Polemiche : Disputa con il prof. Roberto de Mattei sul "mito asburgico" -- 1
Disputa con il prof. Roberto de Mattei sul
“mito asburgico” -- 1
Sul blog del prof. Roberto de Mattei,
“Corrispondenza romana”, il 15 dicembre 2025, è apparso un articolo del
giornalista e saggista Antonio Socci, intitolato “Cosa Sarajevo ci insegna
sull’Ucraina”, ripreso dal sito ‘Libero quotidiano’. Prendendo spunto da una frase di Trump “detta
alla Ue, all’Ucraina e alla Russia – Basta con questi giochetti: vi ritroverete nella terza guerra mondiale. Non vogliamo che succeda”, Socci fa un
parallelo con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale provocato dall’uccisione a
Sarajevo, in Bosnia, il 28 giugno 1914, dell’Arciduca Francesco Ferdinando,
erede al trono austriaco, e della moglie, entrambi in visita ufficiale,
esecutori terroristi serbi irredentisti legati ad elementi estremisti dei
servizi segreti di Belgrado. Il conflitto russo-ucraino da intendersi, quindi,
come possibile detonatore di un conflitto europeo su larga scala e addirittura
mondiale? La situazione odierna è alquanto diversa rispetto al 1914 ma il
pericolo c’è, naturalmente; ne siamo tutti consapevoli e speriamo tutti che si
possa arrivare finalmente ad una pace dignitosa e duratura.
A sostegno della sua
tesi, l’articolo si sofferma (in modo in verità molto sintetico) sull’origine
della Grande Guerra, come è stata tradizionalmente chiamata, e nel far ciò si
basa su un libro di Roberto de Mattei, intitolato Infelix Austria?,
espressamente citato nel testo. Questo
titolo è tuttavia riportato in modo incompleto.
L’intero titolo è: Infelix
Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti, 2024,
pp. 100. Si tratta di un saggio nel
quale l’autore replica – nella forma di una “risposta amichevole” – ad un mio
precedente saggio, intitolato: Infelix
Austria. Una critica del “mito
asburgico”, versione cattolica, Solfanelli, 2022, pp. 162.
Mi sento dunque
chiamato in causa, anche se indirettamente.
Infatti, nell’articolo
Socci scrive: “
“Terzo insegnamento
che riguarda l’Italia: il nostro Paese,
nel 1914, quando iniziò la guerra, scelse la neutralità. Era contraria la maggioranza degli italiani e
del Parlamento che aveva il suo leader in Giovanni Giolitti contro cui fu
montata una dura campagna di stampa.
Nonostante la maggioranza del Parlamento fosse neutralista, di fatto il
governo ottenne un voto con cui portò l’Italia in guerra nel maggio 1915. Una certa, qualificata storiografia, valuta
quella scelta come “un atto di follia”.
Anche perché l’Austria, per convincere l’Italia a restare neutrale, si
era già impegnata a concedere “compensi territoriali che corrispondevano
pienamente ai suoi legittimi interessi” (De Mattei). Ma il governo disse no e alla fine
“conquistammo” con 600 mila morti e immense distruzioni (anche civili perché
arrivò il fascismo) quello che avremmo potuto ottenere restandone fuori. Fra l’altro se nel 1914 si potevano illudere,
nel 1915 era già chiaro che si trattava di un conflitto enormemente sanguinoso
e lungo…”.
A parte il singolare
accenno al fascismo, il testo riassume argomenti usati dal prof. de Mattei in
polemica con me, che avevo scritto esser l’entrata in guerra a fianco
dell’Intesa l’unica scelta possibile rimasta se volevamo completare
l’unificazione nazionale e giungere alle nostre frontiere naturali sull’intero arco
alpino, aspirazione in sè perfettamente legittima, evitando nello stesso tempo
una neutralità gravida di incognite. Austriaci e ungheresi, messi sotto
pressione per mesi dai tedeschi e dal Vaticano, in cambio del mantenimento
della nostra neutralità avevano ad un certo punto proposto di concederci una
parte apprezzabile del Trentino, ma in modo ambiguo e incerto perché la
cessione concreta si sarebbe avuta solo dopo “l’esito positivo della guerra”,
avvenimento di per sè del tutto aleatorio.
Dopo l’articolo di
Socci, mi corre l’obbligo morale di rispondere pubblicamente ai rilievi
dell’illustre storico del Concilio. Il
tema centrale del mio saggio, dal titolo (Infelix Austria) volutamente
provocatorio, era la decadenza della classe dirigente dell’Austria-Ungheria,
emersa alla fine proprio nella crisi che portò alla Grande Guerra e anche
durante quest’ultima, nella forma per esempio di una ricorrente mancanza di lucidità
in certe scelte essenziali.
A scanso di equivoci,
faccio presente che nella Premessa del mio saggio ricordavo i passati,
grandi meriti storici della Duplice Monarchia:
“Essa fu indubbiamente
una notevole e prestigiosa realizzazione statale. Notevole e anche gloriosa, se pensiamo ai due
grandi assedi sostenuti da Vienna contro i formidabili eserciti turchi nel 1529
e nel 1683; alle successive, sanguinose e vittoriose guerre contro i medesimi,
per la difesa dell’Europa e della religione cristiana; alla difesa culturale ma
anche armata contro la devastante ed eversiva eresia protestante e contro il
posteriore “pericolo slavo”, rappresentato soprattutto dalla Russia imperiale e
scismatica, pretesa “Terza Roma”, sempre ostile alla vera Roma cristiana,
quella cattolica; alla creazione, con la
Mitteleuropa, di una realtà sociale e culturale altamente civile ed evoluta,
dotata di un suo caratteristico stile, capace di far progredire e convivere per
quasi quattro secoli popoli non solo diversi ma persino ostili tra loro.
Marx e Engels,
commentando le rivoluzioni del 1848 e la dura repressione che ne era seguita,
scrivevano con ingiustificato disprezzo che gli unici prodotti della civiltà
austriaca erano il funzionario e il militare (di un Haydin, di un
Mozart, nulla sembravano sapere). In
effetti, un impero multietnico (ma ogni impero lo è, a ben vedere) poteva
reggersi solo sulla fedeltà assoluta alla dinastia regnante, impersonata dalla
figura del monarca. Questa fedeltà, che
si esprimeva nel culto minuzioso (ed anche eccessivo) del protocollo,
dell’etichetta, della gerarchia, delle cerimonie, delle festività religiose e
militari, costituiva in ogni caso il vero patriottismo di quella
monarchia, trascendente la dimensione territoriale e politica in senso
stretto: un’Austria dello spirito – come
è stato detto – le cui istituzioni non potevano non essere sovranazionali, come
appunto lo erano la burocrazia e l’esercito, i due pilastri di quello Stato (e
di ogni Stato, anche se non in quella misura).
E come lo era la Chiesa cattolica, altro pilastro fondamentale, anche se
i preti di questa o quella etnìa a volte tendevano a foraggiarne il
patriottismo in senso esclusivistico, alimentando odi e tensioni.
Ma un conto è la
giusta rivalutazione storica (contro i pregiudizi anticattolici e gli odi
politici di un tempo) dei non pochi meriti della plurisecolare monarchia
danubiana; altro conto lasciarsi andare
a sopravvalutazioni ed esaltazioni che tendono a sfociare nel mito, con il
risultato di proporre modelli del tutto irripetibili ed illusori per la
rinascita di uno Stato autenticamente cristiano in Italia”[1].
Fa parte del “mito”,
aggiungo, anche il passar sotto silenzio il fatto che la politica austriaca
verso l’Italia è stata sempre politica di conquista; che l’Italia, durante la
Restaurazione vera e propria “dipendenza austriaca”, è stata sempre vista dagli
Asburgo, sia spagnoli che austriaci, come terra da dominare e sfruttare. Di
certo non si sbagliavano i cattolici moderati come Cesare Balbo i quali, prima
del 1848, incitavano l’Austria ad
espandersi ad Est, perché quella era la sua missione, e a trattar bene
l’Italia, facendosene un’alleata nel governo dell’impero, invece di
considerarla solo come una provincia da sfruttare. Nel Settecento, Vienna
partecipò a due delle tre crudeli spartizioni della Polonia (1772, 1793, 1795),
assieme alla Prussia e alla Russia, impossessandosi della Galizia. Anch’essa praticò la cinica “politica di
gabinetto” delle cancellerie dei monarchi europei, che, in nome della ragion di
Stato e dell’interesse nazional-dinastico, si spartivano territori altrui senza
tanti problemi e ricorrevano tranquillamente alle guerre. Non vorrei
sbagliarmi, ma questi aspetti negativi (tipici di ogni politica di potenza) non
sono mai affrontati nelle eulogie filoasburgiche dei neolegittimisti. I quali nemmeno riflettono sulle accuse a Vienna
di esercitare il metodo del “divide ed impera”, solo in parte eccessive –
metodo comunque praticato contro noi italiani dopo la perdita del Veneto nel
1866[2].
Ci sarebbe poi un
discorso più ampio da fare sul grave, profondo danno che la secolare rivalità
tra monarchia francese ed asburgica ha rappresentato per l’Europa cattolica,
incidendo negativamente anche sulla religione in quanto tale. La rivalità era provocata dal desiderio
insano di conquistare la Lombardia e dominare l’Italia e durò, possiamo dire,
dall’inizio delle Guerre d’Italia nel 1494 alla fondazione del Regno d’Italia,
nel 1861. Richelieu amava dire che chi
teneva Milano teneva l’Europa. Le colpe
peggiori gravano sulla Francia, i cui Re si sono alleati con gli Ottomani (dal 1536)
e con i Protestanti (Guerra dei Trent’anni), al fine di colpire gli Stati di
Casa d’Austria anche da Nord e da Est. Ma
è pur vero che gli Asburgo austriaci sin dagli inizi del Cinquecento hanno
mirato tenacemente alla distruzione della Repubblica di Venezia, nell’ambito
più ampio della loro battaglia contro i Re di Francia per il dominio della
pianura padana.
