Crisi della Chiesa : II - una definizione protestante della Messa di Paolo Pasqualucci

  

 

Crisi della Chiesa - II :  Se la definizione della Messa del Novus Ordo come “Memoriale Passionis et Resurrectonis Domini” alteri in senso protestante il significato della Messa stessa  -  di Paolo  Pasqualucci

 

 

Una definizione protestante della Messa cattolica

 

Il giorno del Corpus Domini del 1969, anno in cui entrò in vigore la rivoluzionaria riforma liturgica in vernacolo voluta da Paolo VI, “uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime”, consegnò al Papa un approfondito studio della relativa Institutio generalis missalis romani,  meglio nota come Institutio del Novus Ordo Missae.  In questo studio si dimostrava come in essa apparisse “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino”[1]

Nientedimeno. A fare questa gravissima affermazione furono due autorevoli cardinali, Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, nella loro Lettera di rispettosa Presentazione del suddetto studio a Paolo VI, supplicandolo di intervenire.  Quel Papa, che, incredibile a dirsi, aveva approvato il testo iniziale, non rispose ai due cardinali ma autorizzò l’inserimento di cinque variazioni importanti sotto forma di aggiunte, più altre minori.  Le modifiche correggevano l’impostazione eterodossa dell’intera Institutio, in particolare l’infausto art. 7 dedicato alla definizione della Messa. Ma, come si suol dire, si trattava sempre di mettere delle “pezze” ad un testo gravemente lesivo del significato tradizionale ed autentico della Santa Messa.  Possiamo dire che la correzione sia riuscita solo in parte. 

L’art. 7 originale proponeva una visione della Messa solamente come comunione o sinassi, memoriale di preghiera comune in semplice ricordo dell’Ultima Cena: “La Cena del Signore, altrimenti detta messa, è una sacra riunione e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20)”.  

Ma questa è la Messa protestante !!  Nel suo fondamentale, articolato studio sulla riforma anglicana, lo scomparso studioso cattolico gallese Michael Davies (1936-2004) ci fa vedere come il Common Prayer Book del 1649, opera del vescovo fedifrago Thomas Cranmer, professasse proprio il concetto di Messa come “comunione o sinassi” semplicemente intesa a celebrare il Ricordo dell’ultima Cena.

“I protestanti intendevano per sinassi una assemblea del popolo fedele riunita sotto la presidenza d’un ministro al fine di celebrare il memoriale del Signore in una cena commemorativa nella quale Egli sarebbe stato presente allo stesso modo in cui è sempre presente quando due o tre persone sono riunite in suo nome.

Cranmer così spiegava la cosa:

-- Il Cristo è presente ogni volta che la Chiesa l’invoca nella preghiera ed è riunita in suo nome.  E il pane e il vino divengono per noi il corpo e il sangue del Cristo (com’è detto nel Common Prayer Book) non perché mutino la sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue naturali di Cristo, bensì perché, a causa del santo uso che ne vien fatto, essi sono, per coloro che li ricevono, il corpo e il sangue di Cristo”[2].

Il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo non dunque in se stessi, a causa della Consacrazione messa in atto dal sacerdote officiante in persona Christi, ma unicamente per chi vuole crederlo, tra i fedeli.  Questa falsa nozione, che riduce l’effetto della Consacrazione ad un significato creduto dal semplice fedele, fu ripresa, utilizzando categorie del pensiero contemporaneo, da Edward Schillebeeckx (1914-2009), il noto domenicano belga eterodosso che, subito dopo il Concilio, cercò di sostituire la nozione di transustanziazione con quella di   transsignificazione – nozione riprovata da Paolo VI nella Lettera enciclica Mysterium fidei del 3 settembre 1965 sulla dottrina e il culto della SS. Eucarestia, che dovette pubblicare addirittura tre mesi prima della conclusione del Vaticano II, contro il pullulare di interpretazioni eretiche della transustanziazione e della S. Messa.    

Solo dopo le modifiche e le aggiunte imposte dalle proteste, l’art. 7 nominava il carattere sacrificale della Messa e la presenza “anche sostanziale e continuativa” di Cristo sotto le specie eucaristiche ma omettendo sempre di menzionare la transustanziazione; omissione che, secondo Pio VI, rendeva qualsiasi definizione della Messa “perniciosa, derogante dalla vera definizione, favorevole agli eretici”[3]

Questa la versione emendata dell’art. 7  :

Nella Messa o cena del Signore, il popolo di Dio è convocato e riunito, sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o Sacrificio eucaristico. È per questo che l’assemblea locale della Santa Chiesa realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20).    In effetti, nella celebrazione della Messa, in cui è perpetuato il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola, E ANCHE, MA IN MANIERA SOSTANZIALE E CONTINUATIVA, SOTTO LE SPECIE EUCARISTICHE.[4]

 

Nel Novus Ordo la Consacrazione del pane e del vino era ovviamente mantenuta, nonostante i mutamenti apportati:  tuttavia, con una simile definizione della Messa (quella originaria dell’art. 7,  mal emendata perché sempre silente sulla transustanziazione), chi voleva non poteva forse intenderla alla maniera di Cranmer, riducendo cioè la presenza reale ad un fatto meramente simbolico, un “segno efficace” per alimentare la nostra fede, insomma ad un significato posto dal soggetto che si comunicava?[5]  E dopo l’insufficiente correzione – nonostante il “continuativa” – chi voleva non poteva intenderla come consustanziazione, al modo dei luterani cioè come presenza reale limitata all’uso che non muta la sostanza del pane e del vino?

Come dar torto al P. Roger-Thomas Calmel OP (1914-1975), austera e all’epoca molto stimata figura del cattolicesimo francese, il quale, dimostrando notevole coraggio, dichiarò pubblicamente che non avrebbe mai celebrato il nuovo rito, perché “equivoco”, in quanto “favoriva la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante”?[6]

Ma noi semplici fedeli dobbiamo pur porre questa domanda: non volendo ripetere l’articolata e approfondita definizione dogmatica della transustanziazione prodotta dal Concilio di Trento[7], cosa impediva ai riformatori della Messa di riportare almeno la prima menzione ufficiale della transustanziazione, nella Professione di Fede contenuta nel cap. I del Concilio Ecumenico IV Lateranense, tenutosi nel novembre del 1215? 

“Una, inoltre, è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da Lui ciò che egli ha ricevuto da noi”[8].

E nella definizione tradizionale della Messa, vigente sino all’imposizione del Novus Ordo, c’era forse qualcosa che non andava bene?

“654.  Che cosa è dunque la Santa Messa? 

R.  La Santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce”[9].

Quello che evidentemente non andava bene era il concetto stesso della Messa come sacrificio. E difatti, nell’art. 7 modificato dell’Institutio del Novus Ordo, anche dopo l’aggiunta emendatrice manca comunque il riferimento esplicito al Sacrificio.  Per trovarlo, dobbiamo andare agli art. 48 e 56 della Institutio, ma in modo soddisfacente solo dopo la correzione dovuta subire.

Art. 48, versione originale:  “L’ultima cena, in cui Cristo istituì il memoriale della sua morte e della sua resurrezione, è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria, istituendo così il sacrificio e il banchetto pasquale”.  Versione emendata:  “Nell’ultima Cena, Cristo istituì il sacrificio e il banchetto pasquale, con cui il sacrificio della croce è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che lo stesso Signore fece e ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria”Si noti: nella versione originale ciò che era incessantemente presente era l’Ultima Cena in quanto in primo luogo  “memoriale della sua morte e resurrezione”.

Art. 55, versione originale:  “Racconto dell’istituzione:  con le parole e le azioni di Cristo, è rappresentata l’ultima cena, in cui lo stesso Cristo Signore istituì il sacramento della sua Passione e della sua Resurrezione, quando Egli diede ai suoi Apostoli da mangiare e da bere il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.   Versione emendata:  “Racconto dell’istituzione e consacrazione: con le parole e le azioni di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, di diede da mangiare e da bere ai soi Apostoli e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.  Anche qui, nella versione originale, l’istituzione lo sarebbe stata della “Passione e Resurrezione” senza alcun riferimento al sacrificio[10].

Ma l’omissione della transustanziazione e del sacrificio erano a ben vedere inevitabili, visto che Paolo VI aveva autorizzato la collaborazione di sette esperti liturgisti protestanti all’elaborazione del Novus Ordo – la collaborazione, quindi, di eretici da sempre nemici implacabili della vera Messa cattolica !!

Sulla tinta protestante della Nuova Messa si è espresso con l’abituale chiarezza ed acume mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare nella arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, nel Kazachistan:

“Il drastico cambiamento del millenario rito della Messa attuato da papa Paolo VI ha senza dubbio attenuato il carattere essenzialmente sacrificale, cristocentrico e latreutico della Messa, spostandolo più nel senso di un banchetto fraterno e di un incontro di preghiera incentrato sulla comunità, che dal punto di vista fenomenico è più simile ai servizi di preghiera protestanti”[11].      

Il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica nomina espressamente la transustanziazione, agli articoli 1374 e seguenti nonché all’art. 1413.  Quest’ultimo, nella sezione “di sintesi” posta alla fine dei vari paragrafi, recita:  “Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo.  Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua anima e la sua divinità”.  Si tratta in sostanza di una citazione del Concilio di Trento, espressamente richiamato (DS, 1640, 1641).  Ma il catechismo apparve nel 1992, opera di Giovanni Paolo II, quando i buoi erano da molto tempo scappati dalla stalla, come si suol dire. 

 

 

L’inesatta definizione della Messa come «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini»

 

In questo mio intervento sulla crisi della Chiesa, mi voglio occupare di un’altra definizione della Messa Novus Ordo, ugualmente insufficiente e teologicamente fonte di confusione.

Scrive il Breve esame critico:  “Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli nell’Institutio, tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto.  Ne citiamo alcune: -- Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensae Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, etc.   Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Calvario.  Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini», è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in se stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente”[12].

In nota, si precisava:  “Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non accomuna ma nettamente e finemente distingue:  --  […] tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in coelos gloriosae Ascensionis[13].

 La frase Unde et memores  (“Laonde e ricordando”) è l’inizio della Anámnesi, preghiera eucaristica che il sacerdote effettua dopo la Consacrazione del Calice, per rammentare che il Sacrificio della Messa ricorda in primo luogo quello sulla Croce, che miracolosamente rinnova in modo incruento agendo in persona Christi, e solo sussidiariamente gli altri due eventi capitali dell’opera della salvezza. Anámnesis, è parola greca che significa appunto: ricordo, ricordanza.  All’inizio di questa preghiera si menzionano anche la Resurrezione e l’Ascensione, ma senza mai metterle sullo stesso piano della Passione e Morte del Signore:  “Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando sia [tam] la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figliolo, nostro Signore, nonché [nec non] la sua Resurrezione dagli Inferi, ma anche [sed et] la sua gloriosa Ascensione in cielo, offriamo all’eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salvezza.  Su questi doni con propizio e sereno volto dégnati di guardare e di gradirli, come ti degnasti di gradire i doni del tuo giusto servo Abele, e il sacrificio del nostro Patriarca Abramo e quello che ti offrì il tuo sommo sacerdote Melchisedech, santo sacrificio, immacolata ostia, etc.”[14].  In latino la differenziazione dei tre momenti ricordati è ancor meglio marcata, nella successione:  tam…nec non…sed et.

La Resurrezione è “il frutto” della Crocifissione.  Avendo obbedito alla volontà del Padre, che esigeva il suo sacrificio sino alla testimonianza del sangue con la crocifissione (Eb 5, 7-10), pena crudelissima inflitta a ribelli e traditori o ai peggiori delinquenti, Cristo, giustiziato innocente e perfettamente consapevole del Sacrificio che stava volontariamente compiendo per la salvezza dell’uomo peccatore, ha lucrato per noi quei meriti che ci consentono di aprirci alla Grazia per ottenere la fede e compiere le buone opere.  Tra Crocifissione e Resurrezione c’è un rapporto che possiamo considerare di tipo causale.  La S. Messa, come precisa il Breve esame critico,  celebra da sempre il solo Sacrificio della Croce, che è in se stesso “redentivo”.  Vale a dire:  solo la Croce ci dà la possibilità di redimerci dai nostri peccati, con il pentimento la confessione il mutamento di vita, ottenendoci da Dio misericordia e perdono ed infine la vita eterna, se perseveriamo sino alla fine.  Tant’è vero che per secoli la pietà popolare ha visto solo nella “via regia della santa Croce” la possibilità della salvezza.  Si rileggano in proposito le pagine profonde e sempre attuali della Imitazione di Cristo, cap. XII, Libro II. 

La corretta impostazione del rapporto tra la Croce e la Resurrezione, risulta anche da preghiere tradizionali come quelle che si recitano all’Angelus.  Infatti, nell’Oremus (“Preghiamo”) finale, cosa si dice? 

“Degnati, Signore, infondere la tua grazia nelle anime nostre, affinché, come per l’annuncio dell’Angelo abbiamo conosciuto l’Incarnazione di Cristo, tuo Figlio, così per la sua Passione e Croce, giungiamo alla gloria della Risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore.  Amen”.  

In latino:  “ […] qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui incarnationem cognovimus, per passionem eius et crucem ad resurrectionis gloriam perducamus.  Per eundem Christum Dominum nostrum.  Amen”[15].

Solo mediante la Passione e la Croce, ovvero imitando Cristo nella difficile lotta per la nostra santificazione quotidiana, possiamo giungere alla “gloria della Resurrezione”, entrare cioè nella vita eterna.

 

La non corretta equiparazione tra Passione e Resurrezione crea confusione tra ciò che viene soprannaturalmente “rinnovato” in modo incruento nella Messa (il Sacrificio della Croce, “redentivo” in se stesso),  e ciò che può esservi solo “ricordato”, come la Resurrezione e l’Ascensione.

La Messa Novus Ordo ha ovviamente conservato l’Anámnesi dopo la consacrazione del Calice.  Ma bisogna vedere come l’ha conservata.

 Andiamo ai dettagli.

 

L’anámnesi nel Novus Ordo

 

La formula di Rito Romano Antico recita: 

“Nello stesso modo, dopo di aver cenato, preso nelle sue sante e venerabili mani anche questo glorioso Calice, di nuovo, rendendoti grazie, benedisse e lo diede ai suoi discepoli, dicendo:  prendete e bevetene tutti:

«Poiché questo è il Calice del sangue mio, della nuova ed eterna alleanza – mistero di fede – il quale sarà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati».  Pronunciate queste parole, il celebrante depone il Calice sul corporale e dice in segreto, sempre in latino:  “Ogniqualvolta farete questo, lo farete in memoria di me”.  

La formula del Novus Ordo, recita:

“Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

«Prendete e bevetene tutti:  questo è il Calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza , versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati.  Fate questo in memoria di me».

Mistero della fede:  “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. “

Oppure

“Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.”

Oppure

“Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione:  salvaci, o Salvatore del mondo”.

Subito dopo, si inizia la preghiera dell’Anámnesi:

“In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore, e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, etc”[16].

Anticipata dall’invocazione in quattro redazioni del “mistero della fede”, abbiamo dunque l’infiltrarsi di una definizione della Messa come “celebrazione di un memoriale”, costituito dall’ugual valore che, nel ricordo, hanno la Passione, la Resurrezione, l’Ascensione:  in quanto oggetto di ricordo, questi tre eventi dell’opera salvifica del Signore non vengono resi alla memoria secondo la loro propria specifica gerarchia di significato, come nell’Ordo Vetus.  Qui non si distingue più nulla.

  Si noterà che l’ invocazione del “mistero della fede” prevista in quattro redazioni, da parte dei fedeli immediatamente dopo la consacrazione del Calice, ricalca un versetto di san Paolo, tratto dal capitolo della Prima Lettera ai Corinti nel quale definisce l’istituzione dell’Eucaristia:  “Or dunque, tutte le volte che mangiate questo pane e bevete il calice, celebrate la morte del Signore, finché Egli venga” (1 Cr 11, 26).  Nella Chiesa primitiva la Comunione si aveva sotto le due specie ma nella Chiesa latina un’evoluzione graduale e spontanea ha portato all’affermarsi della Comunione sotto una sola specie.  I protestanti hanno sempre dichiarato di voler tornare all’uso originario, ristabilendo la Comunione sotto le due specie ---  e questa, del voler tornare all’antico col pretesto assurdo e storicamente falso che la Chiesa romana avrebbe imposto riti artificiosi per tanti secoli, è sempre stata un’istanza degli eretici di quasi tutte le risme, di fatto penetrata anche nella “riforma liturgica” montiniana (si tratta del c.d. archeologismo, errore già stigmatizzato da Pio XII).

Si noterà, altresì, che la terza redazione dell’invocazione tratta da san Paolo è proprio quella “inesatta”, per non dire scorretta, denunciata dal Breve esame critico: “Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua resurrezione”.  Ma la resurrezione è appunto il risultato della croce, la sua conseguenza enormemente positiva per chi si affida a Cristo nella sua vita quotidiana sino alla fine dei suoi giorni.  L’errore è solare. 

 

Nel Novus Ordo, l’Anámnesi, che ricalca più o meno quella del rito antico, viene ricompresa nella Preghiera Eucaristica, della quale si danno tuttavia ben dieci redazioni.  La prima è quella detta del Canone Romano, che recita:  “In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza”[17].

Si ripete l’equiparazione completa dei tre momenti capitali dell’opera della Salvezza.

Nella Preghiera Eucaristica II, si dice:  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre etc “[18].

Nella Preghiera Eucaristica III :  “Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della tua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”[19].

Nella Preghiera Eucaristica IV :  “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo”[20].

La Preghiera Eucaristica V consta di quattro preghiere, ognuna con un sottotitolo.  L’anámnesi vi appare qui sostanzialmente affine a quella tradizionale.

Preghiera Eucaristica V/A Dio guida la sua Chiesa :  “Celebrando il memoriale della nostra riconciliazione annunziamo, o Padre, l’opera del tuo amore.  Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio, e lo hai chiamato alla tua destra,  re immortale dei secoli e Signore dell’universo.  Guarda, Padre Santo, questa offerta:  è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue, e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te”[21].

Preghiera Eucaristica V/B Gesù nostra via :  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/C Gesù modello di amore:  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/D La Chiesa in cammino verso l’unità : ripete la formula di V/A[22].   

  Nelle ultime due Preghiere Eucaristiche si torna invece alla fuorviante equiparazione, cioè alla confusione tra ciò che può esser presente solo nel ricordo (la Resurrezione) e ciò che invece viene ricordato proprio perché effettivamente, attualmente presente sull’Altare, nel rinnovamento incruento e miracoloso del Sacrificio.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I :  La riconciliazione come ritorno al Padre :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, nostra Pasqua e nostra pace, in attesa del giorno beato della sua venuta alla fine dei tempi, offriamo a te, Dio vero e fedele, questo sacrificio che riconcilia nel tuo amore l’umanità intera”.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II :  La Riconciliazione con Dio fondamento di umana concordia :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, noi ti offriamo, o Padre, il sacrificio di riconciliazione, che egli ci ha lasciato come pegno del suo amore e che tu stesso hai posto nelle nostre mani”.

Da tutte queste redazioni, in sei su dieci, si vede emergere la definizione della Messa come “memoriale della morte e resurrezione” del Signore,  poste sullo stesso piano, come avviene nella Messa degli eretici anglicani.

 

Un istruttivo raffronto con il « Book of Common Prayer» di Cranmer

 

Vediamo un sia pur breve raffronto con il CommonPrayer Book di Cranmer, che ha codificato la riforma liturgica anglicana.  

Nella fase preparatoria alla Comunione, il pastore dice, ad un certo punto, a coloro che si vorranno comunicare: “avvicinatevi con fede e prendete questo santo Sacramento per il vostro conforto e fate la vostra umile confessione a Dio Onnipotente, inginocchiandovi devotamente”[23]

Come dicevano i luterani, la Comunione serve soprattutto a confortarci nella fede e a creare in noi il senso della comunità. Per  loro la Messa è nient’altro che “un sacramento istituito per il conforto delle coscienze smarrite” (art. XXIV De Missa, nella Confessione d’Augusta del 20 giugno 1530). Essa deve istruire il popolo su Cristo in modo da provocare l’atto di fede, nel quale unicamente consiste secondo loro la salvezza.  Diventa quindi una “nuda commemorazione del Sacrificio del Calvario”.  Dato il suo carattere commemorativo e pedagogico deve svolgersi sempre con la partecipazione del popolo, le “Messe private”, quelle senza popolo, sono inutili e vanno abolite[24].  In effetti, se non c’è più la rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Golgota, redentivo in se stesso per il bene di tutti a prescindere dalla partecipazione dei fedeli, perché celebrarle in solitudine?  Gioverà ricordare, a questo punto, che l’art. 27 della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla riforma della liturgia, svaluta espressamente le Messe cosiddette private, facendo in tal modo un’evidente concessione alla liturgia dei protestanti:

“Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata.

Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa – benché qualsiasi Messa abbbia sempre un carattere pubblico e sociale ---, e per l’amministrazione dei sacramenti”[25].

Quest’articolo deleterio costituisce uno dei “bachi” inseriti dai Novatori nel Concilio, per usare un’immagine felicemente creata da Maria Guarini.

  

Ma torniamo al rito anglicano.

Dopo la confessione puramente mentale dei propri peccati, si ha la recita pubblica in comune dell’atto di dolore inginocchiati assieme al pastore.  Il pastore impartisce poi l’assoluzione ma non in persona Christi:  egli ricorda all’assemblea che Dio assolve “tutti coloro che con sincero pentimento e vera fede si rivolgono a Lui”.  Quindi invoca la divina misericordia sui presenti:  “Dio onnipotente, abbia pietà di voi, vi perdoni e vi liberi da tutti i vostri peccati; vi confermi e rafforzi in tutti i buoni sentimenti; vi conduca alla vita eterna:  mediante Gesù Cristo Nostro Signore. Amen”[26].  Dopodiché il pastore (che il testo chiama priest) effettua la “consacrazione” del pane e del vino (Offertory), poiché Gesù Cristo “ha istituito e ci ha ordinato di continuare una perpetua memoria di quella sua preziosa morte e sacrificio, sino alla sua seconda venuta”. Il pastore, secondo le istruzioni, prende il Pane nelle sue mani, lo rompe, vi impone le mani, prende in mano la Coppa con il vino, impone le mani su ogni coppa o calice “nel quale vi possa essere vino da consacrarsi”[27].  Durante la “consacrazione” anglicana non vi sono benedizioni sul pane e sul vino.  Il che si spiega con il fatto che il pane e il vino restano tali, non vi sono pertanto “sacre Specie” da benedire.  Mancano pertanto anche l’elevazione e l’adorazione della Sacra Ostia.   

La formula della consacrazione anglicana è simile a quella cattolica ma sappiamo che non vi è alcuna transustanziazione delle specie. 

“Nella notte in cui fu tradito prese il Pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: --- Prendete, mangiate, questo è il mio Corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me.  Allo stesso modo, dopo la Cena, prese la Coppa e dopo aver reso grazie la diede loro, dicendo:  --- Bevetene tutti; poiché questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che viene sparso per voi e per molti, per la remissione dei peccati;  fate questo, ogni volta che lo berrete, in memoria di me”[28].     

  Mentre la consacrazione del Calice nell’Ordo Vetus ripete il tempo al futuro, perché così ha parlato il Signore nell’Ultima Cena (“..sangue che verrà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati..”), la consacrazione nel Novus Ordo ha reso il verbo con il participio, in modo simile alla consacrazione anglicana:  “This is my Blood of the New Testament, which is shed for you, and for many, etc”:  “…Questo è il mio sangue della Nuova Alleanza, che è sparso per voi, e per molti etc”.  Si può tradurre anche “sparso per voi”.   

Potrebbe sembrare che si tratti di particolari di poco conto.  Ma non è così.  La sfumatura eterodossa del mutamento del tempo verbale è stata colta da M a r i a   G u a r i n i    in un suo puntuale e profondo commento:

“L’Eucaristia non ripete la Cena ma riattualizza il sacrificio del Calvario.  È vero che la Messa nasce nell’Ultima Cena.  È lì l’istituzione dell’Eucaristia.  Tuttavia essa non riproduce e non ricorda la Cena ma ciò che il Signore vi ha compiuto e ci ha consegnato:  è da lì ch’Egli porta i Suoi direttamente sul Calvario, dove a breve si compirà il Sacrificio.  Ce lo dice anche dal verbo espresso al futuro nella formula consacratoria “effundetur” – la cui traduzione è “sarà versato” e non “versato” – con chiaro riferimento al Sangue già transustanziato da Gesù al termine della Cena, che non è solo un convivio, sia pure trattandosi attendibilmente della Cena pasquale ebraica; ma trasporta appunto al Calvario, il luogo del Sacrificio del vero Agnello.

È questo il Novum, l’inedito, che dobbiamo custodire e vivere e che rende possibile il riscatto e la risurrezione nobis (per noi) e per i molti che faranno questo in Sua memoria, non solo ritualmente, ma da veri adoratori in spirito e verità.

È questo che non è più significato pienamente nella liturgia riformata, nella quale come segno più che eloquente, persino l’Altare è sostituito da una mensa mentre quel “versato”, usato al passato nella traduzione in lingua volgare, sembra narrare più che compiere[29].

La versione latina ha “effundetur” (Matteo, Marco) e “fundetur” (Luca).  Corrisponde esattamente al greco, che usa sempre il medesimo participio presente (qui: tò ekchunnómenon) per indicare la possibilità o capacità di un’azione futura.  Sia il greco che l’ebraico e l’aramaico usavano il participio presente per esprimere un’azione futura[30].

  “Versato”, aggiungo, come se si trattasse di una vicenda accaduta una volta per sempre e ora definitivamente conclusa, che nella Messa si può solo ricordare e giammai “rinnovare” soprannaturalmente.  Come si è detto, per gli eretici, con l’eccezione di Lutero, il Cristo glorioso asceso alla Destra del Padre restava da allora sempre in cielo, nella sua Gloria.  Non poteva esser contemporaneamente presente nelle Sacre Ostie consacrate e offerte sull’altare.  Credere questo, dicevano, era follia.  Pertanto, condannavano la Messa cattolica come forma di feticismo e idolatria perché adorazione di pane e vino che restavano sempre tali.

Già Wyclef elaborò questa visione eretica della Messa[31].  Lutero si inventò la teoria della consustanziazione, una sorta di ambiguo compromesso:  solo per la durata dell’uso liturgico Cristo è in qualche modo presente nel pane e nel vino ma senza che questi ultimi mutino  di sostanza:  “Basta che tu sappia che [l’Eucarestia] è un segno divino, in cui la carne e il sangue di Cristo sono veramente contenuti; come e dove, rimettilo a lui”[32].

 

Nel rito anglicano, dopo la preparazione del pane e del vino si ha l’offerta od oblazione (Oblation), seguita da una Invocation dell’Assemblea.

“Pertanto, Signore e Padre Celeste, seguendo l’istituzione del tuo Figlio tanto amato nostro Salvatore Gesù Cristo, noi, tuoi umili servi, celebriamo e attuiamo di fronte alla tua Divina Maestà, con questi tuoi santi doni, che ora ti offriamo, il memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua miracolosa resurrezione e gloriosa ascensione, rendendoti le più riconoscenti grazie per gli innumerevoli benefici ottenutici da esse”[33].

Segue l’Invocazione.

“Ti imploriamo umilmente, Padre misericordioso, di porgerci ascolto:  che la tua onnipossente bontà acconsenta a benedire e santificare, con la tua Parola e lo Spirito Santo, questi tuoi doni e realtà materiali [creatures] costituite dal pane e dal vino, in modo che noi, col riceverle secondo la santa istituzione del tuo Figlio nostro Salvatore, Gesù Cristo, nel far memoria della sua morte e passione possiamo partecipare del suo sacratissimo Corpo e sangue”[34].

Si ha poi la Comunione nelle due forme seguìta da preghiere ed esortazioni finali, condotte sempre dal pastore, nelle quali si mantiene sempre ben evidente il principio esser la Comunione solo “cibo spirituale” (our spiritual food and sustenance)[35].  Ai fini del nostro tema, si noterà che la formula esprimente il contenuto del Memoriale è assai simile a quella utilizzata nella Prima preghiera eucaristica del Novus Ordo (vedi supra).

Presso gli anglicani abbiamo la Messa come celebrazione del “Memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua formidabile resurrezione e gloriosa ascensione”. 

Nel Novus Ordo: “…celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo etc”.

Bisogna riconoscere che gli esperti protestanti consultati durante l’elaborazione del Nuovo Rito della Messa hanno svolto un lavoro proficuo pr la loro causa.   

I critici della riforma montiniana lamentano, tra altre cose, che la Nuova Messa non è più sacrificio di lode alla Santissima Trinità, cosa che ne costituisce la “finalità ultima”.  Infatti, questa finalità “è scomparsa dall’Offertorio assieme alla preghiera Suscipe, Sancta Trinitas; è scomparsa  dalla conclusione della Messa assieme al placeat tibi, Sancta Trinitass; dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sarà più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunciato una sola volta l’anno”[36]

Ebbene, tale eliminazione della Santissima Trinità dalla Messa c’è già nella riforma di Cranmer:  la Santissima Trinità è ricordata solo nella Cena dedicata alla “Festa della Santa Trinità”, una Trinity Sunday, una volta l’anno, con un Prefazio ad hoc[37].

Anche le molteplici redazioni di preghiere, eucaristiche e non, e di invocazioni, causa di non poca confusione sia per la cosa in sè che per via della possibilità di sperimentazione riconosciuta all’officiante dal Concilio (SC, 37-40), trovano un loro antecedente nell’elaborato di Cranmer.  Ad esempio, quando il pastore inizia l’Offertorio nella Cena, dopo il suo sermone, può pronunciare una o più sentenze, scelte fra sedici passi del Nuovo ed Antico Testamento[38].    

 

La ripulsa della transustanziazione contraddice irrazionalmente la divina onnipotenza

 

Nel negare la presenza reale, o nel sottoporla a limiti compatibili con l’umano raziocinio, gli eretici non si accorgevano di cadere nell’irrazionale poiché negavano di fatto l’onnipotenza di Dio, la quale gli consente di essere simultaneamente dappertutto e quindi anche nel pane e nel vino della Consacrazione, in tutte le sacre Ostie delle Eucarestie celebrate ogni giorno nel mondo, se così vuole, senza esser ostacolato dalle leggi della materia stabilite da Lui stesso, che non possono valere per Lui così come valgono per noi.  Dio non può esser limitato nella sua azione dallo spazio e dal tempo, né da alcunché di finito come la struttura consolidata della materia né dalle leggi che governano l’energia, altrimenti non sarebbe l’Onnipotente e Creatore dal nulla.  All’accusa di non riconoscere l’onnipotenza divina, gli eretici hanno risposto in vario modo.  Riporto qui in sintesi la replica di Calvino.

 

“Cos’è il nostro corpo? Non è forse tale da avere la sua propria e certa misura, da esser contenuto in un luogo, da potersi toccare e vedere?  E perché – dicono – Dio non farà sì che un medesimo corpo occupi molti e diversi luoghi?  Che non sia compreso in nessun luogo determinato? Che non abbia affatto forma e misura?”.  O insensato, che cosa chiedi tu alla potenza di Dio:  che essa faccia sì che un corpo sia simultaneamente [ensemblément] corpo e non corpo!  È come se tu chiedessi che la luce e le tenebre non siano affatto diverse.  Ma la divina potenza vuole che la luce sia luce, che le tenebre siano tenebre; che un corpo sia un corpo.  Ma quando tu chiedi che la luce e le tenebre non differiscano in nulla, che altro vuoi, se non pervertire l’ordine della sapienza di Dio?  Bisogna dunque che il corpo sia corpo e che lo spirito sia spirito, ciascuno di essi in quella legge e condizione nella quale è stato creato da Dio.  E questa è la condizione del corpo:  consistere in un luogo certo secondo la sua misura e la sua forma.  In questa condizione Gesù Cristo ha preso un corpo, al quale ha donato incorruttibilità e gloria, senza tuttavia togliergli la sua propria natura e verità.  Poiché la testimonianza della Scrittura è chiara ed evidente…”[39].

Con la creazione, Dio ha stabilito un ordine che non può evidentemente esser “pervertito”, nemmeno da Dio stesso. L’argomento di fondo dell’eresiarca sembra il seguente:  non si può credere che l’onnipotenza di Dio faccia sì che simultaneamente un corpo non sia corpo, che insomma nello stesso tempo sia e non sia.  In effetti, il corpo celeste che è la terra non può simultaneamente essere e non essere:  o è o non è, una volta creato.  E lo stesso si deve dire di ogni ente che è, cioè di ogni realtà determinata e finita, costituita da materia ed energia o anche di sola energia, come il quanto elementare  di Planck.  La contrapposizione qui è tra l’essere e il nulla, che non possono esser considerati l’unum et identicum.

Ma è lecita una critica del genere ai difensori della transustanziazione?  Secondo me, non lo è affatto.  Il corpo del pane transustanziato non è un “non corpo” ma un corpo che ha subìto la trasformazione integrale della sua intima natura, della sua sostanza, diventando “corpo di Cristo”.  Questo, espresso anche con il concetto di “presenza reale”, la fede ha sempre creduto, interpretando alla lettera le parole del Signore “questo è il mio corpo”.  Il pane fratto e benedetto dal Signore, pronunziate quelle parole, era diventato integralmente il suo corpo, conservando solo l’apparenza esteriore del pane, la species, in latino.  Idem per il sangue, che sarebbe stato versato nell’incombente crocifissione, “per voi e per molti”.   

Il pane e il vino transustanziati hanno il loro luogo, la loro dimensione, occupano lo spazio che può occupare un corpo.  Non abbiamo qui un passaggio indebito dall’esser del corpo al non essere del corpo.

    Già nella famosa I Apologia di san Giustino, martire nell’AD 165, rivolta all’imperatore Antonino Pio, la fede in quella che poi si è chiamata ufficialmente dal 1215 transustanziazione appare netta ed evidente:  con la Consacrazione il pane e il vino si convertivano nella carne e nel sangue di Cristo.  Il termine usato da san Giustino era katà metabolén, indicante una mutazione radicale.  Egli precisò alle autorità pagane che “così ci è stato insegnato”, mostrando con ciò che si trattava di una fede tramandata sin dall’inizio e ben consolidata[40].  Se non fosse stato così, per qual motivo san Paolo avrebbe detto che chi mangia indegnamente, perché in stato di peccato, il corpo di Cristo, si condanna da solo, commette cioè peccato?  “Perciò chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ognuno dunque esamini prima se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice, perché chi mangia e beve, senza discernere il Corpo [del Signore], mangia e beve la propria condanna” (1 Cr 11, 28-29). Vale a dire:  sarà condannato per non aver distinto il Corpo del Signore dal pane ordinario.  E tale distinguere, siffatto discernere implica l’esame interiore e la confessione dei propri peccati prima di comunicarsi[41].  Altrimenti ci si rende “rei” del peccato di sacrilegio nei confronti di Cristo.

La transustanziazione non è spiegabile secondo le nostre conoscenze della natura.  E lo è solo in parte secondo le nostre categorie, come quelle di “sostanza” ed “accidente”, “essenza o sostanza interiore”, “forma esteriore”.  Resta un fatto assolutamente sovrannaturale.  Chiunque si metta da un punto di vista razionalistico la rifiuterà, cercando di attribuire alle parole del Signore un significato solo simbolico, sì da trasformare l’Eucarestia in un nutrimento solo spirituale, derivante dal fatto cruento del Golgota non dalla sua rinnovazione sacramentale sull’altare, ripetizione incruenta di quel sacrificio ad opera del sacerdote agente in persona Christi

La prospettiva di Calvino, a ben vedere, sembra di questo tipo.

Egli ignora la tradizione, i miracoli eucaristici come quello famoso di Bolsena nel 1215, affermando per contro di basarsi solo sulla Scrittura, alla maniera tipica degli eretici protestanti.  Si tratta, naturalmente, della Scrittura come intesa da loro, ad usum Delphini e quindi gravemente deficitario.  Basti ricordare che Lutero considerò “di paglia”  l’Epistola di S. Giacomo, per il semplice motivo che dichiarava essere le opere indispensabili alla salvezza, poiché è in se stessa morta la fede che ne è priva[42].

Calvino afferma che nell’intendere l’opera della salvezza, “non è questione di ciò che Dio ha potuto [fare] bensì di ciò che ha voluto [fare o che sia fatto]. E noi affermiamo tutto ciò che a Lui è piaciuto sia stato fatto. Ebbene, gli è piaciuto che Gesù Cristo fosse fatto simile ai suoi fratelli in tutte le cose, eccetto il peccato…”[43].  Questo sembra un onesto principio generale dell’interpretazione del testo sacro, concepito però in modo astratto nella misura in cui prescinde totalmente dall’insegnamento della Chiesa e dalla Tradizione della Chiesa.  Infatti, cosa ci testimoniano Scrittura e Tradizione sulle apparizioni del Signore risorto?  Che Nostro Signore risorto apparve alle donne e in diverse situazioni ai discepoli.  In una di queste, si materializzò all’interno della casa nella quale se ne stavano nascosti, a porte chiuse, come se fosse passato attraverso i muri della casa stessa, per mostrare il suo corpo con relative ferite all’incredulo san Tommaso Apostolo (Gv, 20, 19 ss).        

Ora, Calvino afferma di credere all’apparizione miracolosa della quale ha beneficiato l’incredulo san Tommaso, dal momento che è avvenuta con il corpo di Cristo, mentre rifiuta come “frutto di fantasie” le apparizioni consistenti in visioni, non dimostranti la presenza del Risorto con il corpo.  “Qui est-cela, sinon susciter Marcyon des Enfers?  Qui est-ce qui doubtera le corps de Christ avoir esté phantastique, s’il estoit de telle condition?[44].  Marcione, l’eretico gnostico del II secolo, negava la realtà dell’Incarnazione, essendo la materia a suo dire cosa troppo vile, spregevole e malvagia per permettere un evento del genere. 

 

 Singolare maniera di ragionare, quella di Calvino, grazie alla quale è l’eresiarca a stabilire i limiti dell’onnipotenza divina, ciò che può fare e ciò che non può fare:  ma in tal modo l’onnipotenza divina non è più tale, se deve piegarsi ai dettami razionalistici di un Calvino qualsiasi per esser da noi accettata.

La fede e la Tradizione hanno dato di tutti questi fatti miracolosi un’interpretazione semplice e lineare:  il corpo glorioso del Risorto non poteva evidentemente esser incluso e limitato nella nozione che abbiamo noi del corpo, ente finito, regolato dalle leggi della natura da noi conosciute.  In quanto espressione dell’Onnipotenza di un Dio Creatore, poteva dunque essere contemporaneamente in più luoghi ed avere il dono dell’ubiquità o trapassare i muri e le porte chiuse.

Per Calvino, invece, chi credeva nelle attestate visioni del risorto, lo ripete di nuovo, “apriva una finestra a Marcione” (..et combien grande fenestre est icy ouverte à Marcion..)[45].  Tesi, questa di Calvino, che più assurda non potrebbe essere.  A san Paolo lanciato a perseguitare i cristiani sulla via di Damasco, il Signore è forse apparso con il corpo?  E gli ha anche parlato!  Anche san Paolo uno gnostico?  O uno che credeva alle “fantasie” prodotte dall’immaginazione?

Ma anche nel dichiarare la sua fede nella miracolosa apparizione a san Tommaso Apostolo, Calvino mantiene un’impostazione di tipo razionlistico che lo fa cadere in contraddizione. Certamente, scrive, Gesù Cristo entrò nel luogo dove stavano nascosti i suoi seguaci:  vi entrò “les portes fermées.  Certes il y entra par miraculeuse entrée”.  Ma, una volta rivelatosi, “dimostrò ai suoi Discepoli la verità del suo corpo – “Guardate, disse, e toccate, poiché uno Spirito non ha né carne né ossa”.  Ed ecco che il corpo glorioso di Gesù Cristo è dimostrato essere vero corpo, per via del fatto che può essere visto e toccato.  Toglietegli tutto questo e non sarà più vero corpo”[46]

Il corpo del Risorto dunque “vero corpo” secondo le leggi che regolano la natura del corpo umano.  L’ha dimostrato il Signore in persona.  Ma, annoto, solo dopo esser passato con quello stesso corpo attraverso il muro di quella casa.  Cioè, nel linguaggio di Calvino, dopo essersi comportato come “non corpo”, dato che i corpi esistenti secondo le leggi della natura non permettono ad un corpo umano di passare attraverso i muri, come se non ci fossero.  La Scrittura ci dimostra, pertanto, che il Corpo glorioso del Risorto poteva comportarsi nello stesso tempo come corpo e “non corpo”. In realtà, questa sua straordinaria capacità, espressione dell’insondabile e abissale Onnipotenza divina, non impediva al Corpo glorioso di esser sempre tale, di restare “corpo” nelle sue varie, sovrannaturali trasformazioni, inclusa quella che lo transustanziava nelle Sacre Specie.

Affermando di credere nella “miraculeuse entrée” del Risorto, Calvino deve, se vuol esser coerente, credere che anche il suo Corpo glorioso si è comportato nella circostanza come “non corpo”, visto che si è di colpo materializzato al di qua di un muro, all’interno di una casa.  Deve quindi ammettere che il Corpo glorioso può simultaneamente essere corpo e “non corpo”, per restare sempre al suo modo di esprimersi.  Sottrarsi a questa logica conclusione, come egli fa, significa per l’appunto contraddirsi e cadere nell’irrazionale negazione dell’Onnipotenza divina.  

