” (secondo
Wojtyla) quando prende coscienza del fatto che la sua “dignità di figlio” gli è
rimasta, nonostante tutto. Così, nel
nuovo ecumenismo, la conversione non è più il ritorno degli scismatici ed
eretici all’ovile, pentiti e abiuranti i loro errori – è invece il “convertere”
di cattolici ed acattolici verso un centro che tutti li sovrasta (il Cristo
profondo o cosmico, alla Teilhard de Chardin) per riunirli in una nuova unità,
grazie allo strumento del dialogo (vedi articolo del cardinale Bea, supra).
Di questo grave fenomeno, una
vera e propria eversione dei concetti, mi limito a riportare
quest’ulteriore esempio.
Sin da quando era cardinale,
sottolinea Dörmann, Giovanni Paolo II ha inteso in senso antropocentrico la
Rivelazione, muovendo proprio dall’interpretazione di GS 22.2. Secondo la dottrina tradizionale, fondata sul
Vangelo di Giovanni, “la Rivelazione consiste nel fatto che il Figlio di Dio è
divenuto uomo incarnandosi nella Vergine Maria e ha rivelato la gloria
dell’unico Figlio del Padre, in una parola la gloria di Dio”[23]. Invece, Giovanni Paolo II ha sostenuto più
volte che “la Rivelazione si concretizza nel fatto che il Figlio di Dio,
mediante la sua incarnazione, ‘si è unito a ogni uomo, è diventato, come Uomo,
uno di noi’. La differenza con la
formulazione del Vangelo di Giovanni balza subito all’occhio: nel concetto wojtyliano della Rivelazione il
fatto interiore dell’unione nascosta del Figlio di Dio con ogni uomo
corrisponde al fatto esteriore dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che
diventa uno di noi e ci espone o ci ‘svela’ in quanto uomo, la nostra propria
umanità”[24].
E proprio qui abbiamo la svolta
antropocentrica: una concezione errata
dell’Incarnazione, sul presupposto ugualmente errato che l’uomo abbia mantenuto
intatta oltre all’immagine anche la somiglianza con Dio che l’aveva creato. E questi errori si espandono fatalmente e si
concludono in quello della “redenzione universale” o salvezza già attuatasi
nell’unione “nascosta” del Verbo incarnato con ogni uomo, ad insaputa di
quest’ultimo, già dalla nascita[25].
Definizione
dell’eresia – Il recente libro di mons. Athanasius Schneider.
Ma
vediamo a questo punto in che senso mi servo del termine “eresia”. Mi baso su un recente libro di SE mons.
Athanasius Schneider, dedicato appunto alle eresie, una “guida cattolica” alle
stesse che ogni cattolico, a mio avviso, dovrebbe leggere[26].
Nella
I parte del testo abbiamo la definizione dell’eresia.
“La
parola eresia è stata utilizzata in vari modi lungo la storia della
Chiesa, tuttavia è sempre stata usata per descrivere qualche forma di scelta o
di separazione da un insieme più
ampio, come indica l’etimologia greca háiresis (“selezione, scelta”).
Nella
Chiesa primitiva il termine fu impiegato in maniera più generale per designare
qualsiasi idea che deviasse dall’autentico insgnamento cristiano e dalla
pratica degli apostoli. In questo senso,
qualsiasi errore nel campo della fede e dei costumi era un’eresia, come era
eretico qualsiasi gruppo che sostenesse o praticasse tali errori. Come si può leggere negli scritti dei Padri
della Chiesa, l’eresia era considerata uno dei più grandi mali […]
Infine,
il termine eresia è stato inteso in senso più ristretto come il rifiuto
delle sole verità di fede e di morale – cose in cui bisogna credere per esser
considerati cattolici. In tale uso più
limitato della parola, tutte le eresie sono errori di qualche genere, ma non
tutti gli errori dottrinali sono eresie.
Oggi,
esistono tre usi principali del termine.
In primo luogo, ogni proposizione che contraddice in sè la fede
divina e cattolica è detta eresia, o “eretica”.
In secondo luogo, il delitto canonico di eresia è “l’ostinata negazione,
dopo aver ricevuto il battesimo, di una qualche verità che si deve credere di
fede divina e cattolica, o il dubbio ostinato su di essa” [Codice di diritto
canonico, can. 751]. Infine, il peccato
mortale di eresia è il delitto di eresia: commesso liberamente e
consapevolmente da qualcuno, comporta la perdita totale della grazia
santificante nell’anima – insieme a tutte le virtù, tutti i mezzi e ogni
speranza di salvezza, se la persona dovesse morire in questo stato”[27].
Osservo: nei blog cattolici a volte si discute di
eresia, discettando se in senso “materiale” o “formale”, spesso senza chiarire
il significato di questa terminologia.
