Polemiche : Disputa con il prof. Roberto de Mattei sul "mito asburgico" -- 1

  

 

Disputa con il prof. Roberto de Mattei sul “mito asburgico”  --  1

 

 Sul blog del prof. Roberto de Mattei, “Corrispondenza romana”, il 15 dicembre 2025, è apparso un articolo del giornalista e saggista Antonio Socci,  intitolato “Cosa Sarajevo ci insegna sull’Ucraina”, ripreso dal sito ‘Libero quotidiano’.  Prendendo spunto da una frase di Trump “detta alla Ue, all’Ucraina e alla Russia – Basta con questi giochetti:  vi ritroverete nella terza guerra mondiale.  Non vogliamo che succeda”, Socci fa un parallelo con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale provocato dall’uccisione a Sarajevo, in Bosnia, il 28 giugno 1914, dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono austriaco, e della moglie, entrambi in visita ufficiale, esecutori terroristi serbi irredentisti legati ad elementi estremisti dei servizi segreti di Belgrado. Il conflitto russo-ucraino da intendersi, quindi, come possibile detonatore di un conflitto europeo su larga scala e addirittura mondiale? La situazione odierna è alquanto diversa rispetto al 1914 ma il pericolo c’è, naturalmente; ne siamo tutti consapevoli e speriamo tutti che si possa arrivare finalmente ad una pace dignitosa e duratura.

A sostegno della sua tesi, l’articolo si sofferma (in modo in verità molto sintetico) sull’origine della Grande Guerra, come è stata tradizionalmente chiamata, e nel far ciò si basa su un libro di Roberto de Mattei, intitolato Infelix Austria?, espressamente citato nel testo.  Questo titolo è tuttavia riportato in modo incompleto.  L’intero titolo è:  Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti, 2024, pp. 100.  Si tratta di un saggio nel quale l’autore replica – nella forma di una “risposta amichevole” – ad un mio precedente saggio, intitolato:  Infelix Austria.  Una critica del “mito asburgico”, versione cattolica, Solfanelli, 2022, pp. 162.

Mi sento dunque chiamato in causa, anche se indirettamente.

Infatti, nell’articolo Socci scrive:  “

“Terzo insegnamento che riguarda l’Italia:  il nostro Paese, nel 1914, quando iniziò la guerra, scelse la neutralità.  Era contraria la maggioranza degli italiani e del Parlamento che aveva il suo leader in Giovanni Giolitti contro cui fu montata una dura campagna di stampa.  Nonostante la maggioranza del Parlamento fosse neutralista, di fatto il governo ottenne un voto con cui portò l’Italia in guerra nel maggio 1915.  Una certa, qualificata storiografia, valuta quella scelta come “un atto di follia”.  Anche perché l’Austria, per convincere l’Italia a restare neutrale, si era già impegnata a concedere “compensi territoriali che corrispondevano pienamente ai suoi legittimi interessi” (De Mattei).  Ma il governo disse no e alla fine “conquistammo” con 600 mila morti e immense distruzioni (anche civili perché arrivò il fascismo) quello che avremmo potuto ottenere restandone fuori.  Fra l’altro se nel 1914 si potevano illudere, nel 1915 era già chiaro che si trattava di un conflitto enormemente sanguinoso e lungo…”.

A parte il singolare accenno al fascismo, il testo riassume argomenti usati dal prof. de Mattei in polemica con me, che avevo scritto esser l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa l’unica scelta possibile rimasta se volevamo completare l’unificazione nazionale e giungere alle nostre frontiere naturali sull’intero arco alpino, aspirazione in sè perfettamente legittima, evitando nello stesso tempo una neutralità gravida di incognite. Austriaci e ungheresi, messi sotto pressione per mesi dai tedeschi e dal Vaticano, in cambio del mantenimento della nostra neutralità avevano ad un certo punto proposto di concederci una parte apprezzabile del Trentino, ma in modo ambiguo e incerto perché la cessione concreta si sarebbe avuta solo dopo “l’esito positivo della guerra”, avvenimento di per sè del tutto aleatorio.   

 

Dopo l’articolo di Socci, mi corre l’obbligo morale di rispondere pubblicamente ai rilievi dell’illustre storico del Concilio.  Il tema centrale del mio saggio, dal titolo (Infelix Austria) volutamente provocatorio, era la decadenza della classe dirigente dell’Austria-Ungheria, emersa alla fine proprio nella crisi che portò alla Grande Guerra e anche durante quest’ultima, nella forma per esempio di una ricorrente mancanza di lucidità in certe scelte essenziali.

A scanso di equivoci, faccio presente che nella Premessa del mio saggio ricordavo i passati, grandi meriti storici della Duplice Monarchia: 

“Essa fu indubbiamente una notevole e prestigiosa realizzazione statale.  Notevole e anche gloriosa, se pensiamo ai due grandi assedi sostenuti da Vienna contro i formidabili eserciti turchi nel 1529 e nel 1683; alle successive, sanguinose e vittoriose guerre contro i medesimi, per la difesa dell’Europa e della religione cristiana; alla difesa culturale ma anche armata contro la devastante ed eversiva eresia protestante e contro il posteriore “pericolo slavo”, rappresentato soprattutto dalla Russia imperiale e scismatica, pretesa “Terza Roma”, sempre ostile alla vera Roma cristiana, quella cattolica;  alla creazione, con la Mitteleuropa, di una realtà sociale e culturale altamente civile ed evoluta, dotata di un suo caratteristico stile, capace di far progredire e convivere per quasi quattro secoli popoli non solo diversi ma persino ostili tra loro.

Marx e Engels, commentando le rivoluzioni del 1848 e la dura repressione che ne era seguita, scrivevano con ingiustificato disprezzo che gli unici prodotti della civiltà austriaca erano il funzionario e il militare (di un Haydin, di un Mozart, nulla sembravano sapere).  In effetti, un impero multietnico (ma ogni impero lo è, a ben vedere) poteva reggersi solo sulla fedeltà assoluta alla dinastia regnante, impersonata dalla figura del monarca.  Questa fedeltà, che si esprimeva nel culto minuzioso (ed anche eccessivo) del protocollo, dell’etichetta, della gerarchia, delle cerimonie, delle festività religiose e militari, costituiva in ogni caso il vero patriottismo di quella monarchia, trascendente la dimensione territoriale e politica in senso stretto:  un’Austria dello spirito – come è stato detto – le cui istituzioni non potevano non essere sovranazionali, come appunto lo erano la burocrazia e l’esercito, i due pilastri di quello Stato (e di ogni Stato, anche se non in quella misura).  E come lo era la Chiesa cattolica, altro pilastro fondamentale, anche se i preti di questa o quella etnìa a volte tendevano a foraggiarne il patriottismo in senso esclusivistico, alimentando odi e tensioni.

Ma un conto è la giusta rivalutazione storica (contro i pregiudizi anticattolici e gli odi politici di un tempo) dei non pochi meriti della plurisecolare monarchia danubiana;  altro conto lasciarsi andare a sopravvalutazioni ed esaltazioni che tendono a sfociare nel mito, con il risultato di proporre modelli del tutto irripetibili ed illusori per la rinascita di uno Stato autenticamente cristiano in Italia”[1].

 

Fa parte del “mito”, aggiungo, anche il passar sotto silenzio il fatto che la politica austriaca verso l’Italia è stata sempre politica di conquista; che l’Italia, durante la Restaurazione vera e propria “dipendenza austriaca”, è stata sempre vista dagli Asburgo, sia spagnoli che austriaci, come terra da dominare e sfruttare. Di certo non si sbagliavano i cattolici moderati come Cesare Balbo i quali, prima del 1848,  incitavano l’Austria ad espandersi ad Est, perché quella era la sua missione, e a trattar bene l’Italia, facendosene un’alleata nel governo dell’impero, invece di considerarla solo come una provincia da sfruttare. Nel Settecento, Vienna partecipò a due delle tre crudeli spartizioni della Polonia (1772, 1793, 1795), assieme alla Prussia e alla Russia, impossessandosi della Galizia.  Anch’essa praticò la cinica “politica di gabinetto” delle cancellerie dei monarchi europei, che, in nome della ragion di Stato e dell’interesse nazional-dinastico, si spartivano territori altrui senza tanti problemi e ricorrevano tranquillamente alle guerre. Non vorrei sbagliarmi, ma questi aspetti negativi (tipici di ogni politica di potenza) non sono mai affrontati nelle eulogie filoasburgiche dei neolegittimisti.  I quali nemmeno riflettono sulle accuse a Vienna di esercitare il metodo del “divide ed impera”, solo in parte eccessive – metodo comunque praticato contro noi italiani dopo la perdita del Veneto nel 1866[2].

Ci sarebbe poi un discorso più ampio da fare sul grave, profondo danno che la secolare rivalità tra monarchia francese ed asburgica ha rappresentato per l’Europa cattolica, incidendo negativamente anche sulla religione in quanto tale.  La rivalità era provocata dal desiderio insano di conquistare la Lombardia e dominare l’Italia e durò, possiamo dire, dall’inizio delle Guerre d’Italia nel 1494 alla fondazione del Regno d’Italia, nel 1861.  Richelieu amava dire che chi teneva Milano teneva l’Europa.  Le colpe peggiori gravano sulla Francia, i cui Re si sono alleati con gli Ottomani (dal 1536) e con i Protestanti (Guerra dei Trent’anni), al fine di colpire gli Stati di Casa d’Austria anche da Nord e da Est.  Ma è pur vero che gli Asburgo austriaci sin dagli inizi del Cinquecento hanno mirato tenacemente alla distruzione della Repubblica di Venezia, nell’ambito più ampio della loro battaglia contro i Re di Francia per il dominio della pianura padana.