Quello che io chiamo un vero e proprio “mito
asburgico”, ha preso piede fra i “tradizionalisti” e conservatori cattolici
soprattutto dopo l’inaspettata beatificazione dell’imperatore Carlo da parte
del Pontefice Giovanni Paolo II. Si è fabbricato un ritratto di maniera del
Beato Carlo, attribuendogli in politica e nella conduzione della guerra uno
spirito di bontà e carità cristiana, inteso solo a far finire presto la
carneficina; spirito che per la verità
dai fatti non risulta, specialmente nei riguardi di noi italiani. Cercava di mantenere una formale correttezza
asburgica anche nei confronti dei nemici, che nemici restavano e andavano
sconfitti anche per lui sul campo, con tutti i crudeli mezzi della guerra
moderna. Fece un maldestro tentativo di pace nel 1917, che fallì completamente.
Fu sordo ai ripetuti tentativi riservati anglo-americani di convincerlo ad una
pace separata, tra l’altro anche per non voler mai conceder nulla agli italiani,
nei confronti dei quali sembrava nutrire un vero e proprio pregiudizio. Infine, commise il grave errore di appoggiare nel giugno del 1918 le ultime
offensive tedesche in Francia con l’ultima grande offensiva sul Piave, che si
risolse in un completo insuccesso, dopo il quale gli anglo-americani
rifiutarono ogni trattativa di pace, sentendosi la vittoria in pugno. Cercò
quindi anche lui di vincere la guerra con un’ultima offensiva, contro il parere
di diversi suoi esperti generali, dopo aver voluto assumere il comando in capo
dell’ormai logoro esercito imperial-regio; compito difficile, nel quale non si
dimostrò all’altezza, per l’inesperienza, l’ancor giovane età, la mancanza di
genio, di personalità. Il Beato Carlo è
da tener d’esempio come monarca di integerrima vita personale, dedito alla
famiglia e alla religione, pronto a pagare di persona, anche rischiando la vita
sul campo di battaglia; mirante ad instaurare un tangibile nesso tra politica e
morale, senso del dovere ed esercizio del potere. Mostrò anche un’encomiabile cristiana e
virile rassegnazione nella sventura e nella malattia. Ma non facciamone per
l’appunto un mito, passando sotto silenzio i limiti, anche gravi, che dimostrò
come politico e comandante in capo, pur riconoscendogli l’attenuante
rappresentata dall’intricata situazione politico-militare che aveva ereditato,
difficile da dipanare.
A causa del suo fondamento neo-legittimista e
pertanto antirisorgimentale e antiitaliano, il “mito asburgico” (al pari di
altri consimili, come quello dei neo-carlisti “napolitani” attuali, che
ripropongono “l’impero di tutte le Spagne”) appare incompatibile con il
mantenimento della nostra unità nazionale.
L’unità, a mio modesto avviso, un ritorno al vero cattolicesimo dovrebbe
comunque conservarla e non distruggerla, anche se nata con un grave “difetto di
fabbricazione”, come diceva Gioacchino Volpe: --- l’eccessiva rapidità della
rivoluzione unitaria nei confronti del Mezzogiorno; l’aspro conflitto finale
con la Chiesa, risolto poi da Mussolini, con i Patti Lateranensi del 1929.
Se continueremo ad
incrostarci nelle “autonomie” di regioni cui sono stati dati stoltamente poteri
quasi sovrani, senza riuscire a realizzare un vero ed efficiente Stato federale
che rafforzi l’unità, rischieremo di sparire, anche come popolo.
Il neo-legittimismo appare incompatibile con
il principio dell’unità nazionale poiché per esso il Risorgimento non avrebbe
dovuto esserci ed è comunque da respingere in quanto “versione italiana della Rivoluzione francese,
non solo perché sovvertì i troni legittimi della penisola, a cominciare – anche
se fu l’ultimo a cadere – da quello pontificio, ma soprattutto perché avviò il
processo di secolarizzazione della società, realizzato dai due
filosofi-ministri, Francesco De Sanctis (1817-1883) e Giovanni Gentile
(1875-1944), che cercarono di dare una coscienza “hegeliana” alla “Nuova
Italia”[3].
A parte il fatto che
De Sanctis fu soprattutto uno storico della letteratura, convince assai poco
metterlo sullo stesso piano di Gentile, del quale avrebbe condiviso un supposto
“hegelismo”, da imporre alla coscienza della Nuova Italia. Sappiamo che, nel
linguaggio degli antiunitari e neo-legittimisti il termine “hegeliano” è usato
polemicamente nel senso di “fautore dello Stato etico” e quindi
“totalitario”: esso indica una concezione della società e dello Stato
tendente all’uniformità con il soffocare le libertà individuali, nonché ostile
alla vera religione.
Gentile fu ministro
della pubblica istruzione nel primo governo Mussolini (1922-1923). Attuò la famosa riforma della scuola, che
rimise il Crocifisso nelle aule e l’educazione religiosa alle elementari. Riconobbe la scuola privata e mantenne la possibilità di dare gli esami
di Stato da “privatisti” o “esterni”, cioè studiando a casa propria –
possibilità spesso sfruttata in seguito da esponenti della borghesia benestante
colta e antifascista. Lasciò alla Chiesa
completa libertà scolastica. La sua
riforma, se non erro, creò la figura della “libera università”, cioè
dell’Università fondata e gestita da enti non statali, riconosciuta dallo
Stato. E difatti, nel 1924,
l’Università cattolica di Milano, fondata come istituto privato da P. Agostino
Gemelli, ebbe il riconoscimento statale come “libera università”, unitamente ad
un istituto di Magistero fondato sempre a Milano dal clero locale.
Come presidente del
Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, Gentile si impose ai colleghi,
ai quali non piaceva che la Cattolica all’art. 1 del suo Statuto dichiarasse di
ispirare il suo insegnamento ai principi cattolici. È rimasto il biglietto con il quale il
filosofo rispose a P. Gemelli, che lo invitava a presenziare all’inaugurazione
degli studi, nel 1924, la cui chiusa recita:
“E confido che l’esempio di cotesta università valga a promuovere un
salutare risveglio di energie private atte a coadiuvare l’attività essenziale
dello Stato per la elevazione intellettuale e morale della nazione”[4].
La metafisica di
Gentile era neo-idealista, non assimilabile al realismo
aristotelico-tomistico. Ma Gentile non
era né anticlericale né vicino agli ideali della massoneria, come invece De
Sanctis. Si può dire che la sua riforma
della scuola rompa con l’impostazione laica, se non laicista, ereditata dal liberalismo
risorgimentale.
Tornando al
neo-legittimismo, quando il prof. de Mattei scrive che la colpa del
Risorgimento fu quella di aver “sovvertito i troni legittimi della penisola”,
si intende che fra i troni legittimi rientra per lui anche il Lombardo-Veneto,
possesso austriaco dal 1815 in poi. Il
dominio straniero in Italia andava quindi bene, purché esercitato da una
monarchia cattolica e imperiale. Che
dire poi degli altri “troni legittimi della penisola”? A parte quello pontificio, non si trattava di
Stati e Staterelli le cui dinastie erano state imposte con le decisioni
unilaterali dei gabinetti delle grandi
potenze (tradizionale politica di spartizione dell’Italia) o con la forza, in
seguito alle guerre di successione che si combatterono in Europa e anche da noi
nella prima metà del Settecento? L’ultimo dei Medici era “uomo perdutissimo di
costumi”, e quindi senza eredi: dopo un intermezzo borbonico, furono imposti al
Granducato di Toscana gli Asburgo-Lorena, che impiantarono la massoneria a
Firenze e favorirono l’eresia giansenista.
Rami della dinastia austriaca regnavano anche a Parma e a Modena. Il Regno di Napoli non fu acquisito dai
Borbone dopo una serie di campagne militari?
Col Congresso di Vienna (1815) l’Austria si prese lo Stato veneziano con
tutti i suoi possedimenti, in base al diritto di conquista, che era
l’unico fondamento “legittimo” del suo potere nel Lombardo-Veneto.
Attaccare il
Risorgimento per essersi ribellato a questo stato di cose, mi sembra non voler
comprendere le istanze spirituali profonde che sono all’origine di certi
movimenti storici. Né accettabile appare
il voler di fatto proporre come esempio ideale da contrapporre oggi all’Italia
unita laica, una monarchia asburgica cattolica della quale si occultano tutti
gli aspetti negativi (vedi supra).
Tenendo presente
questo sfondo, criticavo pertanto una tesi del prof. de Mattei, che sembrava
vedere nella distruzione della Duplice Monarchia, in quanto cattolica, lo scopo
essenziale della guerra mondiale per gli statisti francesi e americani. Tesi
che ci ricordava giustamente l’importanza che ha avuto l’anticattolico,
totalmente ideologico Austriam delendam dilagante con i suoi orrendi
slogans nella propaganda dell’Intesa a partire soprattutto (bisogna precisare) dall’estate
del 1918, dopo che l’imperatore Carlo aveva tentato invano di vincere la guerra
sul campo, ma facendone arbitrariamente lo scopo dell’intera guerra,
soprattutto da parte dei capi francesi e americani.
Sostenevo, invece, che
lo scopo essenziale loro e dei britannici era sin dall’inizio abbattere la
grande potenza tedesca, Stato protestante e ampiamente secolarizzato che
incuteva timore e paura a tutto il resto del mondo. Era un conflitto di
imperialismi su scala planetaria, nel quale la religione c’entrava poco o
niente. A riprova della mia tesi citavo
i ripetuti tentativi riservati anglo-americani di indurre Carlo
d’Asburgo ad una pace separata, nel 1917 e sino alla primavera del 1918,
trasformando il suo Stato in un’unione
federale entro la cornice imperiale, anche se ciò avrebbe comportato qualche
sacrificio territoriale. Ulteriore
argomento a sostegno, a mio avviso, il fatto che il presidente americano
Woodrow Wilson, nell’ottenere dal Congresso l’entrata in guerra, abbia dichiarato
guerra alla sola Germania, il 2 aprile del 1917, e non all’Austria-Ungheria; a
quest’ultima solo nel dicembre del 1917. Sul fronte italiano, il contributo militare
americano fu praticamente nullo: un
reggimento di fanteria e un ospedale da campo. Wilson non dichiarò mai guerra all’impero
ottomano.
