P. Pasqualucci, Vera e falsa Tradizione cattolica, Prima parte

 

 

 

 

Paolo   Pasqualucci

 

Vera e falsa Tradizione Cattolica

 

 

Prima   Parte

 

 

Sommario :  1.  La Messa Novus Ordo rappresenta una frattura nella tradizione liturgica della Chiesa. 2. Tradizione e obbedienza nell’insegnamento di mons. Marcel Lefebvre:  2.1 La tradizione cattolica trasmette il Deposito della fede.  2.2  Tradizione e vera obbedienza cattolica.   

  

Le restrizioni apportate nel 2021 con il motu proprio Traditionis custodes da Papa Francesco alla celebrazione della Messa di rito antico, mai abrogata ma condannata all’oblìo dal 1969, inaspettatamente “sdoganata” nel 2007 dal motu proprio Summorum Pontificum  di Benedetto XVI; restrizioni giustificate con il principio che, non potendo esserci due leges orandi tra loro diverse nella liturgia della Chiesa, l’unica lex orandi può esser solo quella del nuovo rito ufficiale in vernacolo, imposto regnante Paolo VI, hanno riacceso tra i fedeli il dibattito sul concetto di fedeltà alla Tradizione cattolica ed anzi su cosa debba intendersi con autentica tradizione cattolica. 

La situazione è migliorata con Papa Leone XIV ma finora solo nel senso di una maggior elasticità e comprensione nei confronti dei chierici e dei fedeli che prediligono la Messa Ordo Vetus, quella di rito romano antico, detta popolarmente “in latino”. Dal punto di vista teologico nulla è cambiato rispetto alle famose dichiarazioni del cardinale Roche sul Novus Ordo quale unico legittimo rito, dopo la riforma liturgica promossa dal Concilio, che avrebbe creato appunto un nuovo tipo di Santa Messa, officiata assieme al sacerdote dall’assemblea dei fedeli partecipanti, con il sacerdote diminuito a semplice presidente o animatore della sinassi eucaristica.  Le straordinarie dichiarazioni del cardinale Roche al tempo di Pio XII sarebbero state bollate come grave errore dottrinale:  che siano diventate dottrina ufficiosa se non ufficiale della Chiesa, ciò dimostra l’alto grado di confusione affliggente la Gerarchia cattolica attuale.

In questo breve studio spero di poter offrire delle riflessioni che contribuiscano a chiarire i concetti fondamentali, almeno a livello della discussione popolare, non avendo ovviamente la pretesa questo mio studio di rivolgersi agli specialisti.

Preliminarmente, bisogna partire dalle citate dichiarazioni del cardinale Roche, facendo esse apparire una netta e bisogna dire consapevole frattura nella Liturgia della Chiesa, incompatibile con il vero concetto di Tradizione cattolica.

   

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1.  La Messa Novus Ordo rappresenta una frattura nella tradizione liturgica della Chiesa.

 

Le sconcertanti affermazioni del cardinale Roche, arcivescovo inglese di origine irlandese, sono apparse in un’intervista al settimanale cattolico inglese di tendenze ammodernanti The Tablet, il 24 febbraio 2022, quando il cardinale, ancora monsignore, era comunque Prefetto della Congregazione per il culto divino.  Le riprendo dal blog Chiesa e Postconcilio di Maria Guarini.  L’intervistatore, Christopher Lamb, riporta a volte indirettamente le parole dell’arcivescovo, riassumendole.  Il testo dell’intervista, a quanto ne so, non è mai stato smentito.

Mons. Roche ha ammesso che l’obbiettivo del suo dicastero è :  “perseguire l’attuazione del documento del Concilio Vaticano II sulla liturgia, Sacrosanctum Concilium”.  È, dice, la sua ‘Magna Carta’.  C’è da parte sua perlomeno il merito della chiarezza, soprattutto quando sottolinea – sempre secondo l’intervistatore – che “l’intenzione di Papa Francesco, con il Traditionis custodes, era quella di ‘portare l’unità’ nella Chiesa e di porre fine all’idea che ci siano due Chiese diverse con due diverse liturgie”.  In tal modo i due riti, l’antico e il nuovo, non vengono più intesi come due “forme” del rito romano dal momento che corrisponderebbero, secondo Roche, a “due Chiese” diverse”[1].

 

Queste dichiarazioni meritano una approfondita riflessione. Viene rifiutata la tesi di Benedetto XVI secondo la quale i due riti rappresentano due forme ugualmente valide dello stesso ed unico rito romano:  “forma ordinaria” il Novus Ordo, “forma straordinaria” l’Ordo Vetus.  Questa formulazione non ha mai convinto:  come si fa a declassare a “forma straordinaria” un rito per così tanti secoli celebrato dai Papi come il rito ordinario della Chiesa, il Rito cattolico per eccellenza, visto che il suo Canone lo si riteneva già formato al tempo degli Apostoli?  Era ovvio che “straordinario” era da ritenersi, caso mai, il Novus Ordo, entrato in vigore solo nel 1969 come rito del tutto nuovo, per di più in vernacolo, dopo esser stato costruito “a tavolino” ascoltando anche l’opinione degli esperti dei Protestanti eretici, da sempre nemici della vera Messa cattolica!  Ma l’artificiosa costruzione escogitata da Benedetto XVI (certamente a fin di bene, per permettere la libera celebrazione della vera Messa cattolica e Sacramenti amministrati secondo il rito antico) consentiva in tal modo, anche se solo formalmente, di non rompere con la tradizione della Chiesa:  la fictio delle “due forme” dell’unico rito permetteva di affermare, forzando i fatti, che il nuovo rito rappresentava una coerente evoluzione dell’antico.  Il rito doveva ritenersi sempre il medesimo, antico o nuovo che fosse, perché la Chiesa “riformata” secondo le direttive del Vaticano II doveva ritenersi sempre la stessa Chiesa.

Ora, grazie al duro intervento di Papa Francesco, la finzione è caduta.  Le dichiarazioni dell’allora mons. Roche, che affermava sempre di pensare all’unisono con il Papa, attestano che l’interpretazione ufficiale, l’autentica, è ora la seguente:  i due riti appartengono a due Chiese diverse ossia esprimono due leges credendi diverse.  Pertanto, non possono coesistere.  Però ne consegue, osservo, che la Chiesa plasmata dalle riforme promosse dal Vaticano II non è in continuità con la precedente e bimillenaria, se ha sentito il bisogno di darsi un rito completamente nuovo, che non può convivere con il precedente, se si vuole mantenere l’unità della Chiesa!

Il nuovo rito, figlio del Vaticano II, rappresenta dunque una consapevole e netta frattura con la tradizione liturgica della Chiesa:  la Chiesa si sarebbe allora data, dal 1969, un rito che la estranea dalla sua stessa Tradizione. Una cosa inaudita, inconcepibile, la cui gravità non ha bisogno di dimostrazione. Che ci sia qui una vera e propria frattura con la Tradizione divina della Chiesa, alla quale appartiene la Sacra Liturgia, è del tutto inaccettabile per chi professa la corretta nozione di tradizione cattolica, fondata sul concetto paolino della trasmissione del Deposito della Fede e di sviluppo interno, graduale, organico, spontaneo delle forme liturgiche, sempre sotto il controllo dei Papi.  Viene invece evidentemente accettata come cosa ovvia da chi intende la tradizione in modo errato e non cattolico, cioè come “dinamismo” continuo, come se le sue verità dovessero esser costantemente adattate ai bisogni mutevoli e profani dei tempi.   

Nel prosieguo della sua intervista, mons. Roche approfondiva ulteriormente l’ampiezza della frattura, mostrandone l’intima natura dottrinale:  dipenderebbe addirittura da un diverso concetto di Chiesa, vista a partire dal Concilio come “popolo di Dio” in cammino (e non più, annoto, come Corpo Mistico di Cristo):  ciò giustificherebbe il diverso modo di intendere nel nuovo rito la partecipazione dei fedeli all’Offerta Eucaristica.

Nel giustificare le pesanti restrizioni imposte da Traditionis custodes, che ha inoltre vietato le liturgie anteriori al Concilio per cresime e ordinazioni, mons. Roche si richiamava al Concilio.  Infatti, secondo l’intervistatore, “egli sottolinea che l’obbiettivo della Traditionis custodes è quello  di avvicinare le persone alla comprensione di quanto chiesto dal Concilio”.  Le recenti decisioni del Papa hanno un profondo fondamento teologico, asseriva.  La questione non è che alcuni cattolici abbiano una preferenza personale per il latino.  Si tratta di come la Chiesa vede se stessa e vede la sua missione.  È il vecchio adagio lex orandi, lex credendi:  il modo in cui preghiamo è il modo in cui crediamo.  Roche fa notare che la costituzione dogmatica (senza dogmi, non va dimenticato) Lumen Gentium sulla Chiesa si è allontanata dal modello della Chiesa come “società perfetta”, per avvicinarsi alla nozione biblica della Chiesa come popolo di Dio in cammino.  Nel primo modello, secondo mons. Roche, era il sacerdote a “rappresentare le intenzioni del popolo” e le  trasmetteva a Dio nella liturgia.  Il Vaticano II lo ha cambiato.  “Grazie alla comprensione del sacerdozio di tutti i battezzati, non è più semplicemente il sacerdote solo che celebra l’Eucaristia, ma tutti i battezzati che celebrano con lui”, spiega mons. Roche.  “È certamente la comprensione più profonda di cosa significhi ‘partecipazione’.  Non solo leggiamo, cantiamo, spostiamo oggetti nel santuario o gestiamo i ragazzi o altro, ma entriamo profondamente nella vita divina, che ci si è manifestata nel mistero pasquale”.  È quindi la concezione del sacerdozio e del sacrificio eucaristico ad essere in discussione nella prospettiva della Traditionis custodes, e il desiderio primario non è quello di mettere in evidenza una “continuità” del Vaticano II con la tradizione della Chiesa, ma cosa ha “cambiato” il Vaticano II[2].