    

 Quello che io chiamo un vero e proprio “mito asburgico”, ha preso piede fra i “tradizionalisti” e conservatori cattolici soprattutto dopo l’inaspettata beatificazione dell’imperatore Carlo da parte del Pontefice Giovanni Paolo II. Si è fabbricato un ritratto di maniera del Beato Carlo, attribuendogli in politica e nella conduzione della guerra uno spirito di bontà e carità cristiana, inteso solo a far finire presto la carneficina;  spirito che per la verità dai fatti non risulta, specialmente nei riguardi di noi italiani.  Cercava di mantenere una formale correttezza asburgica anche nei confronti dei nemici, che nemici restavano e andavano sconfitti anche per lui sul campo, con tutti i crudeli mezzi della guerra moderna. Fece un maldestro tentativo di pace nel 1917, che fallì completamente. Fu sordo ai ripetuti tentativi riservati anglo-americani di convincerlo ad una pace separata, tra l’altro anche per non voler mai conceder nulla agli italiani, nei confronti dei quali sembrava nutrire un vero e proprio pregiudizio.  Infine, commise il grave errore  di appoggiare nel giugno del 1918 le ultime offensive tedesche in Francia con l’ultima grande offensiva sul Piave, che si risolse in un completo insuccesso, dopo il quale gli anglo-americani rifiutarono ogni trattativa di pace, sentendosi la vittoria in pugno. Cercò quindi anche lui di vincere la guerra con un’ultima offensiva, contro il parere di diversi suoi esperti generali, dopo aver voluto assumere il comando in capo dell’ormai logoro esercito imperial-regio; compito difficile, nel quale non si dimostrò all’altezza, per l’inesperienza, l’ancor giovane età, la mancanza di genio, di personalità.  Il Beato Carlo è da tener d’esempio come monarca di integerrima vita personale, dedito alla famiglia e alla religione, pronto a pagare di persona, anche rischiando la vita sul campo di battaglia; mirante ad instaurare un tangibile nesso tra politica e morale, senso del dovere ed esercizio del potere.   Mostrò anche un’encomiabile cristiana e virile rassegnazione nella sventura e nella malattia. Ma non facciamone per l’appunto un mito, passando sotto silenzio i limiti, anche gravi, che dimostrò come politico e comandante in capo, pur riconoscendogli l’attenuante rappresentata dall’intricata situazione politico-militare che aveva ereditato, difficile da dipanare.    

 

 A causa del suo fondamento neo-legittimista e pertanto antirisorgimentale e antiitaliano, il “mito asburgico” (al pari di altri consimili, come quello dei neo-carlisti “napolitani” attuali, che ripropongono “l’impero di tutte le Spagne”) appare incompatibile con il mantenimento della nostra unità nazionale.  L’unità, a mio modesto avviso, un ritorno al vero cattolicesimo dovrebbe comunque conservarla e non distruggerla, anche se nata con un grave “difetto di fabbricazione”, come diceva Gioacchino Volpe: --- l’eccessiva rapidità della rivoluzione unitaria nei confronti del Mezzogiorno; l’aspro conflitto finale con la Chiesa, risolto poi da Mussolini, con i Patti Lateranensi del 1929. 

Se continueremo ad incrostarci nelle “autonomie” di regioni cui sono stati dati stoltamente poteri quasi sovrani, senza riuscire a realizzare un vero ed efficiente Stato federale che rafforzi l’unità, rischieremo di sparire, anche come popolo.

 Il neo-legittimismo appare incompatibile con il principio dell’unità nazionale poiché per esso il Risorgimento non avrebbe dovuto esserci ed è comunque da respingere in quanto  “versione italiana della Rivoluzione francese, non solo perché sovvertì i troni legittimi della penisola, a cominciare – anche se fu l’ultimo a cadere – da quello pontificio, ma soprattutto perché avviò il processo di secolarizzazione della società, realizzato dai due filosofi-ministri, Francesco De Sanctis (1817-1883) e Giovanni Gentile (1875-1944), che cercarono di dare una coscienza “hegeliana” alla “Nuova Italia”[3].

A parte il fatto che De Sanctis fu soprattutto uno storico della letteratura, convince assai poco metterlo sullo stesso piano di Gentile, del quale avrebbe condiviso un supposto “hegelismo”, da imporre alla coscienza della Nuova Italia. Sappiamo che, nel linguaggio degli antiunitari e neo-legittimisti il termine “hegeliano” è usato polemicamente nel senso di “fautore dello Stato etico” e quindi “totalitario”:  esso indica  una concezione della società e dello Stato tendente all’uniformità con il soffocare le libertà individuali, nonché ostile alla vera religione.   

Gentile fu ministro della pubblica istruzione nel primo governo Mussolini (1922-1923).  Attuò la famosa riforma della scuola, che rimise il Crocifisso nelle aule e l’educazione religiosa alle elementari.  Riconobbe la scuola privata  e mantenne la possibilità di dare gli esami di Stato da “privatisti” o “esterni”, cioè studiando a casa propria – possibilità spesso sfruttata in seguito da esponenti della borghesia benestante colta e antifascista.  Lasciò alla Chiesa completa libertà scolastica.  La sua riforma, se non erro, creò la figura della “libera università”, cioè dell’Università fondata e gestita da enti non statali, riconosciuta dallo Stato.   E difatti, nel 1924, l’Università cattolica di Milano, fondata come istituto privato da P. Agostino Gemelli, ebbe il riconoscimento statale come “libera università”, unitamente ad un istituto di Magistero fondato sempre a Milano dal clero locale.   

Come presidente del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, Gentile si impose ai colleghi, ai quali non piaceva che la Cattolica all’art. 1 del suo Statuto dichiarasse di ispirare il suo insegnamento ai principi cattolici.  È rimasto il biglietto con il quale il filosofo rispose a P. Gemelli, che lo invitava a presenziare all’inaugurazione degli studi, nel 1924, la cui chiusa recita:  “E confido che l’esempio di cotesta università valga a promuovere un salutare risveglio di energie private atte a coadiuvare l’attività essenziale dello Stato per la elevazione intellettuale e morale della nazione”[4].

La metafisica di Gentile era neo-idealista, non assimilabile al realismo aristotelico-tomistico.  Ma Gentile non era né anticlericale né vicino agli ideali della massoneria, come invece De Sanctis.  Si può dire che la sua riforma della scuola rompa con l’impostazione laica, se non laicista, ereditata dal liberalismo risorgimentale.

 

Tornando al neo-legittimismo, quando il prof. de Mattei scrive che la colpa del Risorgimento fu quella di aver “sovvertito i troni legittimi della penisola”, si intende che fra i troni legittimi rientra per lui anche il Lombardo-Veneto, possesso austriaco dal 1815 in poi.  Il dominio straniero in Italia andava quindi bene, purché esercitato da una monarchia cattolica e imperiale.  Che dire poi degli altri “troni legittimi della penisola”?  A parte quello pontificio, non si trattava di Stati e Staterelli le cui dinastie erano state imposte con le decisioni unilaterali   dei gabinetti delle grandi potenze (tradizionale politica di spartizione dell’Italia) o con la forza, in seguito alle guerre di successione che si combatterono in Europa e anche da noi nella prima metà del Settecento? L’ultimo dei Medici era “uomo perdutissimo di costumi”, e quindi senza eredi: dopo un intermezzo borbonico, furono imposti al Granducato di Toscana gli Asburgo-Lorena, che impiantarono la massoneria a Firenze e favorirono l’eresia giansenista.  Rami della dinastia austriaca regnavano anche a Parma e a Modena.  Il Regno di Napoli non fu acquisito dai Borbone dopo una serie di campagne militari?  Col Congresso di Vienna (1815) l’Austria si prese lo Stato veneziano con tutti i suoi possedimenti, in base al diritto di conquista, che era l’unico fondamento “legittimo” del suo potere nel Lombardo-Veneto.

Attaccare il Risorgimento per essersi ribellato a questo stato di cose, mi sembra non voler comprendere le istanze spirituali profonde che sono all’origine di certi movimenti storici.  Né accettabile appare il voler di fatto proporre come esempio ideale da contrapporre oggi all’Italia unita laica, una monarchia asburgica cattolica della quale si occultano tutti gli aspetti negativi (vedi supra).

   

Tenendo presente questo sfondo, criticavo pertanto una tesi del prof. de Mattei, che sembrava vedere nella distruzione della Duplice Monarchia, in quanto cattolica, lo scopo essenziale della guerra mondiale per gli statisti francesi e americani. Tesi che ci ricordava giustamente l’importanza che ha avuto l’anticattolico, totalmente ideologico Austriam delendam dilagante con i suoi orrendi slogans nella propaganda dell’Intesa a partire soprattutto (bisogna precisare) dall’estate del 1918, dopo che l’imperatore Carlo aveva tentato invano di vincere la guerra sul campo, ma facendone arbitrariamente lo scopo dell’intera guerra, soprattutto da parte dei capi francesi e americani.