Credo che l’eresia in senso
“materiale” sia costituita dal “delitto canonico di eresia”, vale a dire da
un’opinione oggettivamente eretica a prescindere dalla consapevolezza e
dalle intenzioni di chi la professa.
L’eresia in senso “formale” si avrebbe invece quando si ha il “peccato di eresia”, cioè
quando il soggetto deviante è perfettamente e liberamente cosciente del
significato eretico delle sue opinioni (dopo aver ricevuto ammonimenti,
contestazioni, censure) e continua a professarle, insistendovi (come hanno
fatto tutti i grandi eresiarchi). Qui
l’opinione materialmente ossia oggettivamente eretica diventa anche soggettivamente
ossia formalmente eretica. E
solo in quest’ultimo caso si può parlare di peccato di eresia.
La
nozione di forma è usata qui in senso classico ossia
aristotelo-tomistico. Si tratta della
“causa formale”, una delle quattro causalità che si connettono nel processo
causale, enucleate da Aristotele. La
forma qui non è un aspetto accessorio ma costituisce la sostanza stessa della
cosa, che non può non avere una forma.
La coppa, come forma di una cosa che l’artefice concepisce nella sua
mente e vuole creare nella realtà esteriore, è “causa” (formale cioè
produttrice di forma e quindi) del venir in essere della cosa che è la coppa,
ad opera di un artista (causa efficiente), che si serve di una particolare materia
(causa materiale), per un fine suo personale (causa finale). Tomisticamente: “forma
dat esse rei”. Forma, quindi, non
come caratteristica puramente descrittiva ed esteriore ma “ad substantiam”,
perché costituente la cosa nella sua stessa natura di cosa determinata, nella
sua essenza[28].
In
che senso mons. Schneider usa il termine eresia?
Naturalmente,
nel primo senso. Lo spiega nel paragrafo intitolato: “Come leggere questo libro”.
“In
questo libro il termine eresia è usato nel più antico e ampio senso del
termine. Solo alcuni degli errori qui
considerati sono eresie nel suddetto senso proprio e ristretto, e in nessun
caso, in questo libro, un individuo o un gruppo preciso viene giudicato
colpevole del peccato di eresia (o di qualsiasi altro peccato). Vengono invece attribuiti nomi e definizioni
chiari a certe idee e sistemi di pensiero per identificare concetti
intrinsecamente opposti, a un qualche livello, alla fede e alla morale
cattolica.
Ripercorrere
la storia delle idee nella società umana è una disciplina complessa, e un
resoconto completo di tutti gli errori da cui la Chiesa è stata affetta è
ovviamente al di là della portata di questo libro. Fuggite le eresie deve essere letto
piuttosto come una sorta di catalogo riassuntivo e una breve esposizione di
determinati errori, onde meglio riconoscerli ed evitarli”[29].
In
quest’intervento mi servo ovviamente del concetto di eresia in senso generale,
come indicato da mons. Schneider.
Precisando che, “riconoscere gli errori in modo da evitarli” deve
comunque intendersi come opera preliminare alla loro confutazione, un dovere
per ogni battezzato e cresimato, naturalmente nei limiti delle capacità di
ciascuno. Il Signore non ci chiede cose
impossibili ma semplicemente di essere fedeli alla sua Parola, sino alla morte
(Ap 2, 10). E la fedeltà impone la lotta
contro l’errore, senza tentennamenti.
Ma perché esistono le eresie? Questa domanda se la pongono in molti. Vediamo come risponde mons. Schneider, nel
paragrafo iniziale intitolato “Mistero dell’eresia”.
“Il fatto che Dio possa consentire che l’errore dottrinale affligga la
Sua Chiesa è uno dei più grandi misteri della divina Provvidenza. Benché come istituzione la Chiesa sia
preservata per sempre da qualsiasi errore nel suo insegnamento ufficiale e nei
suoi precetti vincolanti, vi sono periodi in cui Dio permette che i suoi
pastori e insegnanti – i vescovi, successori degli apostoli – cadano in errore,
proferendo insegnamenti erronei o precetti dannosi nel loro ministero
ordinario. In passato Dio ha consentito
addirittura che alcuni papi affermasero dottrine scorrette ed ambigue, senza
ache si trattasse di eresie formali.
Sono casi rarissimi, tra i quali si annoverano i papi Onorio I (625-638), Giovanni XXII (1316-1334) e
Francesco ( 2013-2025). Anche alcune
affermazioni nei testi del Concilio Vaticano II (1962-1965) e certe
dichiarazioni dei papi da allora in poi mancano della necessaria precisione e
chiarezza dottrinale, e sono di conseguenza suscettibili di interpretazioni
erronee”[30].