Ponendo in primo piano
la lotta al cattolicesimo quale fulcro della guerra da parte dell’Intesa, il
prof. de Mattei è poi incline ad attribuire un ruolo decisivo alla massoneria,
essendo essa da sempre considerata la nemica implacabile del cattolicesimo[5]. In un suo giovanile saggio su Charles
Maurras, aveva scritto: “Vi è infatti
nel cuore dell’Europa un’ultima struttura tradizionale che ancora sopravvive: l’Impero Austro-ungarico. La prima guerra mondiale nasce come guerra
rivoluzionaria mirante al dissolvimento di quest’ultima struttura”[6]. È, in sostanza, la medesima tesi di tanti
anni dopo e da me criticata (la guerra fu voluta soprattutto per distruggere
gli Asburgo), nella quale si esprime quello che per molti intellettuali
cattolici era ed è un vero e proprio dogma, accettato senza verifica alcuna: la
Prima Guerra mondiale non fu nient’altro che un ben riuscito complotto rivoluzionario
ossia massonico per abbattere la cattolica Duplice Monarchia. Tanti anni fa, lo
sentii ripetere anche da Augusto Del Noce, in una conversazione privata, anche
se come verità che si accettava senza approfondire.
Il prof. de Mattei
sostiene che ho forzato il suo pensiero sulle cause dell’entrata in guerra
delle potenze dell’Intesa: egli avrebbe
in realtà sostenuto che la Duplice Monarchia era “il principale nemico da
abbattere per le forze rivoluzionarie”, un coacervo nel quale i massoni erano
molto attivi, non per gli uomini di Stato[7]. Inoltre, respinge il concetto di una “oppressione
asburgica dell’Italia” a cominciare dalle Guerre d’Italia del Cinquecento, e le
mie analisi sulla decadenza della Duplice Monarchia, specialmente della sua
aristocrazia, notoriamente affatto immune dalle lascivie e dai vizi della Belle
Époque. I temi cui rispondere sono
dunque molteplici.
Qui mi limito a
prender posizione sul punto esposto con particolare enfasi nell’articolo di
Socci, quello delle effettive offerte fatte a noi da Vienna, che avremmo
stoltamente rifiutato.
1. Qualche precisazione sulla nostra entrata
nella Prima Guerra Mondiale.
a. Come fece il governo
di allora a convincere un Parlamento in maggioranza incline a starne fuori, a
conferirgli poteri straordinari, preludio all’entrata in guerra? Negli ultimi convulsi giorni, i deputati
avevano capito che il Re era per l’entrata in guerra e si uniformarono, a
grande maggioranza (alla Camera 407 voti a favore, 74 contrari, 1
astenuto. Al Senato, 281 voti a favore,
unanimità dei presenti). A quel tempo
l’orientamento politico del Re contava molto. Il Re, Vittorio Emanuele III, si
era già impegnato in segreto anche a titolo personale ad entrare in guerra in
occasione del Patto di Londra del 26 aprile 1915, firmato in segreto e tenuto
segreto nei contenuti, anche se la sua esistenza era nota, già divulgata a
Parigi (violando gli accordi presi con noi) a metà maggio del ‘15 dall’ambasciatore
francese a Roma, innervosito dalle alchimie parlamentari che stavano
faticosamente partorendo il conferimento dei pieni poteri all’esecutivo, indispensabili
per la dichiarazione di guerra. L’Alleanza
con gli Imperi centrali fu denunciata da noi il 4 maggio. Dovevamo dichiarar
guerra a tutti i nemici dell’Intesa, comprendente Regno Unito, Francia, Impero
russo. Dichiarammo guerra alla sola
Austria-Ungheria il 23 maggio, a valere dal 24.
Alla Germania solo il 27 luglio 1916, quando l’ostilità dell’opinione
pubblica inglese e francese e l’irritazione dei governi
alleati per la nostra mancata dichiarazione, erano diventate massiccie e sempre
più minacciose. Ma anche l’opinione
pubblica tedesca ci era sempre più ostile.
Il nostro vero nemico era l’Austria, non la Germania. Però i patti andavano osservati. Tra l’altro Regno Unito e Francia
controllavano la finanza di guerra e ci fornivano anche l’accesso agli
armamenti più moderni, consentendoci di produrli su licenza, cosa che non si
verificò nella Seconda Guerra Mondiale da parte dei tedeschi nei nostri
confronti. All’impero ottomano dichiarammo guerra il 21 agosto 1915, alla
Bulgaria il 19 ottobre successivo, dopo che aveva attaccato la Serbia assieme
ad austriaci e tedeschi.
b. “Una certa qualificata storiografia ha
definito la nostra entrata in guerra un atto di follia”. Follia perché l’Austria si era già impegnata
a concederci “compensi territoriali che corrispondevano pienamente ai nostri
legittimi interessi”. Questa valutazione, che all’epoca echeggiò polemicamente
nello schieramento neutralista italiano, si trova indubbiamente nel saggio di
de Mattei e viene dall’articolo
presentata come un giudizio dello stesso. In realtà, si tratta dell’opinione, non
isolata fra i suoi colleghi, di uno storico contemporaneo che giudica in
termini moralistici la nostra partecipazione alla Grande Guerra, ed è riportata
(senza condividerla) dal prof. Gian Enrico Rusconi nel suo fondamentale saggio
sulla nostra entrata in guerra, utilizzato sia da me che dal prof. de
Mattei. Risalendo alla fonte originaria,
troviamo: “La più recente e qualificata storiografia di lingua
tedesca giudica l’intervento italiano “un atto di follia” (con un’espressione
presa da un diplomatico italiano del tempo).
Ma è un giudizio che dice troppo e troppo poco”[8]. Questa “qualificata storiografia” è nei fatti
rappresentata soprattutto dallo storico tedesco prof. Holger Afflerbach,
specialista degli studi sulla Prima Guerra Mondiale e la Triplice Alleanza[9]. Follia, indubbiamente, se gli austriaci ci
avessero effettivamente offerto ciò che “corrispondeva ai nostri legittimi
interessi”. Ma è proprio questo il
punto: ce l’avevano davvero offerto? Dall’accurata analisi del prof. Rusconi non si
direbbe.
c. Preliminarmente, bisogna
capire per qual motivo l’Italia si sia dichiarata neutrale, pur essendo
alleata alla Germania e all’Austria-Ungheria.
Il 28 luglio l’Austria-Ungheria aveva dichiarato guerra alla Serbia, l’1
agosto la Germania alla Russia (che aveva cominciato la mobilitazione generale
il 30 luglio); il 3 agosto la Germania alla Francia, alleata della Russia, che
aveva mobilitato l’1 agosto. Sempre il 3 agosto era iniziata l’invasione
tedesca del Belgio, paese neutrale, preceduta da un ultimatum respinto. Il 3
agosto l’Italia si dichiarò neutrale, il giorno dopo il Regno Unito si gettò nella mischia. Anche questa neutralità ci fu imputata come
tradimento. Ma fu una decisione giusta, poiché una discutibile spedizione
punitiva contro la proterva Serbia alla quale ci si imponeva di intervenire in
nome dell’alleanza ma senza esser stati consultati, si stava trasformando in
una grande guerra europea. Sembra che
noi si debba sempre esser accusati di tradimento o viltà, quale che sia la
nostra azione politica. Nel 1815, ho
letto, le grandi potenze non restaurarono la Repubblica di Venezia, incamerata
dall’Austria, che ne ambiva il territorio da secoli, tra l’altro con la motivazione
che quella Repubblica non meritava nulla, essendosi vilmente arresa senza
combattere alla prepotenza del tiranno còrso.
All’opposto, negarono ai lombardi di costituirsi in Stato indipendente
perché avevano sostenuto militarmente il tiranno sino alla fine. Dovevano pertanto esser puniti con la perdita
dell’indipendenza, sempre a favore di Casa d’Austria.
I motivi principali
della nostra neutralità si possono così riassumere :
1. La Triplice era un’alleanza difensiva, aggredire
un’altra nazione non rientrava nei suoi compiti. C’era, secondo gli italiani, mancanza del casus
foederis, cioè dell’evento che oggettivamente richiedeva l’applicazione delle
clausole militari del trattato. Il
crimine gravissimo di Sarajevo andava punito, non però in quel modo.
2. Tedeschi e
austriaci ci tenevano sempre in posizione subordinata. Quando il 23 luglio mandarono a Belgrado il
famoso demenziale ultimatum, che sembrava fatto apposta per esser respinto e
giustificare una dichiarazione di guerra alla Serbia, non si consultarono con
noi italiani, loro alleati: ci dissero che avevano mandato quest’ultimato,
severo come si conveniva, ma senza farcene vedere il testo. Comportamento sleale, il loro, che il
prof. de Mattei si astiene dal rilevare. Il nostro smaliziato e perspicace ministro
degli esteri, il marchese Antonino di San Giuliano, si sarebbe sicuramente
opposto all’invio di un documento del genere, il cui testo venne a conoscere
solo dopo che fu reso noto alle cancellerie internazionali, dal 24 luglio in poi[10].
3. Gli italiani avevano sempre detto ai loro
imperiali alleati che non sarebbero mai intervenuti in una guerra nella quale
tra i nemici ci fosse l’impero britannico, dominatore del Mediterraneo, che per
di più godeva dell’appoggio della forte flotta francese. Volevano mettere agli
atti una Dichiarazione Mancini in tal senso, al rinnovo della Triplice
Alleanza, ma la proposta fu bocciata dagli altri due partners, che mai si
curarono del grave problema che per noi, nazione mediterranea, rappresentava il
“fattore Inghilterra”. Il giorno dopo la
dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, Winston Churchill,
all’epoca giovane ministro della marina (First Sea Lord), ordinò alle
ore 1.25 del 2 agosto 1914 la mobilitazione della Royal Navy, sicuro preludio
all’entrata in guerra dell’Inghilterra, avvenuta due giorni dopo, non appena la
Germania (3 agosto) dichiarò guerra alla Francia e invase il Belgio: la mossa
non sfuggì di certo al nostro ministro degli esteri, contribuendo sicuramente a
fargli tenere l’Italia fuori della mischia[11].
Di San Giuliano, gravemente malato di gotta, morì il 16 ottobre 1914.
4. C’era infine la questione delle
“compensazioni” che, a parte altre considerazioni, rendeva da anni difficili i
rapporti tra Italia e Duplice Monarchia.