La questione è dunque soprattutto dottrinale e pertanto riguarda direttamente il dogma.  La Chiesa, ci vien detto, ha cambiato il modo di concepire se stessa e la sua missione (dopo quasi venti secoli !?).  Al modello della “società perfetta”, la Gerarchia odierna contrappone quello della Chiesa “popolo di Dio”, il cui modello sarebbe da vedersi nell’Antico Testamento. In effetti, “popolo di Dio” è uno degli appellativi onorifici che i Profeti rivolgevano all’antico Israele, nell’esortarlo a restare sempre fedele alla volontà di Dio, che si era degnato di eleggerlo tra tutti gli altri popoli. Tale appellativo è da san Pietro applicato ai cristiani, che ora sono il vero Israele – l’Israele dello spirito.  Nella sua prima epistola scrive: “Voi però siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione sacra, popolo tratto in salvo [dal paganesimo] affinché annunziate le meraviglie di Colui, che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce ammirabile; voi che prima non eravate un popolo e che ora siete il popolo di Dio; voi, che eravate esclusi dalla misericordia e che ora invece avete ottenuto misericordia” (1 Pt 2, 9-10). 

Il significato onorifico del titolo di “popolo di Dio”, la Nuova Teologia l’ha gettato alle ortiche, e questo sarebbe avvenuto anche con il Vaticano II, le cui ambiguità porterebbero a sostituire il “popolo di Dio” al “Corpo mistico di Cristo” nel concetto stesso della Chiesa delineato dalla costituzione conciliare Lumen Gentiumin. Questa commistione oscura la distinzione qualitativamente rilevante (ontologica o di essenza) fra consacrati e cristifideles laici[3]. Questo modo di intendere l’immagine del “popolo di Dio”, non conforme alla Tradizione bensì all’eresia luterana, ha reso fluida, per così dire, l’immagine della Chiesa, facendone venir meno la fede nella sua natura di “societas perfecta”, cioè di società visibile organicamente e gerarchicamente organizzata secondo il suo fine specifico e dotata di tutti i mezzi necessari a realizzare il suo fine, di per sè soprannaturale perché stabilito da Nostro Signore che l’ha fondata: “ammaestrate tutti i popoli al mio insegnamento” (Mt 28, 19). Nel respingere quest’idea di Chiesa, che utilizza concetti di origine aristotelico-tomistica, il cardinale Roche ragionava secondo l’opinione oggi prevalente nella Gerarchia.  Ma rinunciare a concepire la Chiesa cattolica come “societas perfecta”, è come dire che la Chiesa cattolica ha cessato di concepirsi come societas rigidamente ma organicamente strutturata, secondo norme giuridiche e in base a valori ben definiti teologicamente, di origine sovrannaturale:  ora è diventata per l’appunto un’entità sempre mobile, fluida ed indefinibile, in continuo mutamento, quindi aperta a tutte le trasformazioni ed ibridazioni, cosa dimostrata ad abundantiam dalla fallimentare esperienza postconciliare, da sessant’anni sotto gli occhi di tutti.

In quanto battezzati, i membri del “popolo di Dio” (i fedeli in quanto membri del Corpo Mistico di Cristo) sono effettivamente anche sacerdoti, ma in senso del tutto spirituale, e quindi non sacramentale, come chiariva l’Enciclica Mediator Dei di Pio XII, dedicata alla sacra Liturgia, nel condannare certi errori del Movimento Liturgico. Dall’esser ora esaltati i fedeli come “popolo regale”, mons. Roche trae l’indebita conseguenza, tipica appunto dell’eterodossa Nuova Teologia, che i battezzati, in quanto appunto “sacerdoti”, partecipano alla celebrazione eucaristica simpliciter, “concelebrando con l’officiante”e quindi non più in posizione subordinata e solo “in voto” e pertanto diversa ratione, come spiegava Pio XII.

Le dichiarazioni di mons. Roche non contengono sfumature:  i battezzati celebrano allo stesso livello dei sacerdoti.  E questa mutazione, dall’enorme ed eversivo significato dottrinale, l’ha introdotta il Vaticano II, ci assicurano le massime autorità ecclesiastiche, fornendoci l’interpretazione autentica del Concilio. In effetti essa appare nell’art. 48 della Sacrosanctum Concilium, che riecheggia l’enciclica pacelliana ma senza l’avverbio quodammodo (“..offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi..”) e senza spiegare, come faceva quell’enciclica, il carattere puramente simbolico, spirituale del “sacerdozio” dei fedeli (vedi infra).  Simile caduta nell’errore e verosimilmente nell’eresia, che comporta anche uno stravolgimento del modo di intendere il sacerdozio, non credo sarebbe stata possibile se ci si fosse attenuti alla dottrina della Chiesa come “societas perfecta”; dottrina che esprime alla perfezione il nesso tra la Chiesa visibile e il Corpo Mistico di Cristo che la ricomprende, diviso come sappiamo in Chiesa visibile o militante, Chiesa purgante, Chiesa trionfante:  diviso e nello stesso tempo unito nel nesso inscindibile e cosmicamente onnipresente di natura e sovranatura in Cristo.

Nella Lettera Apostolica accompagnante il Traditionis custodes, Papa Francesco presentava il Novus Ordo, “pubblicato in edizione tipica da Paolo VI e riveduto da san Giovanni Paolo II”, come un ordinamento in perfetta armonia con il “Rito Romano più volte adattato lungo i secoli alle esigenze dei tempi, [il quale] non solo era stato conservato ma rinnovato in fedele ossequio alla Tradizione” ad opera della riforma liturgica montiniana[4].  Con tutto il rispetto, sono queste affermazioni temerarie, che forzano disinvoltamente i fatti.  Insostenibili, alla luce dell’ermeneutica inaugurata dal cardinale Roche.  Nella quale, bisogna pur dirlo, errori condannati in ultimo da Pio XII sono diventati dottrina della Chiesa!

Mi riferisco, in particolare, alla concelebrazione di fedeli e sacerdoti, cavallo di battaglia della nuova concezione della Messa originatasi col Concilio.  Vediamo cosa insegnava in proposito Pio XII nella Mediator Dei, che è del 1947. 

Pio XII metteva in guardia contro errori circolanti ad opera del Movimento Liturgico, mosso dal lodevole intento di promuovere la partecipazione dei fedeli alla Messa ma dimostratosi prono all’intrusione di deviazioni già comparse in passato. 

“Vi sono ai nostri giorni alcuni che, avvicinandosi ad errori già condannati [in nota: Conc. Trid., sess. XXIII, c. 4] insegnano che nel Nuovo Testamento si conosce soltanto un sacerdozio che spetta a tutti i battezzati, e che il precetto dato da Gesù agli Apostoli nell’ultima cena di fare ciò che Egli aveva fatto, si riferisce direttamente a tutta la Chiesa dei cristiani, e, soltanto in seguito, è sottentrato il sacerdozio gerarchico [tesi di tipo luterano].  Sostengono, perciò, che solo il popolo gode di una vera potestà sacerdotale, mentre il sacerdote agisce unicamente per ufficio commessogli dalla comunità [sacerdotem autem solummodo agere ex delegato a communitate munere].  Essi ritengono, in conseguenza, che il Sacrificio Eucaristico è una vera e propria “concelebrazione” e che è meglio che i sacerdoti “concelebrino” insieme col popolo presente piuttosto che, nell’assenza di esso, offrano privatamente il Sacrificio.          

È inutile spiegare quanto questi capziosi errori siano in contrasto con le verità più sopra dimostrate, quando abbiamo parlato del posto che compete al sacerdote nel Corpo Mistico di Gesù.  Ricordiamo solamente che il sacerdote fa le veci del popolo [sacerdotem nempe idcirco tantum populi vices agere] perché rappresenta la persona di Nostro Signore Gesù Cristo in quanto Egli è Capo di tutte le membra ed offrì se stesso per esse:  perciò va all’altare come ministro del Cristo a Lui inferiore ma superiore al popolo [in nota:  san Robertus Bellarminus, De Missa, cap. 4].  Il popolo, invece, non rappresentando per nessun motivo la persona del Divin Redentore, né essendo mediatore tra sè e Dio, non può in nessun modo godere di poteri sacerdotali”[5].

Da questa plurisecolare dottrina consegue, pertanto, che l’offerta della vittima fatta dal popolo assieme al sacerdote non ha e non può avere lo stesso significato, per il sacerdote e per il popolo.  Il fatto che i fedeli prendano parte al Sacrificio Eucaristico, ribadisce Pio XII, “non significa tuttavia che essi godano di poteri sacerdotali”;  essi “offrono la vittima divina ma sotto un diverso aspetto [diversa ratione]”[6].

L’offrono dunque anch’essi la “vittima divina” ma in modo del tutto diverso, solo spirituale o “in voto”, cosa che va sempre tenuta ben presente, se non si vuol uscire dal seminato, cadendo in pericolosi errori.

“Per non far nascere errori pericolosi in questo importantissimo argomento – continua Pio XII – è necessario precisare con esattezza il significato del termine “offerta” [offerendi vocem].  L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunciate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona dei fedeli.  Ponendo però sull’altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della Santissima Trinità e per il bene di tutte le anime.  A questa oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo;  perché, cioè, essi offrono il Sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in certo modo, anche insieme con lui e con questa partecipazione anche l’offerta fatta dal popolo  si riferisce al culto liturgico [quia nempe non tantum per sacerdotis manus, sed etiam una cum ipso quodammodo Sacrificium offerunt:  quia quidem participatione, populi quoque oblatio ad ipsum liturgicum refertur cultum].