Dunque, bisogna accettare il fatto che Dio ha
permesso che a volte “i papi affermassero dottrine scorrette e ambigue, senza
che si trattasse di eresie formali”. Si
sarebbe trattato di eresie in senso materiale, cioè di errori, imputabili ad
intelletto manchevole e mal impiegato, non di eresie in senso formale ossia
costituite dal peccato di eresia vero e proprio, che implica la volontà dolosa
di perseverare nell’errore (vedi supra).
In effetti, quale organo della Chiesa potrebbe dichiarare formalmente
eretico un papa materialmente eretico, quando il diritto canonico vieta di
giudicare il papa?
Da notare l’audacia di mons. Schneider che
giustamente include anche papa Francesco tra i papi che hanno diffuso dottrine
“scorrette e ambigue” (vedi supra) e non esita a chiamare in causa il
Vaticano II e “certe dichiarazioni dei papi da allora in poi”, ispirate al
Concilio e proprio per questo “suscettibili di interpretazioni erronee”. In tal modo mons. Schneider rompe l’omertà
finora invalicabile che proteggeva i papi contemporanei, sempre ispirati al
Concilio, e soprattutto il Concilio. È
il primo a farlo, tra i vescovi in servizio attivo, e speriamo non sia
l’ultimo.
Ma come inquadrare l’eresia nel piano divino della salvezza?
“Sin dai tempi apostolici – prosegue mons.
Schneider – questa situazione si è più volte ripetuta. In quelli che sono tra I passi più
straordinari di tutta la Bibbia, san Paolo profetizza: “Alcuni apostateranno dalla fede, dando retta
a spiriti ingannatori e a dottrine di demoni” (1 Tm 4, 1); e ancora: “So infatti che, dopo la mia partenza,
entreranno tra voi [vescovi] de’ lupi rapaci […] a insegnar cose perverse, per
strascinarsi dietro i discepoli” (At 20, 29-30). È solo nella lettera alla Chiesa di Corinto
che san Paolo rrende conto della misteriosa spiegazione per cui Dio permette
tali mali all’interno della Sua amata Chiesa, arrivando a definirla una
necessità: ‘Bisogna bene che vi siano
trra voi dei partiti [hairéseis], perché diventino riconoscibili quelli
degni di approvazione’(1 Cr 11, 19)”[31].
In tal modo possiamo farci una ragione dell’esistenza
dell’errore dottrinale nella Chiesa.
Come ogni
altra forma di male dopo la Caduta, spiega mons. Schneider, l’errore “è
permesso da Dio solo in vista di un buon fine, quello di mettere alla prova e
purificare la nostra fede”[32]. La riprova l’abbiamo guardando al
passato. “Le più terribili eresie e
periodi di crisi nella storia della Chiesa hanno sempre portato a una maggiore
precisione e chiarezza nel suo insegnamento ufficiale, e a una maggiore
disciplina e santità nei suoi membri”[33]. Non dobbiamo, quindi, scoraggiarci ma al
contrario aumentare la nostra fede nella Provvidenza e rafforzarci nella lotta
quotidiana per la nostra santificazione, nel cui àmbito viene a cadere anche la
lotta contro le eresie.
L’opera di mons. Schneider
consta di quattro parti e di alcune appendici.
La I Il mistero
dell’eresia, pp. 9-13, ha carattere introduttivo. Da essa ho preso le citazioni di cui sopra.
La II Cronologia degli
errori dottrinali. Dall’era precristiana
all’epoca attuale, pp. 14-60, contiene un elenco sistematico delle eresie,
dal I al XXI secolo, e delle relative condanne.
La III Presentazione
degli errori per argomento (pp. 61-144) discute in forma catechistica, a
domanda e risposta, il contenuto delle eresie, esposto in maniera sintetica.
La IV La Beata Vergine
Maria distruttrice di tutte le eresie, pp. 145-160, molto opportunamente ci
ricorda l’importanza della devozione a Maria distruttrice di tutte le eresie
nell’opera divina della Salvezza.
Le Quattro Appendici riportano: il Syllabus Errorum di Pio IX; il decreto Lamentabili
Sane di san Pio X, sillabo contro i modernisti; Il giuramento
antimodernista istituito da san Pio X e abolito da Paolo VI; la Dichiarazione sulle verità riguardanti
alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo,
sottoscritta il 31 maggio 2019 dal cardinale Leo Burke, dal cardinale Janis
Pujats, dall’arcivescovo Tomash Peta, dall’arcivescovo emerito Jan Pavel Lenga,
da mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria
Santissima in Astana.
Segue l’Indice Analitico.
Questo libro non è per gli
specialisti o per i soli eruditi ed intellettuali, in generale. È scritto in modo semplice e piano per poter
esser letto da chiunque. Possiamo
considerarlo un vero e proprio Manuale per districarsi nel mare magnum delle
eresie, utilissimo per chi voglia impegnarsi nella Buona Battaglia. Un testo che, per la padronanza della materia
e l’ordinamento della sua esposizione, si dimostra degno erede della grande
tradizione manualistica tedesca del passato.