Nel Trattato della Triplice, all’art. 7, si stabiliva che l’Italia “aveva
diritto ad esser informata e consenziente su cambiamenti territoriali in area
balcanica”. Nel 1909 Vienna si era
annessa la Bosnia, grazie anche al fermo appoggio tedesco, ma noi che
“compensazioni” avevamo avuto? Si accettava comunque il principio della compensazione,
una prassi ammessa nel diritto internazionale di allora. Noi avremmo voluto esser “compensati” per
l’accrescimento austriaco in Bosnia con il Trentino, per esempio, mentre Vienna
come è logico ci offriva di appagarci nei soli Balcani meridionali e a certe
condizioni, attenendosi strettamente alla lettera del Trattato.
5. L’impreparazione dell’esercito italiano o Regio
Esercito.
d. Dal momento in cui l’Italia si dichiarò
neutrale, cominciò il balletto delle “compensazioni” da offrirci per indurci ad
entrare in guerra o a starne fuori. In
un riunione del Governo inglese del 5 agosto qualcuno disse: “Possiamo
comprarci l’Italia?” e qualcun altro aggiunse:
“Ditele che l’aiuteremo in Adriatico contro l’Austria”[12]. Lo sapevano tutti che l’alleanza tra Italia e
Austria-Ungheria era falsa, imposta a suo tempo da Bismarck per ragioni di
equilibrio europeo e convenienza tedesca a non avere problemi tra Austria e
Italia, a non doversi impegnare in un eventuale fronte meridionale. L’alleanza serviva anche a tenere in rispetto
la Francia. Tutta la diplomazia era
convinta che le due nazioni mai avrebbero combattuto dalla stessa parte, troppo
forti e radicati erano i contrasti di interesse e la reciproca avversione. Nella sua celebrata monografia in tre volumi
sulla monarchia asburgica dal 1867 al 1918, Arthur J. May, scrive che, secondo
l’ambasciatore tedesco, si notavano “disprezzo e persino odio per l’Italia: era questo l’unico punto sul quale l’opinione
pubblica fosse quasi unanime in Austria – soltanto una guerra con l’Italia
sarebbe veramente popolare nella monarchia asburgica”. E questo lo scriveva, l’ambasciatore, non
nel 1915 bensì nel 1906. La realtà
era che “gli interessi asburgici ed italiani nei Balcani erano inconciliabili,
e questo fatto unito al prevalere di un atteggiamento irredentista, rendeva
impossibile qualsiasi sentimento di amicizia”[13].
Nel 1908, prendendo
spunto dal caos creato dal terremoto di Messina, e nel 1911, sfruttando il
nostro gravoso impegno in Libia, il maresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, al tempo
capo di Stato maggiore dell’esercito imperial-regio asburgico e tipico
esponente dei circoli oltranzisti ostilissimi all’Italia, preparò in segreto un
piano per attaccarci di sorpresa, nonostante fossimo suoi alleati – piano che
rimase teorico ma che destò l’interesse di ambienti dello Stato maggiore svizzero,
desiderosi di acquisire la Valtellina, conquistata nel Seicento dagli Spagnoli,
all’epoca padroni del Ducato di Milano, cui serviva per le loro linee di
rifornimento, da Finale Ligure alle truppe che combattevano nelle Fiandre. Inoltre, Conrad aveva cominciato a
fortificare da anni il confine austriaco con l’Italia, nel Trentino e sulle
montagne prospicienti l’Isonzo, facendone un solido baluardo difensivo,
possibile base di partenza delle sue progettate offensive contro di noi.
Di fatto, nell’agosto
del 1914 la Triplice era morta e sepolta e non certo per colpa nostra, anche se
così poteva sembrare. Cominciarono
allora le trattative segrete. L’Intesa
voleva tirarci nella guerra; gli Imperi
centrali tenerci fuori. Ma a muoversi
dietro le quinte erano soprattutto i tedeschi, i quali all’inizio erano
convinti che, con opportune e rapide concessioni, l’Italia avrebbe potuto
entrare in guerra con la Triplice (vedi infra). Dicevano in sostanza agli austriaci: -- diamo (anche subito) agli italiani il
contentino del Trentino, cui tengono tanto :
del resto, se perdiamo la guerra, lo perdiamo comunque; se vinciamo, ce
lo riprendiamo. Ma Vienna e Budapest
fecero per mesi orecchie da mercante, irritando non poco i tedeschi. I suoi governanti, oltre a disprezzarci, non
ci prendevano sul serio: il capo del
governo ungherese, conte István Tisza, ci liquidava come “nazione militarmente
debole e codarda”[14]. L’imperatore Francesco Giuseppe era
notoriamente molto affezionato al Trentino, suo possesso personale come Conte
del Tirolo. Vi si recava sempre in
vacanza.
1.1 Cronologia delle proposte di “compensazione”.
Il testo di
riferimento è sempre lo studio del prof. Rusconi. Egli sostiene che nella fase
iniziale dei contatti riservati, gli italiani cercarono di sondare seriamente
le intenzioni di Vienna, ancora legati all’impostazione di Di San Giuliano,
quella di ottenere il massimo dalla neutralità[15].
Un primo scambio
verbale tra italiani e austriaci sulle “compensazioni” si ebbe solo il 6
gennaio 1915. L’Italia chiedeva: il Trentino sino al confine napoleonico del
primo Regno d’Italia; il confine orientale all’Isonzo; Trieste città libera e
autonoma, militarmente esente da occupazioni.
La risposta austriaca fu: compensazioni solo in Albania[16].
Le proposte italiane, prese nella loro
interezza, non erano accettabili per Vienna, la quale tuttavia non tentò alcun
discernimento; non tentò di distinguere tra l’inaccettabile e il negoziabile.
Di fronte al muro
austriaco, i sondaggi riservati a Londra, fin allora saltuari e generici, ripresero
il 15 febbraio 1915, soprattutto con gli inglesi. Sotto pressione tedesca e vaticana l’8 marzo
1915 il consiglio dei ministri di Vienna, presieduto dall’imperatore, approvò
di massima la seguente offerta, come base negoziale: il Trentino di lingua italiana, rettifiche di
confine sull’Isonzo. L’Austria sarebbe stata compensata con un importante
bacino carbonifero nei Balcani e mano libera sugli stessi. Questo “pacchetto” fu elaborato soprattutto
per iniziativa tedesca e il Kaiser se ne faceva garante. Le cessioni, tuttavia,
avrebbero avuto luogo “solo dopo la conclusione positiva della guerra”[17].
Cominciarono allora
trattative “defatiganti” con gli italiani che insistevano invano affinché le
cessioni avvenissero subito e non dopo un’ipotetica “conclusione
positiva della guerra”. Anche il Vaticano intervenne proponendosi come garante
dell’accordo, esso premeva affinché Vienna giungesse ad un compromesso con le
aspirazioni italiane. Ma gli italiani,
insistendo sull’immediatezza delle concessioni, davano l’impressione di non fidarsi
della controparte: tra le tre diplomazie il clima, sottolinea Rusconi, “si era
deteriorato”. Il 27 marzo Vienna
annunzia ufficialmente di essere disposta “alla cessione di territori del
Tirolo meridionale, compresa la città di Trento”, sia pure con molte
limitazioni. “Viene offerto infatti il
territorio del vescovado di Trento con confine settentrionale a Lavis, con
l’esclusione di Madonna di Campiglio e di altre località strategicamente
importanti. Si tratta di terre
incorporate dall’Austria nel 1803 e distinte dai possessi feudali storici
dell’imperatore, che porta il titolo di Conte del Tirolo. Sonnino, nostro ministro degli esteri,
giudica le offerte austriache “incerte e insufficientissisme” rispetto a quanto
richiesto (e a quanto sta promettendo l’Intesa)”[18]. Circa i tempi, si desume che la cessione
sarebbe sempre avvenuta alla “conclusione positiva della guerra”.
L’8 aprile del 1915 il
governo italiano invia a Vienna un memorandum in undici punti che considera
definitivo per la chiusura del negoziato. L’Italia chiede: il Trentino nei confini del Regno italico del
1810, includente quindi Bolzano e Merano; rettifiche sulla frontiera
dell’Isonzo, in Friuli; Trieste città-stato autonoma con porto franco
indipendente; le Isole Curzolari e altre davanti alla costa dalmata tra Spalato
e Ragusa; la consegna immediata dei
territori nominati e l’evacuazione degli austriaci da Trieste. Altri punti
riguardavano l’Albania e i risarcimenti finanziari[19].
Da questo documento si
vede che le ambizioni italiane erano venute completamente allo scoperto e
investivano anche l’Adriatico, il che era comprensibile dal punto di vista
militare. La nostra costa adriatica si svolge per circa 700 km di spiaggia
piatta, praticamente indifendibile. Era
perfettamente logico che cercassimo di avere una o due basi sulla ben protetta
costa opposta, dove c’erano tra l’altro da secoli operose minoranze italiane ed
è sbagliato, io credo, presentarle come la richiesta cervellotica di politici e
militari che volevano giocare alla grande potenza. Caso mai si può discutere sull’opportunità di
una richiesta del genere, nel contesto di allora. Ad ogni modo, il memorandum italiano
conteneva nelle sue linee generali le stesse richieste da noi avanzate
all’Intesa. Non si può dire che avessimo nascosto agli austriaci le nostre
ampie ambizioni nei loro confronti, ai loro occhi ovviamente arroganti ed
irricevibili.
Si accusa questo
memorandum di eccedere gli scopi legittimi di guerra, con l’aver voluto
includere anche la popolazione tedesca dell’Alto Adige e gli slavi che si
trovavano in Istria e il Dalmazia. Ma il
criterio per valutare l’importanza di una frontiera non può essere solo quello
della nazionalità. Si deve considerare
anche l’importanza strategica che una frontiera può avere. Ora, per noi, il passo del Brennero, una
delle porte d’Italia, è di importanza strategica fondamentale, unitamente al
controllo dell’intera vallata dell’Adige. Se nella parte Nord della vallata si
sono radicate popolazioni straniere si dovrà trovare un modus vivendi con esse,
che rispetti una loro relativa autonomia, ma senza diminuire la nostra
sovranità.