Sostenevo, invece, che lo scopo essenziale loro e dei britannici era sin dall’inizio abbattere la grande potenza tedesca, Stato protestante e ampiamente secolarizzato che incuteva timore e paura a tutto il resto del mondo. Era un conflitto di imperialismi su scala planetaria, nel quale la religione c’entrava poco o niente. A riprova della mia tesi citavo  i ripetuti tentativi riservati anglo-americani di indurre Carlo d’Asburgo ad una pace separata, nel 1917 e sino alla primavera del 1918, trasformando il suo Stato  in un’unione federale entro la cornice imperiale, anche se ciò avrebbe comportato qualche sacrificio territoriale.  Ulteriore argomento a sostegno, a mio avviso, il fatto che il presidente americano Woodrow Wilson, nell’ottenere dal Congresso l’entrata in guerra, abbia dichiarato guerra alla sola Germania, il 2 aprile del 1917, e non all’Austria-Ungheria; a quest’ultima solo nel dicembre del 1917.  Sul fronte italiano, il contributo militare americano fu praticamente nullo:  un reggimento di fanteria e un ospedale da campo.  Wilson non dichiarò mai guerra all’impero ottomano.

Ponendo in primo piano la lotta al cattolicesimo quale fulcro della guerra da parte dell’Intesa, il prof. de Mattei è poi incline ad attribuire un ruolo decisivo alla massoneria, essendo essa da sempre considerata la nemica implacabile del cattolicesimo[5].  In un suo giovanile saggio su Charles Maurras, aveva scritto:  “Vi è infatti nel cuore dell’Europa un’ultima struttura tradizionale che ancora sopravvive:  l’Impero Austro-ungarico.  La prima guerra mondiale nasce come guerra rivoluzionaria mirante al dissolvimento di quest’ultima struttura”[6].  È, in sostanza, la medesima tesi di tanti anni dopo e da me criticata (la guerra fu voluta soprattutto per distruggere gli Asburgo), nella quale si esprime quello che per molti intellettuali cattolici era ed è un vero e proprio dogma, accettato senza verifica alcuna: la Prima Guerra mondiale non fu nient’altro che un ben riuscito complotto rivoluzionario ossia massonico per abbattere la cattolica Duplice Monarchia. Tanti anni fa, lo sentii ripetere anche da Augusto Del Noce, in una conversazione privata, anche se come verità che si accettava senza approfondire.

Il prof. de Mattei sostiene che ho forzato il suo pensiero sulle cause dell’entrata in guerra delle potenze dell’Intesa:  egli avrebbe in realtà sostenuto che la Duplice Monarchia era “il principale nemico da abbattere per le forze rivoluzionarie”, un coacervo nel quale i massoni erano molto attivi, non per gli uomini di Stato[7].  Inoltre, respinge il concetto di una “oppressione asburgica dell’Italia” a cominciare dalle Guerre d’Italia del Cinquecento, e le mie analisi sulla decadenza della Duplice Monarchia, specialmente della sua aristocrazia, notoriamente affatto immune dalle lascivie e dai vizi della Belle Époque.  I temi cui rispondere sono dunque molteplici.      

Qui mi limito a prender posizione sul punto esposto con particolare enfasi nell’articolo di Socci, quello delle effettive offerte fatte a noi da Vienna, che avremmo stoltamente rifiutato.

 

1.  Qualche precisazione sulla nostra entrata nella Prima Guerra Mondiale.

 

a. Come fece il governo di allora a convincere un Parlamento in maggioranza incline a starne fuori, a conferirgli poteri straordinari, preludio all’entrata in guerra?   Negli ultimi convulsi giorni, i deputati avevano capito che il Re era per l’entrata in guerra e si uniformarono, a grande maggioranza (alla Camera 407 voti a favore, 74 contrari, 1 astenuto.  Al Senato, 281 voti a favore, unanimità dei presenti).  A quel tempo l’orientamento politico del Re contava molto. Il Re, Vittorio Emanuele III, si era già impegnato in segreto anche a titolo personale ad entrare in guerra in occasione del Patto di Londra del 26 aprile 1915, firmato in segreto e tenuto segreto nei contenuti, anche se la sua esistenza era nota, già divulgata a Parigi (violando gli accordi presi con noi) a metà maggio del ‘15 dall’ambasciatore francese a Roma, innervosito dalle alchimie parlamentari che stavano faticosamente partorendo il conferimento dei pieni poteri all’esecutivo, indispensabili per la dichiarazione di guerra.  L’Alleanza con gli Imperi centrali fu denunciata da noi il 4 maggio. Dovevamo dichiarar guerra a tutti i nemici dell’Intesa, comprendente Regno Unito, Francia, Impero russo.  Dichiarammo guerra alla sola Austria-Ungheria il 23 maggio, a valere dal 24.  Alla Germania solo il 27 luglio 1916, quando l’ostilità dell’opinione pubblica    inglese e francese e l’irritazione dei governi alleati per la nostra mancata dichiarazione, erano diventate massiccie e sempre più minacciose.  Ma anche l’opinione pubblica tedesca ci era sempre più ostile.  Il nostro vero nemico era l’Austria, non la Germania.  Però i patti andavano osservati.  Tra l’altro Regno Unito e Francia controllavano la finanza di guerra e ci fornivano anche l’accesso agli armamenti più moderni, consentendoci di produrli su licenza, cosa che non si verificò nella Seconda Guerra Mondiale da parte dei tedeschi nei nostri confronti. All’impero ottomano dichiarammo guerra il 21 agosto 1915, alla Bulgaria il 19 ottobre successivo, dopo che aveva attaccato la Serbia assieme ad austriaci e tedeschi.  

b.  “Una certa qualificata storiografia ha definito la nostra entrata in guerra un atto di follia”.  Follia perché l’Austria si era già impegnata a concederci “compensi territoriali che corrispondevano pienamente ai nostri legittimi interessi”. Questa valutazione, che all’epoca echeggiò polemicamente nello schieramento neutralista italiano, si trova indubbiamente nel saggio di de Mattei e viene dall’articolo  presentata come un giudizio dello stesso.  In realtà, si tratta dell’opinione, non isolata fra i suoi colleghi, di uno storico contemporaneo che giudica in termini moralistici la nostra partecipazione alla Grande Guerra, ed è riportata (senza condividerla) dal prof. Gian Enrico Rusconi nel suo fondamentale saggio sulla nostra entrata in guerra, utilizzato sia da me che dal prof. de Mattei.  Risalendo alla fonte originaria, troviamo:  “La più  recente e qualificata storiografia di lingua tedesca giudica l’intervento italiano “un atto di follia” (con un’espressione presa da un diplomatico italiano del tempo).  Ma è un giudizio che dice troppo e troppo poco”[8].  Questa “qualificata storiografia” è nei fatti rappresentata soprattutto dallo storico tedesco prof. Holger Afflerbach, specialista degli studi sulla Prima Guerra Mondiale e la Triplice Alleanza[9].  Follia, indubbiamente, se gli austriaci ci avessero effettivamente offerto ciò che “corrispondeva ai nostri legittimi interessi”.  Ma è proprio questo il punto:  ce l’avevano davvero offerto?  Dall’accurata analisi del prof. Rusconi non si direbbe.

c. Preliminarmente, bisogna capire per qual motivo l’Italia si sia dichiarata neutrale, pur essendo alleata alla Germania e all’Austria-Ungheria.  Il 28 luglio l’Austria-Ungheria aveva dichiarato guerra alla Serbia, l’1 agosto la Germania alla Russia (che aveva cominciato la mobilitazione generale il 30 luglio); il 3 agosto la Germania alla Francia, alleata della Russia, che aveva mobilitato l’1 agosto. Sempre il 3 agosto era iniziata l’invasione tedesca del Belgio, paese neutrale, preceduta da un ultimatum respinto. Il 3 agosto l’Italia si dichiarò neutrale, il giorno dopo il Regno Unito si gettò nella mischia.  Anche questa neutralità ci fu imputata come tradimento. Ma fu una decisione giusta, poiché una discutibile spedizione punitiva contro la proterva Serbia alla quale ci si imponeva di intervenire in nome dell’alleanza ma senza esser stati consultati, si stava trasformando in una grande guerra europea.  Sembra che noi si debba sempre esser accusati di tradimento o viltà, quale che sia la nostra azione politica.  Nel 1815, ho letto, le grandi potenze non restaurarono la Repubblica di Venezia, incamerata dall’Austria, che ne ambiva il territorio da secoli, tra l’altro con la motivazione che quella Repubblica non meritava nulla, essendosi vilmente arresa senza combattere alla prepotenza del tiranno còrso.  All’opposto, negarono ai lombardi di costituirsi in Stato indipendente perché avevano sostenuto militarmente il tiranno sino alla fine.  Dovevano pertanto esser puniti con la perdita dell’indipendenza, sempre a favore di Casa d’Austria.

 

I motivi principali della nostra neutralità si possono così riassumere : 

 

1.  La Triplice era un’alleanza difensiva, aggredire un’altra nazione non rientrava nei suoi compiti.  C’era, secondo gli italiani, mancanza del casus foederis, cioè dell’evento che oggettivamente richiedeva l’applicazione delle clausole militari del trattato.  Il crimine gravissimo di Sarajevo andava punito, non però in quel modo.