Faccio degli esempi.
Sappiamo che ci sono state
in passato eresie la cui definizione ha un sapore arcaico, per noi oggi, e in
sostanza incomprensibile: docetismo,
adozionismo, modalismo, monarchianesimo, novazianismo... Nella sua Cronologia mons. Schneider
ci spiega quanto basta.
Docetismo: “Dal greco dokéin (“sembrare”), ritiene l’umanità
di Gesù Cristo parzialmente o interamente illusoria, ossia Nostro Signore sarebbe
stato un uomo solo in apparenza o soltanto apparentemente sarebbe nato e
vissuto, avrebbe sofferto e sarebbe morto.
Questa eresia, che distrugge il senso e lo scopo stesso
dell’Incarnazione, fu combattuta già dagli Apostoli”[34].
Ricordo che i docetisti negavano
la morte in Croce del Signore, al suo posto sarebbe morto un sosia, una sua
sembianza. E ricordo anche che l’eresia
docetista riappare nel Corano (Sura IV, 156), probabilmente desunta da
conventicole manichee e gnostiche presenti nella penisola arabica del tempo,
cioè da fonti pseudo-cristiane.
Adozionismo : “Ampia
categoria per teorie cristologiche secondo le quali Cristo, come uomo, non è il
figlio naturale di Dio ma soltanto il figlio adottivo”[35].
Modalismo : “Dal latino modus (modo), è la credenza
secondo cui Padre, Figlio e Spirito Santo non siano persone divine separate e
distinte ma semplicemente tre modi o manifestazioni di uno stesso, unico essere
divino. È noto anche come
sabellianismo e patripassianismo
(“sofferenza del Padre”), in quanto sostiene che Dio Padre si sia incarnato in
Cristo e abbia sacrificato se stesso sulla Croce – affermando cioè che nella
Passione di Gesù Cristo abbia sofferto anche Dio Padre”[36]. Non è da escludersi, annoto, che forme di
“modalismo” siano riapparse negli errori oggi circolanti.
Monarchianesimo : “Quasiasi
eresia cristiana che nega in qualche modo la natura trinitaria di Dio, si
suddivide in adozionismo e modalismo”[37].
Novazianesimo : “Dal nome del presbitero romano Novaziano (m. nel
258) – antipapa dal 251 al 258 – nega il potere della Chiesa di rimettere i
peccati in certi casi, in particolare concedendo l’assoluzione ai cattolici
caduti durante le prime persecuzioni della Chiesa”[38].
Questi sono solo degli
esempi, per dare un’idea dell’impostazione del libro. Uno dei suoi pregi
consiste anche nel fatto di aggiornare l’elenco delle eresie, riportando anche
quelle derivanti da errori nuovi, tipici della modernità contemporanea.
Infatti, in quelle del XX
secolo abbiamo : femminismo, gradualismo (nell’applicazione della legge
naturale o divina, che subirebbe giustificate eccezioni in casi particolari che
in realtà la negano), libertà religiosa, modernismo, neopaganesimo, Nouvelle
théologie, pentecostalismo (“sistema protestante che punta sull’aspetto carismatico,
dimostrativo, sentimentale, estatico e irrazionale, facendo prevalere
l’esperienza religiosa sui principi dottrinali”), pluralismo religioso
(“sistema indifferentista che sostiene che tutte le religioni siano
positivamente volute da Dio e santificanti per i rispettivi aderenti”), rahnerismo,
relativismo morale, sedevacantismo, sincretismo, teologia della liberazione.
Nel XXI secolo : ideologia del gender, ideologia omosessuale,
misticismo ecologico, positivismo magisteriale, transumanesimo.
La dizione “positivismo
magisteriale” potrebbe sembrare oscura.
In realtà è chiarissima. Riporto
per intero la sua elucidazione.
“Sostiene che tutti gli
insegnamenti, atti e comandi di un papa o di un concilio ecumenico siano
automaticamente e infallibilmente veri, moralmente buoni e che sia necessario
obbedirvi. Implicitamente dà la priorità
al Magistero sulla Sacra Scrittura e la Tradizione, come avviene quando dei
rappresentanti del Magistero insegnano o agiscono manifestamente per minare
verità rivelate o pratiche sacramentali e liturgiche perenni della Chiesa. Questo è successo con Papa Paolo VI (m. nel
1978) che, nel 1970, tentò di proscrivere il venerabile rito romano millenario
della Messa e di impedirne la celebrazione, e con Papa Francesco, che ha
contraddetto la prassi morale e sacramentale perenne autorizzando, nel 2016, la
ricezione della Santa Comunione da parte di adulteri riconosciuti tali, e nel
2023 autorizzando la benedizione delle coppie adultere o sodomitiche. Il positivismo magisteriale giustifica tutta
questa serie di deviazioni attraverso un’artificiale “ermeneutica della
continuità” o mediante esercizi semantici di “quadratura del cerchio”, o ancora
grazie all’obbedienza irrazionale”[39].