Inoltre, si ritiene
che questo memorandum sia stato inviato in malafede per far fallire le
trattative con Vienna. Ma quali
“trattative”, mi chiedo? Non c’erano più
vere trattative, dal momento che Vienna era fermissima nel rimandare a dopo la
vittoria le limitate cessioni promesse.
Le richieste italiane
furono rifiutate in blocco da Vienna. I
tedeschi avrebbero voluto che si procedesse ugualmente a qualche pur doloroso
sacrificio territoriale, data la situazione difficile sul piano militare, ma
gli austriaci si irrigidirono. Il
maresciallo Conrad puntava ad una grande vittoria militare sul fronte russo,
tale da intimidire e mettere a tacere gli italiani, considerati anche da lui
popolo vile e codardo. Il 22 marzo,
infatti, i russi avevano conquistato la grande piazzaforte di Przemyśl in Galizia,
catturando 2500 ufficiali, 120.000 soldati e 900 cannoni: una disfatta impressionante, durante la quale
qualche reparto slavo (di cèchi, in genere) si era arreso senza combattere. Il capo di Stato maggiore tedesco, generale
von Falkenhayn, stava preparando una grande controffensiva, chiedeva pertanto
concessioni all’Italia, fatte ovviamente con la riserva mentale di riprendersi
il mal tolto a guerra vinta. Questa
“riserva mentale” risulta chiaramente da due sue note al ministro degli esteri
tedesco nelle quali ad un certo punto afferma che la regolamentazione
definitiva delle “compensazioni” si avrà:
“in futuro, quando avremo mano libera per vendicarci della politica da
criminali degli italiani e per riprenderci quanto abbiamo sacrificato”. Infatti, “se vinciamo, sarà in nostro potere
compensare ogni sacrificio”[20].
Il 26 aprile l’Italia
firmò in segreto il Patto di Londra, con il quale si obbligava ad entrare in
guerra entro un mese contro tutti i nemici dell’Intesa, in cambio dell’ottenimento
di tutti gli obbiettivi territoriali da essa indicati. La cosa era nota agli austro-tedeschi, anche
se in termini generici. L’esistenza del
Patto fu comunque fatta divulgare a Parigi dall’ambasciatore francese in Italia
(vedi supra)[21]. Ciò significava che l’Italia, uscita il 4 maggio dalla Triplice, non poteva
più negoziare con nessuno sulla sua entrata in guerra. Ormai i giochi erano fatti. Ma i tedeschi e il Papa non si arresero,
spinsero gli austriaci ad una nuova offerta, in extremis, sostenuta
dall’ex-cancelliere Bernhardt von Bülow, sposato ad un’italiana e ben introdotto
negli ambienti romani, e dall’ambasciatore austriaco. In questa convulsa fase fu Giolitti,
neutralista sino all’ultimo, a lanciare l’idea che i governanti italiani
“vogliono portare l’Italia alla guerra, per gli altri, senza bisogno, quando
sono già state fatte concessioni adeguate”[22].
Ma quali erano queste
“concessioni adeguate”: quelle citate del Trentino, col contagocce, se
l’Austria-Ungheria avesse vinto la guerra?
L’ ultima, la più valida controproposta austriaca arrivò, come si è
detto, fuori tempo massimo, quando in ogni caso non avremmo potuto accettarla
(se non disonorandoci ed esponendoci a pesanti rappresaglie) per via del Patto
sottoscritto a Londra - circostanza anche
questa taciuta dal prof. de Mattei nel suo saggio. Il contenuto della proposta così è riportato
nel Diario di Sonnino:
“1. Tutto il Trentino
secondo il principio di nazionalità, cioè con cessione dei territori e delle
valli che sono italiane di lingua. 2. Il
territorio di lingua italiana all’Isonzo, restando compresa Gradisca (Gorizia
viene considerata come slava). 3. Larga autonomia municipale per Trieste, allo
scopo della protezione dell’elemento italiano.
Università italiana. 4.
Disinteressamento per l’Albania a condizione che non vi si stabilisca una terza
potenza. 5. Se il governo italiano lo
desidera, garanzia del governo imperiale germanico per queste offerte”[23].
Non vi è cenno a
cessioni immediate. Da notare che
un’università italiana a Trieste l’avevamo invano richiesta in passato e che
non ci veniva concessa la prevalentemente italiana Gorizia, considerata città
slava (difesa da un ampio campo trincerato, fu da noi conquistata con una
sanguinosa battaglia nel 1916). Si
restava sempre alla concessione del Trentino, stavolta “tutto il Trentino”
abitato da italiani e dopo la guerra, se vinta. Ma chi poteva considerare
“adeguate” queste (future) concessioni?
La discussione è comunque accademica visto che le offerte austriache che
avrebbero potuto in teoria essere accettate vennero, bisogna ripeterlo, quando
noi non potevamo più modificare la situazione creata con il Patto di
Londra. E gli austriaci non lo capivano?
È da tener presente
l’amaro commento finale (in privato) di von Bülow ad un importante giornalista
tedesco, riportato da Rusconi, durissimo con gli austriaci: “se l’Austria alla fine di luglio [1914],
all’inizio della guerra, avesse fatto le stesse concessioni di oggi, l’Italia
sarebbe venuta con noi. Se l’Austria tra
il primo gennaio e metà marzo [1915] avesse fatto le stesse offerte, l’Italia
sarebbe rimasta neutrale”[24].
Pochi giorni dopo la
nostra firma al Patto di Londra, scattò la poderosa controffensiva
austro-tedesca sul fronte orientale: il
2 maggio, tra i villaggi galiziani di Tarnow e Gorlice. La linea russa fu sfondata dopo tre giorni
per centocinquanta km di ampiezza. Il 16
maggio la sconfitta russa si trasformò in una rotta, gli austro-tedeschi
presero Leopoli e successivamente Varsavia, occupando via via tutta la Polonia.
A fine settembre il fronte partiva da Riga, sul Baltico, scendendo quasi in
linea retta sino a Czernowitz, sul confine romeno. Le perdite furono enormi (750.000 prigionieri,
mezzo milione tra morti e feriti). I russi in pratica scomparvero come efficace
forza combattente, capace di un’iniziativa strategicamente rilevante[25]. Perché ricordo questi drammatici eventi? Perché il maresciallo Conrad e tutto
l’ambiente, a ben vedere, si aspettavano che una grande vittoria ad Est sarebbe
bastata a tenere i codardi italiani a bada (vedi supra). La grande vittoria venne e cominciò a
delinearsi già dal 16 maggio ma l’Italia dichiarò ugualmente la guerra
all’Austria-Ungheria, cosa della quale l’élite austro-tedesca non la riteneva
capace, per innata mancanza “di forza e d’audacia”[26]. Il fatto è che ormai eravamo in ogni caso
vincolati dal Patto di Londra e con impegno personale del Re.
Ma è anche vero che,
firmando quel Patto fatale, accettavamo in piena coscienza il rischio temerario
di entrare in guerra contro le due grandi potenze tedesche, di misurarci con
loro. Un passo veramente “audace” per
una nazione come la nostra, più debole dei suoi avversari nonostante gli aiuti che in seguito avrebbe ricevuto dall’Intesa: nazione senza una valida tradizione militare
nazionale, perché ancora di troppo breve esistenza e per di più punteggiata da
alcune brucianti sconfitte (Custoza, Lissa, Adua) dovute soprattutto agli
errori dei comandi cioè ai limiti ancestrali della classe dirigente italiana, civile
e militare, anchilosata da secoli di sudditanze allo straniero e da una
mentalità provinciale e campanilistica, sempre vincolata al “particulare”,
abituata alla fuga dalle responsabilità, incline all’improvvisazione.
Gli stranieri ci
offendevano e ci deridevano – ho scritto nel mio saggio – perché, dicevano, il
nostro Risorgimento aveva fatto l’unità d’Italia con le vittorie degli altri,
francesi e prussiani – nel 1859 e nel 1866.
Si trattava di una mezza verità, gonfiata in malafede. Per combattere, avevamo combattuto però
dimostrando tutti i limiti di una potenza regionale sulle cui spalle incombeva
per di più l’onere di costruire una tradizione militare nazionale, partendo da
zero. Nel 1859, dati i rapporti di
forza, il merito maggiore della vittoria fu dei francesi. Ma non è che i
piemontesi non avessero fatto la loro parte. Nel 1866, l’esercito italiano era
in formazione, la prova del nostro comando fu pessima, non riuscì mai a capire
come stavano le cose sul campo, a Custoza, e diede l’ordine di ritirata quando
la battaglia era ancora indecisa. A
Lissa, la flotta non aveva coesione, alcuni comandanti provenienti dalle marine
preunitarie non obbedivano all’ammiraglio in capo, la confusione regnò massima.
Inoltre, la guerra del
’66 fu brevissima, sette settimane, i prussiani la risolsero con una sola
grande battaglia contro gli austriaci.
Non ci fu neanche il tempo di riorganizzarsi per tentare una
rivincita. Dove stavamo vincendo, nel
Trentino, con Garibaldi e il generale Medici che si erano aperta la via verso
Trento, dovemmo fermarci e tornare indietro:
l’accordo con Bismarck era per il solo Veneto, che fu comunque dato a
Napoleone III, sempre immischiato nelle cose d’Italia, il quale lo girò a noi;
una procedura deprimente e offensiva, che sembrava fatta apposta per umiliarci.
I pesanti giudizi moralmente
negativi e il dileggio contro gli italiani rafforzavano negli interventisti il
desiderio di rivalsa, quella che era la componente del riscatto morale, l’istanza
“etica” del Risorgimento, introdotta nella cultura italiana dall’Alfieri: nella
sua autobiografia racconta quanto lo angustiasse, a contatto con gli stranieri,
soprattutto inglesi, scoprire che l’italiano era un popolo disprezzato e servo[27].
Ora si trattava di
portar finalmente a termine l’opera di quasi un secolo di lotte contro il
nostro nemico ereditario, dimostrando la falsità delle accuse, purificando la
tempra di tutto il popolo italiano nel crogiuolo che si annunciava. La guerra, da questo punto di vista,
diventava l’occasione del nostro riscatto morale contro il nemico che da più di
tre secoli ci occupava e opprimeva:
l’Asburgo, prima spagnolo e austriaco, poi spagnolo, infine solo
austriaco, ora austro-ungarico, con tutto il corteo dei popoli slavi a noi
ostili, serbi, croati, sloveni, bosniaci mussulmani e non. Anche per noi, come per gli austriaci, la guerra contro l’Austria era “la nostra
guerra” mentre nessuna vera ostilità si provava contro la Germania, con
l’eccezione degli interventisti “democratici” e “rivoluzionari”[28].