Che i fedeli offrano il Sacrificio per mezzo del sacerdote è chiaro dal fatto che il ministro dell’altare agisce in persona di Cristo in quanto Capo, che offre a nome di tutte le membra;  per cui a buon diritto si dice che tutta la Chiesa, per mezzo di Cristo, compie l’oblazione della vittima.  Quando poi si dice che il popolo offre insieme con il sacerdote, non si afferma che le membra della Chiesa, non altrimenti che il sacerdote stesso, compiono il rito liturgico visibile – il che appartiene al solo ministro di Dio a ciò deputato – ma che unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento all’intenzione del sacerdote [sed idcirco quod sua vota laudis, impetrationis, expiationis gratiarumque actionis...], anzi dello stesso Sommo Sacerdote, acciocché vengano presentate a Dio Padre nella stessa oblazione della vittima, anche col rito esterno del sacerdote”[7].

Ho voluto inserire questa lunga citazione non solo per la grande chiarezza con la quale Pio XII spiegava l’esatto significato del diverso contributo di sacerdote celebrante e fedeli all’Offerta del Sacrificio; significato plurisecolare che corrisponde perfettamente alla lex credendi della Chiesa per ciò che riguarda la figura e il compito del sacerdote nella Messa, in sè e in relazione ai fedeli, ma anche perché il cardinale Roche ha affermato che questa dottrina è stata cambiata dal Vaticano II.  Questa straordinaria affermazione cosa significa?  Che, se l’interpretazione data dall’allora mons. Roche oggi cardinale è esatta, il cambiamento apportato in conseguenza del Vaticano II, ha introdotto proprio la concezione erronea del rapporto tra sacerdote consacrante e fedeli, condannata come “pericoloso” e “capzioso errore” da Pio XII sulla base del Tridentino e in sostanza di tutta la Tradizione della Chiesa. 

Non è questa introduzione nel nuovo rito del riprovato errore in sostituzione della verità tramandata, una prova sufficiente della profonda frattura, liturgica e dogmatica, che l’azione eversiva dei neo-modernisti ha prodotto nella Chiesa, con le loro “riforme”?

 

Ciò chiarito, in modo da avere un’idea dei motivi profondi della crisi, veniamo adesso per gradi al concetto della Tradizione cattolica.

Lo affronterò da un’angolazione che può apparire insolita: il rapporto fra tradizione e obbedienza secondo l’insegnamento di mons. Marcel Lefebvre, il fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X.  Ma come, si chiederà qualcuno, proprio quel vescovo che si è fatto la fama di ribelle al Papa e al Concilio e quindi di disobbediente per eccellenza?  Proprio lui.  Per il semplice motivo che egli dimostra come, per obbedire alla tradizione bimillenaria della Chiesa, sia necessario disobbedire anche ai supremi pastori, quando disgraziatamente ci vogliano imporre novità in evidente opposizione a quella tradizione.  Questa “disobbedienza” si giustifica in base al carattere sovrannaturale della tradizione cattolica, coincidente in sostanza con il deposito della fede mantenuto ed insegnato nei secoli dal Magistero.  Questo suo fondamentale carattere è messo in evidenza in modo semplice e lineare da mons. Lefebvre, il quale peraltro esprime il modo tradizionale, plurisecolare di intendere la tradizione cattolica.  

 

 

2.  Tradizione e obbedienza nell’insegnamento di mons. Marcel Lefebvre :  2.1  La Tradizione cattolica trasmette il Deposito della Fede.

 

Il 27 agosto 2024, nel pieno della discussione sul significato della Tradizione per i cattolici, il blog cattolico di Maria Guarini, ‘Chiesa e Postconcilio’, che da anni si dedica coraggiosamente (rara avis) all’analisi della crisi della Chiesa, concentrandosi soprattutto sull’aspetto dottrinale e liturgico, ha pubblicato il cap. XVII della Lettera aperta ai cattolici perplessi di Mons. Marcel Lefebvre, libro apparso in francese nel 1985 e nel 1987 in traduzione italiana. Il capitolo è dedicato al concetto della tradizione cattolica.

“Ma cos’è la Tradizione? Mi sembra – osservava Mons. Lefebvre – che la parola non sia esattamente compresa.  La si assimila alle “tradizioni” come esistono nei mestieri, nelle famiglie, nella vita civile, al mazzo di frasche fissato sul culmine della casa quando è stata posata l’ultima tegola, al nastro che si taglia per inaugurare un monumento, ecc.  Non è di questo che io parlo.  La tradizione non è il complesso delle usanze legate al passato e custodite per fedeltà a questo passato, anche in mancanza di ragioni chiare.  La Tradizione si definisce come il deposito della fede trasmesso dal magistero di secolo in secolo.  Questo deposito è quello che ci è stato dato dalla Rivelazione, ossia la parola di Dio affidata agli Apostoli, la cui trasmissione è assicurata dai loro successori”[8].

La tradizione cattolica, come sempre intesa, è costituita dunque dal “deposito della fede trasmesso dal magistero di secolo in secolo”.  A causa della sua origine divina, tale “deposito” (l’immagine è di san Paolo) è atemporale ed irriformabile. 

“I cattolici ai quali si vogliono imporre oggi delle ‘rimesse in discussione’ dopo aver fatto ‘svuotare di contenuto le loro certezze’, devono ricordarsi di questo:  il deposito della Rivelazione è terminato il giorno in cui morì l’ultimo Apostolo.  È finita, non si può più toccare fino alla consumazione dei secoli.  La Rivelazione è irriformabile.  Il Concilio Vaticano Primo l’ha ricordato esplicitamente”.  Segue la citazione di un ben noto passaggio di quel Concilio dogmatico :  “La dottrina della fede che Dio ha rivelato non è stata proposta alle intelligenze come un’invenzione filosofica che esse avrebbero dovuto perfezionare, ma è stata  affidata come un deposito divino alla Sposa di Gesù Cristo, la sua Chiesa, per essere da essa fedelmente custodita e infallibilmente interpretata”[9].

In effetti, bisogna ricordare (aggiungo) che san Pio X, nelle sue condanne del modernismo, nel decreto Lamentabili, del 3 luglio 1907, nella proposizione 21 ha condannato (“riprovato e proscritto”) la convinzione, tipica dei modernisti, che la Rivelazione non si fosse conclusa con la morte dell’ultimo Apostolo[10].

Tuttavia bisognava rispondere alla ricorrente critica secondo la quale erano pur stati aggiunti alcuni dogmi al patrimonio iniziale della fede.  Non si trattava forse della creazione di nuovi articoli di fede?  Se questo era il caso, allora la Rivelazione non si era conclusa con la  morte dell’ultimo Apostolo.   

“Ma, si dirà, il dogma che riconosce Maria madre di Dio risale solamente all’anno 431, quello della transustanziazione al 1215, l’infallibilità pontificia al 1870 e così via.  Non c’è stata un’evoluzione?  Assolutamente no.  I dogmi definiti nel corso dei secoli erano compresi nella Rivelazione, la Chiesa li ha semplicemente esplicitati”.  Ha reso quindi “esplicito” definendolo dogmaticamente ciò che era stato sempre creduto da tutti o dalla  stragrande maggioranza dei fedeli, sia laici che ecclesiastici.  Così l’infallibilità del Papa, che egli poteva manifestare uti singulus con una pronuncia solenne su un determinato articolo di fede, che diventava in tal modo dogma, è sempre esistita e si è sempre attuata, ben prima della sua proclamazione quale dogma da parte del Concilio Vaticano Primo (vedi infra).

Mons. Lefebvre portava l’esempio della proclamazione del dogma dell’Assunzione da parte di Pio XII. 

“Quando il papa Pio XII ha definito, nell’anno 1950, il dogma dell’Assunzione, ha precisato che questa verità della traslazione al Cielo della Vergine Maria col suo corpo si trovava già nel deposito della Rivelazione, in quanto esisteva nei testi che ci sono stati rivelati prima della morte dell’ultimo Apostolo.  Non si può apportare nulla di nuovo in questo campo, non si può aggiungere un solo dogma, ma solo formulare in maniera sempre più chiara, più bella e più grande quelli che già esistono”[11].

Ad una prima lettura il modo di esprimersi di Mons. Lefebvre potrebbe suggerire l’idea che per Pio XII l’Assunzione risultava come fatto attestato direttamente dalla Sacra Scrittura, la quale, come sappiamo, nulla dice esplicitamente in proposito, così come nulla dice sulla dipartita della Santissima Vergine da questo mondo.  Ma non è questo che Mons. Lefebvre voleva dire, nel riassumere il punto di vista di Pio XII, come espresso nella Costituzione Apostolica Munificentissimus Deus del 1° novembre 1950, che per l’appunto proclamò il dogma dell’Assunzione in Cielo di Maria Santissima con il corpo.

Pio XII, in realtà, “ha precisato” che “la verità” dell’Assunzione in Cielo di Maria con il corpo, è stata creduta sin dai primi tempi del cristianesimo, anche se le testimonianze dirette (scritte) di questa credenza sono più tarde (nella MD si citano san Giovanni Damasceno, un Sacramentario carolingio, uno gallicano).  La Municentissimus Deus spiega metodicamente come si è giunti alla proclamazione del dogma, seguendo una procedura già sperimentata da Pio IX per proclamare il dogma dell’Immacolata e perfezionandola.  Le petizioni esplicite dei fedeli di proclamare dogma di fede l’Assunzione con il corpo cominciarono non appena Pio IX definì il dogma dell’Immacolata Concezione, l’ 8 dicembre 1854.  Poteva l’Immacolata, concepita per speciale Grazia senza peccato originale, il cui corpo aveva nutrito e partorito quello del Signore, aver visto la corruzione della morte, i vermi e la polvere come tutto il resto dei mortali?  Non poteva, evidentemente.