2. Tedeschi e austriaci ci tenevano sempre in posizione subordinata.  Quando il 23 luglio mandarono a Belgrado il famoso demenziale ultimatum, che sembrava fatto apposta per esser respinto e giustificare una dichiarazione di guerra alla Serbia, non si consultarono con noi italiani, loro alleati: ci dissero che avevano mandato quest’ultimato, severo come si conveniva, ma senza farcene vedere il testo.  Comportamento sleale, il loro, che il prof. de Mattei si astiene dal rilevare.  Il nostro smaliziato e perspicace ministro degli esteri, il marchese Antonino di San Giuliano, si sarebbe sicuramente opposto all’invio di un documento del genere, il cui testo venne a conoscere solo dopo che fu reso noto alle cancellerie internazionali, dal 24 luglio in poi[10]

3.  Gli italiani avevano sempre detto ai loro imperiali alleati che non sarebbero mai intervenuti in una guerra nella quale tra i nemici ci fosse l’impero britannico, dominatore del Mediterraneo, che per di più godeva dell’appoggio della forte flotta francese. Volevano mettere agli atti una Dichiarazione Mancini in tal senso, al rinnovo della Triplice Alleanza, ma la proposta fu bocciata dagli altri due partners, che mai si curarono del grave problema che per noi, nazione mediterranea, rappresentava il “fattore Inghilterra”.  Il giorno dopo la dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, Winston Churchill, all’epoca giovane ministro della marina (First Sea Lord), ordinò alle ore 1.25 del 2 agosto 1914 la mobilitazione della Royal Navy, sicuro preludio all’entrata in guerra dell’Inghilterra, avvenuta due giorni dopo, non appena la Germania (3 agosto) dichiarò guerra alla Francia e invase il Belgio: la mossa non sfuggì di certo al nostro ministro degli esteri, contribuendo sicuramente a fargli tenere l’Italia fuori della mischia[11]. Di San Giuliano, gravemente malato di gotta, morì il 16 ottobre 1914.

4.  C’era infine la questione delle “compensazioni” che, a parte altre considerazioni, rendeva da anni difficili i rapporti tra Italia e Duplice Monarchia.  Nel Trattato della Triplice, all’art. 7, si stabiliva che l’Italia “aveva diritto ad esser informata e consenziente su cambiamenti territoriali in area balcanica”.   Nel 1909 Vienna si era annessa la Bosnia, grazie anche al fermo appoggio tedesco, ma noi che “compensazioni” avevamo avuto? Si accettava comunque il principio della compensazione, una prassi ammessa nel diritto internazionale di allora.  Noi avremmo voluto esser “compensati” per l’accrescimento austriaco in Bosnia con il Trentino, per esempio, mentre Vienna come è logico ci offriva di appagarci nei soli Balcani meridionali e a certe condizioni, attenendosi strettamente alla lettera del Trattato. 

5.  L’impreparazione dell’esercito italiano o Regio Esercito.

 

d.  Dal momento in cui l’Italia si dichiarò neutrale, cominciò il balletto delle “compensazioni” da offrirci per indurci ad entrare in guerra o a starne fuori.  In un riunione del Governo inglese del 5 agosto qualcuno disse: “Possiamo comprarci l’Italia?” e qualcun altro aggiunse:  “Ditele che l’aiuteremo in Adriatico contro l’Austria”[12].  Lo sapevano tutti che l’alleanza tra Italia e Austria-Ungheria era falsa, imposta a suo tempo da Bismarck per ragioni di equilibrio europeo e convenienza tedesca a non avere problemi tra Austria e Italia, a non doversi impegnare in un eventuale fronte meridionale.  L’alleanza serviva anche a tenere in rispetto la Francia.  Tutta la diplomazia era convinta che le due nazioni mai avrebbero combattuto dalla stessa parte, troppo forti e radicati erano i contrasti di interesse e la reciproca avversione.  Nella sua celebrata monografia in tre volumi sulla monarchia asburgica dal 1867 al 1918, Arthur J. May, scrive che, secondo l’ambasciatore tedesco, si notavano “disprezzo e persino odio per l’Italia:  era questo l’unico punto sul quale l’opinione pubblica fosse quasi unanime in Austria – soltanto una guerra con l’Italia sarebbe veramente popolare nella monarchia asburgica”.  E questo lo scriveva, l’ambasciatore, non nel 1915 bensì nel 1906.  La realtà era che “gli interessi asburgici ed italiani nei Balcani erano inconciliabili, e questo fatto unito al prevalere di un atteggiamento irredentista, rendeva impossibile qualsiasi sentimento di amicizia”[13].

Nel 1908, prendendo spunto dal caos creato dal terremoto di Messina, e nel 1911, sfruttando il nostro gravoso impegno in Libia, il maresciallo Franz Conrad von Hötzendorf, al tempo capo di Stato maggiore dell’esercito imperial-regio asburgico e tipico esponente dei circoli oltranzisti ostilissimi all’Italia, preparò in segreto un piano per attaccarci di sorpresa, nonostante fossimo suoi alleati – piano che rimase teorico ma che destò l’interesse di ambienti dello Stato maggiore svizzero, desiderosi di acquisire la Valtellina, conquistata nel Seicento dagli Spagnoli, all’epoca padroni del Ducato di Milano, cui serviva per le loro linee di rifornimento, da Finale Ligure alle truppe che combattevano nelle Fiandre.  Inoltre, Conrad aveva cominciato a fortificare da anni il confine austriaco con l’Italia, nel Trentino e sulle montagne prospicienti l’Isonzo, facendone un solido baluardo difensivo, possibile base di partenza delle sue progettate offensive contro di noi.

Di fatto, nell’agosto del 1914 la Triplice era morta e sepolta e non certo per colpa nostra, anche se così poteva sembrare.  Cominciarono allora le trattative segrete.  L’Intesa voleva tirarci nella guerra;  gli Imperi centrali tenerci fuori.  Ma a muoversi dietro le quinte erano soprattutto i tedeschi, i quali all’inizio erano convinti che, con opportune e rapide concessioni, l’Italia avrebbe potuto entrare in guerra con la Triplice (vedi infra).  Dicevano in sostanza agli austriaci:  -- diamo (anche subito) agli italiani il contentino del Trentino, cui tengono tanto :  del resto, se perdiamo la guerra, lo perdiamo comunque; se vinciamo, ce lo riprendiamo.  Ma Vienna e Budapest fecero per mesi orecchie da mercante, irritando non poco i tedeschi.  I suoi governanti, oltre a disprezzarci, non ci prendevano sul serio:  il capo del governo ungherese, conte István Tisza, ci liquidava come “nazione militarmente debole e codarda”[14].  L’imperatore Francesco Giuseppe era notoriamente molto affezionato al Trentino, suo possesso personale come Conte del Tirolo.  Vi si recava sempre in vacanza. 

 

1.1  Cronologia delle proposte di “compensazione”.

Il testo di riferimento è sempre lo studio del prof. Rusconi. Egli sostiene che nella fase iniziale dei contatti riservati, gli italiani cercarono di sondare seriamente le intenzioni di Vienna, ancora legati all’impostazione di Di San Giuliano, quella di ottenere il massimo dalla neutralità[15].

Un primo scambio verbale tra italiani e austriaci sulle “compensazioni” si ebbe solo il 6 gennaio 1915.  L’Italia chiedeva:  il Trentino sino al confine napoleonico del primo Regno d’Italia; il confine orientale all’Isonzo; Trieste città libera e autonoma, militarmente esente da occupazioni.  La risposta austriaca fu: compensazioni solo in Albania[16].  Le proposte italiane, prese nella loro interezza, non erano accettabili per Vienna, la quale tuttavia non tentò alcun discernimento; non tentò di distinguere tra l’inaccettabile e il negoziabile.

Di fronte al muro austriaco, i sondaggi riservati a Londra, fin allora saltuari e generici, ripresero il 15 febbraio 1915, soprattutto con gli inglesi.  Sotto pressione tedesca e vaticana l’8 marzo 1915 il consiglio dei ministri di Vienna, presieduto dall’imperatore, approvò di massima la seguente offerta, come base negoziale:  il Trentino di lingua italiana, rettifiche di confine sull’Isonzo. L’Austria sarebbe stata compensata con un importante bacino carbonifero nei Balcani e mano libera sugli stessi.  Questo “pacchetto” fu elaborato soprattutto per iniziativa tedesca e il Kaiser se ne faceva garante. Le cessioni, tuttavia, avrebbero avuto luogo “solo dopo la conclusione positiva della guerra”[17]

Cominciarono allora trattative “defatiganti” con gli italiani che insistevano invano affinché le cessioni avvenissero subito e non dopo un’ipotetica “conclusione positiva della guerra”. Anche il Vaticano intervenne proponendosi come garante dell’accordo, esso premeva affinché Vienna giungesse ad un compromesso con le aspirazioni italiane.  Ma gli italiani, insistendo sull’immediatezza delle concessioni, davano l’impressione di non fidarsi della controparte: tra le tre diplomazie il clima, sottolinea Rusconi, “si era deteriorato”.  Il 27 marzo Vienna annunzia ufficialmente di essere disposta “alla cessione di territori del Tirolo meridionale, compresa la città di Trento”, sia pure con molte limitazioni.  “Viene offerto infatti il territorio del vescovado di Trento con confine settentrionale a Lavis, con l’esclusione di Madonna di Campiglio e di altre località strategicamente importanti.  Si tratta di terre incorporate dall’Austria nel 1803 e distinte dai possessi feudali storici dell’imperatore, che porta il titolo di Conte del Tirolo.  Sonnino, nostro ministro degli esteri, giudica le offerte austriache “incerte e insufficientissisme” rispetto a quanto richiesto (e a quanto sta promettendo l’Intesa)”[18].  Circa i tempi, si desume che la cessione sarebbe sempre avvenuta alla “conclusione positiva della guerra”. 