Come si può facilmente
intuire, il prof. de Mattei non è d’accordo sull’esistenza di questa esigenza
di riscatto all’origine del Risorgimento, un tema cui ho dedicato un saggio ad
hoc, da lui menzionato solo di sfuggita, in chiave critica. Ma su quest’importante aspetto spero di poter
ritornare in futuro: se non si comprende
l’istanza di riscatto morale che animava le élites intellettuali italiane del
tempo, non si comprende il Risorgimento[29].
Torniamo alle vicende del mancato accordo con
la Duplice monarchia per restare neutrali.
Mi riferisco all’offerta austriaca dell’8 marzo 1915: parte consistente del Trentino e rettifiche
sull’Isonzo, ma solo alla conclusione “positiva” della guerra. Gli italiani, abbiamo visto, insistevano per
una cessione immediata, cosa che non fu concessa e fece fallire la
trattativa. Questa nostra ostinazione è
stata in genere intesa come dettata dalla malafede: si trattava di prender tempo per far maturare
la ben più sostanziosa trattativa sottobanco in corso con gli inglesi. A mio
avviso, tuttavia, una simile interpretazione dà per scontata la malafede di
Sonnino e Salandra, presidente del consiglio, il che non mi sembra corretto,
sul piano dell’interpretazione storica.
Con gli inglesi non
c’era ancora niente di concreto. Avere
gran parte del Trentino, qualche rettifica lungo l’Isonzo e forse qualche altra
cosa in Albania senza sparare un colpo e senza perdere un solo soldato, era
sicuramente un buon affare. L’Intesa
cioè l’Inghilterra ci avrebbe offerto molto di più, tanto non era roba
sua. Ma dovevamo sudare sangue, è il
caso di dire, per averla, dovevamo entrare in quella terribile guerra. Il fatto che gli italiani abbiano insistito
sull’immediata cessione, non dimostra che consideravano il tutto un buon
affare? Se gli austriaci avessero
concesso di colpo tutto subito, gli italiani avrebbero accettato, dopo tanto
insistere. Ma, a prescindere da quello
che avrebbero potuto fare o non fare gli italiani, il fatto che l’offerta
austriaca fosse solo per la fine “positiva” della guerra, non rendeva l’offerta
stessa aleatoria e quindi “incerta”, come scrisse poi Sonnino? Ragioniamo.
Se l’Austria, restando
l’Italia neutrale, avesse perso alla fine la guerra, forse che l’Italia avrebbe
potuto prendersi il Trentino e altre aree a suo piacimento? E chi l’ha detto? Intanto, come l’avrebbe persa la guerra
l’Austria? Disfatta totale o sconfitta
parziale, pace di compromesso?
Sopravvivendo ad una sconfitta l’Austria non ci avrebbe dato niente; nel
caso di una sua disfatta, il destino del Trentino e in genere dei suoi
territori sarebbe stato deciso dalle potenze vittoriose. Ai cui Diktat un’Italia neutrale avrebbe
dovuto sicuramente piegarsi. E chi ha
detto che ci avrebbero dato il Trentino o qualsiasi altro territorio a questo
punto ex-austriaco?
Se la guerra l’Austria
l’avesse vinta, allora non ci sarebbero stati problemi? Ma ne siamo sicuri? Come sarebbe uscita da una guerra pur
vittoriosa? Se a brandelli, certo poco
incline ad onorare la cessione del Trentino. Il comportamento ambiguo e malfido di Vienna
nei nostri confronti (sostanzialmente sleale) durante la crisi provocata dal
crimine di Sarajevo non era fatto per non guardare con sospetto la dilazione a
dopo l’ipotetica vittoria della promessa cessione del Trentino. Insomma, la
cessione differita a dopo l’eventuale vittoria rendeva la proposta austriaca
ambigua e poco credibile, nonché sospetta di malafede.
“Si può dire che il
governo italiano ha sbagliato, che ha assunto atteggiamenti ambigui, che ha
simulato e fatto un doppio gioco – come abbiamo noi stessi più volte
mostrato. Ma che tutto questo sia
qualificabile come “tradimento” in senso moralmente squalificante è una
deduzione impropria sul piano politico e diplomatico. Anche perché ci sono atteggiamenti del tutto
analoghi da parte austriaca. Non è
infatti certamente la lealtà verso l’alleato italiano quella che guida la
politica di Vienna tra il luglio del 1914 e il maggio 1915, ma uno stretto
calcolo di interessi che pretende dall’Italia un’attiva fedeltà alla Triplice
Alleanza, senza dare in cambio i vantaggi che stanno veramente a cuore a
Roma. Per Vienna l’Italia è sin
dall’inizio della crisi del luglio 1914 un’alleata fastidiosa e infida che non
va informata sulle proprie intenzioni, che va tenuta buona con vaghe promesse e
velate minacce e infine, sotto crescente pericolo, comperata con l’offerta di
alcune compensazioni. Non siamo quindi
davanti ad un esempio di “fedeltà all’alleanza” cui l’Italia risponde con il “tradimento””[30].
Se Vienna non voleva
cederci niente, il modo migliore per conseguire lo scopo non era proprio quello
di proporre un accordo ad esecuzione differita, e per un tempo fatalmente
indefinito perché lasciato all’imponderabile esito della guerra? L’analisi dei fatti, sulla base della ricostruzione
del prof. Rusconi, dimostra senza ombra di dubbio, che ci sono state anche
pesanti responsabilità austriache nel fallimento delle trattative. La
dirigenza austriaca non voleva cedere territori dell’impero, ereditari, per non
creare precedenti pericolosi per tutti gli altri popoli governati. Preoccupazione del tutto legittima. Ma essa non capì l’importanza della
neutralità dell’Italia, in quel particolare frangente; sottovalutò
completamente l’Italia, nazione che disprezzava, forte dei ricordi delle
vittorie relativamente facili del 1848-49 e del 1866. In ogni caso, condanne senza appello come
quelle di Antonio Socci, che, sintetizzando con linguaggio giornalisticamente
tagliente le pagine di de Mattei, rappresentano la dirigenza italiana che ci
portò in guerra come composta di pazzi criminali perché avrebbe già potuto
soddisfare tutte le nostre “legittime” aspirazioni senza combattere, non corrispondono ai fatti e creano inaccettabili leggende.
Per la verità la
responsabilità di questa “leggenda nera” non è tutta di Socci. Il prof. de Mattei riporta alcune citazioni di
autori stranieri che fustigano la sprediudicata politica di Sonnino e Salandra,
asserendo per l’appunto che Vienna era alla fine disposta a farci le
concessioni ben note: l’Austria “cede
l’insieme del Tirolo di lingua italiana e Gradisca, Trieste diventerà un porto
franco e ospiterà un’università italiana: l’Austria-Ungheria rinuncerà
all’Albania, lasciando il campo libero all’Italia,..”[31].
Ma, il prof. de Mattei, al pari degli autori da lui citati, dimentica di
precisare i due elementi essenziali messi in rilievo da Rusconi e da me
riportati : 1. che le cessioni di
territorio sarebbero avvenute solo a guerra finita, se vinta
dall’Austria-Ungheria; 2. Che la concessione più ampia, quella citata
da de Mattei, fu fatta dopo la nostra denuncia della Triplice, quando la nostra
adesione all’Intesa era cosa fatta e di pubblico dominio, il che ci rendeva del
tutto impossibile accettarla.
Mancando queste
precisazioni, l’atteggiamento di Salandra e Sonnino appare senz’altro più grave
di quanto non sia stato mentre, nello stesso tempo, si tacciono le ambiguità e
la sprezzante riluttanza di Vienna a farci anche modeste ma effettive
concessioni per garantirsi la nostra neutralità.
2. La neutralità, una scelta solo apparentemente
facile e sicura.
La Vulgata che
condanna in modo unilaterale la nostra entrata nella Grande Guerra, ha dietro
di sè, io credo, un retroterra costituito da una rappresentazione utopistica,
per non dire idilliaca, dello stato di neutralità che l’Italia si era procurato
all’inizio delle ostilità. Se fossimo
rimasti neutrali, ho sentito dire tante volte, avremmo potuto ingrassarci con
la neutralità, trafficando e prosperando mentre le grandi potenze si scannavano
tra di loro. Il prof. de Mattei cita un
autore che si sofferma su tutto quello che avrebbero potuto essere per il Paese
le centinaia di migliaia di caduti italiani della guerra.
“Non era più conforme
al bene comune che migliaia di giovani italiani, invece che immolarsi per
“liberare” gl’italiani sudditi asburgici, continuassero a vivere, a formare o
ad allargare famiglie, a incrementare con il lavoro e ingegno il benessere del
Paese?”[32].
Certo, chi non si
immalinconisce e non si rattrista al pensiero di tante giovani vite strappate
dalla guerra al bene comune del Paese?
Ma giocare su immagini del genere mi sembra un facile ricorrere alla
retorica dei sentimenti. Oggi, il “sentimento” è soprattutto sentimentalismo
umanitario per principio contrario all’idea stessa di una Patria comune,
che va mantenuta anche a costo di grandi sacrifici, compreso quello della vita.
In passato, quando c’era ancora
patriottismo, il gran numero dei caduti nella Grande Guerra intimoriva ma nello
stesso tempo ispirava sentimenti di rispetto e ammirazione per il sacrificio di
chi era morto nel fiore degli anni nel compimento di un aspro dovere per la
salvezza e la grandezza della Patria.
Tornando alla
neutralità. Più pertinente, a mio avviso, sarebbe cercare di rispondere a questa
domanda: le grandi potenze ce
l’avrebbero consentito il mantenimento della neutralità? Tutti questi ragionamenti contro l’entrata in
guerra sembrano partire dal presupposto che l’Italia potesse operare sulla
scena internazionale in modo libero e indipendente. Ma quando mai una potenza di second’ordine ha
potuto agire, in politica estera, e in una certa misura anche interna, in modo
indipendente dalle grandi potenze del momento?
Mai.