 

 

La Messa Novus Ordo ridotta a memoriale della Resurrezione

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 conferisce pieno diritto di cittadinanza alla Messa come “memoriale della Morte e Resurrezione” del Signore.

Art. 1330 :  “Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore”. Si tratta di un articolo inserito in una serie di articoli che riportano varie definizioni  della Messa, considerate legittime.

Art. 1337 :  “…Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua Pasqua, istituì l’Ucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione..”,

Art.  1340 :  “…Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno”. 

Art.  1341   “Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché Egli venga»(1 Cr 11, 26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto.  Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre”.

Art. 1409 :  “L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, cioè dell’opera della salvezza compiuta per mezzo della vita, della morte e della Risurrezione di Cristo, opera che viene resa presente dall’azione liturgica”.  

Questi i riferimenti che ho trovato nell’art. 3 Il Sacramento dell’Eucaristia, numeri: 1322-1419, incluso nel Capitolo Primo, intitolato a sua volta I Sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella Sezione Seconda del CCC, dedicata a I Sette Sacramenti della Chiesa.

 

Una nozione così allargata della Messa, incentrata sull’idea del “memoriale”, celebrato nell’atmosfera di un banchetto fraterno nel quale fatalmente vengono a prevalere i momenti della gioia, rappresentati dalla Resurrezione e dall’Ascensione, dalla finale “intercessione” del Cristo glorioso “presso il Padre”, verità di fede ma che non c’entrano con il significato autentico della Santa Messa di sempre – quest’impostazione doveva fatalmente portare a far prevalere l’idea della Messa come “far memoria della Resurrezione”.  A farla prevalere di fatto, nella prassi che si è andata accumulando in tutti questi anni.

Come stupirsi, allora, se, in un documento della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, dell’anno 2000, dedicato al rapporto tra Islam e Cristianesimo, si presentava in questo modo la Messa ai mussulmani:

“Tramite i santi misteri, celebrati dai suoi ministri, la Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino”[47].

Si dirà che questa era solo l’opinione errata di una Conferenza Episcopale;  che Benedetto XVI ha messo ordine nella liturgia Novus Ordo combattendo gli abusi, ristabilendo l’uso del “per molti”, rettificando sui testi le molteplici traduzioni in volgare, di frequente anche troppo creative, per così dire.  Ma questo lavoro di restaurazione sino a che punto è stato efficace?  Ha forse eliminato la tendenza a sentire ed interpretare la Messa alla maniera dei comunitari servizi di preghiera protestanti, come osservava di recente mons. Schneider (vedi supra), e quindi come fraterno banchetto di lode nel quale si celebra un Memoriale, che finisce con l’evocare soprattutto la Resurrezione?  Non si direbbe proprio.

Che la degenerazione del culto cattolico sia continuata nel culto riformato da Montini, ciò risulta, a mio avviso, da una serie di segni, non ultimo quello rappresentato dalla desuetudine nella quale è caduta la Confessione o Riconciliazione.  L’obnubilamento di questo Sacramento è denunciato da più parti.  Vi concorrono diversi fattori, incluso il diffondersi dell’errore secondo il quale la salvezza sarebbe stata già garantita a tutti dal fatto che con l’Incarnazione il Figlio di Dio si sarebbe in qualche modo unito ad ogni uomo (costituzione conciliare Gaudium et spes, art. 22.2).  Questo e altri errori, in gestazione ben prima del Concilio, spiegano come si sia giunti ad imporre una Nuova Messa affine alla Cena dei protestanti eretici, e ne sono in una certa misura a loro volta spiegati.

 

Paolo  Pasqualucci

2 maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali A. Ottaviani e A. Bacci nella Pentecoste del 1969, Supplemento al n. 1/2000 di ‘Inter Multiplices Una Vox’, foglio di informazione per la tradizione cattolica.  L’opuscolo contiene in Appendice la traduzione dei brani in latino e l’elenco della variazioni che Paolo VI fu costretto ad apportare, per contentare coloro che volevano restituire il testo all’ortodossia cattolica.

[2] Michael  Davies,  La réforme liturgique anglicane, tr. fr. di Jacques Cloarec, Clovis, 2004, pp. 122-123.

[3] Vedi la condanna del Sinodo di Pistoia nella costituzione Auctorem fidei di Pio VI, nel 1794 (DS 1529/2629). Il concetto ribadito dal Papa era che bisognava menzionare espressamente la transustanziazione perché solo con questa nozione si esprime il grande mistero della completa conversione di tutto il pane e tutto il vino nel corpo e nel sangue del Signore. 

[4] Breve esame critico, cit., p. 28 e 29.  Enfasi mia, compreso lo stampatello.

[5] Sulla negazione protestante della transustanziazione, a partire da Wyclef, sacerdote inglese eretico del XIV secolo, vedi:  Davies, op. cit., cap. VII, Le rejet protestant de la transsubstantiation, pp. 89-112.

[6] “Si nous acceptons ce rite nouveau, qui favorise la confusion entre la messe catholique et la cène protestante – comme le disent équivalemment deux cardinaux et comme le démontrent de solides analyses théologiques – alors nous tomberons sans tarder d’une messe interchangeable (comme le reconnaît du reste un pasteur protestant) dans une messe carrément hérétique et donc nulle”.  La nuova Messa è “falsa:  essa trasformerà la presenza reale di Cristo in un vuoto memoriale”.  (Roger-Thomas Calmel OP, Déclaration, in un’antologia dello stesso edita dalla rivista tradizionalista «Sel de la terre», N. 12 bis, Maggio 1995, pp. 146-147).    

[7] Vedi la Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551, DS 873a-893/1635-1661.

[8] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, con Introduzione dello stesso Alberigo, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, Torino, 1978, p. 222.  Vedi DS 430/802 :  “…cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transsubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina…”.

[9] Catechismo maggiore promulgato da san Pio X, Edizioni Ares, Milano, 2002, p. 150.  Negli articoli da 655 a 662, il significato del Sacrificio veniva diffusamente spiegato.

[10] Breve esame critico, cit., pp. 29-30.

[11] Athanasius Schneider, in conversazione con Diane Montagna, Christus vincit.  Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo, tr. it. di Stefano Chiappalone, Fede&Cultura, Verona, 2020, p. 187.  Il tono misurato dell’intervento di mons. Schneider non deve trarre in inganno:  nel merito, egli rivolge un’accusa pesantissima alla Messa di Paolo VI.

[12] Breve esame critico, cit., p.  9.

[13] Op. cit., ivi.

[14] Messale Romano quotidiano, testo latino completo e traduzione italiana di S. Bertola e G. Destefani.  Commento di D.C.Lefebvre O.S.B., disegni di R. De Cramer, Edizione aggiornata 1962, Ediz. S. Francesco di Sales, Priorato S.Carlo, Montalenghe (TO), pp. 1078-1079.  Durante l’Offertorio il sacerdote celebrante benedice più volte l’Ostia Immacolata ed il Calice.

[15] Testo in:  Preghiere, Canti, Esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, ad uso interno della Fsspx, Ed. Ichthys, 2T014, p. 13.  Enfasi mia.  Nei catechismi attuali il testo è rimasto immutato.  Si nota solo un mutamento nel soggetto dell’azione salvifica, non tanto l’uomo implorante l’aiuto divino quanto Dio che si rivela:  “Preghiamo.  Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore. Amen” (Compendio del Catechismo della Cheisa Cattolica, fatto fare da Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2005, p. 166).

[16] Messalino festivo dei fedeli.  Anno A-B-C.  Testo ufficiale italiano della C.E.I.  acura di Giancarlo Boffa, presentazione di mons. Mariano Magrassi, Coletti Editore, Roma, 1984, p. 325. Le enfasi sono sempre mie.  Da notare che pur essendo il testo quello ufficiale della CEI, si autorizzava il “per tutti”, quando l’Institutio diceva invece correttamente “per molti”.  Come è noto, fu solo Benedetto XVI ad esortare i vescovi a rispettare la dizione esatta.  L’abuso era stato tollerato, quando non praticato, da Giovanni Paolo II.

[17] Messalino festivo, cit., p. 325.  Enfasi mia.

[18] Op. cit., p. 327.

[19] Op. cit., p. 330.

[20] Op. cit., p. 334.

[21] Op. cit., p. 337.

[22] Per queste ultime tre preghiere, vedi:  op. cit., p. 339; p. 341; p. 343.

[23] The Book of Common Prayer and Administration of the Sacraments and Other Rites and Ceremonies of the Church, New York, Oxford UP, 1944.  Il testo, della Chiesa protestante episcopale americana, porta una ratifica del giorno 17 ottobre dell’anno 1789.  Citazione a p. 75:  “…and take this holy Sacrament to your comfort…”.   La Chiesa episcopale americana è sostanzialmente l’equivalente della Chiesa anglicana.  Il testo di Cranmer ha subito diverse modifiche ma la struttura di base è rimasta la medesima.

[24] P. Joseph de Sainte-Marie, O.C.D., L’Eucharistie salut du monde, Les éditions du Cèdre, Parigi, 1981, cap. VII, pp.227-245. Quest’autore spiega bene come i luterani intendono la Messa. Vedi anche:  Martin Lutero, Sermone sul corpo di Cristo, in: ID., Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, UTET, rist. 1986, pp. 297-322.

[25] Tr. it ne I documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1980, p. 22.

[26] The Book of Common Prayer, cit., p. 76.

[27] The Book of Common Prayer, cit., p. 80.

[28] Op. cit., ivi. La similitudine nella terminologia non deve ingannare: la “Santa Comunione” per gli anglicani resta sempre “La Cena del Signore”.

[29] Maria Guarini, La questione liturgica.  Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, Solfanelli, Chieti, 2015, p. 39.     

[30] Sul punto:  GRAECITAS BIBLICA Novi Testamenti exemplis illustratur a Maximiliano ZERWICK S.I., Romae 1966, Pontificio Istituto Biblico, Nr. 208 (pp. 96-97), il quale riporta tra gli esempi il passo di Lc 22, 19-20 sulla Consacrazione del Calice nell’Ultima Cena.

[31] Davies, op. cit., p. 93 ss.

[32] Martin Lutero, Sermone sul Corpo di Cristo, cit., p. 311.

[33] The Common Prayer Book, cit., pp. 80-81.

[34] Op. cit., p. 81:  “[…] that we […] in remembrance of his death and passion, may be partakers of his most blessed Body and Blood”.

[35] Op. cit., p. 87.

[36]  Breve esame critico, cit., p. 9.

[37] The Book of Common Prayer, cit., p. 79. 

[38] Op. cit., pp.  72-73.

[39] Jean Calvin, Institution de la religion chrestienne, a cura di Jacques Pannier, Les Belles Lettres, Paris, 1961, Tome quatrième, pp. 29-30.  Si tratta del capitolo: De la cene

[40] Sul punto:  Bernard Bartmann, Précis de Théologie dogmatique, tr. fr. di P. Marcel Gautier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. II, § 178 (p. 325).

[41] “Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne:  reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem se impsum homo:  et sic de pane illo edat, et de calice bibat.  Qui enim manducat, et bibit indigne, iudicium sibi manducat, et bibit:  non diudicans corpus Domini” (1 Cr 11, 28-29).  Vedi anche la nota al passo citato nell’edizione della Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, anteriore al Concilio.                      

[42] Sul punto:  Roland H. Bainton, Lutero, tr. it. di Aldo Comba, con Prefazione di Delio Cantimori, Einaudi, Torino, 1960, p. 293.  Il versetto incompatibile con il luteranesimo è:  “Sic et fides, si non habeat opera, mortua est in semetipsa”(Giac 2, 17).  Questo versetto da solo confuta l’intero protestantesimo.

[43] Calvin, Institution, cit., p. 29.

[44] Op. cit., p. 27.

[45] Calvin, op. cit., p. 28.

[46] Op. cit., p. 29.

[47] Documenti Chiese Locali, 99, Islam e Cristianesimo, Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2000, p. 30.  Enfasi mia.  Si tratta di un opuscolo di 36 pagine.  

 








 romani,  meglio nota come Institutio del Novus Ordo Missae.  In questo studio si dimostrava come in essa apparisse “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino”[1]

Nientedimeno. A fare questa gravissima affermazione furono due autorevoli cardinali, Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, nella loro Lettera di rispettosa Presentazione del suddetto studio a Paolo VI, supplicandolo di intervenire.  Quel Papa, che, incredibile a dirsi, aveva approvato il testo iniziale, non rispose ai due cardinali ma autorizzò l’inserimento di cinque variazioni importanti sotto forma di aggiunte, più altre minori.  Le modifiche correggevano l’impostazione eterodossa dell’intera Institutio, in particolare l’infausto art. 7 dedicato alla definizione della Messa. Ma, come si suol dire, si trattava sempre di mettere delle “pezze” ad un testo gravemente lesivo del significato tradizionale ed autentico della Santa Messa.  Possiamo dire che la correzione sia riuscita solo in parte. 

L’art. 7 originale proponeva una visione della Messa solamente come comunione o sinassi, memoriale di preghiera comune in semplice ricordo dell’Ultima Cena: “La Cena del Signore, altrimenti detta messa, è una sacra riunione e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20)”.  

Ma questa è la Messa protestante !!  Nel suo fondamentale, articolato studio sulla riforma anglicana, lo scomparso studioso cattolico gallese Michael Davies (1936-2004) ci fa vedere come il Common Prayer Book del 1649, opera del vescovo fedifrago Thomas Cranmer, professasse proprio il concetto di Messa come “comunione o sinassi” semplicemente intesa a celebrare il Ricordo dell’ultima Cena.

“I protestanti intendevano per sinassi una assemblea del popolo fedele riunita sotto la presidenza d’un ministro al fine di celebrare il memoriale del Signore in una cena commemorativa nella quale Egli sarebbe stato presente allo stesso modo in cui è sempre presente quando due o tre persone sono riunite in suo nome.

Cranmer così spiegava la cosa:

-- Il Cristo è presente ogni volta che la Chiesa l’invoca nella preghiera ed è riunita in suo nome.  E il pane e il vino divengono per noi il corpo e il sangue del Cristo (com’è detto nel Common Prayer Book) non perché mutino la sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue naturali di Cristo, bensì perché, a causa del santo uso che ne vien fatto, essi sono, per coloro che li ricevono, il corpo e il sangue di Cristo”[2].

Il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo non dunque in se stessi, a causa della Consacrazione messa in atto dal sacerdote officiante in persona Christi, ma unicamente per chi vuole crederlo, tra i fedeli.  Questa falsa nozione, che riduce l’effetto della Consacrazione ad un significato creduto dal semplice fedele, fu ripresa, utilizzando categorie del pensiero contemporaneo, da Edward Schillebeeckx (1914-2009), il noto domenicano belga eterodosso che, subito dopo il Concilio, cercò di sostituire la nozione di transustanziazione con quella di   transsignificazione – nozione riprovata da Paolo VI nella Lettera enciclica Mysterium fidei del 3 settembre 1965 sulla dottrina e il culto della SS. Eucarestia, che dovette pubblicare addirittura tre mesi prima della conclusione del Vaticano II, contro il pullulare di interpretazioni eretiche della transustanziazione e della S. Messa.    

Solo dopo le modifiche e le aggiunte imposte dalle proteste, l’art. 7 nominava il carattere sacrificale della Messa e la presenza “anche sostanziale e continuativa” di Cristo sotto le specie eucaristiche ma omettendo sempre di menzionare la transustanziazione; omissione che, secondo Pio VI, rendeva qualsiasi definizione della Messa “perniciosa, derogante dalla vera definizione, favorevole agli eretici”[3]

Questa la versione emendata dell’art. 7  :

Nella Messa o cena del Signore, il popolo di Dio è convocato e riunito, sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o Sacrificio eucaristico. È per questo che l’assemblea locale della Santa Chiesa realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20).    In effetti, nella celebrazione della Messa, in cui è perpetuato il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola, E ANCHE, MA IN MANIERA SOSTANZIALE E CONTINUATIVA, SOTTO LE SPECIE EUCARISTICHE.[4]

 

Nel Novus Ordo la Consacrazione del pane e del vino era ovviamente mantenuta, nonostante i mutamenti apportati:  tuttavia, con una simile definizione della Messa (quella originaria dell’art. 7,  mal emendata perché sempre silente sulla transustanziazione), chi voleva non poteva forse intenderla alla maniera di Cranmer, riducendo cioè la presenza reale ad un fatto meramente simbolico, un “segno efficace” per alimentare la nostra fede, insomma ad un significato posto dal soggetto che si comunicava?[5]  E dopo l’insufficiente correzione – nonostante il “continuativa” – chi voleva non poteva intenderla come consustanziazione, al modo dei luterani cioè come presenza reale limitata all’uso che non muta la sostanza del pane e del vino?

Come dar torto al P. Roger-Thomas Calmel OP (1914-1975), austera e all’epoca molto stimata figura del cattolicesimo francese, il quale, dimostrando notevole coraggio, dichiarò pubblicamente che non avrebbe mai celebrato il nuovo rito, perché “equivoco”, in quanto “favoriva la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante”?[6]

Ma noi semplici fedeli dobbiamo pur porre questa domanda: non volendo ripetere l’articolata e approfondita definizione dogmatica della transustanziazione prodotta dal Concilio di Trento[7], cosa impediva ai riformatori della Messa di riportare almeno la prima menzione ufficiale della transustanziazione, nella Professione di Fede contenuta nel cap. I del Concilio Ecumenico IV Lateranense, tenutosi nel novembre del 1215? 

“Una, inoltre, è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da Lui ciò che egli ha ricevuto da noi”[8].

E nella definizione tradizionale della Messa, vigente sino all’imposizione del Novus Ordo, c’era forse qualcosa che non andava bene?

“654.  Che cosa è dunque la Santa Messa? 

R.  La Santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce”[9].

Quello che evidentemente non andava bene era il concetto stesso della Messa come sacrificio. E difatti, nell’art. 7 modificato dell’Institutio del Novus Ordo, anche dopo l’aggiunta emendatrice manca comunque il riferimento esplicito al Sacrificio.  Per trovarlo, dobbiamo andare agli art. 48 e 56 della Institutio, ma in modo soddisfacente solo dopo la correzione dovuta subire.

Art. 48, versione originale:  “L’ultima cena, in cui Cristo istituì il memoriale della sua morte e della sua resurrezione, è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria, istituendo così il sacrificio e il banchetto pasquale”.  Versione emendata:  “Nell’ultima Cena, Cristo istituì il sacrificio e il banchetto pasquale, con cui il sacrificio della croce è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che lo stesso Signore fece e ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria”Si noti: nella versione originale ciò che era incessantemente presente era l’Ultima Cena in quanto in primo luogo  “memoriale della sua morte e resurrezione”.

Art. 55, versione originale:  “Racconto dell’istituzione:  con le parole e le azioni di Cristo, è rappresentata l’ultima cena, in cui lo stesso Cristo Signore istituì il sacramento della sua Passione e della sua Resurrezione, quando Egli diede ai suoi Apostoli da mangiare e da bere il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.   Versione emendata:  “Racconto dell’istituzione e consacrazione: con le parole e le azioni di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, di diede da mangiare e da bere ai soi Apostoli e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.  Anche qui, nella versione originale, l’istituzione lo sarebbe stata della “Passione e Resurrezione” senza alcun riferimento al sacrificio[10].

Ma l’omissione della transustanziazione e del sacrificio erano a ben vedere inevitabili, visto che Paolo VI aveva autorizzato la collaborazione di sette esperti liturgisti protestanti all’elaborazione del Novus Ordo – la collaborazione, quindi, di eretici da sempre nemici implacabili della vera Messa cattolica !!

Sulla tinta protestante della Nuova Messa si è espresso con l’abituale chiarezza ed acume mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare nella arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, nel Kazachistan:

“Il drastico cambiamento del millenario rito della Messa attuato da papa Paolo VI ha senza dubbio attenuato il carattere essenzialmente sacrificale, cristocentrico e latreutico della Messa, spostandolo più nel senso di un banchetto fraterno e di un incontro di preghiera incentrato sulla comunità, che dal punto di vista fenomenico è più simile ai servizi di preghiera protestanti”[11].      

Il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica nomina espressamente la transustanziazione, agli articoli 1374 e seguenti nonché all’art. 1413.  Quest’ultimo, nella sezione “di sintesi” posta alla fine dei vari paragrafi, recita:  “Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo.  Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua anima e la sua divinità”.  Si tratta in sostanza di una citazione del Concilio di Trento, espressamente richiamato (DS, 1640, 1641).  Ma il catechismo apparve nel 1992, opera di Giovanni Paolo II, quando i buoi erano da molto tempo scappati dalla stalla, come si suol dire. 