La prima petizione fu quella della Regina di Spagna Isabella II, del 27 dicembre 1863, incitata dal suo confessore, sant’Antonio M. Claret.  Durante il Concilio Vaticano Primo, duecentoquattro Padri conciliari firmarono una supplica nello stesso senso.  L’argomento passò poi in secondo piano, forse per le agitate vicende politiche italiane che coinvolsero la Santa Sede, ma riprese vigore subito dopo la Grande Guerra[12].

“Il privilegio della corporea assunzione al cielo della vergine Madre di Dio Maria”, spiega la MD, “risplendette di nuovo fulgore quando il nostro predecessore Pio IX, di immortale memoria, definì solennemente il dogma dell’immacolata concezione dell’augusta Madre di Dio.  Questi due privilegi sono strettamente connessi tra loro.  Cristo con la sua morte ha vinto il peccato e la morte, e sull’uno e sull’altra riporta vittoria in virtù di Cristo chi è stato rigenerato soprannaturalmente col battesimo.  Ma per legge generale Dio non vuole concedere ai giusti il pieno effetto di questa vittoria sulla morte se non quando sarà giunta la fine dei tempi.  Perciò anche i corpi dei giusti dopo la morte si dissolvono, e soltanto nell’ultimo giorno si ricongiungeranno ciascuno con la propria anima gloriosa.

Ma da questa legge generale Dio volle esente la beata vergine Maria.  Ella per privilegio del tutto singolare ha vinto il peccato con la sua concezione immacolata; perciò non fu soggetta alla legge di restare nella corruzione del sepolcro, né dovette attendere la redenzione del suo corpo solo alla fine del mondo”[13]. 

In effetti, osservo, avendo Maria Santissima “vinto il peccato” grazie al privilegio della sua concezione immacolata, poiché “il salario del peccato è la morte” (Rm 6, 23) deve per forza esser stata esentata da Dio dalla morte del corpo.  In questo modo hanno ragionato intuitivamente i fedeli, sin dagli inizi:  per secoli c’è stata una fede spontanea, istintiva nell’Immacolata Concezione e nell’Assunzione con il corpo. Ma questa fede da dove risultava? Da una serie di elementi.

Pio XII ricordava che, di fronte alle “petizioni e ai voti” in gran numero espressi dai fedeli, egli promosse accurati studi della questione da parte dei teologi.  “Tutti questi studi e ricerche posero in maggiore luce che nel deposito della fede affidato alla Chiesa era contenuto anche il dogma dell’assunzione di Maria vergine al cielo”[14].

Per non cadere in equivoco, è bene rammentare che all’epoca si professava ancora l’autentico concetto di Deposito della Fede, comprendente le due fonti della Rivelazione; comprendente, quindi, sia la tradizione non scritta che la Scrittura, come  spiegato dal Concilio di Trento e ripetuto dal Vaticano Primo.  Con il Vaticano II l’autentico concetto si è oscurato, visto che quel Concilio ha tentato di eliminare la Tradizione quale fonte delle verità di fede, riuscendoci in parte, quando si è espresso in modo equivoco sull’inerranza biblica (nella costituzione Dei Verbum sulla divina rivelazione, art. 11). 

Il Concilio di Trento dichiarò, nella sessione IV, l’8 aprile 1546, che intendeva conservare nella Chiesa “la stessa purezza del Vangelo, quel Vangelo che, promesso un tempo attraverso i profeti nelle scritture sante [Ger 31, 22 ss; Is 53, 1; 55, 5; 61, 1 etc], il Signore nostro Gesù Cristo, figlio di Dio, prima promulgò con la sua bocca, poi comandò che venisse predicato ad ogni creatura [Mt 28, 19 e 20; Mr 16, 15 ss] per mezzo dei suoi Apostoli, quale fonte di ogni verità salvifica e della disciplina dei costumi.  E poiché il Sinodo sa che questa verità e disciplina è contenuta nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte [contineri in libris scriptis et sine scripto traditionibus] – che raccolte dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo e dagli stessi apostoli, sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, tramandate quasi di mano in mano [2 Tess 2, 14], sono giunte sino a noi, - seguendo l’esempio dei Padri ortodossi, con uguale pietà e pari riverenza accoglie e venera tutti i libri, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, - Dio infatti è autore dell’uno e dell’altro ed anche le tradizioni stesse, che riguardano la fede e i costumi, poiché le ritiene dettate dallo stesso Cristo oralmente o dallo Spirito Santo, e conservate con successione continua nella Chiesa cattolica”[15].

Un esempio classico di tradizione non scritta facente parte del Deposito si ha nella credenza costante della Chiesa di Roma della validità del battesimo amministrato da eretici e scismatici, se fatto secondo le intenzioni della Chiesa e nelle dovute forme.  Quest’argomento fu oggetto a suo tempo di una accesa disputa tra il Papa S. Stefano I e san Cipriano di Cartagine:  l’opinione negativa di san Cipriano venne respinta dal Papa nell’anno 256 in nome per l’appunto della Tradizione della Chiesa, rispetto alla quale non si doveva innovare[16].  Esiste quindi un patrimonio di credenze sulla fede e i costumi, che fa parte da sempre del Deposito, inteso come “deposito” nel quale confluiscono le due fonti della Rivelazione, la Tradizione e la Sacra Scrittura.  Per ciò che riguarda il consenso dei fedeli potremmo dire, io credo, che esso si intreccia all’infallibilità del magistero ordinario della Chiesa.  Infatti, quel consenso si alimenta in genere di prassi liturgiche, omelie, sermoni, festività religiose, che lo confermano e lo mantengono.

Riassume efficacemente l’editore della MD :  “La glorificazione di Maria nella sua corporea assunzione è verità radicata profondamente nel senso religioso dei cristiani, come dimostrano lungo il corso dei secoli innumerevoli forme di specifica devozione, ma soprattutto il linguaggio della liturgia dell’Oriente e dell’Occidente.  I Santi Padri e i dottori della Chiesa, facendosi eco della liturgia, nelle feste dell’Assunta parlano chiaramente della risurrezione e glorificazione del corpo della Vergine, come di verità conosciuta e accettata da tutti i fedeli.  I teologi, trattando di questo argomento, dimostrano l’armonia tra la fede e la ragione teologica e la convenienza di questo privilegio, servendosi di fatti, parole, figure, analogie contenuti nella sacra Scrittura.  Accertata così la fede della Chiesa universale, il Papa ritiene giunto il momento di ratificarla con la sua suprema autorità”[17].   

Tra i teologi e dottori della Chiesa la MD ricorda san Alberto Magno, san Tommaso d’Aquino, san Bonaventura.  Osserva inoltre che la Chiesa “non ha mai cercato e proposto alla venerazione dei fedeli le reliquie corporee della Beata Vergine”, il che “costituisce un argomento che si può dire quasi una riprova sensibile”[18].  In effetti, se Maria Santissima fosse morta di morte naturale, difficile credere che non sarebbe subito fiorito un culto universale delle sue reliquie.

Pio XII rimase molto colpito dalla concordanza praticamente unanime tra episcopato e fedeli nel richiedere la proclamazione del dogma dell’Assunta.

“Poiché la Chiesa universale nella quale vive lo Spirito di verità e la conduce infallibilmente alla conoscenza delle verità rivelate, nel corso dei secoli ha manifestato in molti modi la sua fede, e poiché tutti i vescovi dell’orbe cattolico con quasi unanime consenso  chiedono che sia definita come dogma di fede divina e cattolica la verità dell’assunzione corporea della Beatissima Vergine Maria  al cielo – verità fondata sulla s. Scrittura, insita profondamente nell’animo dei fedeli, confermata dal culto ecclesiastico sin dai tempi remotissimi, sommamente consona con altre verità rivelate, splendidamente illustrata e spiegata dallo studio della scienza e sapienza dei teologi – riteniamo giunto il momento prestabilito dalla Provvidenza di Dio per proclamare solennemente questo privilegio di Maria Vergine”[19].

Il passo da me messo in evidenza è verosimilmente quello cui si riferiva mons. Lefebvre nell’affermare che la Traslazione al Cielo del corpo di Maria Santissima era un fatto che apparteneva già “al Deposito della Rivelazione” (vedi supra).  L’Assunzione non è menzionata nella Scrittura ma si fonda su di essa grazie alla Tradizione non scritta, costantemente mantenuta.   

 

2.2  Tradizione e vera obbedienza cattolica.

 

 Sul vero concetto cattolico della Tradizione si è sempre fondato il concetto della vera obbedienza cattolica.  Questa fondamentale connessione era dimostrata da mons. Lefebvre nel cap. XVIII del suo libro, intitolato La vera obbedienza.

“L’indisciplina dilaga dappertutto nella Chiesa:  comitati di preti inviano ingiunzioni ai loro vescovi, i vescovi se ne infischiano delle esortazioni pontificie, le stesse raccomandazioni e decisioni conciliari non vengono rispettate senza che si senta mai pronunciare dall’alto la parola ‘disobbedienza’, salvo per applicarla ai cattolici che vogliono restare fedeli alla tradizione o semplicemente conservare la fede.

L’obbedienza costituisce un argomento grave.  Restare uniti al magistero della Chiesa e particolarmente al Sommo Pontefice è una delle condizioni della salvezza.  Noi ne siamo sempre profondamente coscienti e anzi nessuno più di noi è attaccato al successore di Pietro oggi regnante, come lo siamo stati ai suoi predecessori.  Parlo qui di me e dei numerosi fedeli respinti dalle chiese, dei preti costretti a celebrare la Messa nei granai, come durante la Rivoluzione francese, e a organizzare corsi di catechismo paralleli nelle città e nelle campagne”[20].