Mons. Schneider non le manda
a dire. Nella III parte del libro
abbiamo la “presentazione degli errori dottrinali per argomento”. Spiegando gli “Errori sulla Creazione”,
scrive ad un certo punto:
“Domanda – L’uomo è una
creatura che Dio ha voluto per se stessa?
Risposta - No. Benché l’uomo non debba mai essere
utilizzato come un mero mezzo per arrivare a un fine, la nozione che l’uomo
esista semplicemente “per se stesso” è l’errore “autoreferenziale” dell’antropocentrismo,
alle cui radici c’è la filosofia non cristiana di Immanuel Kant (1724-1804). Al contrario, “tutte le altre cose Dio le
vuole in quanto sono ordinate alla sua bontà come al loro fine” [ST, I q. 19,
a. 3 c] e “Fine dell’uomo è Dio” [Leone XIII]”.
Ma perché questa
domanda? L’Autore lo chiarisce in
nota: “Il documento del Concilio
Vaticano II Gaudium et Spes contiene l’affermazione ambigua che ‘l’uomo
è la sola creatura in terra che Dio abbia voluta per sé stessa’(24)”[40]. Bisogna dunque ammettere che questo errore è
stato messo in circolazione da una frase ambigua del pastoral Concilio. L’Autore mette in rilievo anche altre “affermazioni
del Concilio Vaticano II, ambigue in sè e suscettibili di condurre ad una
cattiva comprensione”: l’art. 16 della
costituzione Lumen gentium sulla Chiesa secondo la quale i mussulmani
adorano il Dio unico “insieme a noi” cattolici o l’affermazione in Dignitatis
Humanae 2, secondo cui la persona umana ha un diritto naturale a diffondere
la religione di sua scelta (anche se fosse una falsa religione) senza che la
legge civile glielo impedisca[41].
Vi sono altri riferimenti
critici al Concilio, ma credo che questi esempi possano bastare.
Da notare quanto mons.
Schneider precisa circa la frequenza ad una Messa che contenga la possibilità,
ampiamente dimostrata, di produrre abusi liturgici, tema oggetto di accese
discussioni sui blog tradizionalisti, per ciò che riguarda la frequentazione
del Novus Ordo.
“Domanda – Dobbiamo evitare
di assistere a una Messa in cui prevediamo che saranno ammessi abusi liturgici?
Risposta – Sì. Nonostante la presenza di una Eucaristia
valida, le cerimonie con abusi liturgici sono oggettivamente contrarie alla
tradizione divina e apostolica, sono sgradite a Dio, scandalose e spesso
pericolose per la fede.
Domanda – Siamo tenuti ad
assistere a una Messa con abusi liturgici per adempiere all’obbligo domenicale?
Risposta – Dipende dalla
gravità degli abusi. Se una Messa
domenicale includesse pratiche come danze, omelie in cui si diffondono eresie o
altri gravi abusi liturgici, possiamo non esser obbligati ad assistervi, anche
se fosse l’unica disponibile nelle vicinanze, perché non possiamo essere
costretti ad esporre noi stessi o le nostre famiglie a un’occasione prossima di
pericolo per la fede.
Domanda – In questo caso
specifico, violeremmo il terzo comandamento?
Risposta – No. L’obbligo di assistere alla Messa domenicale è
una legge ecclesiastica e non divina, pertanto suscettibile di esenzioni e
dispense. Se una Messa domenicale con
abusi liturgici fosse l’unica opzione disponibile, allora dovremmo santificare
la domenica in qualche altro modo e, così facendo, rispetteremmo il terzo
comandamento”[42].
Queste precisazioni
chiarificatrici hanno luogo nella parte dedicata alla “Presentazione degli
errori dottrinali per argomento”, nella sezione che si occupa degli “errori
sulla morale”.
La necessità della
devozione a Maria Santissima sterminatrice di tutte le eresie, sicuro, potente,
insostituibile ausilio nella buona battaglia.
Nella IV parte dell’opera
mons. Schneider ripropone la figura di Maria Santissima “distruttrice di tutte
le eresie”, cosa quanto mai opportuna oggi dopo che il ben noto vile,
teologicamente assurdo, recente documento vaticano (la nota dottrinale Mater
populi fidelis, del novembre 2025) ha cercato di sminuirla mettendone in
dubbio i plurisecolari titoli di “corredentrice” e “ mediatrice di tutte le
grazie”.
“-- Gioisci, o Vergine
Maria! Da sola hai sconfitto tutte le eresie.
Tu che credesti alle parole dell’Arcangelo Gabriele.