 

 

L’inesatta definizione della Messa come «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini»

 

In questo mio intervento sulla crisi della Chiesa, mi voglio occupare di un’altra definizione della Messa Novus Ordo, ugualmente insufficiente e teologicamente fonte di confusione.

Scrive il Breve esame critico:  “Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli nell’Institutio, tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto.  Ne citiamo alcune: -- Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensae Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, etc.   Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Calvario.  Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini», è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in se stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente”[12].

In nota, si precisava:  “Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non accomuna ma nettamente e finemente distingue:  --  […] tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in coelos gloriosae Ascensionis[13].

 La frase Unde et memores  (“Laonde e ricordando”) è l’inizio della Anámnesi, preghiera eucaristica che il sacerdote effettua dopo la Consacrazione del Calice, per rammentare che il Sacrificio della Messa ricorda in primo luogo quello sulla Croce, che miracolosamente rinnova in modo incruento agendo in persona Christi, e solo sussidiariamente gli altri due eventi capitali dell’opera della salvezza. Anámnesis, è parola greca che significa appunto: ricordo, ricordanza.  All’inizio di questa preghiera si menzionano anche la Resurrezione e l’Ascensione, ma senza mai metterle sullo stesso piano della Passione e Morte del Signore:  “Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando sia [tam] la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figliolo, nostro Signore, nonché [nec non] la sua Resurrezione dagli Inferi, ma anche [sed et] la sua gloriosa Ascensione in cielo, offriamo all’eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salvezza.  Su questi doni con propizio e sereno volto dégnati di guardare e di gradirli, come ti degnasti di gradire i doni del tuo giusto servo Abele, e il sacrificio del nostro Patriarca Abramo e quello che ti offrì il tuo sommo sacerdote Melchisedech, santo sacrificio, immacolata ostia, etc.”[14].  In latino la differenziazione dei tre momenti ricordati è ancor meglio marcata, nella successione:  tam…nec non…sed et.

La Resurrezione è “il frutto” della Crocifissione.  Avendo obbedito alla volontà del Padre, che esigeva il suo sacrificio sino alla testimonianza del sangue con la crocifissione (Eb 5, 7-10), pena crudelissima inflitta a ribelli e traditori o ai peggiori delinquenti, Cristo, giustiziato innocente e perfettamente consapevole del Sacrificio che stava volontariamente compiendo per la salvezza dell’uomo peccatore, ha lucrato per noi quei meriti che ci consentono di aprirci alla Grazia per ottenere la fede e compiere le buone opere.  Tra Crocifissione e Resurrezione c’è un rapporto che possiamo considerare di tipo causale.  La S. Messa, come precisa il Breve esame critico,  celebra da sempre il solo Sacrificio della Croce, che è in se stesso “redentivo”.  Vale a dire:  solo la Croce ci dà la possibilità di redimerci dai nostri peccati, con il pentimento la confessione il mutamento di vita, ottenendoci da Dio misericordia e perdono ed infine la vita eterna, se perseveriamo sino alla fine.  Tant’è vero che per secoli la pietà popolare ha visto solo nella “via regia della santa Croce” la possibilità della salvezza.  Si rileggano in proposito le pagine profonde e sempre attuali della Imitazione di Cristo, cap. XII, Libro II. 

La corretta impostazione del rapporto tra la Croce e la Resurrezione, risulta anche da preghiere tradizionali come quelle che si recitano all’Angelus.  Infatti, nell’Oremus (“Preghiamo”) finale, cosa si dice? 

“Degnati, Signore, infondere la tua grazia nelle anime nostre, affinché, come per l’annuncio dell’Angelo abbiamo conosciuto l’Incarnazione di Cristo, tuo Figlio, così per la sua Passione e Croce, giungiamo alla gloria della Risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore.  Amen”.  

In latino:  “ […] qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui incarnationem cognovimus, per passionem eius et crucem ad resurrectionis gloriam perducamus.  Per eundem Christum Dominum nostrum.  Amen”[15].

Solo mediante la Passione e la Croce, ovvero imitando Cristo nella difficile lotta per la nostra santificazione quotidiana, possiamo giungere alla “gloria della Resurrezione”, entrare cioè nella vita eterna.

 

La non corretta equiparazione tra Passione e Resurrezione crea confusione tra ciò che viene soprannaturalmente “rinnovato” in modo incruento nella Messa (il Sacrificio della Croce, “redentivo” in se stesso),  e ciò che può esservi solo “ricordato”, come la Resurrezione e l’Ascensione.

La Messa Novus Ordo ha ovviamente conservato l’Anámnesi dopo la consacrazione del Calice.  Ma bisogna vedere come l’ha conservata.

 Andiamo ai dettagli.

 

L’anámnesi nel Novus Ordo

 

La formula di Rito Romano Antico recita: 

“Nello stesso modo, dopo di aver cenato, preso nelle sue sante e venerabili mani anche questo glorioso Calice, di nuovo, rendendoti grazie, benedisse e lo diede ai suoi discepoli, dicendo:  prendete e bevetene tutti:

«Poiché questo è il Calice del sangue mio, della nuova ed eterna alleanza – mistero di fede – il quale sarà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati».  Pronunciate queste parole, il celebrante depone il Calice sul corporale e dice in segreto, sempre in latino:  “Ogniqualvolta farete questo, lo farete in memoria di me”.  

La formula del Novus Ordo, recita:

“Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

«Prendete e bevetene tutti:  questo è il Calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza , versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati.  Fate questo in memoria di me».

Mistero della fede:  “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. “

Oppure

“Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.”

Oppure

“Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione:  salvaci, o Salvatore del mondo”.

Subito dopo, si inizia la preghiera dell’Anámnesi:

“In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore, e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, etc”[16].

Anticipata dall’invocazione in quattro redazioni del “mistero della fede”, abbiamo dunque l’infiltrarsi di una definizione della Messa come “celebrazione di un memoriale”, costituito dall’ugual valore che, nel ricordo, hanno la Passione, la Resurrezione, l’Ascensione:  in quanto oggetto di ricordo, questi tre eventi dell’opera salvifica del Signore non vengono resi alla memoria secondo la loro propria specifica gerarchia di significato, come nell’Ordo Vetus.  Qui non si distingue più nulla.

  Si noterà che l’ invocazione del “mistero della fede” prevista in quattro redazioni, da parte dei fedeli immediatamente dopo la consacrazione del Calice, ricalca un versetto di san Paolo, tratto dal capitolo della Prima Lettera ai Corinti nel quale definisce l’istituzione dell’Eucaristia:  “Or dunque, tutte le volte che mangiate questo pane e bevete il calice, celebrate la morte del Signore, finché Egli venga” (1 Cr 11, 26).  Nella Chiesa primitiva la Comunione si aveva sotto le due specie ma nella Chiesa latina un’evoluzione graduale e spontanea ha portato all’affermarsi della Comunione sotto una sola specie.  I protestanti hanno sempre dichiarato di voler tornare all’uso originario, ristabilendo la Comunione sotto le due specie ---  e questa, del voler tornare all’antico col pretesto assurdo e storicamente falso che la Chiesa romana avrebbe imposto riti artificiosi per tanti secoli, è sempre stata un’istanza degli eretici di quasi tutte le risme, di fatto penetrata anche nella “riforma liturgica” montiniana (si tratta del c.d. archeologismo, errore già stigmatizzato da Pio XII).

Si noterà, altresì, che la terza redazione dell’invocazione tratta da san Paolo è proprio quella “inesatta”, per non dire scorretta, denunciata dal Breve esame critico: “Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua resurrezione”.  Ma la resurrezione è appunto il risultato della croce, la sua conseguenza enormemente positiva per chi si affida a Cristo nella sua vita quotidiana sino alla fine dei suoi giorni.  L’errore è solare. 

 

Nel Novus Ordo, l’Anámnesi, che ricalca più o meno quella del rito antico, viene ricompresa nella Preghiera Eucaristica, della quale si danno tuttavia ben dieci redazioni.  La prima è quella detta del Canone Romano, che recita:  “In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza”[17].

Si ripete l’equiparazione completa dei tre momenti capitali dell’opera della Salvezza.

Nella Preghiera Eucaristica II, si dice:  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre etc “[18].

Nella Preghiera Eucaristica III :  “Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della tua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”[19].

Nella Preghiera Eucaristica IV :  “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo”[20].

La Preghiera Eucaristica V consta di quattro preghiere, ognuna con un sottotitolo.  L’anámnesi vi appare qui sostanzialmente affine a quella tradizionale.

Preghiera Eucaristica V/A Dio guida la sua Chiesa :  “Celebrando il memoriale della nostra riconciliazione annunziamo, o Padre, l’opera del tuo amore.  Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio, e lo hai chiamato alla tua destra,  re immortale dei secoli e Signore dell’universo.  Guarda, Padre Santo, questa offerta:  è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue, e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te”[21].

Preghiera Eucaristica V/B Gesù nostra via :  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/C Gesù modello di amore:  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/D La Chiesa in cammino verso l’unità : ripete la formula di V/A[22].   

  Nelle ultime due Preghiere Eucaristiche si torna invece alla fuorviante equiparazione, cioè alla confusione tra ciò che può esser presente solo nel ricordo (la Resurrezione) e ciò che invece viene ricordato proprio perché effettivamente, attualmente presente sull’Altare, nel rinnovamento incruento e miracoloso del Sacrificio.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I :  La riconciliazione come ritorno al Padre :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, nostra Pasqua e nostra pace, in attesa del giorno beato della sua venuta alla fine dei tempi, offriamo a te, Dio vero e fedele, questo sacrificio che riconcilia nel tuo amore l’umanità intera”.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II :  La Riconciliazione con Dio fondamento di umana concordia :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, noi ti offriamo, o Padre, il sacrificio di riconciliazione, che egli ci ha lasciato come pegno del suo amore e che tu stesso hai posto nelle nostre mani”.

Da tutte queste redazioni, in sei su dieci, si vede emergere la definizione della Messa come “memoriale della morte e resurrezione” del Signore,  poste sullo stesso piano, come avviene nella Messa degli eretici anglicani.

 

Un istruttivo raffronto con il « Book of Common Prayer» di Cranmer

 

Vediamo un sia pur breve raffronto con il CommonPrayer Book di Cranmer, che ha codificato la riforma liturgica anglicana.  

Nella fase preparatoria alla Comunione, il pastore dice, ad un certo punto, a coloro che si vorranno comunicare: “avvicinatevi con fede e prendete questo santo Sacramento per il vostro conforto e fate la vostra umile confessione a Dio Onnipotente, inginocchiandovi devotamente”[23]

Come dicevano i luterani, la Comunione serve soprattutto a confortarci nella fede e a creare in noi il senso della comunità. Per  loro la Messa è nient’altro che “un sacramento istituito per il conforto delle coscienze smarrite” (art. XXIV De Missa, nella Confessione d’Augusta del 20 giugno 1530). Essa deve istruire il popolo su Cristo in modo da provocare l’atto di fede, nel quale unicamente consiste secondo loro la salvezza.  Diventa quindi una “nuda commemorazione del Sacrificio del Calvario”.  Dato il suo carattere commemorativo e pedagogico deve svolgersi sempre con la partecipazione del popolo, le “Messe private”, quelle senza popolo, sono inutili e vanno abolite[24].  In effetti, se non c’è più la rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Golgota, redentivo in se stesso per il bene di tutti a prescindere dalla partecipazione dei fedeli, perché celebrarle in solitudine?  Gioverà ricordare, a questo punto, che l’art. 27 della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla riforma della liturgia, svaluta espressamente le Messe cosiddette private, facendo in tal modo un’evidente concessione alla liturgia dei protestanti:

“Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata.

Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa – benché qualsiasi Messa abbbia sempre un carattere pubblico e sociale ---, e per l’amministrazione dei sacramenti”[25].

Quest’articolo deleterio costituisce uno dei “bachi” inseriti dai Novatori nel Concilio, per usare un’immagine felicemente creata da Maria Guarini.

  

Ma torniamo al rito anglicano.

Dopo la confessione puramente mentale dei propri peccati, si ha la recita pubblica in comune dell’atto di dolore inginocchiati assieme al pastore.  Il pastore impartisce poi l’assoluzione ma non in persona Christi:  egli ricorda all’assemblea che Dio assolve “tutti coloro che con sincero pentimento e vera fede si rivolgono a Lui”.  Quindi invoca la divina misericordia sui presenti:  “Dio onnipotente, abbia pietà di voi, vi perdoni e vi liberi da tutti i vostri peccati; vi confermi e rafforzi in tutti i buoni sentimenti; vi conduca alla vita eterna:  mediante Gesù Cristo Nostro Signore. Amen”[26].  Dopodiché il pastore (che il testo chiama priest) effettua la “consacrazione” del pane e del vino (Offertory), poiché Gesù Cristo “ha istituito e ci ha ordinato di continuare una perpetua memoria di quella sua preziosa morte e sacrificio, sino alla sua seconda venuta”. Il pastore, secondo le istruzioni, prende il Pane nelle sue mani, lo rompe, vi impone le mani, prende in mano la Coppa con il vino, impone le mani su ogni coppa o calice “nel quale vi possa essere vino da consacrarsi”[27].  Durante la “consacrazione” anglicana non vi sono benedizioni sul pane e sul vino.  Il che si spiega con il fatto che il pane e il vino restano tali, non vi sono pertanto “sacre Specie” da benedire.  Mancano pertanto anche l’elevazione e l’adorazione della Sacra Ostia.   

La formula della consacrazione anglicana è simile a quella cattolica ma sappiamo che non vi è alcuna transustanziazione delle specie. 

“Nella notte in cui fu tradito prese il Pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: --- Prendete, mangiate, questo è il mio Corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me.  Allo stesso modo, dopo la Cena, prese la Coppa e dopo aver reso grazie la diede loro, dicendo:  --- Bevetene tutti; poiché questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che viene sparso per voi e per molti, per la remissione dei peccati;  fate questo, ogni volta che lo berrete, in memoria di me”[28].     

  Mentre la consacrazione del Calice nell’Ordo Vetus ripete il tempo al futuro, perché così ha parlato il Signore nell’Ultima Cena (“..sangue che verrà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati..”), la consacrazione nel Novus Ordo ha reso il verbo con il participio, in modo simile alla consacrazione anglicana:  “This is my Blood of the New Testament, which is shed for you, and for many, etc”:  “…Questo è il mio sangue della Nuova Alleanza, che è sparso per voi, e per molti etc”.  Si può tradurre anche “sparso per voi”.   

Potrebbe sembrare che si tratti di particolari di poco conto.  Ma non è così.  La sfumatura eterodossa del mutamento del tempo verbale è stata colta da M a r i a   G u a r i n i    in un suo puntuale e profondo commento:

“L’Eucaristia non ripete la Cena ma riattualizza il sacrificio del Calvario.  È vero che la Messa nasce nell’Ultima Cena.  È lì l’istituzione dell’Eucaristia.  Tuttavia essa non riproduce e non ricorda la Cena ma ciò che il Signore vi ha compiuto e ci ha consegnato:  è da lì ch’Egli porta i Suoi direttamente sul Calvario, dove a breve si compirà il Sacrificio.  Ce lo dice anche dal verbo espresso al futuro nella formula consacratoria “effundetur” – la cui traduzione è “sarà versato” e non “versato” – con chiaro riferimento al Sangue già transustanziato da Gesù al termine della Cena, che non è solo un convivio, sia pure trattandosi attendibilmente della Cena pasquale ebraica; ma trasporta appunto al Calvario, il luogo del Sacrificio del vero Agnello.

È questo il Novum, l’inedito, che dobbiamo custodire e vivere e che rende possibile il riscatto e la risurrezione nobis (per noi) e per i molti che faranno questo in Sua memoria, non solo ritualmente, ma da veri adoratori in spirito e verità.

È questo che non è più significato pienamente nella liturgia riformata, nella quale come segno più che eloquente, persino l’Altare è sostituito da una mensa mentre quel “versato”, usato al passato nella traduzione in lingua volgare, sembra narrare più che compiere[29].

La versione latina ha “effundetur” (Matteo, Marco) e “fundetur” (Luca).  Corrisponde esattamente al greco, che usa sempre il medesimo participio presente (qui: tò ekchunnómenon) per indicare la possibilità o capacità di un’azione futura.  Sia il greco che l’ebraico e l’aramaico usavano il participio presente per esprimere un’azione futura[30].

  “Versato”, aggiungo, come se si trattasse di una vicenda accaduta una volta per sempre e ora definitivamente conclusa, che nella Messa si può solo ricordare e giammai “rinnovare” soprannaturalmente.  Come si è detto, per gli eretici, con l’eccezione di Lutero, il Cristo glorioso asceso alla Destra del Padre restava da allora sempre in cielo, nella sua Gloria.  Non poteva esser contemporaneamente presente nelle Sacre Ostie consacrate e offerte sull’altare.  Credere questo, dicevano, era follia.  Pertanto, condannavano la Messa cattolica come forma di feticismo e idolatria perché adorazione di pane e vino che restavano sempre tali.

Già Wyclef elaborò questa visione eretica della Messa[31].  Lutero si inventò la teoria della consustanziazione, una sorta di ambiguo compromesso:  solo per la durata dell’uso liturgico Cristo è in qualche modo presente nel pane e nel vino ma senza che questi ultimi mutino  di sostanza:  “Basta che tu sappia che [l’Eucarestia] è un segno divino, in cui la carne e il sangue di Cristo sono veramente contenuti; come e dove, rimettilo a lui”[32].

 

Nel rito anglicano, dopo la preparazione del pane e del vino si ha l’offerta od oblazione (Oblation), seguita da una Invocation dell’Assemblea.

“Pertanto, Signore e Padre Celeste, seguendo l’istituzione del tuo Figlio tanto amato nostro Salvatore Gesù Cristo, noi, tuoi umili servi, celebriamo e attuiamo di fronte alla tua Divina Maestà, con questi tuoi santi doni, che ora ti offriamo, il memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua miracolosa resurrezione e gloriosa ascensione, rendendoti le più riconoscenti grazie per gli innumerevoli benefici ottenutici da esse”[33].

Segue l’Invocazione.

“Ti imploriamo umilmente, Padre misericordioso, di porgerci ascolto:  che la tua onnipossente bontà acconsenta a benedire e santificare, con la tua Parola e lo Spirito Santo, questi tuoi doni e realtà materiali [creatures] costituite dal pane e dal vino, in modo che noi, col riceverle secondo la santa istituzione del tuo Figlio nostro Salvatore, Gesù Cristo, nel far memoria della sua morte e passione possiamo partecipare del suo sacratissimo Corpo e sangue”[34].

Si ha poi la Comunione nelle due forme seguìta da preghiere ed esortazioni finali, condotte sempre dal pastore, nelle quali si mantiene sempre ben evidente il principio esser la Comunione solo “cibo spirituale” (our spiritual food and sustenance)[35].  Ai fini del nostro tema, si noterà che la formula esprimente il contenuto del Memoriale è assai simile a quella utilizzata nella Prima preghiera eucaristica del Novus Ordo (vedi supra).

Presso gli anglicani abbiamo la Messa come celebrazione del “Memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua formidabile resurrezione e gloriosa ascensione”. 

Nel Novus Ordo: “…celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo etc”.

Bisogna riconoscere che gli esperti protestanti consultati durante l’elaborazione del Nuovo Rito della Messa hanno svolto un lavoro proficuo pr la loro causa.   

I critici della riforma montiniana lamentano, tra altre cose, che la Nuova Messa non è più sacrificio di lode alla Santissima Trinità, cosa che ne costituisce la “finalità ultima”.  Infatti, questa finalità “è scomparsa dall’Offertorio assieme alla preghiera Suscipe, Sancta Trinitas; è scomparsa  dalla conclusione della Messa assieme al placeat tibi, Sancta Trinitass; dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sarà più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunciato una sola volta l’anno”[36]

Ebbene, tale eliminazione della Santissima Trinità dalla Messa c’è già nella riforma di Cranmer:  la Santissima Trinità è ricordata solo nella Cena dedicata alla “Festa della Santa Trinità”, una Trinity Sunday, una volta l’anno, con un Prefazio ad hoc[37].

Anche le molteplici redazioni di preghiere, eucaristiche e non, e di invocazioni, causa di non poca confusione sia per la cosa in sè che per via della possibilità di sperimentazione riconosciuta all’officiante dal Concilio (SC, 37-40), trovano un loro antecedente nell’elaborato di Cranmer.  Ad esempio, quando il pastore inizia l’Offertorio nella Cena, dopo il suo sermone, può pronunciare una o più sentenze, scelte fra sedici passi del Nuovo ed Antico Testamento[38].    