Ma quest’obbedienza, per quanto incondizionata non è però assoluta.  Essa può venire legittimamente meno se il Papa si dimostra infedele al suo mandato, attentando di fatto al Deposito della Fede.

“Siamo attaccati al Papa finché si fa eco delle tradizioni apostoliche e degli insegnamenti di tutti i suoi predecessori.  Per definizione stessa, il successore di Pietro è tenuto a custodire questo deposito.  Pio IX ci insegna nella Pastor aeternus, «“lo Spirito Santo non è stato infatti promesso ai successori di Pietro per consentire loro di pubblicare in seguito a personali sue rivelazioni una nuova dottrina, ma di custodire strettamente e di esporre fedelmente, con la sua assistenza, le rivelazioni trasmesse dagli Apostoli, vale a dire il Deposito della Fede”»[21].

Il passo neotestamentario sul quale si fonda questo testo, è, osservo, il seguente:  “Simone, Simone, ecco, Satana ha chiesto che gli foste consegnati, per vagliarvi come il grano.  Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno:  e tu, quando sarai convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31-32).  Quanto affermato qui dal Signore va integrato con l’elezione di Pietro a capo della Chiesa, sempre da parte del Signore, una volta risorto.  Per tre volte gli ordinò di “pascere le sue pecorelle”. dopo avergli chiesto “Simone di Giovanni, mi ami tu?”(Gv 21, 15 ss.).  Nel linguaggio biblico l’immagine del “pastore” si applicava come metafora ai pastori di popoli, ossia ai re[22].  Possiamo dire che il Primato di Pietro sia stato fondato dal Signore nella sua duplice caratteristica:  di maestro nella fede per i fedeli (Luca) – capo della Chiesa visibile, fornito di una sovranità di origine divina perché conferita da Cristo risorto in persona su tutta la Chiesa; sovranità che si definisce come suprema potestas iurisdictionis (Giovanni).

 Come ogni autentica autorità, l’autorità del Papa e della Gerarchia non è fine a se stessa, ma si giustifica unicamente in conformità allo scopo per il quale è stata istituita; e il Signore l’ha istituita per  la salvezza delle anime dall’eterna dannazione.  E poiché questa salvezza non si può conseguire senza la fede, come rivelata nella retta dottrina insegnata da Gesù e dagli Apostoli, bisogna dire che la suddetta autorità deve dimostrarsi sempre “al servizio della fede”.  Ecco perché, affermava mons. Lefebvre, “noi siamo sottomessi e pronti ad accettare tutto ciò che è conforme alla nostra fede cattolica, tale e quale è stata insegnata per duemila anni, mentre rifiutiamo tutto ciò che le è contrario[23].  Il criterio per rifiutare  tutto ciò che è “contrario” alla fede cattolica non è soggettivo bensì oggettivo.  Vale a dire:  non si fonda sull’interpretazione personale del credente (alla maniera degli eresiarchi) ma sull’insegnamento bimillenario della Chiesa, nel quale sono dispiegati tutti i mezzi necessari al fine di saper riconoscere ciò che è “conforme” alla fede di contro a ciò che non lo è. 

Su questa presa di posizione di carattere generale di mons. Lefebvre il consenso era sicuramente universale.  I problemi nascevano quando il prelato francese affermava che al governo della Chiesa c’era un Papa (Paolo VI) il cui insegnamento non si poteva considerare “al servizio della fede”.

“Come mai un Papa, vero successore di Pietro, sorretto dall’assistenza dello Spirito Santo, può presiedere alla distruzione della Chiesa, alla devastazione più profonda e più estesa della sua storia, nello spazio di così poco tempo, perpetrando una cosa che nessun eresiarca è mai riuscito a fare?  A questa domanda occorrerà pur rispondere un giorno”[24].

Una risposta nel frattempo l’elaborava lo stesso mons. Lefebvre, ricorrendo ad una famosa pagina di S. Vincenzo di Lerino sullo sviluppo del dogma. Secondo quel santo, il “progresso” nella conoscenza del dogma della fede è cosa legittima purché si tratti per l’appunto di “progresso e non di cambiamento.  È auspicabile che crescano abbondantemente e intensamente in tutti e ciascuno, negli individui come nella Chiesa, lungo i secoli, l’intelligenza, la scienza, la sapienza, purché ciò avvenga nell’identità del dogma, di uno stesso pensiero”[25].   Ma se ciò non avviene, se ad un certo punto un qualche “nuovo contagio”, un’eresia o una somma di eresie, “cerca di avvelenare non più una piccola parte della Chiesa, ma tutta quanta la Chiesa”, cosa dovrà fare il fedele?  La risposta è lineare, sul piano del concetto:  “sarà sua massima cura attenersi all’antico, che evidentemente non può esser sedotto da alcuna novità menzognera”[26].

San Vincenzo di Lerino suggerisce dunque una regola precisa su come comportarsi nel caso di una grave crisi di fede nella Gerarchia; una regola, secondo mons. Lefebvre, “sempre valida anche dopo millecinquecento anni”.  Egli ricordava al lettore che “nelle litanie delle Rogazioni la Chiesa ci fa dire – Vi supplichiamo o Signore di mantenere nella vostra santa religione il Sommo Pontefice e tutti gli ordini della gerarchia ecclesiastica. Vuol proprio dire che un tale malanno può accadere”[27].  Si vede subito che questo “attenersi all’antico” non è per amore dell’antico in quanto tale ma a causa del fatto che “l’antico” rappresenta qui, emblematicamente, l’insegnamento tradizionale della Chiesa, messo in forse o addirittura calpestato dalle novità eterodosse propalate da una Gerarchia deviata.

Ma quale sarà il punto di riferimento essenziale, per il fedele che si ritrova in pratica abbandonato a se stesso?  Sarà costituito dagli insegnamenti ricevuti nella sua infanzia.  A quel tempo mons. Lefebvre poteva fare un’affermazione del genere, essendo il catechismo della nostra infanzia ancora quello di san Pio X.

“Nella Chiesa non c’è alcun diritto, alcuna giurisdizione che possa imporre a un cristiano una diminuzione della propria fede.  Ciascun fedele può e deve resistere a chiunque attenti alla sua fede, facendo leva sul catechismo della sua infanzia.  Se si trova di fronte a un ordine che la mette in pericolo di corruzione la disobbedienza è un dovere tassativo.  Ora, siccome noi riteniamo che la nostra fede sia in pericolo a causa degli orientamenti postconciliari, abbiamo il dovere di disobbedire e di attenerci alla Tradizione. Aggiungiamo:  è il più grande servizio che possiamo rendere alla Chiesa e al successore di Pietro, quello di rifiutare la Chiesa riformata e liberaleggiante.  Gesù Cristo, figlio di Dio fatto uomo, non è né liberale né riformabile.

Mi son sentito dire per due volte dagli inviati della santa Sede:  «La regalità sociale di Nostro Signore non è più possibile nel nostro tempo; bisogna accettare definitivamente il pluralismo delle religioni».  Ecco esattamente ciò che mi hanno detto. 

Ebbene, io non appartengo a questa religione, io non accetto questa nuova religione. È una religione liberale, modernista, che ha il suo culto, i suoi preti, la sua fede, i suoi catechismi, la sua Bibbia ecumenica [...]  Quando ero bambino, la Chiesa aveva dovunque la stessa fede, gli stessi sacramenti, lo stesso sacrificio della Messa.  Se allora mi avessero detto che tutto questo sarebbe cambiato, non ci avrei potuto credere.  Su tutta l’estensione della cristianità si pregava allo stesso modo.  La nuova religione liberale e modernista ha seminato la divisione...”[28].

Ma se il Papa vuole “il Nuovo” dal taglio neo-modernista, io che voglio mantenermi “all’Antico”, non divento forse disobbediente?  Esteriormente, lo divento.  Ma nella sostanza non lo sono. Mantenendomi fedele alla Tradizione della Chiesa ossia alla Dottrina di sempre, non faccio altro che compiere il mio dovere di cristiano.  Dovere “tassativo”, specificava mons. Lefebvre.  Il che significa:  dovere che non lascia alternative, che è l’unica scelta legittima da parte del credente.  Parafrasando Kant, si potrebbe dire:  un dovere imposto da un imperativo categorico.     

  Mons. Lefebvre elencava alcuni episodi di discriminazione ed autentica persecuzione nei confronti di sacerdoti e fedeli rimasti legati alla Messa Ordo Vetus e a certe pratiche delle devozioni tradizionali, come il S. Rosario recitato in pubblico.  Ricordava inoltre come agli inglesi fosse stata cambiata la loro religione cattolica, per gradi, partendo dalla Messa e dalla liturgia in generale, sino a far loro accettare l’anglicanesimo, cioè una nuova religione, nata dalle eresie dei Protestanti:  “L’Inghilterra dei Tudor scivolò nell’eresia senza rendersene nemmeno conto, accettando il cambiamento sotto il pretesto di adattarsi alle circostanze storiche dei tempi, con i suoi pastori in testa”[29].

Per evitare che ciò accada o comunque per evitare di esser coinvolti nello stravolgimento ereticale imposto dalle autorità legittime, dobbiamo praticare la vera obbedienza, che è quella di chi rimane fedele al Deposito e non quella di chi rimane fedele all’insegnamento del Papa anche quando appare “a fide devius”.  Bisogna rendersi conto che la religione cattolica riformata secondo le indicazioni del Concilio è una nuova religione, non conciliabile con il vero cattolicesimo.