Tu che, vergine, generasti l’Uomo-Dio, e dopo il parto rimanesti
intatta. O Madre di Dio, intercedi per
noi! -- Così il Tratto dopo Settuagesima, dal Comune delle feste della Beata
Vergine Maria. La Santa Madre Chiesa
prega queste parole da oltre un millennio nel Rito Romano, nel Divino Ufficio e
nella Messa della Beata Vergine Maria”[43].
Questa, dunque, la
millenaria tradizione della Chiesa.
Ma “in che senso la Vergine
Maria – si chiede l’Autore – ha ‘distrutto tutte le eresie’, visto che
continuiamo a constatare errori in tutto il mondo?”. En effetti, quest’attribuzione alla Santissima
Vergine può non sembrare del tutto chiara al semplice fedele, che non vede
certo nella Madonna una “teologa”.
Spiega mons. Schneider: “Nel senso che è stata la prima a possedere
una fede esplicita nell’Incarnazione storica del Figlio di Dio, fondamento
essenziale della fede cristiana.
Infatti, colui che crede che Cristo è veramente Dio accetterà tutto ciò
che Cristo insegna e conformerà la sua vita di conseguenza. Poiché fu la prima ad abbracciare pienamente
questa fede viva nell’Incarnazione di Dio, la Beata Vergine Maria è di per sè
un ricettacolo e un testamento perpetuo di quella Fede sulla terra – una Fede
che non perirà mai, ma sussisterà fino al Giudizio Finale. È attraverso la fede e la fedeltà di Maria
che la vera Fede si è instaurata sulla terra, e colei che per prima ha creduto
è dunque la più potente distruttrice dell’incredulità e dell’eresia”[44].
A sostegno ed integrazione
di questa chiarissima spiegazione, seguono nel testo ampie citazioni da san Pio
X, san Francesco di Sales, san Luigi Maria Grignion de Montfort, dalla
Venerabile spagnola Maria di Ágreda (m. nel 1665), da san Massimiliano Kolbe.
La Beata Vergine distrugge
le eresie già con la sua stessa vita, con l’esempio che essa costituisce, di
imperitura fede nel Verbo in lei stessa incarnatosi e di fedeltà alla sua
Parola. Essa realizza perfettamente ciò
che disse Dio al Serpente che aveva sedotto Adamo ed Eva: “Io porrò inimicizia tra te e la Donna, tra
il seme tuo e il Seme di lei. Egli ti
schiaccerà il capo e tu lo insidierai al calcagno (Gn 3, 15)”. Nel nostro tempo, sottolinea mons.
Schneider, assistiamo al “riapparire dell’eresia dell’Anticristo” costituita
dall’attività di coloro, un vero esercito, che “impugnano penna e inchiostro
per sabotare e pervertire la purezza virginale della fede cattolica”[45],
quella purezza della quale la Beata Vergine è l’esempio più fulgido. L’eresia dell’Anticristo si inquadra nella
involuzione morale delle nostre società, sommerse da una nuova forma di
barbarie.
“Siamo indubbiamente
testimoni di questo ritorno alla barbarie nel nostro tempo, visibile nel
successo colossale dell’ideologia gender in tutte le sue forme – dal femminismo
al movimento “lgbtq+”, dal transgender al riconoscimento legale di tutti i tipi
di cosiddette “unioni” parificate al matrimonio. Il filo conduttore che lega questi fenomeni è
lo spirito dell’Anticristo – il rifiuto del Figlio di Dio fattosi carne –
accompagnato da uno spirito “anti-Maria”, assimilabile al rigetto della nostra
natura umana e la rifiuto di sottomettersi al Figlio di Dio incarnato in questa
nostra stessa natura.
Opposto al Magnificat della Vergine Maria (si veda Lc 1, 46-55), che
proclama la grandezza di Dio realizzata nel suo corpo e nella sua anima, lo
spirito antimariano tende a una sorta di androginia atea: disprezzando il dono divino della natura
corporea dell’uomo, si considerano i sessi – che Dio ha voluto naturalmente
complementari – come mere convenzioni sociali facoltative, e si usa il corpo
umano come un apparato esterno malleabile e manipolabile a volontà. Questa tendenza è ancora più evidente nelle
rivendicazioni dell’ordinazione sacramentale delle donne nella Chiesa
cattolica, malgrado la sua impossibilità ontologica…”[46].
Bisogna sottolineare questo
nesso tra l’accoppiata diabolica femminismo-rivoluzione sessuale e lo spirito
“antimariano” che imperversa nelle nostre società. Questo “spirito” è penetrato anche nella
Gerarchia della Chiesa attuale, come fa fede il già ricordato documento emanato
dal cardinale Fernández e approvato da papa Leone, mirante a svalutare (contro
tutta la Tradizione della Chiesa) la mediazione e cooperazione della Santissima
Vergine all’azione salvifica del Verbo.