L’8 aprile del 1915 il governo italiano invia a Vienna un memorandum in undici punti che considera definitivo per la chiusura del negoziato. L’Italia chiede:  il Trentino nei confini del Regno italico del 1810, includente quindi Bolzano e Merano; rettifiche sulla frontiera dell’Isonzo, in Friuli; Trieste città-stato autonoma con porto franco indipendente; le Isole Curzolari e altre davanti alla costa dalmata tra Spalato e Ragusa;  la consegna immediata dei territori nominati e l’evacuazione degli austriaci da Trieste. Altri punti riguardavano l’Albania e i risarcimenti finanziari[19].

Da questo documento si vede che le ambizioni italiane erano venute completamente allo scoperto e investivano anche l’Adriatico, il che era comprensibile dal punto di vista militare. La nostra costa adriatica si svolge per circa 700 km di spiaggia piatta, praticamente indifendibile.  Era perfettamente logico che cercassimo di avere una o due basi sulla ben protetta costa opposta, dove c’erano tra l’altro da secoli operose minoranze italiane ed è sbagliato, io credo, presentarle come la richiesta cervellotica di politici e militari che volevano giocare alla grande potenza.  Caso mai si può discutere sull’opportunità di una richiesta del genere, nel contesto di allora.  Ad ogni modo, il memorandum italiano conteneva nelle sue linee generali le stesse richieste da noi avanzate all’Intesa. Non si può dire che avessimo nascosto agli austriaci le nostre ampie ambizioni nei loro confronti, ai loro occhi ovviamente arroganti ed irricevibili. 

Si accusa questo memorandum di eccedere gli scopi legittimi di guerra, con l’aver voluto includere anche la popolazione tedesca dell’Alto Adige e gli slavi che si trovavano in Istria e il Dalmazia.  Ma il criterio per valutare l’importanza di una frontiera non può essere solo quello della nazionalità.  Si deve considerare anche l’importanza strategica che una frontiera può avere.  Ora, per noi, il passo del Brennero, una delle porte d’Italia, è di importanza strategica fondamentale, unitamente al controllo dell’intera vallata dell’Adige. Se nella parte Nord della vallata si sono radicate popolazioni straniere si dovrà trovare un modus vivendi con esse, che rispetti una loro relativa autonomia, ma senza diminuire la nostra sovranità. 

Inoltre, si ritiene che questo memorandum sia stato inviato in malafede per far fallire le trattative con Vienna.  Ma quali “trattative”, mi chiedo?  Non c’erano più vere trattative, dal momento che Vienna era fermissima nel rimandare a dopo la vittoria le limitate cessioni promesse.

 

Le richieste italiane furono rifiutate in blocco da Vienna.  I tedeschi avrebbero voluto che si procedesse ugualmente a qualche pur doloroso sacrificio territoriale, data la situazione difficile sul piano militare, ma gli austriaci si irrigidirono.  Il maresciallo Conrad puntava ad una grande vittoria militare sul fronte russo, tale da intimidire e mettere a tacere gli italiani, considerati anche da lui popolo vile e codardo.  Il 22 marzo, infatti, i russi avevano conquistato la grande piazzaforte di Przemyśl in Galizia, catturando 2500 ufficiali, 120.000 soldati e 900 cannoni:  una disfatta impressionante, durante la quale qualche reparto slavo (di cèchi, in genere) si era arreso senza combattere.  Il capo di Stato maggiore tedesco, generale von Falkenhayn, stava preparando una grande controffensiva, chiedeva pertanto concessioni all’Italia, fatte ovviamente con la riserva mentale di riprendersi il mal tolto a guerra vinta.  Questa “riserva mentale” risulta chiaramente da due sue note al ministro degli esteri tedesco nelle quali ad un certo punto afferma che la regolamentazione definitiva delle “compensazioni” si avrà:  “in futuro, quando avremo mano libera per vendicarci della politica da criminali degli italiani e per riprenderci quanto abbiamo sacrificato”.  Infatti, “se vinciamo, sarà in nostro potere compensare ogni sacrificio”[20].

Il 26 aprile l’Italia firmò in segreto il Patto di Londra, con il quale si obbligava ad entrare in guerra entro un mese contro tutti i nemici dell’Intesa, in cambio dell’ottenimento di tutti gli obbiettivi territoriali da essa indicati.  La cosa era nota agli austro-tedeschi, anche se in termini generici.  L’esistenza del Patto fu comunque fatta divulgare a Parigi dall’ambasciatore francese in Italia (vedi supra)[21].  Ciò significava che l’Italia,  uscita il 4 maggio dalla Triplice, non poteva più negoziare con nessuno sulla sua entrata in guerra.  Ormai i giochi erano fatti.  Ma i tedeschi e il Papa non si arresero, spinsero gli austriaci ad una nuova offerta, in extremis, sostenuta dall’ex-cancelliere Bernhardt von Bülow, sposato ad un’italiana e ben introdotto negli ambienti romani, e dall’ambasciatore austriaco.  In questa convulsa fase fu Giolitti, neutralista sino all’ultimo, a lanciare l’idea che i governanti italiani “vogliono portare l’Italia alla guerra, per gli altri, senza bisogno, quando sono già state fatte concessioni adeguate”[22].

Ma quali erano queste “concessioni adeguate”: quelle citate del Trentino, col contagocce, se l’Austria-Ungheria avesse vinto la guerra?  L’ ultima, la più valida controproposta austriaca arrivò, come si è detto, fuori tempo massimo, quando in ogni caso non avremmo potuto accettarla (se non disonorandoci ed esponendoci a pesanti rappresaglie) per via del Patto sottoscritto a Londra -  circostanza anche questa taciuta dal prof. de Mattei nel suo saggio.  Il contenuto della proposta così è riportato nel Diario di Sonnino:

“1. Tutto il Trentino secondo il principio di nazionalità, cioè con cessione dei territori e delle valli che sono italiane di lingua.  2. Il territorio di lingua italiana all’Isonzo, restando compresa Gradisca (Gorizia viene considerata come slava).  3.  Larga autonomia municipale per Trieste, allo scopo della protezione dell’elemento italiano.  Università italiana.  4. Disinteressamento per l’Albania a condizione che non vi si stabilisca una terza potenza.  5. Se il governo italiano lo desidera, garanzia del governo imperiale germanico per queste offerte”[23].   

Non vi è cenno a cessioni immediate.  Da notare che un’università italiana a Trieste l’avevamo invano richiesta in passato e che non ci veniva concessa la prevalentemente italiana Gorizia, considerata città slava (difesa da un ampio campo trincerato, fu da noi conquistata con una sanguinosa battaglia nel 1916).  Si restava sempre alla concessione del Trentino, stavolta “tutto il Trentino” abitato da italiani e dopo la guerra, se vinta. Ma chi poteva considerare “adeguate” queste (future) concessioni?  La discussione è comunque accademica visto che le offerte austriache che avrebbero potuto in teoria essere accettate vennero, bisogna ripeterlo, quando noi non potevamo più modificare la situazione creata con il Patto di Londra.  E gli austriaci non lo capivano?

È da tener presente l’amaro commento finale (in privato) di von Bülow ad un importante giornalista tedesco, riportato da Rusconi, durissimo con gli austriaci:  “se l’Austria alla fine di luglio [1914], all’inizio della guerra, avesse fatto le stesse concessioni di oggi, l’Italia sarebbe venuta con noi.  Se l’Austria tra il primo gennaio e metà marzo [1915] avesse fatto le stesse offerte, l’Italia sarebbe rimasta neutrale”[24].

Pochi giorni dopo la nostra firma al Patto di Londra, scattò la poderosa controffensiva austro-tedesca sul fronte orientale:  il 2 maggio, tra i villaggi galiziani di Tarnow e Gorlice.  La linea russa fu sfondata dopo tre giorni per centocinquanta km di ampiezza.  Il 16 maggio la sconfitta russa si trasformò in una rotta, gli austro-tedeschi presero Leopoli e successivamente Varsavia, occupando via via tutta la Polonia. A fine settembre il fronte partiva da Riga, sul Baltico, scendendo quasi in linea retta sino a Czernowitz, sul confine romeno.  Le perdite furono enormi (750.000 prigionieri, mezzo milione tra morti e feriti). I russi in pratica scomparvero come efficace forza combattente, capace di un’iniziativa strategicamente rilevante[25].  Perché ricordo questi drammatici eventi?  Perché il maresciallo Conrad e tutto l’ambiente, a ben vedere, si aspettavano che una grande vittoria ad Est sarebbe bastata a tenere i codardi italiani a bada (vedi supra).  La grande vittoria venne e cominciò a delinearsi già dal 16 maggio ma l’Italia dichiarò ugualmente la guerra all’Austria-Ungheria, cosa della quale l’élite austro-tedesca non la riteneva capace, per innata mancanza “di forza e  d’audacia”[26].    Il fatto è che ormai eravamo in ogni caso vincolati dal Patto di Londra e con impegno personale del Re. 