 

La ripulsa della transustanziazione contraddice irrazionalmente la divina onnipotenza

 

Nel negare la presenza reale, o nel sottoporla a limiti compatibili con l’umano raziocinio, gli eretici non si accorgevano di cadere nell’irrazionale poiché negavano di fatto l’onnipotenza di Dio, la quale gli consente di essere simultaneamente dappertutto e quindi anche nel pane e nel vino della Consacrazione, in tutte le sacre Ostie delle Eucarestie celebrate ogni giorno nel mondo, se così vuole, senza esser ostacolato dalle leggi della materia stabilite da Lui stesso, che non possono valere per Lui così come valgono per noi.  Dio non può esser limitato nella sua azione dallo spazio e dal tempo, né da alcunché di finito come la struttura consolidata della materia né dalle leggi che governano l’energia, altrimenti non sarebbe l’Onnipotente e Creatore dal nulla.  All’accusa di non riconoscere l’onnipotenza divina, gli eretici hanno risposto in vario modo.  Riporto qui in sintesi la replica di Calvino.

 

“Cos’è il nostro corpo? Non è forse tale da avere la sua propria e certa misura, da esser contenuto in un luogo, da potersi toccare e vedere?  E perché – dicono – Dio non farà sì che un medesimo corpo occupi molti e diversi luoghi?  Che non sia compreso in nessun luogo determinato? Che non abbia affatto forma e misura?”.  O insensato, che cosa chiedi tu alla potenza di Dio:  che essa faccia sì che un corpo sia simultaneamente [ensemblément] corpo e non corpo!  È come se tu chiedessi che la luce e le tenebre non siano affatto diverse.  Ma la divina potenza vuole che la luce sia luce, che le tenebre siano tenebre; che un corpo sia un corpo.  Ma quando tu chiedi che la luce e le tenebre non differiscano in nulla, che altro vuoi, se non pervertire l’ordine della sapienza di Dio?  Bisogna dunque che il corpo sia corpo e che lo spirito sia spirito, ciascuno di essi in quella legge e condizione nella quale è stato creato da Dio.  E questa è la condizione del corpo:  consistere in un luogo certo secondo la sua misura e la sua forma.  In questa condizione Gesù Cristo ha preso un corpo, al quale ha donato incorruttibilità e gloria, senza tuttavia togliergli la sua propria natura e verità.  Poiché la testimonianza della Scrittura è chiara ed evidente…”[39].

Con la creazione, Dio ha stabilito un ordine che non può evidentemente esser “pervertito”, nemmeno da Dio stesso. L’argomento di fondo dell’eresiarca sembra il seguente:  non si può credere che l’onnipotenza di Dio faccia sì che simultaneamente un corpo non sia corpo, che insomma nello stesso tempo sia e non sia.  In effetti, il corpo celeste che è la terra non può simultaneamente essere e non essere:  o è o non è, una volta creato.  E lo stesso si deve dire di ogni ente che è, cioè di ogni realtà determinata e finita, costituita da materia ed energia o anche di sola energia, come il quanto elementare  di Planck.  La contrapposizione qui è tra l’essere e il nulla, che non possono esser considerati l’unum et identicum.

Ma è lecita una critica del genere ai difensori della transustanziazione?  Secondo me, non lo è affatto.  Il corpo del pane transustanziato non è un “non corpo” ma un corpo che ha subìto la trasformazione integrale della sua intima natura, della sua sostanza, diventando “corpo di Cristo”.  Questo, espresso anche con il concetto di “presenza reale”, la fede ha sempre creduto, interpretando alla lettera le parole del Signore “questo è il mio corpo”.  Il pane fratto e benedetto dal Signore, pronunziate quelle parole, era diventato integralmente il suo corpo, conservando solo l’apparenza esteriore del pane, la species, in latino.  Idem per il sangue, che sarebbe stato versato nell’incombente crocifissione, “per voi e per molti”.   

Il pane e il vino transustanziati hanno il loro luogo, la loro dimensione, occupano lo spazio che può occupare un corpo.  Non abbiamo qui un passaggio indebito dall’esser del corpo al non essere del corpo.

    Già nella famosa I Apologia di san Giustino, martire nell’AD 165, rivolta all’imperatore Antonino Pio, la fede in quella che poi si è chiamata ufficialmente dal 1215 transustanziazione appare netta ed evidente:  con la Consacrazione il pane e il vino si convertivano nella carne e nel sangue di Cristo.  Il termine usato da san Giustino era katà metabolén, indicante una mutazione radicale.  Egli precisò alle autorità pagane che “così ci è stato insegnato”, mostrando con ciò che si trattava di una fede tramandata sin dall’inizio e ben consolidata[40].  Se non fosse stato così, per qual motivo san Paolo avrebbe detto che chi mangia indegnamente, perché in stato di peccato, il corpo di Cristo, si condanna da solo, commette cioè peccato?  “Perciò chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ognuno dunque esamini prima se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice, perché chi mangia e beve, senza discernere il Corpo [del Signore], mangia e beve la propria condanna” (1 Cr 11, 28-29). Vale a dire:  sarà condannato per non aver distinto il Corpo del Signore dal pane ordinario.  E tale distinguere, siffatto discernere implica l’esame interiore e la confessione dei propri peccati prima di comunicarsi[41].  Altrimenti ci si rende “rei” del peccato di sacrilegio nei confronti di Cristo.

La transustanziazione non è spiegabile secondo le nostre conoscenze della natura.  E lo è solo in parte secondo le nostre categorie, come quelle di “sostanza” ed “accidente”, “essenza o sostanza interiore”, “forma esteriore”.  Resta un fatto assolutamente sovrannaturale.  Chiunque si metta da un punto di vista razionalistico la rifiuterà, cercando di attribuire alle parole del Signore un significato solo simbolico, sì da trasformare l’Eucarestia in un nutrimento solo spirituale, derivante dal fatto cruento del Golgota non dalla sua rinnovazione sacramentale sull’altare, ripetizione incruenta di quel sacrificio ad opera del sacerdote agente in persona Christi

La prospettiva di Calvino, a ben vedere, sembra di questo tipo.

Egli ignora la tradizione, i miracoli eucaristici come quello famoso di Bolsena nel 1215, affermando per contro di basarsi solo sulla Scrittura, alla maniera tipica degli eretici protestanti.  Si tratta, naturalmente, della Scrittura come intesa da loro, ad usum Delphini e quindi gravemente deficitario.  Basti ricordare che Lutero considerò “di paglia”  l’Epistola di S. Giacomo, per il semplice motivo che dichiarava essere le opere indispensabili alla salvezza, poiché è in se stessa morta la fede che ne è priva[42].

Calvino afferma che nell’intendere l’opera della salvezza, “non è questione di ciò che Dio ha potuto [fare] bensì di ciò che ha voluto [fare o che sia fatto]. E noi affermiamo tutto ciò che a Lui è piaciuto sia stato fatto. Ebbene, gli è piaciuto che Gesù Cristo fosse fatto simile ai suoi fratelli in tutte le cose, eccetto il peccato…”[43].  Questo sembra un onesto principio generale dell’interpretazione del testo sacro, concepito però in modo astratto nella misura in cui prescinde totalmente dall’insegnamento della Chiesa e dalla Tradizione della Chiesa.  Infatti, cosa ci testimoniano Scrittura e Tradizione sulle apparizioni del Signore risorto?  Che Nostro Signore risorto apparve alle donne e in diverse situazioni ai discepoli.  In una di queste, si materializzò all’interno della casa nella quale se ne stavano nascosti, a porte chiuse, come se fosse passato attraverso i muri della casa stessa, per mostrare il suo corpo con relative ferite all’incredulo san Tommaso Apostolo (Gv, 20, 19 ss).        

Ora, Calvino afferma di credere all’apparizione miracolosa della quale ha beneficiato l’incredulo san Tommaso, dal momento che è avvenuta con il corpo di Cristo, mentre rifiuta come “frutto di fantasie” le apparizioni consistenti in visioni, non dimostranti la presenza del Risorto con il corpo.  “Qui est-cela, sinon susciter Marcyon des Enfers?  Qui est-ce qui doubtera le corps de Christ avoir esté phantastique, s’il estoit de telle condition?[44].  Marcione, l’eretico gnostico del II secolo, negava la realtà dell’Incarnazione, essendo la materia a suo dire cosa troppo vile, spregevole e malvagia per permettere un evento del genere. 

 

 Singolare maniera di ragionare, quella di Calvino, grazie alla quale è l’eresiarca a stabilire i limiti dell’onnipotenza divina, ciò che può fare e ciò che non può fare:  ma in tal modo l’onnipotenza divina non è più tale, se deve piegarsi ai dettami razionalistici di un Calvino qualsiasi per esser da noi accettata.

La fede e la Tradizione hanno dato di tutti questi fatti miracolosi un’interpretazione semplice e lineare:  il corpo glorioso del Risorto non poteva evidentemente esser incluso e limitato nella nozione che abbiamo noi del corpo, ente finito, regolato dalle leggi della natura da noi conosciute.  In quanto espressione dell’Onnipotenza di un Dio Creatore, poteva dunque essere contemporaneamente in più luoghi ed avere il dono dell’ubiquità o trapassare i muri e le porte chiuse.

Per Calvino, invece, chi credeva nelle attestate visioni del risorto, lo ripete di nuovo, “apriva una finestra a Marcione” (..et combien grande fenestre est icy ouverte à Marcion..)[45].  Tesi, questa di Calvino, che più assurda non potrebbe essere.  A san Paolo lanciato a perseguitare i cristiani sulla via di Damasco, il Signore è forse apparso con il corpo?  E gli ha anche parlato!  Anche san Paolo uno gnostico?  O uno che credeva alle “fantasie” prodotte dall’immaginazione?

Ma anche nel dichiarare la sua fede nella miracolosa apparizione a san Tommaso Apostolo, Calvino mantiene un’impostazione di tipo razionlistico che lo fa cadere in contraddizione. Certamente, scrive, Gesù Cristo entrò nel luogo dove stavano nascosti i suoi seguaci:  vi entrò “les portes fermées.  Certes il y entra par miraculeuse entrée”.  Ma, una volta rivelatosi, “dimostrò ai suoi Discepoli la verità del suo corpo – “Guardate, disse, e toccate, poiché uno Spirito non ha né carne né ossa”.  Ed ecco che il corpo glorioso di Gesù Cristo è dimostrato essere vero corpo, per via del fatto che può essere visto e toccato.  Toglietegli tutto questo e non sarà più vero corpo”[46]

Il corpo del Risorto dunque “vero corpo” secondo le leggi che regolano la natura del corpo umano.  L’ha dimostrato il Signore in persona.  Ma, annoto, solo dopo esser passato con quello stesso corpo attraverso il muro di quella casa.  Cioè, nel linguaggio di Calvino, dopo essersi comportato come “non corpo”, dato che i corpi esistenti secondo le leggi della natura non permettono ad un corpo umano di passare attraverso i muri, come se non ci fossero.  La Scrittura ci dimostra, pertanto, che il Corpo glorioso del Risorto poteva comportarsi nello stesso tempo come corpo e “non corpo”. In realtà, questa sua straordinaria capacità, espressione dell’insondabile e abissale Onnipotenza divina, non impediva al Corpo glorioso di esser sempre tale, di restare “corpo” nelle sue varie, sovrannaturali trasformazioni, inclusa quella che lo transustanziava nelle Sacre Specie.

Affermando di credere nella “miraculeuse entrée” del Risorto, Calvino deve, se vuol esser coerente, credere che anche il suo Corpo glorioso si è comportato nella circostanza come “non corpo”, visto che si è di colpo materializzato al di qua di un muro, all’interno di una casa.  Deve quindi ammettere che il Corpo glorioso può simultaneamente essere corpo e “non corpo”, per restare sempre al suo modo di esprimersi.  Sottrarsi a questa logica conclusione, come egli fa, significa per l’appunto contraddirsi e cadere nell’irrazionale negazione dell’Onnipotenza divina.  

 

 

La Messa Novus Ordo ridotta a memoriale della Resurrezione

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 conferisce pieno diritto di cittadinanza alla Messa come “memoriale della Morte e Resurrezione” del Signore.

Art. 1330 :  “Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore”. Si tratta di un articolo inserito in una serie di articoli che riportano varie definizioni  della Messa, considerate legittime.

Art. 1337 :  “…Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua Pasqua, istituì l’Ucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione..”,

Art.  1340 :  “…Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno”. 

Art.  1341   “Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché Egli venga»(1 Cr 11, 26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto.  Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre”.

Art. 1409 :  “L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, cioè dell’opera della salvezza compiuta per mezzo della vita, della morte e della Risurrezione di Cristo, opera che viene resa presente dall’azione liturgica”.  

Questi i riferimenti che ho trovato nell’art. 3 Il Sacramento dell’Eucaristia, numeri: 1322-1419, incluso nel Capitolo Primo, intitolato a sua volta I Sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella Sezione Seconda del CCC, dedicata a I Sette Sacramenti della Chiesa.

 

Una nozione così allargata della Messa, incentrata sull’idea del “memoriale”, celebrato nell’atmosfera di un banchetto fraterno nel quale fatalmente vengono a prevalere i momenti della gioia, rappresentati dalla Resurrezione e dall’Ascensione, dalla finale “intercessione” del Cristo glorioso “presso il Padre”, verità di fede ma che non c’entrano con il significato autentico della Santa Messa di sempre – quest’impostazione doveva fatalmente portare a far prevalere l’idea della Messa come “far memoria della Resurrezione”.  A farla prevalere di fatto, nella prassi che si è andata accumulando in tutti questi anni.

Come stupirsi, allora, se, in un documento della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, dell’anno 2000, dedicato al rapporto tra Islam e Cristianesimo, si presentava in questo modo la Messa ai mussulmani:

“Tramite i santi misteri, celebrati dai suoi ministri, la Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino”[47].

Si dirà che questa era solo l’opinione errata di una Conferenza Episcopale;  che Benedetto XVI ha messo ordine nella liturgia Novus Ordo combattendo gli abusi, ristabilendo l’uso del “per molti”, rettificando sui testi le molteplici traduzioni in volgare, di frequente anche troppo creative, per così dire.  Ma questo lavoro di restaurazione sino a che punto è stato efficace?  Ha forse eliminato la tendenza a sentire ed interpretare la Messa alla maniera dei comunitari servizi di preghiera protestanti, come osservava di recente mons. Schneider (vedi supra), e quindi come fraterno banchetto di lode nel quale si celebra un Memoriale, che finisce con l’evocare soprattutto la Resurrezione?  Non si direbbe proprio.

Che la degenerazione del culto cattolico sia continuata nel culto riformato da Montini, ciò risulta, a mio avviso, da una serie di segni, non ultimo quello rappresentato dalla desuetudine nella quale è caduta la Confessione o Riconciliazione.  L’obnubilamento di questo Sacramento è denunciato da più parti.  Vi concorrono diversi fattori, incluso il diffondersi dell’errore secondo il quale la salvezza sarebbe stata già garantita a tutti dal fatto che con l’Incarnazione il Figlio di Dio si sarebbe in qualche modo unito ad ogni uomo (costituzione conciliare Gaudium et spes, art. 22.2).  Questo e altri errori, in gestazione ben prima del Concilio, spiegano come si sia giunti ad imporre una Nuova Messa affine alla Cena dei protestanti eretici, e ne sono in una certa misura a loro volta spiegati.

 

Paolo  Pasqualucci

2 maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali A. Ottaviani e A. Bacci nella Pentecoste del 1969, Supplemento al n. 1/2000 di ‘Inter Multiplices Una Vox’, foglio di informazione per la tradizione cattolica.  L’opuscolo contiene in Appendice la traduzione dei brani in latino e l’elenco della variazioni che Paolo VI fu costretto ad apportare, per contentare coloro che volevano restituire il testo all’ortodossia cattolica.

[2] Michael  Davies,  La réforme liturgique anglicane, tr. fr. di Jacques Cloarec, Clovis, 2004, pp. 122-123.

[3] Vedi la condanna del Sinodo di Pistoia nella costituzione Auctorem fidei di Pio VI, nel 1794 (DS 1529/2629). Il concetto ribadito dal Papa era che bisognava menzionare espressamente la transustanziazione perché solo con questa nozione si esprime il grande mistero della completa conversione di tutto il pane e tutto il vino nel corpo e nel sangue del Signore. 

[4] Breve esame critico, cit., p. 28 e 29.  Enfasi mia, compreso lo stampatello.

[5] Sulla negazione protestante della transustanziazione, a partire da Wyclef, sacerdote inglese eretico del XIV secolo, vedi:  Davies, op. cit., cap. VII, Le rejet protestant de la transsubstantiation, pp. 89-112.

[6] “Si nous acceptons ce rite nouveau, qui favorise la confusion entre la messe catholique et la cène protestante – comme le disent équivalemment deux cardinaux et comme le démontrent de solides analyses théologiques – alors nous tomberons sans tarder d’une messe interchangeable (comme le reconnaît du reste un pasteur protestant) dans une messe carrément hérétique et donc nulle”.  La nuova Messa è “falsa:  essa trasformerà la presenza reale di Cristo in un vuoto memoriale”.  (Roger-Thomas Calmel OP, Déclaration, in un’antologia dello stesso edita dalla rivista tradizionalista «Sel de la terre», N. 12 bis, Maggio 1995, pp. 146-147).    

[7] Vedi la Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551, DS 873a-893/1635-1661.

[8] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, con Introduzione dello stesso Alberigo, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, Torino, 1978, p. 222.  Vedi DS 430/802 :  “…cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transsubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina…”.

[9] Catechismo maggiore promulgato da san Pio X, Edizioni Ares, Milano, 2002, p. 150.  Negli articoli da 655 a 662, il significato del Sacrificio veniva diffusamente spiegato.

[10] Breve esame critico, cit., pp. 29-30.

[11] Athanasius Schneider, in conversazione con Diane Montagna, Christus vincit.  Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo, tr. it. di Stefano Chiappalone, Fede&Cultura, Verona, 2020, p. 187.  Il tono misurato dell’intervento di mons. Schneider non deve trarre in inganno:  nel merito, egli rivolge un’accusa pesantissima alla Messa di Paolo VI.

[12] Breve esame critico, cit., p.  9.

[13] Op. cit., ivi.

[14] Messale Romano quotidiano, testo latino completo e traduzione italiana di S. Bertola e G. Destefani.  Commento di D.C.Lefebvre O.S.B., disegni di R. De Cramer, Edizione aggiornata 1962, Ediz. S. Francesco di Sales, Priorato S.Carlo, Montalenghe (TO), pp. 1078-1079.  Durante l’Offertorio il sacerdote celebrante benedice più volte l’Ostia Immacolata ed il Calice.

[15] Testo in:  Preghiere, Canti, Esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, ad uso interno della Fsspx, Ed. Ichthys, 2T014, p. 13.  Enfasi mia.  Nei catechismi attuali il testo è rimasto immutato.  Si nota solo un mutamento nel soggetto dell’azione salvifica, non tanto l’uomo implorante l’aiuto divino quanto Dio che si rivela:  “Preghiamo.  Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore. Amen” (Compendio del Catechismo della Cheisa Cattolica, fatto fare da Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2005, p. 166).

[16] Messalino festivo dei fedeli.  Anno A-B-C.  Testo ufficiale italiano della C.E.I.  acura di Giancarlo Boffa, presentazione di mons. Mariano Magrassi, Coletti Editore, Roma, 1984, p. 325. Le enfasi sono sempre mie.  Da notare che pur essendo il testo quello ufficiale della CEI, si autorizzava il “per tutti”, quando l’Institutio diceva invece correttamente “per molti”.  Come è noto, fu solo Benedetto XVI ad esortare i vescovi a rispettare la dizione esatta.  L’abuso era stato tollerato, quando non praticato, da Giovanni Paolo II.

[17] Messalino festivo, cit., p. 325.  Enfasi mia.

[18] Op. cit., p. 327.

[19] Op. cit., p. 330.

[20] Op. cit., p. 334.

[21] Op. cit., p. 337.

[22] Per queste ultime tre preghiere, vedi:  op. cit., p. 339; p. 341; p. 343.

[23] The Book of Common Prayer and Administration of the Sacraments and Other Rites and Ceremonies of the Church, New York, Oxford UP, 1944.  Il testo, della Chiesa protestante episcopale americana, porta una ratifica del giorno 17 ottobre dell’anno 1789.  Citazione a p. 75:  “…and take this holy Sacrament to your comfort…”.   La Chiesa episcopale americana è sostanzialmente l’equivalente della Chiesa anglicana.  Il testo di Cranmer ha subito diverse modifiche ma la struttura di base è rimasta la medesima.

[24] P. Joseph de Sainte-Marie, O.C.D., L’Eucharistie salut du monde, Les éditions du Cèdre, Parigi, 1981, cap. VII, pp.227-245. Quest’autore spiega bene come i luterani intendono la Messa. Vedi anche:  Martin Lutero, Sermone sul corpo di Cristo, in: ID., Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, UTET, rist. 1986, pp. 297-322.

[25] Tr. it ne I documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1980, p. 22.

[26] The Book of Common Prayer, cit., p. 76.

[27] The Book of Common Prayer, cit., p. 80.