Non per nulla, questa Gerarchia ha, come sappiamo, inflitto incredibili vulnera
alla stessa morale cristiana e si mostra arrendevole e persino complice verso
determinati aspetti della Rivoluzione Sessuale.
Essa appare pervasa da uno “spirito antimariano”. Ma proprio per questo, dobbiamo sempre
trovare “rifugio e forza in Maria”, come recita il titoletto dell’ultimo
paragrafo di questa IV parte del libro di mons. Schneider. Dobbiamo affidarci agli insegnamenti e alle
esortazioni di tutti i santi e i papi che ci hanno incitato a “consacrarci”
alla Santa Vergine, a ricercare in essa quel porto che ci difende dai mali del
mondo specialmente in tempi di persecuzione, come sono ormai diventati i
nostri. “La purezza virtuosa della fede
– ci ricorda mons. Schneider – è profondamente legata alla virtù di castità. I peccati contro la purezza della fede – per
esempio, i peccati di eresia – corrompono l’anima e provocano in essa la
perdita della purezza verginale della fede, dell’intelletto, e spesso sfociano
in (o derivano da) una perdita della casta purezza del corpo”[47].
Chi più della Beata Vergine ha
vissuto nell’unione di fede e castità?
La Sacra Famiglia deve tornare ad essere per noi il modello. E non si
tratta di semplici simboli o virtù astratte, per anime belle. La Santissima Vergine è una forza operante (e
con particolare efficacia) nel Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa.
Dobbiamo quindi invocarla con piena fiducia.
“Ecco perché in questi tempi
bui di confusione dottrinale, con i suoi ingannevoli lampi di relativismo,
naturalismo e antropocentrismo spesso mascherati in termini di “dialogo” o di “accompagnamento
pastorale”, invochiamo spesso la Madonna con fiducia e amore fiiale”[48].
Ispirandosi a san Luigi
Maria Grignion de Montfort, mons. Schneider ci ricorda, inoltre, che “la
Madonna ha bisogno di nuovi apostoli per preparare insieme a Lei il trionfo e
la vittoria finale di Gesù”[49].
Nelle Appendici dell’opera
(vedi supra) si riporta anche la Dichiarazione sulle verità
riguardanti alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro
tempo, sottoscritta dal cardinale Burke e da quattro vescovi, tra i quali
mons. Schneider. Pubblicata sette anni
fa, chi se ne ricorda oggi, ad esser sinceri?
Si tratta di un documento molto utile:
quaranta proposizioni che ribadiscono la condanna di fondamentali errori
oggi circolanti e chiariscono false interpretazioni. Bene ha fatto mons. Schneider a
ripubblicarle. Questa la suddivisione interna:
I fondamenti della fede – il
Credo – La legge di Dio – I sacramenti.
Paolo Pasqualucci
20 giugno 2026
[1]
Romano Amerio, Iota Unum.Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel
secolo XX, Milano-Napoli, Riccardo Ricciardi Editore, 19862,
cap. XXXI, L’ecumenismo, p. 466.
Il passo cruciale della Mystici corporis, recita: “Anche questi che non appartengono al
visibile organismo della Chiesa, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli […]
con animo straripante di amore, invitiamo tutti e singoli ad assecondare
spontaneamente gli interni impulsi della divina grazia e a far di tutto per
sottrarsi al loro stato in cui non possono sentirsi sicuri della propria
salvezza, perché sebbene da un certo inconsapevole desiderio e anelito siano
ordinati al mistico Corpo del Redentore [etiamsi inscio quodam desiderio ac
voto ad mysticum Redemptoris corpus ordinentur], tuttavia sono privi di
quei tanti doni ed aiuti celesti che solo nella Chiesa cattolica è dato di
godere. Rientrino perciò nella cattolica
unità e tutti uniti a Noi nell’unica compagine del Corpo di Gesù Cristo, vengano
con Noi all’unico Capo nella società di un gloriosissimo amore […] Noi li
aspettiamo con le braccia aperte, non come estranei, ma quali figli che entrano
nella loro stessa casa paterna” (Pio XII, Enciclica «Mystici corporis» sul Corpo Mistico di Cristo, Vita e
Pensiero, Milano-Roma, 1959, pp. 81-82 – DS 3821). .
[2] I
brani di papa Francesco riportati sono tratti da interviste e colloqui
ampiamente pubblicizzati dalla stampa nazionale ed internazionale.
[3]
Da : «Sel
de la Terre», Nr.
51, Hiver 2004-2005, p. 45. Traduzione
mia dal francese. Enfasi mia. Dörmann (1922-2009) ha
pubblicato originariamente il suo libro in quattro volumetti. Dopo la sua morte ne è uscita un’edizione in
volume unico: Prof. Dr. Johannes Dörmann,
Johannes Paul II. Sein Theologischer Weg zum Weltgebetstag der Religionen in
Assisi, Sarto Verlag, 2011, pp. 858.