Ma è anche vero che, firmando quel Patto fatale, accettavamo in piena coscienza il rischio temerario di entrare in guerra contro le due grandi potenze tedesche, di misurarci con loro.  Un passo veramente “audace” per una nazione come la nostra, più debole dei suoi avversari nonostante gli aiuti  che in seguito avrebbe ricevuto dall’Intesa:  nazione senza una valida tradizione militare nazionale, perché ancora di troppo breve esistenza e per di più punteggiata da alcune brucianti sconfitte (Custoza, Lissa, Adua) dovute soprattutto agli errori dei comandi cioè ai limiti ancestrali della classe dirigente italiana, civile e militare, anchilosata da secoli di sudditanze allo straniero e da una mentalità provinciale e campanilistica, sempre vincolata al “particulare”, abituata alla fuga dalle responsabilità, incline all’improvvisazione.

Gli stranieri ci offendevano e ci deridevano – ho scritto nel mio saggio – perché, dicevano, il nostro Risorgimento aveva fatto l’unità d’Italia con le vittorie degli altri, francesi e prussiani – nel 1859 e nel 1866.  Si trattava di una mezza verità, gonfiata in malafede.  Per combattere, avevamo combattuto però dimostrando tutti i limiti di una potenza regionale sulle cui spalle incombeva per di più l’onere di costruire una tradizione militare nazionale, partendo da zero.  Nel 1859, dati i rapporti di forza, il merito maggiore della vittoria fu dei francesi. Ma non è che i piemontesi non avessero fatto la loro parte. Nel 1866, l’esercito italiano era in formazione, la prova del nostro comando fu pessima, non riuscì mai a capire come stavano le cose sul campo, a Custoza, e diede l’ordine di ritirata quando la battaglia era ancora indecisa.  A Lissa, la flotta non aveva coesione, alcuni comandanti provenienti dalle marine preunitarie non obbedivano all’ammiraglio in capo, la confusione regnò massima.

Inoltre, la guerra del ’66 fu brevissima, sette settimane, i prussiani la risolsero con una sola grande battaglia contro gli austriaci.  Non ci fu neanche il tempo di riorganizzarsi per tentare una rivincita.  Dove stavamo vincendo, nel Trentino, con Garibaldi e il generale Medici che si erano aperta la via verso Trento, dovemmo fermarci e tornare indietro:  l’accordo con Bismarck era per il solo Veneto, che fu comunque dato a Napoleone III, sempre immischiato nelle cose d’Italia, il quale lo girò a noi; una procedura deprimente e offensiva, che sembrava fatta apposta per umiliarci. 

I pesanti giudizi moralmente negativi e il dileggio contro gli italiani rafforzavano negli interventisti il desiderio di rivalsa, quella che era la componente del riscatto morale, l’istanza “etica” del Risorgimento, introdotta nella cultura italiana dall’Alfieri: nella sua autobiografia racconta quanto lo angustiasse, a contatto con gli stranieri, soprattutto inglesi, scoprire che l’italiano era un popolo disprezzato e servo[27].

Ora si trattava di portar finalmente a termine l’opera di quasi un secolo di lotte contro il nostro nemico ereditario, dimostrando la falsità delle accuse, purificando la tempra di tutto il popolo italiano nel crogiuolo che si annunciava.  La guerra, da questo punto di vista, diventava l’occasione del nostro riscatto morale contro il nemico che da più di tre secoli ci occupava e opprimeva:  l’Asburgo, prima spagnolo e austriaco, poi spagnolo, infine solo austriaco, ora austro-ungarico, con tutto il corteo dei popoli slavi a noi ostili, serbi, croati, sloveni, bosniaci mussulmani e non.  Anche per noi, come per gli austriaci,  la guerra contro l’Austria era “la nostra guerra” mentre nessuna vera ostilità si provava contro la Germania, con l’eccezione degli interventisti “democratici” e “rivoluzionari”[28].

Come si può facilmente intuire, il prof. de Mattei non è d’accordo sull’esistenza di questa esigenza di riscatto all’origine del Risorgimento, un tema cui ho dedicato un saggio ad hoc, da lui menzionato solo di sfuggita, in chiave critica.  Ma su quest’importante aspetto spero di poter ritornare in futuro:  se non si comprende l’istanza di riscatto morale che animava le élites intellettuali italiane del tempo, non si comprende il Risorgimento[29].    

 

 Torniamo alle vicende del mancato accordo con la Duplice monarchia per restare neutrali.  Mi riferisco all’offerta austriaca dell’8 marzo 1915:  parte consistente del Trentino e rettifiche sull’Isonzo, ma solo alla conclusione “positiva” della guerra.  Gli italiani, abbiamo visto, insistevano per una cessione immediata, cosa che non fu concessa e fece fallire la trattativa.  Questa nostra ostinazione è stata in genere intesa come dettata dalla malafede:  si trattava di prender tempo per far maturare la ben più sostanziosa trattativa sottobanco in corso con gli inglesi. A mio avviso, tuttavia, una simile interpretazione dà per scontata la malafede di Sonnino e Salandra, presidente del consiglio, il che non mi sembra corretto, sul piano dell’interpretazione storica.

Con gli inglesi non c’era ancora niente di concreto.  Avere gran parte del Trentino, qualche rettifica lungo l’Isonzo e forse qualche altra cosa in Albania senza sparare un colpo e senza perdere un solo soldato, era sicuramente un buon affare.  L’Intesa cioè l’Inghilterra ci avrebbe offerto molto di più, tanto non era roba sua.  Ma dovevamo sudare sangue, è il caso di dire, per averla, dovevamo entrare in quella terribile guerra.  Il fatto che gli italiani abbiano insistito sull’immediata cessione, non dimostra che consideravano il tutto un buon affare?  Se gli austriaci avessero concesso di colpo tutto subito, gli italiani avrebbero accettato, dopo tanto insistere.  Ma, a prescindere da quello che avrebbero potuto fare o non fare gli italiani, il fatto che l’offerta austriaca fosse solo per la fine “positiva” della guerra, non rendeva l’offerta stessa aleatoria e quindi “incerta”, come scrisse poi Sonnino?   Ragioniamo.

Se l’Austria, restando l’Italia neutrale, avesse perso alla fine la guerra, forse che l’Italia avrebbe potuto prendersi il Trentino e altre aree a suo piacimento?  E chi l’ha detto?  Intanto, come l’avrebbe persa la guerra l’Austria?  Disfatta totale o sconfitta parziale, pace di compromesso?  Sopravvivendo ad una sconfitta l’Austria non ci avrebbe dato niente; nel caso di una sua disfatta, il destino del Trentino e in genere dei suoi territori sarebbe stato deciso dalle potenze vittoriose.  Ai cui Diktat un’Italia neutrale avrebbe dovuto sicuramente piegarsi.  E chi ha detto che ci avrebbero dato il Trentino o qualsiasi altro territorio a questo punto ex-austriaco?

Se la guerra l’Austria l’avesse vinta, allora non ci sarebbero stati problemi?  Ma ne siamo sicuri?  Come sarebbe uscita da una guerra pur vittoriosa?  Se a brandelli, certo poco incline ad onorare la cessione del Trentino.  Il comportamento ambiguo e malfido di Vienna nei nostri confronti (sostanzialmente sleale) durante la crisi provocata dal crimine di Sarajevo non era fatto per non guardare con sospetto la dilazione a dopo l’ipotetica vittoria della promessa cessione del Trentino. Insomma, la cessione differita a dopo l’eventuale vittoria rendeva la proposta austriaca ambigua e poco credibile, nonché sospetta di malafede.

“Si può dire che il governo italiano ha sbagliato, che ha assunto atteggiamenti ambigui, che ha simulato e fatto un doppio gioco – come abbiamo noi stessi più volte mostrato.  Ma che tutto questo sia qualificabile come “tradimento” in senso moralmente squalificante è una deduzione impropria sul piano politico e diplomatico.  Anche perché ci sono atteggiamenti del tutto analoghi da parte austriaca.  Non è infatti certamente la lealtà verso l’alleato italiano quella che guida la politica di Vienna tra il luglio del 1914 e il maggio 1915, ma uno stretto calcolo di interessi che pretende dall’Italia un’attiva fedeltà alla Triplice Alleanza, senza dare in cambio i vantaggi che stanno veramente a cuore a Roma.  Per Vienna l’Italia è sin dall’inizio della crisi del luglio 1914 un’alleata fastidiosa e infida che non va informata sulle proprie intenzioni, che va tenuta buona con vaghe promesse e velate minacce e infine, sotto crescente pericolo, comperata con l’offerta di alcune compensazioni.  Non siamo quindi davanti ad un esempio di “fedeltà all’alleanza” cui l’Italia risponde con il “tradimento””[30].