[28] Op. cit., ivi. La similitudine nella terminologia non deve ingannare: la “Santa Comunione” per gli anglicani resta sempre “La Cena del Signore”.

[29] Maria Guarini, La questione liturgica.  Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, Solfanelli, Chieti, 2015, p. 39.     

[30] Sul punto:  GRAECITAS BIBLICA Novi Testamenti exemplis illustratur a Maximiliano ZERWICK S.I., Romae 1966, Pontificio Istituto Biblico, Nr. 208 (pp. 96-97), il quale riporta tra gli esempi il passo di Lc 22, 19-20 sulla Consacrazione del Calice nell’Ultima Cena.

[31] Davies, op. cit., p. 93 ss.

[32] Martin Lutero, Sermone sul Corpo di Cristo, cit., p. 311.

[33] The Common Prayer Book, cit., pp. 80-81.

[34] Op. cit., p. 81:  “[…] that we […] in remembrance of his death and passion, may be partakers of his most blessed Body and Blood”.

[35] Op. cit., p. 87.

[36]  Breve esame critico, cit., p. 9.

[37] The Book of Common Prayer, cit., p. 79. 

[38] Op. cit., pp.  72-73.

[39] Jean Calvin, Institution de la religion chrestienne, a cura di Jacques Pannier, Les Belles Lettres, Paris, 1961, Tome quatrième, pp. 29-30.  Si tratta del capitolo: De la cene

[40] Sul punto:  Bernard Bartmann, Précis de Théologie dogmatique, tr. fr. di P. Marcel Gautier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. II, § 178 (p. 325).

[41] “Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne:  reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem se impsum homo:  et sic de pane illo edat, et de calice bibat.  Qui enim manducat, et bibit indigne, iudicium sibi manducat, et bibit:  non diudicans corpus Domini” (1 Cr 11, 28-29).  Vedi anche la nota al passo citato nell’edizione della Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, anteriore al Concilio.                      

[42] Sul punto:  Roland H. Bainton, Lutero, tr. it. di Aldo Comba, con Prefazione di Delio Cantimori, Einaudi, Torino, 1960, p. 293.  Il versetto incompatibile con il luteranesimo è:  “Sic et fides, si non habeat opera, mortua est in semetipsa”(Giac 2, 17).  Questo versetto da solo confuta l’intero protestantesimo.

[43] Calvin, Institution, cit., p. 29.

[44] Op. cit., p. 27.

[45] Calvin, op. cit., p. 28.

[46] Op. cit., p. 29.

[47] Documenti Chiese Locali, 99, Islam e Cristianesimo, Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2000, p. 30.  Enfasi mia.  Si tratta di un opuscolo di 36 pagine.  

 

 

Crisi della Chiesa - II :  Se la definizione della Messa del Novus Ordo come “Memoriale Passionis et Resurrectonis Domini” alteri in senso protestante il significato della Messa stessa  -  di Paolo  Pasqualucci

 

 

Una definizione protestante della Messa cattolica

 

Il giorno del Corpus Domini del 1969, anno in cui entrò in vigore la rivoluzionaria riforma liturgica in vernacolo voluta da Paolo VI, “uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime”, consegnò al Papa un approfondito studio della relativa Institutio generalis missalis romani,  meglio nota come Institutio del Novus Ordo Missae.  In questo studio si dimostrava come in essa apparisse “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino”[1]. 

Nientedimeno. A fare questa gravissima affermazione furono due autorevoli cardinali, Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci, nella loro Lettera di rispettosa Presentazione del suddetto studio a Paolo VI, supplicandolo di intervenire.  Quel Papa, che, incredibile a dirsi, aveva approvato il testo iniziale, non rispose ai due cardinali ma autorizzò l’inserimento di cinque variazioni importanti sotto forma di aggiunte, più altre minori.  Le modifiche correggevano l’impostazione eterodossa dell’intera Institutio, in particolare l’infausto art. 7 dedicato alla definizione della Messa. Ma, come si suol dire, si trattava sempre di mettere delle “pezze” ad un testo gravemente lesivo del significato tradizionale ed autentico della Santa Messa.  Possiamo dire che la correzione sia riuscita solo in parte. 

L’art. 7 originale proponeva una visione della Messa solamente come comunione o sinassi, memoriale di preghiera comune in semplice ricordo dell’Ultima Cena: “La Cena del Signore, altrimenti detta messa, è una sacra riunione e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore. È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20)”.  

Ma questa è la Messa protestante !!  Nel suo fondamentale, articolato studio sulla riforma anglicana, lo scomparso studioso cattolico gallese Michael Davies (1936-2004) ci fa vedere come il Common Prayer Book del 1649, opera del vescovo fedifrago Thomas Cranmer, professasse proprio il concetto di Messa come “comunione o sinassi” semplicemente intesa a celebrare il Ricordo dell’ultima Cena.

“I protestanti intendevano per sinassi una assemblea del popolo fedele riunita sotto la presidenza d’un ministro al fine di celebrare il memoriale del Signore in una cena commemorativa nella quale Egli sarebbe stato presente allo stesso modo in cui è sempre presente quando due o tre persone sono riunite in suo nome.

Cranmer così spiegava la cosa:

-- Il Cristo è presente ogni volta che la Chiesa l’invoca nella preghiera ed è riunita in suo nome.  E il pane e il vino divengono per noi il corpo e il sangue del Cristo (com’è detto nel Common Prayer Book) non perché mutino la sostanza del pane e del vino nella sostanza del corpo e del sangue naturali di Cristo, bensì perché, a causa del santo uso che ne vien fatto, essi sono, per coloro che li ricevono, il corpo e il sangue di Cristo”[2].

Il pane e il vino diventano corpo e sangue di Cristo non dunque in se stessi, a causa della Consacrazione messa in atto dal sacerdote officiante in persona Christi, ma unicamente per chi vuole crederlo, tra i fedeli.  Questa falsa nozione, che riduce l’effetto della Consacrazione ad un significato creduto dal semplice fedele, fu ripresa, utilizzando categorie del pensiero contemporaneo, da Edward Schillebeeckx (1914-2009), il noto domenicano belga eterodosso che, subito dopo il Concilio, cercò di sostituire la nozione di transustanziazione con quella di   transsignificazione – nozione riprovata da Paolo VI nella Lettera enciclica Mysterium fidei del 3 settembre 1965 sulla dottrina e il culto della SS. Eucarestia, che dovette pubblicare addirittura tre mesi prima della conclusione del Vaticano II, contro il pullulare di interpretazioni eretiche della transustanziazione e della S. Messa.    

Solo dopo le modifiche e le aggiunte imposte dalle proteste, l’art. 7 nominava il carattere sacrificale della Messa e la presenza “anche sostanziale e continuativa” di Cristo sotto le specie eucaristiche ma omettendo sempre di menzionare la transustanziazione; omissione che, secondo Pio VI, rendeva qualsiasi definizione della Messa “perniciosa, derogante dalla vera definizione, favorevole agli eretici”[3]. 

Questa la versione emendata dell’art. 7  :

Nella Messa o cena del Signore, il popolo di Dio è convocato e riunito, sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o Sacrificio eucaristico. È per questo che l’assemblea locale della Santa Chiesa realizza in modo eminente la promessa di Cristo: -- Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro (Mt 18, 20).    In effetti, nella celebrazione della Messa, in cui è perpetuato il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola, E ANCHE, MA IN MANIERA SOSTANZIALE E CONTINUATIVA, SOTTO LE SPECIE EUCARISTICHE.[4]

 

Nel Novus Ordo la Consacrazione del pane e del vino era ovviamente mantenuta, nonostante i mutamenti apportati:  tuttavia, con una simile definizione della Messa (quella originaria dell’art. 7,  mal emendata perché sempre silente sulla transustanziazione), chi voleva non poteva forse intenderla alla maniera di Cranmer, riducendo cioè la presenza reale ad un fatto meramente simbolico, un “segno efficace” per alimentare la nostra fede, insomma ad un significato posto dal soggetto che si comunicava?[5]  E dopo l’insufficiente correzione – nonostante il “continuativa” – chi voleva non poteva intenderla come consustanziazione, al modo dei luterani cioè come presenza reale limitata all’uso che non muta la sostanza del pane e del vino?

Come dar torto al P. Roger-Thomas Calmel OP (1914-1975), austera e all’epoca molto stimata figura del cattolicesimo francese, il quale, dimostrando notevole coraggio, dichiarò pubblicamente che non avrebbe mai celebrato il nuovo rito, perché “equivoco”, in quanto “favoriva la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante”?[6]

Ma noi semplici fedeli dobbiamo pur porre questa domanda: non volendo ripetere l’articolata e approfondita definizione dogmatica della transustanziazione prodotta dal Concilio di Trento[7], cosa impediva ai riformatori della Messa di riportare almeno la prima menzione ufficiale della transustanziazione, nella Professione di Fede contenuta nel cap. I del Concilio Ecumenico IV Lateranense, tenutosi nel novembre del 1215? 

“Una, inoltre, è la Chiesa universale dei fedeli, fuori della quale nessuno assolutamente si salva. In essa lo stesso Gesù Cristo è sacerdote e vittima, il suo corpo e il suo sangue sono contenuti realmente nel sacramento dell’altare, sotto le specie del pane e del vino, transustanziati il pane nel corpo, il sangue nel vino per divino potere; cosicché per adempiere il mistero dell’unità, noi riceviamo da Lui ciò che egli ha ricevuto da noi”[8].

E nella definizione tradizionale della Messa, vigente sino all’imposizione del Novus Ordo, c’era forse qualcosa che non andava bene?

“654.  Che cosa è dunque la Santa Messa? 

R.  La Santa Messa è il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce”[9].

Quello che evidentemente non andava bene era il concetto stesso della Messa come sacrificio. E difatti, nell’art. 7 modificato dell’Institutio del Novus Ordo, anche dopo l’aggiunta emendatrice manca comunque il riferimento esplicito al Sacrificio.  Per trovarlo, dobbiamo andare agli art. 48 e 56 della Institutio, ma in modo soddisfacente solo dopo la correzione dovuta subire.

Art. 48, versione originale:  “L’ultima cena, in cui Cristo istituì il memoriale della sua morte e della sua resurrezione, è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria, istituendo così il sacrificio e il banchetto pasquale”.  Versione emendata:  Nell’ultima Cena, Cristo istituì il sacrificio e il banchetto pasquale, con cui il sacrificio della croce è incessantemente presente nella Chiesa, quando il sacerdote, rappresentante Cristo Signore, fa ciò che lo stesso Signore fece e ciò che Egli assegnò di fare ai suoi discepoli in sua memoria”.  Si noti: nella versione originale ciò che era incessantemente presente era l’Ultima Cena in quanto in primo luogo  “memoriale della sua morte e resurrezione”.

Art. 55, versione originale:  “Racconto dell’istituzione:  con le parole e le azioni di Cristo, è rappresentata l’ultima cena, in cui lo stesso Cristo Signore istituì il sacramento della sua Passione e della sua Resurrezione, quando Egli diede ai suoi Apostoli da mangiare e da bere il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie del pane e del vino, e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.   Versione emendata:  “Racconto dell’istituzione e consacrazione: con le parole e le azioni di Cristo si compie il sacrificio che Cristo stesso istituì nell’ultima Cena, quando offrì il suo corpo e il suo sangue sotto le specie del pane e del vino, di diede da mangiare e da bere ai soi Apostoli e assegnò loro il mandato di perpetuare questo mistero…”.  Anche qui, nella versione originale, l’istituzione lo sarebbe stata della “Passione e Resurrezione” senza alcun riferimento al sacrificio[10].

Ma l’omissione della transustanziazione e del sacrificio erano a ben vedere inevitabili, visto che Paolo VI aveva autorizzato la collaborazione di sette esperti liturgisti protestanti all’elaborazione del Novus Ordo – la collaborazione, quindi, di eretici da sempre nemici implacabili della vera Messa cattolica !!

Sulla tinta protestante della Nuova Messa si è espresso con l’abituale chiarezza ed acume mons. Athanasius Schneider, vescovo ausiliare nella arcidiocesi di Maria Santissima ad Astana, nel Kazachistan:

“Il drastico cambiamento del millenario rito della Messa attuato da papa Paolo VI ha senza dubbio attenuato il carattere essenzialmente sacrificale, cristocentrico e latreutico della Messa, spostandolo più nel senso di un banchetto fraterno e di un incontro di preghiera incentrato sulla comunità, che dal punto di vista fenomenico è più simile ai servizi di preghiera protestanti”[11].      

Il nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica nomina espressamente la transustanziazione, agli articoli 1374 e seguenti nonché all’art. 1413.  Quest’ultimo, nella sezione “di sintesi” posta alla fine dei vari paragrafi, recita:  “Mediante la consacrazione si opera la transustanziazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo.  Sotto le specie consacrate del pane e del vino, Cristo stesso, vivente e glorioso, è presente in maniera vera, reale e sostanziale, il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua anima e la sua divinità”.  Si tratta in sostanza di una citazione del Concilio di Trento, espressamente richiamato (DS, 1640, 1641).  Ma il catechismo apparve nel 1992, opera di Giovanni Paolo II, quando i buoi erano da molto tempo scappati dalla stalla, come si suol dire. 

 

 

L’inesatta definizione della Messa come «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini»

 

In questo mio intervento sulla crisi della Chiesa, mi voglio occupare di un’altra definizione della Messa Novus Ordo, ugualmente insufficiente e teologicamente fonte di confusione.

Scrive il Breve esame critico:  “Di denominazioni della Messa ve ne sono innumerevoli nell’Institutio, tutte accettabili relativamente, tutte da respingere se usate, come lo sono, separatamente e in assoluto.  Ne citiamo alcune: -- Actio Christi et populi Dei, Cena dominica sive Missa, Convivium Paschale, Communis participatio mensae Domini, Memoriale Domini, Precatio Eucharistica, etc.   Come è fin troppo evidente, l’accento è posto ossessivamente sulla cena e sul memoriale anziché sulla rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Calvario.  Anche la formula «Memoriale Passionis et Resurrectionis Domini», è inesatta, essendo la Messa il memoriale del solo Sacrificio, che è redentivo in se stesso, mentre la Resurrezione ne è il frutto conseguente”[12].

In nota, si precisava:  “Si dovrebbe aggiungere anche l’Ascensione ove si volesse riprendere l’Unde et memores, che d’altronde non accomuna ma nettamente e finemente distingue:  --  […] tam beatae Passionis, nec non et ab inferis Resurrectionis, sed et in coelos gloriosae Ascensionis[13].

 La frase Unde et memores  (“Laonde e ricordando”) è l’inizio della Anámnesi, preghiera eucaristica che il sacerdote effettua dopo la Consacrazione del Calice, per rammentare che il Sacrificio della Messa ricorda in primo luogo quello sulla Croce, che miracolosamente rinnova in modo incruento agendo in persona Christi, e solo sussidiariamente gli altri due eventi capitali dell’opera della salvezza. Anámnesis, è parola greca che significa appunto: ricordo, ricordanza.  All’inizio di questa preghiera si menzionano anche la Resurrezione e l’Ascensione, ma senza mai metterle sullo stesso piano della Passione e Morte del Signore:  “Laonde, o Signore, anche noi tuoi servi, come altresì il tuo popolo santo, ricordando sia [tam] la beata Passione del medesimo Cristo tuo Figliolo, nostro Signore, nonché [nec non] la sua Resurrezione dagli Inferi, ma anche [sed et] la sua gloriosa Ascensione in cielo, offriamo all’eccelsa tua maestà, delle cose che ci hai donato e date, l’Ostia pura, l’Ostia santa, l’Ostia immacolata, il Pane santo della vita eterna e il Calice della perpetua salvezza.  Su questi doni con propizio e sereno volto dégnati di guardare e di gradirli, come ti degnasti di gradire i doni del tuo giusto servo Abele, e il sacrificio del nostro Patriarca Abramo e quello che ti offrì il tuo sommo sacerdote Melchisedech, santo sacrificio, immacolata ostia, etc.”[14].  In latino la differenziazione dei tre momenti ricordati è ancor meglio marcata, nella successione:  tam…nec non…sed et.

La Resurrezione è “il frutto” della Crocifissione.  Avendo obbedito alla volontà del Padre, che esigeva il suo sacrificio sino alla testimonianza del sangue con la crocifissione (Eb 5, 7-10), pena crudelissima inflitta a ribelli e traditori o ai peggiori delinquenti, Cristo, giustiziato innocente e perfettamente consapevole del Sacrificio che stava volontariamente compiendo per la salvezza dell’uomo peccatore, ha lucrato per noi quei meriti che ci consentono di aprirci alla Grazia per ottenere la fede e compiere le buone opere.  Tra Crocifissione e Resurrezione c’è un rapporto che possiamo considerare di tipo causale.  La S. Messa, come precisa il Breve esame critico,  celebra da sempre il solo Sacrificio della Croce, che è in se stesso “redentivo”.  Vale a dire:  solo la Croce ci dà la possibilità di redimerci dai nostri peccati, con il pentimento la confessione il mutamento di vita, ottenendoci da Dio misericordia e perdono ed infine la vita eterna, se perseveriamo sino alla fine.  Tant’è vero che per secoli la pietà popolare ha visto solo nella “via regia della santa Croce” la possibilità della salvezza.  Si rileggano in proposito le pagine profonde e sempre attuali della Imitazione di Cristo, cap. XII, Libro II. 

La corretta impostazione del rapporto tra la Croce e la Resurrezione, risulta anche da preghiere tradizionali come quelle che si recitano all’Angelus.  Infatti, nell’Oremus (“Preghiamo”) finale, cosa si dice? 

“Degnati, Signore, infondere la tua grazia nelle anime nostre, affinché, come per l’annuncio dell’Angelo abbiamo conosciuto l’Incarnazione di Cristo, tuo Figlio, così per la sua Passione e Croce, giungiamo alla gloria della Risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore.  Amen”.  

In latino:  “ […] qui, Angelo nuntiante, Christi Filii tui incarnationem cognovimus, per passionem eius et crucem ad resurrectionis gloriam perducamus.  Per eundem Christum Dominum nostrum.  Amen”[15].

Solo mediante la Passione e la Croce, ovvero imitando Cristo nella difficile lotta per la nostra santificazione quotidiana, possiamo giungere alla “gloria della Resurrezione”, entrare cioè nella vita eterna.

 

La non corretta equiparazione tra Passione e Resurrezione crea confusione tra ciò che viene soprannaturalmente “rinnovato” in modo incruento nella Messa (il Sacrificio della Croce, “redentivo” in se stesso),  e ciò che può esservi solo “ricordato”, come la Resurrezione e l’Ascensione.

La Messa Novus Ordo ha ovviamente conservato l’Anámnesi dopo la consacrazione del Calice.  Ma bisogna vedere come l’ha conservata.

 Andiamo ai dettagli.

 

L’anámnesi nel Novus Ordo

 

La formula di Rito Romano Antico recita: 

“Nello stesso modo, dopo di aver cenato, preso nelle sue sante e venerabili mani anche questo glorioso Calice, di nuovo, rendendoti grazie, benedisse e lo diede ai suoi discepoli, dicendo:  prendete e bevetene tutti:

«Poiché questo è il Calice del sangue mio, della nuova ed eterna alleanza – mistero di fede – il quale sarà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati».  Pronunciate queste parole, il celebrante depone il Calice sul corporale e dice in segreto, sempre in latino:  “Ogniqualvolta farete questo, lo farete in memoria di me”.  

La formula del Novus Ordo, recita:

“Dopo la cena, allo stesso modo, prese questo glorioso calice nelle sue mani sante e venerabili, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo diede ai suoi discepoli, e disse:

«Prendete e bevetene tutti:  questo è il Calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza , versato per voi e per tutti, in remissione dei peccati.  Fate questo in memoria di me».

Mistero della fede:  “Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta. “

Oppure

“Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta.”

Oppure

“Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione:  salvaci, o Salvatore del mondo”.

Subito dopo, si inizia la preghiera dell’Anámnesi:

“In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore, e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, etc”[16].

Anticipata dall’invocazione in quattro redazioni del “mistero della fede”, abbiamo dunque l’infiltrarsi di una definizione della Messa come “celebrazione di un memoriale”, costituito dall’ugual valore che, nel ricordo, hanno la Passione, la Resurrezione, l’Ascensione:  in quanto oggetto di ricordo, questi tre eventi dell’opera salvifica del Signore non vengono resi alla memoria secondo la loro propria specifica gerarchia di significato, come nell’Ordo Vetus.  Qui non si distingue più nulla.