“Due religioni si affrontano.  Ci troviamo in una situazione drammatica in cui è impossibile non fare una scelta.  Tale scelta però non è fra l’obbedienza e la disobbedienza.  Ciò che ci propongono, ciò a cui siamo espressamente invitati, ciò per cui ci perseguitano, si riduce a scegliere una parvenza di obbedienza.  Il Santo Padre in effetti, non può chiederci di abbandonare la nostra fede”[30].

Dobbiamo dunque saper distinguere tra vera e falsa obbedienza.

Possiamo forse obbedire al Santo Padre quando ci chiede di “abbandonare la nostra fede”?  L’affermazione è forte, tipica dello stile diretto di mons. Lefebvre, che in genere individuava subito il cuore del problema e lo affrontava senza tanti fronzoli.  Ma non era un’accusa eccessiva?  Quando mai Paolo VI ci ha chiesto di “abbandonare la nostra fede”?  Ovviamente, non ce lo ha mai chiesto, formalmente.  Ma non ci ordinava di frequentare una Nuova Messa gradita anche ai Protestanti eretici, da sempre nemici della vera Messa cattolica, i cui esperti avevano contribuito all’elaborazione di questa Nuova Messa?  Di questa Nuova Messa scaturita dal nulla, cosa dicevano i due autorevoli cardinali (Ottaviani e Bacci) che avevano firmato una lettera di accompagnamento indirizzata a Paolo VI, introducente il celebre Breve esame critico del ‘Novus Ordo Missae’, pubblicato nel giorno del Corpus Domini del 1969?  Questo dicevano: 

“Come dimostra sufficientemente il pur breve esame critico allegato – opera di uno scelto gruppo di teologi, liturgisti e pastori d’anime – il Novus Ordo, considerati gli elementi nuovi, suscettibili di pur diversa valutazione, che vi appaiono sottesi ed implicati, rappresenta, sia nel suo insieme come nei particolari, un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino, il quale, fissando definitivamente i «canoni» del rito, eresse una barriera invalicabile contro qualunque eresia che intaccasse l’integrità del Mistero[31]

 

Giova confrontare le due versioni dell’art. 7, ricordando che per Paolo VI l’iniziale andava bene. 

Art. 7 :  “ La cena del Signore, altrimenti detta Messa , è una sacra riunione e cioè l’assemblea del popolo di Dio che si riunisce, sotto la presidenza del sacerdote, per celebrare il memoriale del Signore.  È per questo che l’assemblea della Chiesa locale realizza in modo eminente la promessa di Cristo:  «Lì ove due o tre sono iuniti in nome mio, là sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Versione  e m e n d a t a ,  con le aggiunte in grassetto :

Art. 7 :  Nella Messa o cena del Signore, il popolo di Dio è convocato e riunito sotto la presidenza del sacerdote che rappresenta la persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore o sacrificio eucaristico.  È per questo che l’assemblea locale della santa Chiesa realizza in modo eminente la promessa di Cristo «Lì ove due o tre sono riuniti in nome mio, là sono in mezzo a  loro» (Mt 18, 20).  In effetti, nella celebrazione della Messa, in cui è perpetuato il sacrificio della Croce, Cristo è realmente presente nell’assemblea stessa riunita in suo nome, nella persona del ministro, nella sua parola e anche, ma in maniera sostanziale e continuativa, sotto le specie eucaristiche”[32].   

 

Impossibile non chiedersi, di fronte a questo testo:

la transustanziazione, come definita dogmaticamente dal Concilio di Trento, è richiamata in modo esaustivo da questo “e anche ma in maniera sostanziale e continuativa, sotto le specie eucaristiche [et quidem substantialiter et continenter sub speciebus eucharisticis]” – una frase che sembra aggiunta all’ultimo momento, visto che è introdotta da un “e anche/et quidem”? 

E riesce il testo emendato a cancellare l’impressione di una presenza «sostanziale»  del Cristo nella Messa di fatto equiparata alla sua presenza puramente spirituale nell’assemblea e nella persona del ministro?  A mio avviso, non ci riesce.  

Non solo.  A causa di tutto quello che omette, la definizione emendata non si espone al sospetto d’eresia di cui nell’agosto del 1794, con la costituzione Auctorem fidei, Pio VI gratificò la definizione dell’efficacia della consacrazione eucaristica, offerta dal Sinodo giansenista di Pistoia, convocato dal vescovo Scipione Ricci su istigazione del massone Granduca di Toscana, Leopolo II di Asburgo-Lorena?  Quel Papa considerò gravissima e “favens haereticis” l’omissione del vocabolo stesso, transustanziazione, cosa che comportava un’esposizione inadeguata ed incompleta della “conversione” totale della Sacra Hostia nel corpo, sangue, anima e divinità di Nostro Signore. 

Mi sembra valga la pena tradurre il par. 29 della Auctorem fidei che condanna la dottrina giansenista sul punto.

 

“Dell’efficacia del rito della consacrazione.

29.  La dottrina del Sinodo, nello stabilire quale parte mantenere della dottrina della fede sul rito della consacrazione, mette da un canto le questioni scolastiche circa il modo nel quale Cristo è nell’Eucarestia, esortando i parroci forniti dell’officio dell’insegnamento a lasciarle cadere. Il Sinodo propone due punti: 

1)  Dopo la consacrazione Cristo si trova sotto le specie  in modo vero, reale, sostanziale [Christus post consecrationem vere, realiter, substantialiter esse sub speciebus];  2)  A quel punto scompare tutta la sostanza del pane e del vino, restandone solo le specie [tunc omnem panis et vini substantiam cessare, solis remanentibus speciebus] –

ma poiché omette qualsiasi menzione della transustanziazione o conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue, definita come articolo di fede dal Concilio di Trento [DS 1642, 1652] e contenuta nella solenne professione di fede [DS 1866];

giacché a causa di questa omissione, inconsulta per il modo e sospetta, si tacciono articoli di fede nonché argomentazioni riconosciute dalla Chiesa nella difesa delle professioni di fede contro gli eretici, si tende pertanto a provocare l’oblio di tutto questo materiale, come se si trattasse di mere questioni accademiche;

-- [ne consegue che questa dottrina è] perniciosa, derogante dall’esposizione della verità cattolica sul dogma della transustanziazione, favorevole agli eretici[33]. 

 

Si noterà che la transustanziazione, secondo il Sinodo giansenista, è rappresentata in modo più ampio rispetto allo striminzito dettato dell’art. 7 emendato.  Resta tuttavia insufficiente nonostante dica che, dopo la consacrazione, Cristo è presente “vere, realiter, substantialiter” sotto le specie.  Il fatto è che non si spinge sino ad affermare con chiarezza la “conversione” di tutto il pane in corpo e di tutto il vino in sangue:  è a causa di questa completezza totale della “conversione” che possiamo parlare di “trans-substantiatio” di tutta la materia costituita dal pane e dal vino.  E possiamo parlarne di fronte all’ancor più riduttivo e per così dire micragnoso “substantialiter” e “continenter” dell’art. 7 ?

Se il proceder per analogia ha un significato, diciamo allora che l’art. 7 del Novus Ordo Missae, anche nella versione emendata, tacendo espressamente della transustanziazione e dandone una rappresentazione indiretta e in sostanza generica, deve ritenersi anch’esso, alla stregua del suo antenato pistoriense, “pernicioso, derogante dall’esposizione della verità cattolica sul dogma della transustanziazione, favorevole agli eretici”. 

E difatti, la Messa del Novus Ordo, quante volte ha potuto esser celebrata con la presenza attiva di eretici e scismatici di ogni tipo e persino di esponenti di altre religioni?  E non per nulla si sente oggi riferire che ci sono sacerdoti cattolici che affermano apertamente di non credere alla transustanziazione.   

 

Obbedire a Paolo VI e frequentare regolarmente una Messa del genere, la cui Institutio non nominava mai la Transustanziazione, la cui definizione della Messa era in pratica quella della Cena dei Protestanti, nel famigerato art. 7, ritoccato (a malincuore) solo dopo le proteste e l’opuscolo approvato dai due cardinali ma senza far apparire in modo netto e chiaro il miracolo della Transustanziazione, notoriamente detestata dai Protestanti, e quindi la Presenza reale nella sua effettiva portata (vedi supra); nella quale Messa “le parole consacratorie, dal momento che la loro portata è condizionata dal contesto generale, si prestano a significare non più l’atto stesso del sacrificio di Cristo, ma il semplice racconto della sua istituzione da parte di Cristo”, si prestano quindi ad essere sia un semplice “racconto dell’istituzione” della Messa, sia a realizzarne il “mistero sacramentale della transustanziazione”;[34] Messa che oscurava il significato propiziatorio del Sacrificio spostando l’attenzione sul ritorno del Cristo glorioso cioè sul momento della Resurrezione muovendo la locuzione “mysterium fidei” dalla consacrazione del Calice, che diventa il sangue versato da Cristo per la remissione dei nostri peccati, ad un’esortazione, ricalcata su san Paolo, pronunciata dai fedeli subito dopo – “Mistero della fede : Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”; che si lasciava applicare il principio dell’adattamento e della sperimentazione liturgici, cosa che ha aperto la strada ad ogni possibile abuso; che svalutava la Messa privata e introduceva la concelebrazione di sacerdoti e fedeli, facendo della sinassi eucaristica il vero officiante;  che insomma – l’elenco potrebbe continuare – si allontanava in modo impressionante “dalla teologia cattolica della Santa Messa”, dogmaticamente definita a Trento – obbedire a questo Papa non avrebbe significato disobbedire al Deposito della Fede, la fede dei nostri Padri, insegnataci nel Catechismo di san Pio X?  Pretendere da noi l’adesione e la frequenza ad una Messa del genere, non sarebbe stato, da parte di Paolo VI, come se egli ci avesse chiesto di “abbandonare la nostra fede”?