Nel mio saggio
opponevo i seguenti argomenti, volti a dimostrare il carattere niente affatto
scontato e facile della neutralità ed anche i suoi aspetti negativi.
L’Italia non è la
Svizzera. La neutralità, annotava
Guicciardini, ti garantisce solo se sei più forte dei contendenti (o, aggiungo,
se tutti i contendenti sono d’accordo nel mantenerti una neutralità già
riconosciuta da tutti, come nel caso della Svizzera, la cui posizione è
strategicamente irrilevante nello scacchiere europeo odierno e il suo sistema
bancario fa comodo a tutti). Altrimenti,
chi vince (ma anche chi perde) ti fa poi pagare a caro prezzo la tua
neutralità.
“La neutralità nelle
guerre d’altri è buona a chi è potente in modo che non ha da temere di quello
di loro che resterà superiore, perché si conserva senza travaglio e può sperare
guadagno de’ disordini d’altri: fuora di
questo è inconsiderata e dannosa, perché si resta in preda del vincitore e del
vinto. E peggiore di tutte è quella che
si fa non per giudicio ma per irresoluzione:
cioè, non ti risolvendo se vuoi essere neutrale o no, ti governi in modo
che non satisfai anche a chi per allora si contenterebbe che tu lo asscurassi
di essere neutrale”[33].
Nelle giornate
convulse che portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la neutralità
fu per noi una scelta obbligata.
Tuttavia, circa la possibilità di mantenerla, la neutralità, per una
potenza debole e di rango inferiore, valga l’esempio della Grecia durante la
Prima Guerra mondiale. Governata da una
dinastia di origine tedesca, si era dichiarata neutrale e voleva restar tale ma
i franco-britannici il 15 ottobre 1915, violandone apertamente la dichiarata
neutralità, occuparono di loro iniziativa con 13.000 uomini Salonicco, città
cosmopolita, da poco acquisita dagli ottomani.
Era un porto di grande importanza strategica per sostenere il fragile
fronte balcanico. Gli Alleati furono
chiamati da Eleftherios Venizelos, primo ministro e capo del partito liberale
ellenico. Cominciò un braccio di ferro
tra il re e il suo primo ministro, che si dimise. Ma per la Grecia si iniziò un
periodo torbido. Gli Alleati favorirono la nascita (a Salonicco) di un governo
interventista con a capo Venizelos, accanto a quello ateniese leg-ittimo, che
dovette alla fine cedere il passo, dopo una serie di ultimatum dei
franco-britannici, efficacemente sorretti da un blocco navale che condusse la
popolazione della Grecia meridionale praticamente alla fame. Il re Costantino I abdicò nell’estate del
1917 in favore del figlio Alessandro, che era per l’Intesa. Venizelos divenne il capo del governo, ad
Atene. Egli impegnò il Paese negli
ultimi diciotto mesi della Grande Guerra, soprattutto per il desiderio di veder
finalmente crollare l’impero ottomano e acquisirne l’Anatolia occidentale e
Smirne. Ottenne la Tracia occidentale ma
nulla ottenne con il piano più vasto perché l’invasione dell’Anatolia, appena
cessata la Grande Guerra, finì in un disastro per i greci e le comunità cristiane ivi ancora presenti,
soprattutto sulle coste[34]. Il Regno Unito per farci desistere dalla
neutralità e costringerci a schierarci dalla sua parte, aveva a disposizione lo
strumento del blocco navale, che ci avrebbe affamato, strumento, a quanto ne
so, non utilizzato o minacciato nel 1914-15 contro di noi. Diverso fu il comportamento britannico nel
1939-40, durante la “non-belligeranza” mussoliniana, quando sequestravano le
navi italiane che importavano carbone dalla Germania, per “ispezionarle”,
dicevano, creandoci un notevole danno e spingendo vieppiù Mussolini allo
sciagurato intervento del giugno del 1940.
Il dilemma dei governanti
italiani, una volta dichiarata la neutralità, era di questo tipo: 1. Se
vinceranno gli austro-tedeschi, ci castigheranno duramente per lo strappo della
neutralità, interpretato da loro come un tradimento. La fazione legittimista e oltranzista, dotata
di largo séguito nel Paese, imbaldanzita dalla vittoria, ne approfitterà per
imporre di nuovo la divisione dell’Italia e ristabilire il potere temporale dei
Papi, così com’era prima dell’unificazione.
2. Rimanendo neutrali, anche una
vittoria dell’Intesa si presentava carica di incognite: i vincitori avrebbero sicuramente imposto la
loro volontà a tutto il mondo, neutrali compresi. In particolare erano da temere i francesi,
ostilissimi non meno degli austriaci all’unità d’Italia, che non era mai rientrata
nei loro piani, realizzatasi per un concorso di circostanze sfuggite di mano,
audacemente sfruttate da Cavour e Vittorio Emanauele II.
L’Italia, per dirla
parafrasando Guicciardini, “non ci ha amici”.
Innanzitutto a causa della sua posizione geografica, che ne fa un
crocevia strategico imprescindibile per vaste aree, balcaniche, mediterranee,
africane – terreno di conquista per le grandi potenze. Poi perché è un piccolo Stato, destinato ad
essere una potenza medio-piccola e i rapporti di forza sono quelli che
sono: ci condannano ad un ruolo che per
gli altri dovrebbe esser sempre subalterno, e dovremmo esser noi a batterci per
imporre pari dignità di trattamento.
Infine, per la scarsa considerazione di cui gode, sul piano generale del
rispetto, di quella che Machiavelli chiamava reputazione, cosa della
quale siamo responsabili anche noi italiani, sempre intenti a mettere in piazza
i nostri difetti, veri e presunti, dimostrando in tal modo di non avere il
senso dell’onore e della dignità come popolo e come nazione e di essere afflitti
da notevoli complessi d’inferiorità.
Si è diffusa oggi la
moda di rimpiangere l’Italia pre-unitaria poiché si ritiene che l’esser divisi,
deboli, disarmati e pacifici verso il resto del mondo, votati alla neutralità,
ci abbia tenuto al riparo da guerre e guerricciole altrui, garantendoci di sopravvivere
in una supposta Arcadia immune dai mali del progresso, amorevolmente tutelati
dal “paternalismo” pontificio, borbonico, granducale e ducale… La storia d’Italia
dovrebbe esser intesa come ”…storia dell’Italia cattolica, profondamente
segnata dalla presenza dello Stato della Chiesa che – all’osservatore attento
non potrà sfuggire – per l’assenza di obbiettivi di potere e di conquista e per il suo prestigio internazionale, ha
garantito ai suoi abitanti più di mille anni di pace”[35].
Affermazioni veramente
singolari, a mio modesto avviso. Prescindiamo dalle aspirazioni dei Papi ad
espandersi in Italia usando anche la forza: ad esempio, per lungo tempo
mirarono al Ducato di Benevento e ad un certo punto un Papa (Leone IX) scese in campo alla guida di una raccogliticcia
coalizione per sconfiggere i troppo intraprendenti mercenari normanni ma fu
rapidamente disfatto da questi ultimi e fatto prigioniero (battaglia di Civita,
1053). Prescindiamo dal lungo caos nel quale caddero gli Stati della Chiesa
durante la “Cattività avignonese del papato”, lasciati in mano ad esosi ed
avidi governatori francesi, odiatissimi dalla popolazione. Prescindiamo
dall’orrore apocalittico del Sacco di Roma del 1527, crudele sigillo di una politica
temporale infarcita d’errori e mal riposte ambizioni, le cui devastanti
conseguenze durarono per generazioni nel vivere civile, mentre si ridusse
praticamente a zero la capacità del papato di agire come attore politico
indipendente nella politica europea.
Limitiamoci agli
ultimi tre secoli del potere temporale. Oltre alle varie campagne condotte ad
intervalli in Italia nel Seicento da francesi e spagnoli con leve locali al
seguito, bisogna ricordare che nelle guerre di successione dinastica
verificatesi in Europa nella prima metà del Settecento, eserciti austriaci,
francesi, spagnoli, con i piemontesi saltuariamente presenti, si affrontarono
ripetutamente nel Bel Paese, violando allegramente e impunemente anche
l’imbelle neutralità dello Stato Pontificio, della Repubblica di Venezia, di
quella di Genova, i più antichi Stati della penisola, ridotti da tempo ad
autentiche larve.
Gravi furono all’epoca
le angustie e i tormenti delle disgraziate popolazioni italiane, del tutto
indifese, vittime di ogni sorta di requisizioni, soprusi, distruzioni e
violenze. Durante la guerra di successione austriaca, combattuta ampiamente
anche in Italia tra il 1742 e il 1745, il Papa allora regnante, Benedetto XIV,
disse, ad un certo punto, che i suoi Stati gli parevano “in verità ridotti
all’esterminio” da spagnoli e austriaci.
Disse anche che, “fra le idee che a volte ci girano in testa vi è anche
quella di comporre un trattato De martirio per neutralitatem”[36].
[1]
Paolo Pasqualucci, Infelix Austria, cit., pp. 7-9.
[2]
Ci fu una chiara direttiva di Francesco Giuseppe nel Consiglio dei Ministri
tenutosi a Vienna il 12 novembre 1866, che risulta da un verbale intitolato
“Misure contro l’elemento italiano in alcune regioni della Corona”, per
favorire l’avanzata dell’elemento slavo a nostro danno in Dalmazia, Istria e al
confine giulio nonché la germanizzazione della valle dell’Adige e del Trentino
(riportato in M. Toscano, Il negoziato di Londra del 1915, in «Nuova Antologia», novembre 1967, p.
318).
[3]
Roberto de Mattei, Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci,
Solfanelli, Chieti, 2024, pp. 100; p. 11. Il testo contiene in appendice l’articolo nel
quale si trova l’impostazione da me criticata, apparso su ‘Corrispondenza
romana’ del 19 dicembre 2018: “Tutto
crolla, il centro non regge più”, pp. 91-95. Il titolo riproduce una frase del poeta
irlandese William B. Yeats.
[4]
Giovanni Gentile, Politica e cultura, vol. II, a cura di Hervé A.
Cavallera, in G. Gentile, Opere complete, XLVI, Le Lettere, Firenze,
1991, pp. 488-489. Il volume raccoglie
numerosi scritti brevi del filosofo, anche d’occasione. Grassetti miei.