Se Vienna non voleva cederci niente, il modo migliore per conseguire lo scopo non era proprio quello di proporre un accordo ad esecuzione differita, e per un tempo fatalmente indefinito perché lasciato all’imponderabile esito della guerra?  L’analisi dei fatti, sulla base della ricostruzione del prof. Rusconi, dimostra senza ombra di dubbio, che ci sono state anche pesanti responsabilità austriache nel fallimento delle trattative. La dirigenza austriaca non voleva cedere territori dell’impero, ereditari, per non creare precedenti pericolosi per tutti gli altri popoli governati.  Preoccupazione del tutto legittima.  Ma essa non capì l’importanza della neutralità dell’Italia, in quel particolare frangente; sottovalutò completamente l’Italia, nazione che disprezzava, forte dei ricordi delle vittorie relativamente facili del 1848-49 e del 1866.  In ogni caso, condanne senza appello come quelle di Antonio Socci, che, sintetizzando con linguaggio giornalisticamente tagliente le pagine di de Mattei, rappresentano la dirigenza italiana che ci portò in guerra come composta di pazzi criminali perché avrebbe già potuto soddisfare tutte le nostre “legittime” aspirazioni senza combattere,  non corrispondono ai fatti  e creano inaccettabili leggende.

Per la verità la responsabilità di questa “leggenda nera” non è tutta di Socci.  Il prof. de Mattei riporta alcune citazioni di autori stranieri che fustigano la sprediudicata politica di Sonnino e Salandra, asserendo per l’appunto che Vienna era alla fine disposta a farci le concessioni ben note:   l’Austria “cede l’insieme del Tirolo di lingua italiana e Gradisca, Trieste diventerà un porto franco e ospiterà un’università italiana: l’Austria-Ungheria rinuncerà all’Albania, lasciando il campo libero all’Italia,..”[31]. Ma, il prof. de Mattei, al pari degli autori da lui citati, dimentica di precisare i due elementi essenziali messi in rilievo da Rusconi e da me riportati :  1. che le cessioni di territorio sarebbero avvenute solo a guerra finita, se vinta dall’Austria-Ungheria;  2.  Che la concessione più ampia, quella citata da de Mattei, fu fatta dopo la nostra denuncia della Triplice, quando la nostra adesione all’Intesa era cosa fatta e di pubblico dominio, il che ci rendeva del tutto impossibile accettarla.  

Mancando queste precisazioni, l’atteggiamento di Salandra e Sonnino appare senz’altro più grave di quanto non sia stato mentre, nello stesso tempo, si tacciono le ambiguità e la sprezzante riluttanza di Vienna a farci anche modeste ma effettive concessioni per garantirsi la nostra neutralità.   

 

2.  La neutralità, una scelta solo apparentemente facile e sicura.

 

La Vulgata che condanna in modo unilaterale la nostra entrata nella Grande Guerra, ha dietro di sè, io credo, un retroterra costituito da una rappresentazione utopistica, per non dire idilliaca, dello stato di neutralità che l’Italia si era procurato all’inizio delle ostilità.  Se fossimo rimasti neutrali, ho sentito dire tante volte, avremmo potuto ingrassarci con la neutralità, trafficando e prosperando mentre le grandi potenze si scannavano tra di loro.  Il prof. de Mattei cita un autore che si sofferma su tutto quello che avrebbero potuto essere per il Paese le centinaia di migliaia di caduti italiani della guerra.

“Non era più conforme al bene comune che migliaia di giovani italiani, invece che immolarsi per “liberare” gl’italiani sudditi asburgici, continuassero a vivere, a formare o ad allargare famiglie, a incrementare con il lavoro e ingegno il benessere del Paese?”[32].

Certo, chi non si immalinconisce e non si rattrista al pensiero di tante giovani vite strappate dalla guerra al bene comune del Paese?  Ma giocare su immagini del genere mi sembra un facile ricorrere alla retorica dei sentimenti. Oggi, il “sentimento” è soprattutto sentimentalismo umanitario per principio contrario all’idea stessa di una Patria comune, che va mantenuta anche a costo di grandi sacrifici, compreso quello della vita.  In passato, quando c’era ancora patriottismo, il gran numero dei caduti nella Grande Guerra intimoriva ma nello stesso tempo ispirava sentimenti di rispetto e ammirazione per il sacrificio di chi era morto nel fiore degli anni nel compimento di un aspro dovere per la salvezza e la grandezza della Patria.   

Tornando alla neutralità. Più pertinente, a mio avviso, sarebbe cercare di rispondere a questa domanda:  le grandi potenze ce l’avrebbero consentito il mantenimento della neutralità?  Tutti questi ragionamenti contro l’entrata in guerra sembrano partire dal presupposto che l’Italia potesse operare sulla scena internazionale in modo libero e indipendente.  Ma quando mai una potenza di second’ordine ha potuto agire, in politica estera, e in una certa misura anche interna, in modo indipendente dalle grandi potenze del momento?  Mai.

Nel mio saggio opponevo i seguenti argomenti, volti a dimostrare il carattere niente affatto scontato e facile della neutralità ed anche i suoi aspetti negativi.

L’Italia non è la Svizzera.  La neutralità, annotava Guicciardini, ti garantisce solo se sei più forte dei contendenti (o, aggiungo, se tutti i contendenti sono d’accordo nel mantenerti una neutralità già riconosciuta da tutti, come nel caso della Svizzera, la cui posizione è strategicamente irrilevante nello scacchiere europeo odierno e il suo sistema bancario fa comodo a tutti).  Altrimenti, chi vince (ma anche chi perde) ti fa poi pagare a caro prezzo la tua neutralità.

“La neutralità nelle guerre d’altri è buona a chi è potente in modo che non ha da temere di quello di loro che resterà superiore, perché si conserva senza travaglio e può sperare guadagno de’ disordini d’altri:  fuora di questo è inconsiderata e dannosa, perché si resta in preda del vincitore e del vinto.  E peggiore di tutte è quella che si fa non per giudicio ma per irresoluzione:  cioè, non ti risolvendo se vuoi essere neutrale o no, ti governi in modo che non satisfai anche a chi per allora si contenterebbe che tu lo asscurassi di essere neutrale”[33]

Nelle giornate convulse che portarono allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, la neutralità fu per noi una scelta obbligata.  Tuttavia, circa la possibilità di mantenerla, la neutralità, per una potenza debole e di rango inferiore, valga l’esempio della Grecia durante la Prima Guerra mondiale.  Governata da una dinastia di origine tedesca, si era dichiarata neutrale e voleva restar tale ma i franco-britannici il 15 ottobre 1915, violandone apertamente la dichiarata neutralità, occuparono di loro iniziativa con 13.000 uomini Salonicco, città cosmopolita, da poco acquisita dagli ottomani.  Era un porto di grande importanza strategica per sostenere il fragile fronte balcanico.  Gli Alleati furono chiamati da Eleftherios Venizelos, primo ministro e capo del partito liberale ellenico.  Cominciò un braccio di ferro tra il re e il suo primo ministro, che si dimise. Ma per la Grecia si iniziò un periodo torbido. Gli Alleati favorirono la nascita (a Salonicco) di un governo interventista con a capo Venizelos, accanto a quello ateniese leg-ittimo, che dovette alla fine cedere il passo, dopo una serie di ultimatum dei franco-britannici, efficacemente sorretti da un blocco navale che condusse la popolazione della Grecia meridionale praticamente alla fame.  Il re Costantino I abdicò nell’estate del 1917 in favore del figlio Alessandro, che era per l’Intesa.  Venizelos divenne il capo del governo, ad Atene.   Egli impegnò il Paese negli ultimi diciotto mesi della Grande Guerra, soprattutto per il desiderio di veder finalmente crollare l’impero ottomano e acquisirne l’Anatolia occidentale e Smirne.  Ottenne la Tracia occidentale ma nulla ottenne con il piano più vasto perché l’invasione dell’Anatolia, appena cessata la Grande Guerra, finì in un disastro per i greci  e le comunità cristiane ivi ancora presenti, soprattutto sulle coste[34].  Il Regno Unito per farci desistere dalla neutralità e costringerci a schierarci dalla sua parte, aveva a disposizione lo strumento del blocco navale, che ci avrebbe affamato, strumento, a quanto ne so, non utilizzato o minacciato nel 1914-15 contro di noi.  Diverso fu il comportamento britannico nel 1939-40, durante la “non-belligeranza” mussoliniana, quando sequestravano le navi italiane che importavano carbone dalla Germania, per “ispezionarle”, dicevano, creandoci un notevole danno e spingendo vieppiù Mussolini allo sciagurato intervento del giugno del 1940.     

Il dilemma dei governanti italiani, una volta dichiarata la neutralità, era di questo tipo:  1.  Se vinceranno gli austro-tedeschi, ci castigheranno duramente per lo strappo della neutralità, interpretato da loro come un tradimento.  La fazione legittimista e oltranzista, dotata di largo séguito nel Paese, imbaldanzita dalla vittoria, ne approfitterà per imporre di nuovo la divisione dell’Italia e ristabilire il potere temporale dei Papi, così com’era prima dell’unificazione.  2.  Rimanendo neutrali, anche una vittoria dell’Intesa si presentava carica di incognite:  i vincitori avrebbero sicuramente imposto la loro volontà a tutto il mondo, neutrali compresi.  In particolare erano da temere i francesi, ostilissimi non meno degli austriaci all’unità d’Italia, che non era mai rientrata nei loro piani, realizzatasi per un concorso di circostanze sfuggite di mano, audacemente sfruttate da Cavour e Vittorio Emanauele II.          