Come si può conservare la fede di sempre accettando di frequentare una Messa del genere, costruita a tavolino secondo le supposte esigenze dell’uomo moderno, portato per vocazione a negare ogni realtà sovrannaturale, avido di ogni novità, impregnato di relativismo, sia sul piano culturale che etico?  Costruita, questa Messa, non per onorare meglio il culto del vero Dio, Uno e Trino, ma per avviare un “dialogo” con le altre religioni e il mondo contemporaneo, dopo aver abbandonato (già dal Concilio Vaticano II) l’idea di dover “convertire” i singoli e i popoli a Cristo, per la loro salvezza, secondo il comando espresso del Signore risorto (Mt 28, 19-20)?

Il Padre Roger-Thomas Calmel O.P., 1914-1975, austera ed autorevole figura del cattolicesimo francese del tempo, espresse pubblicamente il suo rifiuto del Novus Ordo Missae, con una Déclaration ancor oggi perfettamente attuale. “Stimo mio dovere di sacerdote rifiutare di celebrare la Messa con un rito equivoco”;  equivoco, perché “favorisce la confusione tra la Messa cattolica e la Cena protestante”.  A chi gli diceva: ma in questo modo, non avete paura di esporvi? rispondeva:  “Certamente. Mi espongo, per così dire, a perseverare nella fedeltà al mio sacerdozio, e dunque a render al Sacerdote Sovrano, che è il nostro supremo Giudice, l’umile testimonianza del mio ufficio di sacerdote.  Inoltre, mi espongo nel confortare fedeli stravolti, tentati dallo scetticismo o dalla disperazione...”[35].  Il P. Calmel precisava che non si trattava di rifiutare l’autorità del Papa.  “Riconosco senza esitazione l’autorità del Santo Padre.  Affermo tuttavia che nessun Papa, nell’esercizio della sua autorità, può abusare di quest’autorità.  Affermo che Papa Paolo VI commette un abuso d’autorità di una gravità eccezionale allorché costruisce un nuovo rito della Messa basandosi su una definizione della Messa che non è cattolica.  La Messa, scrive nel suo ORDO MISSAE, è l’assemblea del popolo di Dio, presieduta da un sacerdote, al fine di celebrare il memoriale del Signore”[36].     

Si tratta del già citato art. 7 della Institutio del Nuovo Messale, che resta equivoco (come si è visto) anche dopo “la pezza” dovuta aggiungere per correggerne la troppo evidente eterodossia.  Qui importa rilevare che si contesta l’errore sventuratamente propalato dall’Autorità legittima, non quest’Autorità in quanto tale : si tratta di opposizione all’errore che l’autorità voglia disgraziatamente imporci, non di negazione della sua autorità.

Questa distinzione è sempre ben presente nell’argomentare di mons. Lefebvre.  Si tratta di conservare la fede di sempre non di contestare l’autorità del Papa in sè e per sè.

“Noi scegliamo dunque di conservarla la fede, sapendo che non possiamo ingannarci rimanendo attaccati a ciò che la Chiesa ha insegnato per ben duemila anni. La crisi è profonda, sapientemente organizzata e diretta, tanto che si può veramente credere che il maestro concertatore non sia un uomo, bensì Satana in persona.  È un colpo magistrale di Satana l’esser arrivato a far disobbedire i cattolici a tutta la Tradizione in nome dell’obbedienza.  Un esempio tipico è dato dall’aggionamento delle associazioni religiose:  in nome dell’obbedienza si fanno disobbedire i religiosi e le religiose alle leggi e alle costituzioni dei loro fondatori, che essi hanno giurato di osservare quando hanno pronunciato i voti.  L’obbedienza in questo caso dovrebbe manifestarsi con un rifiuto categorico.  L’autorità, anche legittima, non può ordinare un atto riprovevole, cattivo.  Nessuno può obbligare un altro a trasformare i suoi voti monastici in semplici promesse. Allo stesso modo in cui nessuno può farci diventare protestanti o modernisti”.

È quindi perfettamente lecito rifiutarsi di obbedire ad un ordine “cattivo” del Papa.  Si intende, “cattivo” per la fede e i costumi, in quanto manifestamente in contrasto con la Tradizione della Chiesa, custode del Deposito della Fede attraverso l’insegnamento bimillenario del Magistero.  In questo atteggiamento, che non contesta l’autorità come tale ma solo il suo cattivo uso, ci conforta l’opinione autorevole di san Tommaso d’Aquino.

“San Tommaso d’Aquino, al quale bisogna sempre far riferimento, arriva fino a domandarsi nella Summa theologiae, se la “correzione fraterna” prescritta da Nostro Signore possa esercitarsi anche verso i superiori.  Dopo aver esaminato tutte le distinzioni utili, risponde:  «Si può esercitare la correzione fraterna verso i superiori quando si tratta della fede».  Se noi fossimo più fermi su questo principio, eviteremmo di arrivare sino ad assimilare gradualmente le eresie”[37].

La “correzione fraterna” nei confronti dei supremi pastori non è certamente facile ad esercitarsi.  Diciamo pure che solo pochi ne hanno il coraggio, il che è perfettamente comprensibile.  Ma qui ciò che importa è stabilire il principio, grazie anche al contributo dell’Aquinate.  Se i Superiori mettono in pericolo la fede, il fedele deve sapere che non solo ha il diritto di criticarli e rifiutare di seguirli sulla cattiva strada;  deve sapere che, in quanto miles Christi, questa critica e questo rifiuto sono per lui anche un dovere.  In aggiunta all’autorità di san Tommaso, proprio nella chiusa del suo capitolo, mons. Lefebvre citava a sostegno della sua rivendicazione della vera obbedienza, un famoso passo di san Paolo nella Lettera ai Galati.

A tutti coloro che sono tentati di lasciarsi andare, di fronte al caos ereticale dominante nella Chiesa visibile, assumendo un atteggiamento passivo e fatalistico, mons. Lefebvre replicava:

“Senonché voi non avete il diritto di reagire a questo modo.  San Paolo ci ha avvertito -- «Se anche un angelo venuto dal cielo venisse a dirvi una cosa diversa da quella che vi ho insegnato, non ascoltatelo»(Gal 1, 8).  Questo è il segreto della vera obbedienza[38].   

Il segreto consiste nell’nell’obbedire in modo semplice e lineare sempre ed unicamente alla Parola di Dio: alla Parola, non come potremmo interpretarla noi soggettivamente ma all’opposto come mantenuta ed insegnata nei secoli dal Magistero, garante della Tradizione della Chiesa.  Vale sempre e in modo incondizionato il principio ribadito da san Pietro alle autorità giudaiche persecutrici:  Bisogna ubbidire piuttosto a Dio che agli uomini”(Atti 5, 29). 

Nei riguardi del Concilio Vaticano II, ciò non significava assumere atteggiamenti di tipo luterano, come se mons. Lefebvre avesse voluto proporre una sua dottrina personale in alternativa a quella piena di novità del Concilio.  Concretamente, il canone ermeneutico della vera obbedienza cattolica, venne fissato da mons.  Lefebvre nel seguente modo:  “Dunque il Vaticano II non è un Concilio come gli altri, ed è per questo che abbiamo il diritto di giudicarlo, seppure con prudenza e riserva.  Di questo Concilio e delle relative riforme, io accetto tutto ciò che è in piena concordanza con la Tradizione.  L’opera da me fondata lo prova ampiamente...”[39].

In modo ancora più chiaro aveva detto in una Conferenza tenuta ad Écône il 10 gennaio 1983 e tante volte citata:  “Per me – per noi, penso – dire che vediamo, che valutiamo i documenti del Concilio alla luce della Tradizione significa che rifiutiamo quelli che sono contrari alla Tradizione, che interpretiamo secondo la Tradizione quelli che sono ambigui e che accettiamo quelli che sono conformi alla Tradizione”.  

 

  Un vero cattolico ha dunque il dovere di rifiutare riforme che si rivelino ambigue e pericolose per la fede.  Il suo dovere è quello di restar fedele alla vera Tradizione della Chiesa, cominciando dalla plurisecolare S. Messa di rito romano antico, il cui Canone, per tradizione costantemente mantenuta dai Papi, risale ai tempi apostolici.

Tuttavia, a partire dal Concilio anche il concetto stesso di tradizione è mutato, assumendo un contenuto nuovo e, possiamo dire, anomalo.  Pertanto, è quanto mai necessario cercare di chiarirsi le idee su questo punto essenziale.  Il Concilio, infatti, propugna un suo concetto di tradizione, pur in assenza di una sua espressa definizione. 

Ma anomalo, perché?  Perché concepisce la tradizione unicamente come “dinamismo”, “aggiornamento”, realtà “vivente” che deve rispondere alle esigenze del proprio tempo ponendosi “in ascolto” di esse per organizzare “il futuro”.  A volte si usa anche l’espressione classica di “sviluppo organico” della tradizione, tuttavia sempre inteso quale “sviluppo” che è adattamento a una realtà  anche profana e continuamente mutevole.  Queste espressioni, come ognun sa, furono molto usate da Papa Francesco e del resto erano in circolazione ben anteriormente al suo pontificato.  In questo modo di concepire la Tradizione cattolica, il principio fondamentale della conservazione del Deposito della Fede, ossia delle verità immutabili insegnate da Cristo sulla fede e sui costumi, viene occultato e in sostanza fatto sparire dall’orizzonte.  Il vero concetto della Tradizione cattolica ne risulta pertanto stravolto.