[5]
Roberto de Mattei, Infelix Austria? pp. 44-45 e cap. II, p. 47 ss. Secondo Mola, la massoneria italiana era
divisa sull’intervento, nonostante l’atteggiamento decisamente interventista
del Grande Oriente d’Italia. Fra i circa
trecento deputati che appoggiarono il vano tentativo in extremis giolittiano
per impedire la nostra entrata in guerra, c’erano anche diversi autorevoli
massoni. Mola fornisce dodici nomi
nonché le testimonianze di altri massoni contrari alla guerra e avversi alla
massoneria francese, accusata di istigare in vari modi gli interventisti (Aldo
A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani,
Milano, 19933, pp. 412-415. I
deputati massoni sarebbero stati 90 su quasi 500, secondo una stima non
ufficiale; op. cit. p. 414).
[6]
Roberto de Mattei, L’Action Française
e la Controrivoluzione, in Omaggio a Charles Maurras nel XX
anniversasrio della morte, a cura di Roberto de Mattei e Francesco
Perfetti, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1972, pp. 5-29; p. 25.
[7]
De Mattei, Infelix Austria?, pp.
48-49. La dissoluzione della
monarchia danubiana sembra comunque esser stata fra gli scopi di guerra
impliciti dei russi. Nelle discussioni
private che si ebbero tra alti esponenti francesi e russi nell’inverno del
’14-15, troviamo: “La Francia, dice
Delcassé, ambasciatore francese a san Pietroburgo, in un colloquio con lo zar,
non vuole solo recuperare l’Alsazia-Lorena, essa auspica anche la distruzione
dell’impero tedesco. La Russia, da parte
sua, vorrebbe ottenere una parte della Prussia Orientale, la Poznania, la
Galizia, il Nord della Bucovina; spera di regolare a proprio vantaggio la
questione dei distretti ottomani; dà per scontato lo smembramento
dell’Austria-Ungheria” (Pierre Renouvin, La prima guerra mondiale, tr.
it. di -Maria Grazia Saulini, Newton Compton, Roma, 1994, p. 31). Non bisogna dimenticare che per gli inglesi,
e lo dissero pubblicamente, la monarchia danubiana era stata negli ultimi due
secoli “la sentinella austriaca” che aveva impedito ai russi di dilagare nei
Balcani.
[8]
Gian Enrico Rusconi, L’azzardo del 1915.
Come l’Italia decide la sua guerra, il Mulino, Bologna, 2005, p. 12.
[9]
Op. cit., p. 24, n. 6.
[10]
L’ultimatum constava di dieci punti. Esso richiedeva ai serbi in tono
perentorio una serie di misure (anche penali) contro le organizzazioni serbe
antiasburgiche, legate in qualche modo a certi circoli di Belgrado, compresi
arresti e soppressioni; una “purga”
degli elementi antiasburgici nell’amministrazione pubblica e nella scuola serbe
e la fine della loro propaganda; l’accettazione e la messa in atto delle misure
pretese da Vienna entro 48 ore dall’ultimatum stesso e l’impegno a formare una
commissione mista serbo-asburgica per le
indagini sulla cospirazione contro la vita dell’Arciduca; la partecipazione di
funzionari asburgici ai procedimenti giudiziari relativi al crimine di Sarajevo,
con la possibilità di condurre indagini giudiziarie in Serbia. I serbi dissero che potevano accettare tutto
tranne quest’ultimo punto, lesivo della loro sovranità; respinsero pertanto
l’ultimatum e il 25 luglio ordinarono la mobilitazione generale, aspettandosi
una dichiarazione di guerra da parte asburgica, che puntualmente arrivò, dopo
tre giorni.
[11]
Gianpaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX
secolo. Vita di Antonino di San Giuliano
(1852-1914), Rubbettino, 2007, p. 843 ss.;
Rusconi, op. cit., p. 91; Basil
H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale. 1914-1918, tr. it. di
Vittorio Ghinelli, BUR Rizzoli, 2013, p. 599.
[12] Douglas
Newton, The Darkest Days. The Truth
Behind Britain’s Rush to War, 1914, Verso, London-New York, 2015, p.
279: “In the same spirit [attaccare le
colonie tedesche e trovare alleati] the full Cabinet that at 11.30 a.m.
discussed widening the war. ‘Can we buy
Italy?’ Harcourt speculated in his notes:
‘Tell them if they go in with us they can have our help on the Adriatic
coast against Austria’…”. Il visconte
Lewis Harcourt, del partito liberale, era segretario di Stato alle colonie
nell’esecutivo britannico di allora.
[13]
Arthur J. May, La monarchia asburgica. 1867-1914, tr. it. Maria Lida Bonaguidi Paradisi, il
Mulino, 1991, p. 552. Solo il primo
volume, il più importante, è stato tradotto in Italiano.
[14]
Rusconi, op. cit., p. 95. Per i
dirigenti austro-ungarici eravamo sempre una nazione di gelatai e suonatori di
organetto, da tenere a posto con l’uso della forza.
[15]
Op. cit., p. 120.
[16]
Rusconi, op. cit., p. 120. Le
compensazioni in Albania era comunque malviste dagli austriaci: noi volevamo Valona, richiesta da loro
giudicata eccessiva, dandoci essa il controllo dell’accesso all’Adriatico.
[17]
Rusconi, op. cit., pp. 125-126.
[18]
Op. cit., pp. 129-130.
[19]
Op. cit., p. 132.
[20]
Op. cit., pp. 128-129; p. 146, nota n. 22.
[21]
Nel suo saggio Infelix Austria?, il prof. de Mattei scrive che, il
Patto, da noi firmato quando eravamo ancora formalmente alleati degli Imperi
centrali: “rimase segreto sino al
febbraio 1917” (op. cit., p. 37). In
realtà, come si è visto, l’esistenza del patto, che rivelava il nostro
rovesciamento delle alleanze, fu resa nota di sorpresa (a Parigi) dall’ambasciatore
francese a Roma. Se non erro, rimase
segreto il contenuto specificio degli accordi, rivelato dai bolscevichi in un
libro bianco da loro pubblicato dopo la presa del potere, avendo reperito la documentazione
negli archivi zaristi.
[22]
Op. cit., p. 137.
[23]
Op. cit., p. 146, nota n. 27.
[24]
Op. cit., p. 141.
[25]
Franco Bandini, Il Piave mormorava.
Dopo cinquant’anni la verità sulla Grande Guerra, Longanesi, Milano,
1965, p. 45; Basil H. Liddell Hart, op.
cit., pp. 181-185.
[26]
Op. cit., p. 50. Dichiarazione del
novembre 1906 al Reichstag di von Bülow
quando era Cancelliere.
[27]
Vittorio Alfieri, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da lui stesso –
vol. I, Roma, per Giovanni Poggioli,
1811. Alfieri, nato da nobile famiglia
agiata il 17 gennaio 1749, era stato educato in francese e non conosceva
l’italiano. Quando cominciò a visitare
l’Italia da giovane, con una guida adulta, si esprimeva in francese, lingua che
poi prese a odiare. A Livorno si mise a
studiare l’inglese e inizialmente non voleva saperne di ciò che era
italiano: “Avendo per più di due anni
vissuto con Inglesi; sentendo per tutto magnificare la loro potenza e ricchezza;
vedendo la loro grande influenza politica e, per l’altra parte, vedendo
l’Italia tutta esser morta; gl’Italiani divisi, deboli, avviliti, e servi; io grandemente mi vergognava d’essere, e di
parere, italiano, e nulla delle cose loro non voleva nè praticar, nè sapere”
(op. cit., p. 110).
[28]
Nella lettera personale che scrisse al Kaiser Guglielmo II chiedendo l’aiuto tedesco
per una offensiva di alleggerimento sul fronte italiano (che si sarebbe attuata
a Caporetto), necessaria date le precarie condizioni nelle quali era ridotto
l’imperial-regio, dopo l’ultima offensiva di Cadorna, contenuta a fatica,
l’imperatore Carlo scrisse: “Tutto il
nostro esercito definisce la guerra contro l’Italia “la nostra guerra”. Ciascun ufficiale nutre in petto sin dai suoi
giovani anni l’ardente desiderio, trasmessogli dai padri, di combattere contro
il nostro nemico ancestrale”(Per il testo della lettera: Ronald W. Hanks, Il tramonto di
un’istituzione. L’armata austro-ungarica in Italia (1918), Mursia, Milano,
1994, p. 37).
[29]
Vedi: Infelix Austria?, p.
44. Il saggio criticato è: Paolo Pasqualucci, Unita e cattolica.
L’istanza etica del Risorgimento e il Rinnovamento dell’Unità d’Italia, con
Introduzione di Giuseppe Parlato, Fondazione Ugo Spirito e Renzo De
Felice, Nuova Cultura, Roma, 2013, pp. 100.
[30]
Rusconi, op. cit., p. 189.
[31]
De Mattei, Infelix Austria?, pp.
37-38.
[32]
De Mattei, Infelix Austria?, pp. 43-44.
[33]
Francesco Guicciardini, Ricordi.
Serie C, in ID., Opere
di Francesco Guicciardini, vol. I, a cura di Emanuella Lugnani
Scarano, UTET, 1970, pp. 747-748.
[34]
Sul punto: Robert Gerwarth, The
Vanquished. Why the First World War
failed to end, 1917-1923, Penguin Books, 2017, cap. 15, pp. 227-247. Ci furono spaventosi massacri reciproci, i
peggiori quelli fatti dai turchi anche se sembra sia stato l’esercito greco a
cominciare. Il Trattato di Losanna del
30 gennaio 1923 stabilì che 1.200.000 cristiani ortodossi dovevano trasferirsi
in Grecia dall’Anatolia, mentre tutti i 400.000 mussulmani greci avrebbero
dovuto fare il cammino inverso (op. cit. pp. 243-247).
[35]
Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere. Liberali e massoni contro la Chiesa, con Prefazione
di Rocco Buttiglione e Postfazione di Franco Cardini, Edizioni Ares,
Milano, 1998, p. 107. Grassetti miei.
[36] Paolo Pasqualucci, Infelix Austria, pp. 22-31, con le fonti ivi citate.
Comments
Post a Comment