Precedentemente era cominciata ad apparire una traduzione francese, cui
fece séguito una italiana, riproducente a intervalli i quattro volumetti, con
il titolo: La teologia di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi,
Edizioni Hichthys, Albano, 1996-2003, traduzioni di Paolo Taufer, Alfons
Benedikter, Vittorio Zanini. Questa
traduzione è reperibile nel catalogo delle Edizioni Piane di Albano Laziale. La mole dell’originale tedesco fa impressione
ma esso contiene numerose citazioni di Giovanni Paolo II ed è stampato in
caratteri grandi.
[4]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche,
con testo latino a fronte, a cura di Rino Fisichella, Bompiani, 2010, p.
249.
[5]
Op. cit., p. 251.
[6]
Op. cit., ivi.
[7]
Op. cit., ivi.
[8]
Op. cit., p. 253.
[9]
Le interpretazioni tradizionali della parabola sono sinteticamente ricordate da
Dörmann, il quale sottopone l’interpretazione wojtyliana della parabola ad una
accurata analisi, seguita da un commento critico. Vedi: Dörmann, La teologia
di Giovanni Paolo II e lo spirito di Assisi, tr. it. cit., vol. III, pp.
47-68.
[10]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 269.
[11]
Op. cit, p. 271.
[12]
Op. cit., ivi.
[13]
Op. cit., p. 271.
[14]
Dörmann, op. cit., vol. III cit., p. 66.
[15]
Op. cit., ivi.
[16]
Op. cit., ivi.
[17]
Giovanni Paolo II, Tutte le encicliche, cit., p. 275.
[18]
Op. cit., p. 277. Enfasi mie.
[19]
Op. cit., p. 275.
[20]
Costituzione Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, art.
22.2, tr. it. in I documenti del Concilio Vaticano II. Costituzioni –
Decreti – Dichiarazioni, Edizioni Paoline, 1980, p. 193.
[21]
Dörmann, op. cit., vol. I, pp. 69-75.
Vedi anche: Giovanni Paolo II, Tutte
le encicliche, cit., pp. 139-147.
[22]
Fernando Bogónes Herreras, “Cristo, el hombre nuevo”. Analisis de Gaudium et
spes 22, «Estudio
Agustiniano», Sept
2017, 52 (1-3) 297-319; p. 310. Estratto
rinvenibile su Internet.
[23]
Dörmann, op. cit.,vol. I, p. 78.
[24]
Op. cit., ivi. Enfasi mia.
[25]
Le complesse e approfondite analisi di Dörmann hanno ripetutamente dimostrato
come l’idea della “redenzione universale” costituisca il punto d’arrivo inevitabile dell’esegesi
wojtyliana. Nell’esegesi di Giovanni
Paolo Ii gli interpreti hanno anche notato una eco della eterodossa tesi
rahneriana dei “cristiani anonimi”.
[26]
Athanasius Schneider, Fuggite le eresie.
Una guida cattolica agli errori antichi e moderni, tr. it.
dall’inglese di Chetro M. De Carolis, Fede&Cultura, Verona, 2025, pp. 238,
€ 22,00.
[27]
Op. cit., pp. 10-11.
[28]
Per la famosa trattazione aristotelica della causalità, vedi: Aristotele, La fisica, 194 b, tr. it.
di A. Russo, Laterza, Bari, 1968, pp. 35-36.
[29] Schnedier,
op. cit., p. 13.
[30]
Op. cit., pp. 11-12.
[31]
Op. cit, p. 12.
[32]
Op. cit., p. 12.
[33]
Op. cit., ivi.
[34]
Op. cit., p. 19.
[35]
Op. cit., p. 20.
[36]
Op. cit., p. 21.
[37]
Op. cit, ivi.
[38] Op.
cit., p. 23. I “caduti” erano i lapsi
(caduti), coloro che avevano apostatato durante le persecuzizoni. Il
rigorismo fu sempre condannato dalla Chiesa, al pari del suo opposto, il
lassismo, oggi dominante.
[39]
Op. cit., p. 60. L’espressione “sodomia”
ricomprende anche l’omosessualità femminile, meglio nota come “lesbismo”,
dall’isola di Lesbo dove abitava l’antica poetessa greca Saffo, che la
praticava con le giovani del suo cenacolo letterario.
[40]
Op. cit., p. 63.
[41]
Op. cit., p. 86.
[42]
Op. cit., pp. 129-130. Il Terzo
Comandamento recita: “Ricordati di santificare le feste”.
[43]
Op. cit., p. 145.
[44]
Op. cit., pp. 145-146.
[45]
Op. cit., p. 153.
[46]
Op. cit., pp. 154-155.
[47]
Op. cit., p. 159.
[48]
Op. cit., p. 160.
[49]
Op. cit., p. 156.
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