  Si noterà che l’ invocazione del “mistero della fede” prevista in quattro redazioni, da parte dei fedeli immediatamente dopo la consacrazione del Calice, ricalca un versetto di san Paolo, tratto dal capitolo della Prima Lettera ai Corinti nel quale definisce l’istituzione dell’Eucaristia:  “Or dunque, tutte le volte che mangiate questo pane e bevete il calice, celebrate la morte del Signore, finché Egli venga” (1 Cr 11, 26).  Nella Chiesa primitiva la Comunione si aveva sotto le due specie ma nella Chiesa latina un’evoluzione graduale e spontanea ha portato all’affermarsi della Comunione sotto una sola specie.  I protestanti hanno sempre dichiarato di voler tornare all’uso originario, ristabilendo la Comunione sotto le due specie ---  e questa, del voler tornare all’antico col pretesto assurdo e storicamente falso che la Chiesa romana avrebbe imposto riti artificiosi per tanti secoli, è sempre stata un’istanza degli eretici di quasi tutte le risme, di fatto penetrata anche nella “riforma liturgica” montiniana (si tratta del c.d. archeologismo, errore già stigmatizzato da Pio XII).

Si noterà, altresì, che la terza redazione dell’invocazione tratta da san Paolo è proprio quella “inesatta”, per non dire scorretta, denunciata dal Breve esame critico: “Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua resurrezione”.  Ma la resurrezione è appunto il risultato della croce, la sua conseguenza enormemente positiva per chi si affida a Cristo nella sua vita quotidiana sino alla fine dei suoi giorni.  L’errore è solare. 

 

Nel Novus Ordo, l’Anámnesi, che ricalca più o meno quella del rito antico, viene ricompresa nella Preghiera Eucaristica, della quale si danno tuttavia ben dieci redazioni.  La prima è quella detta del Canone Romano, che recita:  “In questo sacrificio, o Padre, noi tuoi ministri e il tuo popolo santo celebriamo il memoriale della beata passione, della risurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo tuo Figlio e nostro Signore e offriamo alla tua maestà divina, tra i doni che ci hai dato, la vittima pura, santa e immacolata, pane santo della vita eterna e calice dell’eterna salvezza”[17].

Si ripete l’equiparazione completa dei tre momenti capitali dell’opera della Salvezza.

Nella Preghiera Eucaristica II, si dice:  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, ti offriamo, Padre etc “[18].

Nella Preghiera Eucaristica III :  “Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nell’attesa della tua venuta ti offriamo, Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo”[19].

Nella Preghiera Eucaristica IV :  “In questo memoriale della nostra redenzione celebriamo, Padre, la morte di Cristo, la sua discesa agli inferi, proclamiamo la sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla tua destra, e, in attesa della sua venuta nella gloria, ti offriamo il suo corpo e il suo sangue, sacrificio a te gradito, per la salvezza del mondo”[20].

La Preghiera Eucaristica V consta di quattro preghiere, ognuna con un sottotitolo.  L’anámnesi vi appare qui sostanzialmente affine a quella tradizionale.

Preghiera Eucaristica V/A Dio guida la sua Chiesa :  “Celebrando il memoriale della nostra riconciliazione annunziamo, o Padre, l’opera del tuo amore.  Con la passione e la croce hai fatto entrare nella gloria della risurrezione il Cristo, tuo Figlio, e lo hai chiamato alla tua destra,  re immortale dei secoli e Signore dell’universo.  Guarda, Padre Santo, questa offerta:  è Cristo che si dona con il suo corpo e il suo sangue, e con il suo sacrificio apre a noi il cammino verso di te”[21].

Preghiera Eucaristica V/B Gesù nostra via :  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/C Gesù modello di amore:  ripete la formula di V/A.

Preghiera Eucaristica V/D La Chiesa in cammino verso l’unità : ripete la formula di V/A[22].   

  Nelle ultime due Preghiere Eucaristiche si torna invece alla fuorviante equiparazione, cioè alla confusione tra ciò che può esser presente solo nel ricordo (la Resurrezione) e ciò che invece viene ricordato proprio perché effettivamente, attualmente presente sull’Altare, nel rinnovamento incruento e miracoloso del Sacrificio.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I :  La riconciliazione come ritorno al Padre :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, nostra Pasqua e nostra pace, in attesa del giorno beato della sua venuta alla fine dei tempi, offriamo a te, Dio vero e fedele, questo sacrificio che riconcilia nel tuo amore l’umanità intera”.

Preghiera Eucaristica della Riconciliazione II :  La Riconciliazione con Dio fondamento di umana concordia :  “Celebrando il memoriale della morte e risurrezione del tuo Figlio, noi ti offriamo, o Padre, il sacrificio di riconciliazione, che egli ci ha lasciato come pegno del suo amore e che tu stesso hai posto nelle nostre mani”.

Da tutte queste redazioni, in sei su dieci, si vede emergere la definizione della Messa come “memoriale della morte e resurrezione” del Signore,  poste sullo stesso piano, come avviene nella Messa degli eretici anglicani.

 

Un istruttivo raffronto con il « Book of Common Prayer» di Cranmer

 

Vediamo un sia pur breve raffronto con il CommonPrayer Book di Cranmer, che ha codificato la riforma liturgica anglicana.  

Nella fase preparatoria alla Comunione, il pastore dice, ad un certo punto, a coloro che si vorranno comunicare: “avvicinatevi con fede e prendete questo santo Sacramento per il vostro conforto e fate la vostra umile confessione a Dio Onnipotente, inginocchiandovi devotamente”[23]. 

Come dicevano i luterani, la Comunione serve soprattutto a confortarci nella fede e a creare in noi il senso della comunità. Per  loro la Messa è nient’altro che “un sacramento istituito per il conforto delle coscienze smarrite” (art. XXIV De Missa, nella Confessione d’Augusta del 20 giugno 1530). Essa deve istruire il popolo su Cristo in modo da provocare l’atto di fede, nel quale unicamente consiste secondo loro la salvezza.  Diventa quindi una “nuda commemorazione del Sacrificio del Calvario”.  Dato il suo carattere commemorativo e pedagogico deve svolgersi sempre con la partecipazione del popolo, le “Messe private”, quelle senza popolo, sono inutili e vanno abolite[24].  In effetti, se non c’è più la rinnovazione incruenta del Sacrificio sul Golgota, redentivo in se stesso per il bene di tutti a prescindere dalla partecipazione dei fedeli, perché celebrarle in solitudine?  Gioverà ricordare, a questo punto, che l’art. 27 della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium sulla riforma della liturgia, svaluta espressamente le Messe cosiddette private, facendo in tal modo un’evidente concessione alla liturgia dei protestanti:

“Ogni volta che i riti comportano, secondo la particolare natura di ciascuno, una celebrazione comunitaria caratterizzata dalla presenza e dalla partecipazione attiva dei fedeli, si inculchi che questa è da preferirsi, per quanto è possibile, alla celebrazione individuale e quasi privata.

Ciò vale soprattutto per la celebrazione della Messa – benché qualsiasi Messa abbbia sempre un carattere pubblico e sociale ---, e per l’amministrazione dei sacramenti”[25].

Quest’articolo deleterio costituisce uno dei “bachi” inseriti dai Novatori nel Concilio, per usare un’immagine felicemente creata da Maria Guarini.

  

Ma torniamo al rito anglicano.

Dopo la confessione puramente mentale dei propri peccati, si ha la recita pubblica in comune dell’atto di dolore inginocchiati assieme al pastore.  Il pastore impartisce poi l’assoluzione ma non in persona Christi:  egli ricorda all’assemblea che Dio assolve “tutti coloro che con sincero pentimento e vera fede si rivolgono a Lui”.  Quindi invoca la divina misericordia sui presenti:  “Dio onnipotente, abbia pietà di voi, vi perdoni e vi liberi da tutti i vostri peccati; vi confermi e rafforzi in tutti i buoni sentimenti; vi conduca alla vita eterna:  mediante Gesù Cristo Nostro Signore. Amen”[26].  Dopodiché il pastore (che il testo chiama priest) effettua la “consacrazione” del pane e del vino (Offertory), poiché Gesù Cristo “ha istituito e ci ha ordinato di continuare una perpetua memoria di quella sua preziosa morte e sacrificio, sino alla sua seconda venuta”. Il pastore, secondo le istruzioni, prende il Pane nelle sue mani, lo rompe, vi impone le mani, prende in mano la Coppa con il vino, impone le mani su ogni coppa o calice “nel quale vi possa essere vino da consacrarsi”[27].  Durante la “consacrazione” anglicana non vi sono benedizioni sul pane e sul vino.  Il che si spiega con il fatto che il pane e il vino restano tali, non vi sono pertanto “sacre Specie” da benedire.  Mancano pertanto anche l’elevazione e l’adorazione della Sacra Ostia.   

La formula della consacrazione anglicana è simile a quella cattolica ma sappiamo che non vi è alcuna transustanziazione delle specie. 

“Nella notte in cui fu tradito prese il Pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, dicendo: --- Prendete, mangiate, questo è il mio Corpo, che è dato per voi; fate questo in memoria di me.  Allo stesso modo, dopo la Cena, prese la Coppa e dopo aver reso grazie la diede loro, dicendo:  --- Bevetene tutti; poiché questo è il mio Sangue della Nuova Alleanza, che viene sparso per voi e per molti, per la remissione dei peccati;  fate questo, ogni volta che lo berrete, in memoria di me”[28].     

  Mentre la consacrazione del Calice nell’Ordo Vetus ripete il tempo al futuro, perché così ha parlato il Signore nell’Ultima Cena (“..sangue che verrà sparso per voi e per molti, in remissione dei peccati..”), la consacrazione nel Novus Ordo ha reso il verbo con il participio, in modo simile alla consacrazione anglicana:  “This is my Blood of the New Testament, which is shed for you, and for many, etc”:  “…Questo è il mio sangue della Nuova Alleanza, che è sparso per voi, e per molti etc”.  Si può tradurre anche “sparso per voi”.   

Potrebbe sembrare che si tratti di particolari di poco conto.  Ma non è così.  La sfumatura eterodossa del mutamento del tempo verbale è stata colta da M a r i a   G u a r i n i    in un suo puntuale e profondo commento:

“L’Eucaristia non ripete la Cena ma riattualizza il sacrificio del Calvario.  È vero che la Messa nasce nell’Ultima Cena.  È lì l’istituzione dell’Eucaristia.  Tuttavia essa non riproduce e non ricorda la Cena ma ciò che il Signore vi ha compiuto e ci ha consegnato:  è da lì ch’Egli porta i Suoi direttamente sul Calvario, dove a breve si compirà il Sacrificio.  Ce lo dice anche dal verbo espresso al futuro nella formula consacratoria “effundetur” – la cui traduzione è “sarà versato” e non “versato” – con chiaro riferimento al Sangue già transustanziato da Gesù al termine della Cena, che non è solo un convivio, sia pure trattandosi attendibilmente della Cena pasquale ebraica; ma trasporta appunto al Calvario, il luogo del Sacrificio del vero Agnello.

È questo il Novum, l’inedito, che dobbiamo custodire e vivere e che rende possibile il riscatto e la risurrezione nobis (per noi) e per i molti che faranno questo in Sua memoria, non solo ritualmente, ma da veri adoratori in spirito e verità.

È questo che non è più significato pienamente nella liturgia riformata, nella quale come segno più che eloquente, persino l’Altare è sostituito da una mensa mentre quel “versato”, usato al passato nella traduzione in lingua volgare, sembra narrare più che compiere[29].

La versione latina ha “effundetur” (Matteo, Marco) e “fundetur” (Luca).  Corrisponde esattamente al greco, che usa sempre il medesimo participio presente (qui: tò ekchunnómenon) per indicare la possibilità o capacità di un’azione futura.  Sia il greco che l’ebraico e l’aramaico usavano il participio presente per esprimere un’azione futura[30].

  “Versato”, aggiungo, come se si trattasse di una vicenda accaduta una volta per sempre e ora definitivamente conclusa, che nella Messa si può solo ricordare e giammai “rinnovare” soprannaturalmente.  Come si è detto, per gli eretici, con l’eccezione di Lutero, il Cristo glorioso asceso alla Destra del Padre restava da allora sempre in cielo, nella sua Gloria.  Non poteva esser contemporaneamente presente nelle Sacre Ostie consacrate e offerte sull’altare.  Credere questo, dicevano, era follia.  Pertanto, condannavano la Messa cattolica come forma di feticismo e idolatria perché adorazione di pane e vino che restavano sempre tali.

Già Wyclef elaborò questa visione eretica della Messa[31].  Lutero si inventò la teoria della consustanziazione, una sorta di ambiguo compromesso:  solo per la durata dell’uso liturgico Cristo è in qualche modo presente nel pane e nel vino ma senza che questi ultimi mutino  di sostanza:  “Basta che tu sappia che [l’Eucarestia] è un segno divino, in cui la carne e il sangue di Cristo sono veramente contenuti; come e dove, rimettilo a lui”[32].

 

Nel rito anglicano, dopo la preparazione del pane e del vino si ha l’offerta od oblazione (Oblation), seguita da una Invocation dell’Assemblea.

“Pertanto, Signore e Padre Celeste, seguendo l’istituzione del tuo Figlio tanto amato nostro Salvatore Gesù Cristo, noi, tuoi umili servi, celebriamo e attuiamo di fronte alla tua Divina Maestà, con questi tuoi santi doni, che ora ti offriamo, il memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua miracolosa resurrezione e gloriosa ascensione, rendendoti le più riconoscenti grazie per gli innumerevoli benefici ottenutici da esse”[33].

Segue l’Invocazione.

“Ti imploriamo umilmente, Padre misericordioso, di porgerci ascolto:  che la tua onnipossente bontà acconsenta a benedire e santificare, con la tua Parola e lo Spirito Santo, questi tuoi doni e realtà materiali [creatures] costituite dal pane e dal vino, in modo che noi, col riceverle secondo la santa istituzione del tuo Figlio nostro Salvatore, Gesù Cristo, nel far memoria della sua morte e passione possiamo partecipare del suo sacratissimo Corpo e sangue”[34].

Si ha poi la Comunione nelle due forme seguìta da preghiere ed esortazioni finali, condotte sempre dal pastore, nelle quali si mantiene sempre ben evidente il principio esser la Comunione solo “cibo spirituale” (our spiritual food and sustenance)[35].  Ai fini del nostro tema, si noterà che la formula esprimente il contenuto del Memoriale è assai simile a quella utilizzata nella Prima preghiera eucaristica del Novus Ordo (vedi supra).

Presso gli anglicani abbiamo la Messa come celebrazione del “Memoriale che il tuo Figlio ci ha comandato di fare:  nel ricordo della sua beata passione e preziosa morte, della sua formidabile resurrezione e gloriosa ascensione”. 

Nel Novus Ordo: “…celebriamo il memoriale della beata passione, della resurrezione dai morti e della gloriosa ascensione al cielo del Cristo etc”.

Bisogna riconoscere che gli esperti protestanti consultati durante l’elaborazione del Nuovo Rito della Messa hanno svolto un lavoro proficuo pr la loro causa.   

I critici della riforma montiniana lamentano, tra altre cose, che la Nuova Messa non è più sacrificio di lode alla Santissima Trinità, cosa che ne costituisce la “finalità ultima”.  Infatti, questa finalità “è scomparsa dall’Offertorio assieme alla preghiera Suscipe, Sancta Trinitas; è scomparsa  dalla conclusione della Messa assieme al placeat tibi, Sancta Trinitass; dal Prefazio, che nel ciclo domenicale non sarà più quello della Santissima Trinità, riservato ora alla sola festa e che quindi sarà pronunciato una sola volta l’anno”[36]. 

Ebbene, tale eliminazione della Santissima Trinità dalla Messa c’è già nella riforma di Cranmer:  la Santissima Trinità è ricordata solo nella Cena dedicata alla “Festa della Santa Trinità”, una Trinity Sunday, una volta l’anno, con un Prefazio ad hoc[37].

Anche le molteplici redazioni di preghiere, eucaristiche e non, e di invocazioni, causa di non poca confusione sia per la cosa in sè che per via della possibilità di sperimentazione riconosciuta all’officiante dal Concilio (SC, 37-40), trovano un loro antecedente nell’elaborato di Cranmer.  Ad esempio, quando il pastore inizia l’Offertorio nella Cena, dopo il suo sermone, può pronunciare una o più sentenze, scelte fra sedici passi del Nuovo ed Antico Testamento[38].    

 

La ripulsa della transustanziazione contraddice irrazionalmente la divina onnipotenza

 

Nel negare la presenza reale, o nel sottoporla a limiti compatibili con l’umano raziocinio, gli eretici non si accorgevano di cadere nell’irrazionale poiché negavano di fatto l’onnipotenza di Dio, la quale gli consente di essere simultaneamente dappertutto e quindi anche nel pane e nel vino della Consacrazione, in tutte le sacre Ostie delle Eucarestie celebrate ogni giorno nel mondo, se così vuole, senza esser ostacolato dalle leggi della materia stabilite da Lui stesso, che non possono valere per Lui così come valgono per noi.  Dio non può esser limitato nella sua azione dallo spazio e dal tempo, né da alcunché di finito come la struttura consolidata della materia né dalle leggi che governano l’energia, altrimenti non sarebbe l’Onnipotente e Creatore dal nulla.  All’accusa di non riconoscere l’onnipotenza divina, gli eretici hanno risposto in vario modo.  Riporto qui in sintesi la replica di Calvino.

 

“Cos’è il nostro corpo? Non è forse tale da avere la sua propria e certa misura, da esser contenuto in un luogo, da potersi toccare e vedere?  E perché – dicono – Dio non farà sì che un medesimo corpo occupi molti e diversi luoghi?  Che non sia compreso in nessun luogo determinato? Che non abbia affatto forma e misura?”.  O insensato, che cosa chiedi tu alla potenza di Dio:  che essa faccia sì che un corpo sia simultaneamente [ensemblément] corpo e non corpo!  È come se tu chiedessi che la luce e le tenebre non siano affatto diverse.  Ma la divina potenza vuole che la luce sia luce, che le tenebre siano tenebre; che un corpo sia un corpo.  Ma quando tu chiedi che la luce e le tenebre non differiscano in nulla, che altro vuoi, se non pervertire l’ordine della sapienza di Dio?  Bisogna dunque che il corpo sia corpo e che lo spirito sia spirito, ciascuno di essi in quella legge e condizione nella quale è stato creato da Dio.  E questa è la condizione del corpo:  consistere in un luogo certo secondo la sua misura e la sua forma.  In questa condizione Gesù Cristo ha preso un corpo, al quale ha donato incorruttibilità e gloria, senza tuttavia togliergli la sua propria natura e verità.  Poiché la testimonianza della Scrittura è chiara ed evidente…”[39].

Con la creazione, Dio ha stabilito un ordine che non può evidentemente esser “pervertito”, nemmeno da Dio stesso. L’argomento di fondo dell’eresiarca sembra il seguente:  non si può credere che l’onnipotenza di Dio faccia sì che simultaneamente un corpo non sia corpo, che insomma nello stesso tempo sia e non sia.  In effetti, il corpo celeste che è la terra non può simultaneamente essere e non essere:  o è o non è, una volta creato.  E lo stesso si deve dire di ogni ente che è, cioè di ogni realtà determinata e finita, costituita da materia ed energia o anche di sola energia, come il quanto elementare  di Planck.  La contrapposizione qui è tra l’essere e il nulla, che non possono esser considerati l’unum et identicum.

Ma è lecita una critica del genere ai difensori della transustanziazione?  Secondo me, non lo è affatto.  Il corpo del pane transustanziato non è un “non corpo” ma un corpo che ha subìto la trasformazione integrale della sua intima natura, della sua sostanza, diventando “corpo di Cristo”.  Questo, espresso anche con il concetto di “presenza reale”, la fede ha sempre creduto, interpretando alla lettera le parole del Signore “questo è il mio corpo”.  Il pane fratto e benedetto dal Signore, pronunziate quelle parole, era diventato integralmente il suo corpo, conservando solo l’apparenza esteriore del pane, la species, in latino.  Idem per il sangue, che sarebbe stato versato nell’incombente crocifissione, “per voi e per molti”.   

Il pane e il vino transustanziati hanno il loro luogo, la loro dimensione, occupano lo spazio che può occupare un corpo.  Non abbiamo qui un passaggio indebito dall’esser del corpo al non essere del corpo.

    Già nella famosa I Apologia di san Giustino, martire nell’AD 165, rivolta all’imperatore Antonino Pio, la fede in quella che poi si è chiamata ufficialmente dal 1215 transustanziazione appare netta ed evidente:  con la Consacrazione il pane e il vino si convertivano nella carne e nel sangue di Cristo.  Il termine usato da san Giustino era katà metabolén, indicante una mutazione radicale.  Egli precisò alle autorità pagane che “così ci è stato insegnato”, mostrando con ciò che si trattava di una fede tramandata sin dall’inizio e ben consolidata[40].  Se non fosse stato così, per qual motivo san Paolo avrebbe detto che chi mangia indegnamente, perché in stato di peccato, il corpo di Cristo, si condanna da solo, commette cioè peccato?  “Perciò chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ognuno dunque esamini prima se stesso e così mangi di quel pane e beva di quel calice, perché chi mangia e beve, senza discernere il Corpo [del Signore], mangia e beve la propria condanna” (1 Cr 11, 28-29). Vale a dire:  sarà condannato per non aver distinto il Corpo del Signore dal pane ordinario.  E tale distinguere, siffatto discernere implica l’esame interiore e la confessione dei propri peccati prima di comunicarsi[41].  Altrimenti ci si rende “rei” del peccato di sacrilegio nei confronti di Cristo.