 

La visione della Tradizione di mons. Lefebvre riflette con pastorale concisione quella appunto classica nella Chiesa:  essa ha alle spalle, oltre alla solidissima formazione teologica dell’arcivescovo, l’elaborazione concettuale messa a suo tempo in opera dai fondamentali lavori del cardinale Franzelin e del cardinale Billot, tra Ottocento e Novecento.  In Billot, in particolare, vi è già la critica alla nozione di “tradizione vivente”, successivamente penetrata nei testi del Concilio, grazie all’opera preliminare di teologi eterodossi come ad esempio il P. Yves Congar OP. 

Bisognerebbe riuscire a spiegare, nel prosieguo di questo saggio, come si sia affermato questo peculiare concetto di Tradizione cattolica, penetrato nel Concilio e continuamente ribadito dall’insegnamento corrente del Magistero:  il singolare fenomeno di un’idea di tradizione cattolica che mette in secondo piano la trasmissione del Deposito immutabile della fede, per incentrarsi invece sull’esperienza della “comunione dei fedeli intorno ai legittimi Pastori nel corso della storia, una comunione che lo Spirito Santo alimenta assicurando il collegamento tra l’esperienza della fede apostolica, vissuta nell’originaria comunità dei discepoli, e l’esperienza attuale del Cristo nella sua Chiesa.  In altre parole, la Tradizione è la continuità organica della Chiesa, Tempio santo di Dio Padre, eretto sul fondamento degli Apostoli e tenuto insieme dalla pietra angolare, Cristo, mediante l’azione vivificante dello Spirito [...]  La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti, il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità...”[40].

Così Ratzinger quand’era ancora Pontefice.  Dalla Tradizione come mantenimento di verità di origine divina in quanto tali immutabili, dovere supremo del Magistero, alla tradizione come  e s p e r i e n z a  che di queste verità ha fatto la comunità primitiva e facciamo noi, sotto “l’azione vivificante” dello Spirito.  Ogni riferimento al dovere di custodire il Deposito e al compito essenziale del Magistero in tal senso, è scomparso.  L’ irruzione dell’elemento soggettivo nel concetto della Tradizione, nella forma dell’esperienza del Sacro fatta dal soggetto individuale e collettivo appare indubitabile al pari (direi) del suo taglio modernista, nella misura in cui quest’esperienza è essa a costruire il significato del Sacro per noi. 

 

17 marzo 2026,

Festa di San Patrizio,

Patrono dell’Irlanda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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[1] Mons. Arthur Roche su ‘Traditionis custodes’:  una nuova intervista a conferma del cambiamento della ‘lex credendi’,  Chiesa e Postconcilio, 5 marzo 2022, p. 1/6.  Il testo è ripreso da Le blog de Jeanne Smits, che riporta l’intervista rilasciata a The Tablet, inserendo suoi  pertinenti e incisivi commenti.

[2] Op. cit., p. 2/6.  Corsivi miei.  La conclusione finale risulta dal commento di Jeanne Smit.

[3] Scrisse Karl Rahner in un saggio che mirava a dimostrare la tesi secondo la quale il peccato dei suoi membri rende “peccatrice” la stessa Chiesa, onde la salvezza si otterrebbe solo per Grazia – tesi assurda poiché, se fosse “peccatrice”, la Chiesa insegnerebbe il peccato e sarebbe la Chiesa di Satana, rendendo impossibile la salvezza a chiunque:  “Nella costituzione Lumen Gentium il concetto del «corpo mistico di Cristo» è quasi subordinanto all’idea del popolo di Dio, con cui Questi ha stretto un’alleanza.  Tale concetto sta in primo piano e costituisce quasi il filo conduttore di tutta l’ecclesiologia del Concilio.  La concezione della Chiesa quale comunità convocata da Dio offre, o almeno rende possibile sin da principio preparare una cornice in cui l’idea della Chiesa dei peccatori può essere sviluppata molto più chiaramente che se si vedesse già in partenza la Chiesa solo come «istituzione salvifica» che cura la salvezza degli uomini senza costituirne la comunità” (Karl Rahner, Il peccato nella Chiesa, in Guilherme Baraúna (a cura di), La Chiesa del Vaticano II.  Studi e commenti intorno alla Costituzione dommatica ‘Lumen Gentium’.  Opera collettiva, Vallecchi, Firenze, 1965, pp. 419-435; pp. 426-427).

[4] Lettera Apostolica, p. 3/6.

[5] Mediator Dei, pp. 70-71. Enfasi mia.

[6] Op. cit., pp. 70-73.

[7] Op. cit., pp. 76-77.  Grassetti e corsivi miei.

[8] Mons. Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici perplessi, tr. it. a cura della Fraternità San Pio X, Priorato Madonna di Loreto, 47037 Spadarolo-Rimini, 1987, pp. 128-129.  Enfasi mia.

[9] Op. cit., p. 129. Il passo conciliare citato fa parte della costituzione dogmatica Dei Filius sulla fede cattolica, del 24 aprile 1870 (DS 1800/3020).  

[10] DS, 2021/3421 :  “21. Revelatio, obiectum fidei catholicae constituens, non fuit cum Apostolis completa”.

[11] Mons. Lefebvre, op. cit., p. 129.

[12] Vedi il paragrafo introduttivo agli estratti della Munificentissimus Deus:  DS 3900-3904. Questa Costituzione Apostolica viene da me citata anche in sigla:  MD.

[13] S.S.  Pio XII, Costituzone Apostolica Munificentissimus Deus, dell’1 novembre 1950, www.vatican/va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_apc_19501101_munificentissimus-deus.html., pp. 8; p. 1/8.

[14] Op. cit., pp.  1-2/8.

[15] Tr. it. in Giuseppe Alberigo (a cura di), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. di Rodomonte Galligani, UTET, Torino, 1978, pp. 524-525.  Indicazioni scritturali del curatore.  Vedi DS 783/1501.  Per il Vaticano Primo: DS 1792/3011.

 

[16] “Si qui ergo a quacumque haeresi venient ad vos, nihil innovetur nisi quod traditum est, ut manus illis imponatur in paenitentiam, cum ipsi haeretici proprie alterutrum ad se venientes non baptizent, sed communicent tantum” (DS, 46/110, enfasi mia).  Questo testo viene citato da una lettera dello stesso san Cipriano ed è importante perché afferma esplicitamente il concetto che nulla deve innovarsi rispetto alla dottrina tramandata. Per gli eretici ritornati pentiti alla Chiesa bastava l’imposizione delle mani a fini penitenziali.

[17] Munificentissimus Deus, cit., p. 7/8.

[18] Op. cit., p. 5/8.

[19] Op. cit., p. 6/8. 

[20] Mons. Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici perplessi, tr. it. cit., p. 133.

[21] Op. cit., ivi.

[22] Vedi:  Zorell S.I., Lexikon graecum Novi Testamenti, 1904, 1978, voce:  poimén, poiménos, pastor. 

[23] Mons. Lefebvre, op. cit., pp.  133-134.

[24] Op. cit., p. 134.

[25] Op. cit., ivi. Per l’originale, vedi Enchiridion Patristicum, 2174, Herder, 1981.

[26] Op. cit., ivi.

[27] Op. cit.,. ivi.

[28] Op. cit., pp. 134-135.  Enfasi mia.

[29] Op. cit., pp. 134-139; p. 139.

[30] Op. cit., pp.  136-137.

[31] Breve esame critico del ‘Novus Ordo Missae’, presentato al Pontefice Paolo VI dai Cardinali A. Ottaviani e A. Bacci nella Pentecoste del 1969, Supplemento al n. 1/2000 di Inter Multiplices Una Vox, foglio d’informazione per la tradizione cattolica, p. 3 dell’opuscolo di 31 pagine, che contiene in appendice le modifiche dovute apportare.  I ritocchi importanti furono cinque.  L’opuscolo si trova nel catalogo delle Edizioni Piane, Albano Laziale.

[32] Breve esame critico, cit., pp.  28-29.

[33] Denzinger-Schönmetzer, 1529/2629.  

[34] Don J.M. Gleize, fsspx, Vaticano II.  Un dibattito aperto.  Questioni disputate sul XXI Concilio Ecumenico, Editrice Ichthys, Albano Laziale, 2013, p. 61.  Il punto risulta innanzitutto dal Breve esame critico, cit., pp.  14-15.  Il “contesto generale” faceva sparire o modificava altri elementi del rito, concorrenti nel determinare la presenza reale e la natura di sacrificio propiziatorio del rito stesso:  l’eliminazione dell’Offertorio, la modifica di alcune preghiere nel Canone.  Sulla possibile, antitetica interpretazione delle formule di consacrazione del Novus Ordo, Gleize, op. cit., pp.  65-69.  Questa ambivalenza di significato ha conseguenze molto gravi:  se un sacerdote consacra nello spirito di chi riespone il semplice racconto dell’istituzione della Messa nell’Ultima Cena, la consacrazione non è valida.

[35] Roger-Thomas Calmel O.P., 1914-1975, Déclaration, in un numero a lui dedicato della rivista cattolica tradizionalista «Le Sel de la Terre», N. 12 bis, maggio 1995, pp. 146-147; p. 146.

[36] Op. cit, p. 147.

[37] Mons. Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici perplessi, cit., p. 137.

[38] Op. cit., p. 139.  Enfasi mia.

[39] Op. cit., p. 111. Si tratta del cap. XIV intitolato:  Il Vaticano II è il 1789 nella Chiesa.

[40] Benedetto XVI, Udienza generale del 26 aprile 2006, reperibile in www.vatican.va, p. 2/4.  Questo testo di una pagina e mezzo di Ratzinger è importante per cogliere il mutamento, l’involuzione del concetto di tradizione, in un senso che a me  sembra chiaramente modernista (ed è il senso oggi prevalente).  L’indicazione della sua esistenza l’ho trovata negli interventi del P. Gleize sul tema della Tradizione cattolica.

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