La transustanziazione non è spiegabile secondo le nostre conoscenze della natura.  E lo è solo in parte secondo le nostre categorie, come quelle di “sostanza” ed “accidente”, “essenza o sostanza interiore”, “forma esteriore”.  Resta un fatto assolutamente sovrannaturale.  Chiunque si metta da un punto di vista razionalistico la rifiuterà, cercando di attribuire alle parole del Signore un significato solo simbolico, sì da trasformare l’Eucarestia in un nutrimento solo spirituale, derivante dal fatto cruento del Golgota non dalla sua rinnovazione sacramentale sull’altare, ripetizione incruenta di quel sacrificio ad opera del sacerdote agente in persona Christi. 

La prospettiva di Calvino, a ben vedere, sembra di questo tipo.

Egli ignora la tradizione, i miracoli eucaristici come quello famoso di Bolsena nel 1215, affermando per contro di basarsi solo sulla Scrittura, alla maniera tipica degli eretici protestanti.  Si tratta, naturalmente, della Scrittura come intesa da loro, ad usum Delphini e quindi gravemente deficitario.  Basti ricordare che Lutero considerò “di paglia”  l’Epistola di S. Giacomo, per il semplice motivo che dichiarava essere le opere indispensabili alla salvezza, poiché è in se stessa morta la fede che ne è priva[42].

Calvino afferma che nell’intendere l’opera della salvezza, “non è questione di ciò che Dio ha potuto [fare] bensì di ciò che ha voluto [fare o che sia fatto]. E noi affermiamo tutto ciò che a Lui è piaciuto sia stato fatto. Ebbene, gli è piaciuto che Gesù Cristo fosse fatto simile ai suoi fratelli in tutte le cose, eccetto il peccato…”[43].  Questo sembra un onesto principio generale dell’interpretazione del testo sacro, concepito però in modo astratto nella misura in cui prescinde totalmente dall’insegnamento della Chiesa e dalla Tradizione della Chiesa.  Infatti, cosa ci testimoniano Scrittura e Tradizione sulle apparizioni del Signore risorto?  Che Nostro Signore risorto apparve alle donne e in diverse situazioni ai discepoli.  In una di queste, si materializzò all’interno della casa nella quale se ne stavano nascosti, a porte chiuse, come se fosse passato attraverso i muri della casa stessa, per mostrare il suo corpo con relative ferite all’incredulo san Tommaso Apostolo (Gv, 20, 19 ss).        

Ora, Calvino afferma di credere all’apparizione miracolosa della quale ha beneficiato l’incredulo san Tommaso, dal momento che è avvenuta con il corpo di Cristo, mentre rifiuta come “frutto di fantasie” le apparizioni consistenti in visioni, non dimostranti la presenza del Risorto con il corpo.  Qui est-cela, sinon susciter Marcyon des Enfers?  Qui est-ce qui doubtera le corps de Christ avoir esté phantastique, s’il estoit de telle condition?[44].  Marcione, l’eretico gnostico del II secolo, negava la realtà dell’Incarnazione, essendo la materia a suo dire cosa troppo vile, spregevole e malvagia per permettere un evento del genere. 

 

 Singolare maniera di ragionare, quella di Calvino, grazie alla quale è l’eresiarca a stabilire i limiti dell’onnipotenza divina, ciò che può fare e ciò che non può fare:  ma in tal modo l’onnipotenza divina non è più tale, se deve piegarsi ai dettami razionalistici di un Calvino qualsiasi per esser da noi accettata.

La fede e la Tradizione hanno dato di tutti questi fatti miracolosi un’interpretazione semplice e lineare:  il corpo glorioso del Risorto non poteva evidentemente esser incluso e limitato nella nozione che abbiamo noi del corpo, ente finito, regolato dalle leggi della natura da noi conosciute.  In quanto espressione dell’Onnipotenza di un Dio Creatore, poteva dunque essere contemporaneamente in più luoghi ed avere il dono dell’ubiquità o trapassare i muri e le porte chiuse.

Per Calvino, invece, chi credeva nelle attestate visioni del risorto, lo ripete di nuovo, “apriva una finestra a Marcione” (..et combien grande fenestre est icy ouverte à Marcion..)[45].  Tesi, questa di Calvino, che più assurda non potrebbe essere.  A san Paolo lanciato a perseguitare i cristiani sulla via di Damasco, il Signore è forse apparso con il corpo?  E gli ha anche parlato!  Anche san Paolo uno gnostico?  O uno che credeva alle “fantasie” prodotte dall’immaginazione?

Ma anche nel dichiarare la sua fede nella miracolosa apparizione a san Tommaso Apostolo, Calvino mantiene un’impostazione di tipo razionlistico che lo fa cadere in contraddizione. Certamente, scrive, Gesù Cristo entrò nel luogo dove stavano nascosti i suoi seguaci:  vi entrò “les portes fermées.  Certes il y entra par miraculeuse entrée”.  Ma, una volta rivelatosi, “dimostrò ai suoi Discepoli la verità del suo corpo – “Guardate, disse, e toccate, poiché uno Spirito non ha né carne né ossa”.  Ed ecco che il corpo glorioso di Gesù Cristo è dimostrato essere vero corpo, per via del fatto che può essere visto e toccato.  Toglietegli tutto questo e non sarà più vero corpo”[46]. 

Il corpo del Risorto dunque “vero corpo” secondo le leggi che regolano la natura del corpo umano.  L’ha dimostrato il Signore in persona.  Ma, annoto, solo dopo esser passato con quello stesso corpo attraverso il muro di quella casa.  Cioè, nel linguaggio di Calvino, dopo essersi comportato come “non corpo”, dato che i corpi esistenti secondo le leggi della natura non permettono ad un corpo umano di passare attraverso i muri, come se non ci fossero.  La Scrittura ci dimostra, pertanto, che il Corpo glorioso del Risorto poteva comportarsi nello stesso tempo come corpo e “non corpo”. In realtà, questa sua straordinaria capacità, espressione dell’insondabile e abissale Onnipotenza divina, non impediva al Corpo glorioso di esser sempre tale, di restare “corpo” nelle sue varie, sovrannaturali trasformazioni, inclusa quella che lo transustanziava nelle Sacre Specie.

Affermando di credere nella “miraculeuse entrée” del Risorto, Calvino deve, se vuol esser coerente, credere che anche il suo Corpo glorioso si è comportato nella circostanza come “non corpo”, visto che si è di colpo materializzato al di qua di un muro, all’interno di una casa.  Deve quindi ammettere che il Corpo glorioso può simultaneamente essere corpo e “non corpo”, per restare sempre al suo modo di esprimersi.  Sottrarsi a questa logica conclusione, come egli fa, significa per l’appunto contraddirsi e cadere nell’irrazionale negazione dell’Onnipotenza divina.  

 

 

La Messa Novus Ordo ridotta a memoriale della Resurrezione

 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 conferisce pieno diritto di cittadinanza alla Messa come “memoriale della Morte e Resurrezione” del Signore.

Art. 1330 :  Memoriale della Passione e della Risurrezione del Signore”. Si tratta di un articolo inserito in una serie di articoli che riportano varie definizioni  della Messa, considerate legittime.

Art. 1337 :  “…Per lasciare loro un pegno di questo amore, per non allontanarsi mai dai suoi e renderli partecipi della sua Pasqua, istituì l’Ucaristia come memoriale della sua morte e della sua risurrezione..”,

Art.  1340 :  “…Infatti, la nuova Pasqua, il passaggio di Gesù al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione, è anticipata nella Cena e celebrata nell’Eucaristia, che porta a compimento la pasqua ebraica e anticipa la pasqua finale della Chiesa nella gloria del Regno”. 

Art.  1341   “Quando Gesù comanda di ripetere i suoi gesti e le sue parole «finché Egli venga»(1 Cr 11, 26), non chiede soltanto che ci si ricordi di lui e di ciò che ha fatto.  Egli ha di mira la celebrazione liturgica, per mezzo degli Apostoli e dei loro successori, del memoriale di Cristo, della sua vita, della sua Morte, della sua Risurrezione e della sua intercessione presso il Padre”.

Art. 1409 :  “L’Eucaristia è il memoriale della Pasqua di Cristo, cioè dell’opera della salvezza compiuta per mezzo della vita, della morte e della Risurrezione di Cristo, opera che viene resa presente dall’azione liturgica”.  

Questi i riferimenti che ho trovato nell’art. 3 Il Sacramento dell’Eucaristia, numeri: 1322-1419, incluso nel Capitolo Primo, intitolato a sua volta I Sacramenti dell’iniziazione cristiana, nella Sezione Seconda del CCC, dedicata a I Sette Sacramenti della Chiesa.

 

Una nozione così allargata della Messa, incentrata sull’idea del “memoriale”, celebrato nell’atmosfera di un banchetto fraterno nel quale fatalmente vengono a prevalere i momenti della gioia, rappresentati dalla Resurrezione e dall’Ascensione, dalla finale “intercessione” del Cristo glorioso “presso il Padre”, verità di fede ma che non c’entrano con il significato autentico della Santa Messa di sempre – quest’impostazione doveva fatalmente portare a far prevalere l’idea della Messa come “far memoria della Resurrezione”.  A farla prevalere di fatto, nella prassi che si è andata accumulando in tutti questi anni.

Come stupirsi, allora, se, in un documento della Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, dell’anno 2000, dedicato al rapporto tra Islam e Cristianesimo, si presentava in questo modo la Messa ai mussulmani:

“Tramite i santi misteri, celebrati dai suoi ministri, la Chiesa fa memoria del Signore Risorto mettendo in una comunione viva e reale i suoi figli con Dio uno e trino”[47].

Si dirà che questa era solo l’opinione errata di una Conferenza Episcopale;  che Benedetto XVI ha messo ordine nella liturgia Novus Ordo combattendo gli abusi, ristabilendo l’uso del “per molti”, rettificando sui testi le molteplici traduzioni in volgare, di frequente anche troppo creative, per così dire.  Ma questo lavoro di restaurazione sino a che punto è stato efficace?  Ha forse eliminato la tendenza a sentire ed interpretare la Messa alla maniera dei comunitari servizi di preghiera protestanti, come osservava di recente mons. Schneider (vedi supra), e quindi come fraterno banchetto di lode nel quale si celebra un Memoriale, che finisce con l’evocare soprattutto la Resurrezione?  Non si direbbe proprio.

Che la degenerazione del culto cattolico sia continuata nel culto riformato da Montini, ciò risulta, a mio avviso, da una serie di segni, non ultimo quello rappresentato dalla desuetudine nella quale è caduta la Confessione o Riconciliazione.  L’obnubilamento di questo Sacramento è denunciato da più parti.  Vi concorrono diversi fattori, incluso il diffondersi dell’errore secondo il quale la salvezza sarebbe stata già garantita a tutti dal fatto che con l’Incarnazione il Figlio di Dio si sarebbe in qualche modo unito ad ogni uomo (costituzione conciliare Gaudium et spes, art. 22.2).  Questo e altri errori, in gestazione ben prima del Concilio, spiegano come si sia giunti ad imporre una Nuova Messa affine alla Cena dei protestanti eretici, e ne sono in una certa misura a loro volta spiegati.

 

Paolo  Pasqualucci

2 maggio 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Breve esame critico del Novus Ordo Missae, presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali A. Ottaviani e A. Bacci nella Pentecoste del 1969, Supplemento al n. 1/2000 di ‘Inter Multiplices Una Vox’, foglio di informazione per la tradizione cattolica.  L’opuscolo contiene in Appendice la traduzione dei brani in latino e l’elenco della variazioni che Paolo VI fu costretto ad apportare, per contentare coloro che volevano restituire il testo all’ortodossia cattolica.

[2] Michael  Davies,  La réforme liturgique anglicane, tr. fr. di Jacques Cloarec, Clovis, 2004, pp. 122-123.

[3] Vedi la condanna del Sinodo di Pistoia nella costituzione Auctorem fidei di Pio VI, nel 1794 (DS 1529/2629). Il concetto ribadito dal Papa era che bisognava menzionare espressamente la transustanziazione perché solo con questa nozione si esprime il grande mistero della completa conversione di tutto il pane e tutto il vino nel corpo e nel sangue del Signore. 

[4] Breve esame critico, cit., p. 28 e 29.  Enfasi mia, compreso lo stampatello.

[5] Sulla negazione protestante della transustanziazione, a partire da Wyclef, sacerdote inglese eretico del XIV secolo, vedi:  Davies, op. cit., cap. VII, Le rejet protestant de la transsubstantiation, pp. 89-112.

[6] “Si nous acceptons ce rite nouveau, qui favorise la confusion entre la messe catholique et la cène protestante – comme le disent équivalemment deux cardinaux et comme le démontrent de solides analyses théologiques – alors nous tomberons sans tarder d’une messe interchangeable (comme le reconnaît du reste un pasteur protestant) dans une messe carrément hérétique et donc nulle”.  La nuova Messa è “falsa:  essa trasformerà la presenza reale di Cristo in un vuoto memoriale”.  (Roger-Thomas Calmel OP, Déclaration, in un’antologia dello stesso edita dalla rivista tradizionalista «Sel de la terre», N. 12 bis, Maggio 1995, pp. 146-147).    

[7] Vedi la Sessione XIII, dell’11 ottobre 1551, DS 873a-893/1635-1661.

[8] Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, con Introduzione dello stesso Alberigo, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, Torino, 1978, p. 222.  Vedi DS 430/802 :  “…cuius corpus et sanguis in sacramento altaris sub speciebus panis et vini veraciter continentur, transsubstantiatis pane in corpus, et vino in sanguinem potestate divina…”.

[9] Catechismo maggiore promulgato da san Pio X, Edizioni Ares, Milano, 2002, p. 150.  Negli articoli da 655 a 662, il significato del Sacrificio veniva diffusamente spiegato.

[10] Breve esame critico, cit., pp. 29-30.

[11] Athanasius Schneider, in conversazione con Diane Montagna, Christus vincit.  Il trionfo di Cristo sulle tenebre del nostro tempo, tr. it. di Stefano Chiappalone, Fede&Cultura, Verona, 2020, p. 187.  Il tono misurato dell’intervento di mons. Schneider non deve trarre in inganno:  nel merito, egli rivolge un’accusa pesantissima alla Messa di Paolo VI.

[12] Breve esame critico, cit., p.  9.

[13] Op. cit., ivi.

[14] Messale Romano quotidiano, testo latino completo e traduzione italiana di S. Bertola e G. Destefani.  Commento di D.C.Lefebvre O.S.B., disegni di R. De Cramer, Edizione aggiornata 1962, Ediz. S. Francesco di Sales, Priorato S.Carlo, Montalenghe (TO), pp. 1078-1079.  Durante l’Offertorio il sacerdote celebrante benedice più volte l’Ostia Immacolata ed il Calice.

[15] Testo in:  Preghiere, Canti, Esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola, ad uso interno della Fsspx, Ed. Ichthys, 2T014, p. 13.  Enfasi mia.  Nei catechismi attuali il testo è rimasto immutato.  Si nota solo un mutamento nel soggetto dell’azione salvifica, non tanto l’uomo implorante l’aiuto divino quanto Dio che si rivela:  Preghiamo.  Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre, tu, che nell’annunzio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione del tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce guidaci alla gloria della risurrezione.  Per Cristo Nostro Signore. Amen” (Compendio del Catechismo della Cheisa Cattolica, fatto fare da Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2005, p. 166).

[16] Messalino festivo dei fedeli.  Anno A-B-C.  Testo ufficiale italiano della C.E.I.  acura di Giancarlo Boffa, presentazione di mons. Mariano Magrassi, Coletti Editore, Roma, 1984, p. 325. Le enfasi sono sempre mie.  Da notare che pur essendo il testo quello ufficiale della CEI, si autorizzava il “per tutti”, quando l’Institutio diceva invece correttamente “per molti”.  Come è noto, fu solo Benedetto XVI ad esortare i vescovi a rispettare la dizione esatta.  L’abuso era stato tollerato, quando non praticato, da Giovanni Paolo II.

[17] Messalino festivo, cit., p. 325.  Enfasi mia.

[18] Op. cit., p. 327.

[19] Op. cit., p. 330.

[20] Op. cit., p. 334.

[21] Op. cit., p. 337.

[22] Per queste ultime tre preghiere, vedi:  op. cit., p. 339; p. 341; p. 343.

[23] The Book of Common Prayer and Administration of the Sacraments and Other Rites and Ceremonies of the Church, New York, Oxford UP, 1944.  Il testo, della Chiesa protestante episcopale americana, porta una ratifica del giorno 17 ottobre dell’anno 1789.  Citazione a p. 75:  “…and take this holy Sacrament to your comfort…”.   La Chiesa episcopale americana è sostanzialmente l’equivalente della Chiesa anglicana.  Il testo di Cranmer ha subito diverse modifiche ma la struttura di base è rimasta la medesima.

[24] P. Joseph de Sainte-Marie, O.C.D., L’Eucharistie salut du monde, Les éditions du Cèdre, Parigi, 1981, cap. VII, pp.227-245. Quest’autore spiega bene come i luterani intendono la Messa. Vedi anche:  Martin Lutero, Sermone sul corpo di Cristo, in: ID., Scritti religiosi, a cura di Valdo Vinay, UTET, rist. 1986, pp. 297-322.

[25] Tr. it ne I documenti del Concilio Vaticano II, Edizioni Paoline, 1980, p. 22.

[26] The Book of Common Prayer, cit., p. 76.

[27] The Book of Common Prayer, cit., p. 80.

[28] Op. cit., ivi. La similitudine nella terminologia non deve ingannare: la “Santa Comunione” per gli anglicani resta sempre “La Cena del Signore”.

[29] Maria Guarini, La questione liturgica.  Il rito Romano usus Antiquior e il Novus Ordo Missae a 50 anni dal Concilio Vaticano II, Solfanelli, Chieti, 2015, p. 39.     

[30] Sul punto:  GRAECITAS BIBLICA Novi Testamenti exemplis illustratur a Maximiliano ZERWICK S.I., Romae 1966, Pontificio Istituto Biblico, Nr. 208 (pp. 96-97), il quale riporta tra gli esempi il passo di Lc 22, 19-20 sulla Consacrazione del Calice nell’Ultima Cena.

[31] Davies, op. cit., p. 93 ss.

[32] Martin Lutero, Sermone sul Corpo di Cristo, cit., p. 311.

[33] The Common Prayer Book, cit., pp. 80-81.

[34] Op. cit., p. 81:  “[…] that we […] in remembrance of his death and passion, may be partakers of his most blessed Body and Blood”.

[35] Op. cit., p. 87.

[36]  Breve esame critico, cit., p. 9.

[37] The Book of Common Prayer, cit., p. 79. 

[38] Op. cit., pp.  72-73.

[39] Jean Calvin, Institution de la religion chrestienne, a cura di Jacques Pannier, Les Belles Lettres, Paris, 1961, Tome quatrième, pp. 29-30.  Si tratta del capitolo: De la cene. 

[40] Sul punto:  Bernard Bartmann, Précis de Théologie dogmatique, tr. fr. di P. Marcel Gautier, Salvator, Mulhouse, 1951, vol. II, § 178 (p. 325).

[41] “Itaque quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne:  reus erit corporis et sanguinis Domini. Probet autem se impsum homo:  et sic de pane illo edat, et de calice bibat.  Qui enim manducat, et bibit indigne, iudicium sibi manducat, et bibit:  non diudicans corpus Domini” (1 Cr 11, 28-29).  Vedi anche la nota al passo citato nell’edizione della Sacra Bibbia delle Edizioni Paoline, anteriore al Concilio.                      

[42] Sul punto:  Roland H. Bainton, Lutero, tr. it. di Aldo Comba, con Prefazione di Delio Cantimori, Einaudi, Torino, 1960, p. 293.  Il versetto incompatibile con il luteranesimo è:  Sic et fides, si non habeat opera, mortua est in semetipsa”(Giac 2, 17).  Questo versetto da solo confuta l’intero protestantesimo.

[43] Calvin, Institution, cit., p. 29.

[44] Op. cit., p. 27.

[45] Calvin, op. cit., p. 28.

[46] Op. cit., p. 29.

[47] Documenti Chiese Locali, 99, Islam e Cristianesimo, Conferenza Episcopale dell’Emilia Romagna, Edizioni Dehoniane, Bologna, 2000, p. 30.  Enfasi mia.  Si tratta di un opuscolo di 36 pagine. 

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