L’Italia, per dirla parafrasando Guicciardini, “non ci ha amici”.  Innanzitutto a causa della sua posizione geografica, che ne fa un crocevia strategico imprescindibile per vaste aree, balcaniche, mediterranee, africane – terreno di conquista per le grandi potenze.  Poi perché è un piccolo Stato, destinato ad essere una potenza medio-piccola e i rapporti di forza sono quelli che sono:  ci condannano ad un ruolo che per gli altri dovrebbe esser sempre subalterno, e dovremmo esser noi a batterci per imporre pari dignità di trattamento.  Infine, per la scarsa considerazione di cui gode, sul piano generale del rispetto, di quella che Machiavelli chiamava reputazione, cosa della quale siamo responsabili anche noi italiani, sempre intenti a mettere in piazza i nostri difetti, veri e presunti, dimostrando in tal modo di non avere il senso dell’onore e della dignità come popolo e come nazione e di essere afflitti da notevoli complessi d’inferiorità.

Si è diffusa oggi la moda di rimpiangere l’Italia pre-unitaria poiché si ritiene che l’esser divisi, deboli, disarmati e pacifici verso il resto del mondo, votati alla neutralità, ci abbia tenuto al riparo da guerre e guerricciole altrui, garantendoci di sopravvivere in una supposta Arcadia immune dai mali del progresso, amorevolmente tutelati dal “paternalismo” pontificio, borbonico, granducale e ducale… La storia d’Italia dovrebbe esser intesa come ”…storia dell’Italia cattolica, profondamente segnata dalla presenza dello Stato della Chiesa che – all’osservatore attento non potrà sfuggire – per l’assenza di obbiettivi di potere e di conquista  e per il suo prestigio internazionale, ha garantito ai suoi abitanti più di mille anni di pace[35].

Affermazioni veramente singolari, a mio modesto avviso.  Prescindiamo dalle aspirazioni dei Papi ad espandersi in Italia usando anche la forza: ad esempio, per lungo tempo mirarono al Ducato di Benevento e ad un certo punto un Papa (Leone IX) scese  in campo alla guida di una raccogliticcia coalizione per sconfiggere i troppo intraprendenti mercenari normanni ma fu rapidamente disfatto da questi ultimi e fatto prigioniero (battaglia di Civita, 1053). Prescindiamo dal lungo caos nel quale caddero gli Stati della Chiesa durante la “Cattività avignonese del papato”, lasciati in mano ad esosi ed avidi governatori francesi, odiatissimi dalla popolazione. Prescindiamo dall’orrore apocalittico del Sacco di Roma del 1527, crudele sigillo di una politica temporale infarcita d’errori e mal riposte ambizioni, le cui devastanti conseguenze durarono per generazioni nel vivere civile, mentre si ridusse praticamente a zero la capacità del papato di agire come attore politico indipendente nella politica europea. 

Limitiamoci agli ultimi tre secoli del potere temporale. Oltre alle varie campagne condotte ad intervalli in Italia nel Seicento da francesi e spagnoli con leve locali al seguito, bisogna ricordare che nelle guerre di successione dinastica verificatesi in Europa nella prima metà del Settecento, eserciti austriaci, francesi, spagnoli, con i piemontesi saltuariamente presenti, si affrontarono ripetutamente nel Bel Paese, violando allegramente e impunemente anche l’imbelle neutralità dello Stato Pontificio, della Repubblica di Venezia, di quella di Genova, i più antichi Stati della penisola, ridotti da tempo ad autentiche larve.

Gravi furono all’epoca le angustie e i tormenti delle disgraziate popolazioni italiane, del tutto indifese, vittime di ogni sorta di requisizioni, soprusi, distruzioni e violenze. Durante la guerra di successione austriaca, combattuta ampiamente anche in Italia tra il 1742 e il 1745, il Papa allora regnante, Benedetto XIV, disse, ad un certo punto, che i suoi Stati gli parevano “in verità ridotti all’esterminio” da spagnoli e austriaci.  Disse anche che, “fra le idee che a volte ci girano in testa vi è anche quella di comporre un trattato De martirio per neutralitatem[36]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Paolo Pasqualucci, Infelix Austria, cit., pp. 7-9. 

[2] Ci fu una chiara direttiva di Francesco Giuseppe nel Consiglio dei Ministri tenutosi a Vienna il 12 novembre 1866, che risulta da un verbale intitolato “Misure contro l’elemento italiano in alcune regioni della Corona”, per favorire l’avanzata dell’elemento slavo a nostro danno in Dalmazia, Istria e al confine giulio nonché la germanizzazione della valle dell’Adige e del Trentino (riportato in M. Toscano, Il negoziato di Londra del 1915, in «Nuova Antologia», novembre 1967, p. 318). 

[3] Roberto de Mattei, Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci, Solfanelli, Chieti, 2024, pp. 100; p. 11.  Il testo contiene in appendice l’articolo nel quale si trova l’impostazione da me criticata, apparso su ‘Corrispondenza romana’ del 19 dicembre 2018:  “Tutto crolla, il centro non regge più”, pp. 91-95.  Il titolo riproduce una frase del poeta irlandese William B. Yeats.

[4] Giovanni Gentile, Politica e cultura, vol. II, a cura di Hervé A. Cavallera, in G. Gentile, Opere complete, XLVI, Le Lettere, Firenze, 1991, pp. 488-489.  Il volume raccoglie numerosi scritti brevi del filosofo, anche d’occasione.  Grassetti miei.

[5] Roberto de Mattei, Infelix Austria? pp. 44-45 e cap. II, p. 47 ss.  Secondo Mola, la massoneria italiana era divisa sull’intervento, nonostante l’atteggiamento decisamente interventista del Grande Oriente d’Italia.  Fra i circa trecento deputati che appoggiarono il vano tentativo in extremis giolittiano per impedire la nostra entrata in guerra, c’erano anche diversi autorevoli massoni.  Mola fornisce dodici nomi nonché le testimonianze di altri massoni contrari alla guerra e avversi alla massoneria francese, accusata di istigare in vari modi gli interventisti (Aldo A. Mola, Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Bompiani, Milano, 19933, pp. 412-415.  I deputati massoni sarebbero stati 90 su quasi 500, secondo una stima non ufficiale; op. cit. p. 414).

[6] Roberto de Mattei, L’Action Française e la Controrivoluzione, in Omaggio a Charles Maurras nel XX anniversasrio della morte, a cura di Roberto de Mattei e Francesco Perfetti, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1972, pp. 5-29; p. 25.

 

[7] De Mattei, Infelix Austria?, pp.  48-49.  La dissoluzione della monarchia danubiana sembra comunque esser stata fra gli scopi di guerra impliciti dei russi.  Nelle discussioni private che si ebbero tra alti esponenti francesi e russi nell’inverno del ’14-15, troviamo:  “La Francia, dice Delcassé, ambasciatore francese a san Pietroburgo, in un colloquio con lo zar, non vuole solo recuperare l’Alsazia-Lorena, essa auspica anche la distruzione dell’impero tedesco.  La Russia, da parte sua, vorrebbe ottenere una parte della Prussia Orientale, la Poznania, la Galizia, il Nord della Bucovina; spera di regolare a proprio vantaggio la questione dei distretti ottomani; dà per scontato lo smembramento dell’Austria-Ungheria” (Pierre Renouvin, La prima guerra mondiale, tr. it. di -Maria Grazia Saulini, Newton Compton, Roma, 1994, p. 31).  Non bisogna dimenticare che per gli inglesi, e lo dissero pubblicamente, la monarchia danubiana era stata negli ultimi due secoli “la sentinella austriaca” che aveva impedito ai russi di dilagare nei Balcani.   

[8] Gian Enrico Rusconi, L’azzardo del 1915.  Come l’Italia decide la sua guerra, il Mulino, Bologna, 2005, p. 12.

[9] Op. cit., p. 24, n. 6.

[10] L’ultimatum constava di dieci punti. Esso richiedeva ai serbi in tono perentorio una serie di misure (anche penali) contro le organizzazioni serbe antiasburgiche, legate in qualche modo a certi circoli di Belgrado, compresi arresti e soppressioni;  una “purga” degli elementi antiasburgici nell’amministrazione pubblica e nella scuola serbe e la fine della loro propaganda; l’accettazione e la messa in atto delle misure pretese da Vienna entro 48 ore dall’ultimatum stesso e l’impegno a formare una commissione mista  serbo-asburgica per le indagini sulla cospirazione contro la vita dell’Arciduca; la partecipazione di funzionari asburgici ai procedimenti giudiziari relativi al crimine di Sarajevo, con la possibilità di condurre indagini giudiziarie in Serbia.  I serbi dissero che potevano accettare tutto tranne quest’ultimo punto, lesivo della loro sovranità; respinsero pertanto l’ultimatum e il 25 luglio ordinarono la mobilitazione generale, aspettandosi una dichiarazione di guerra da parte asburgica, che puntualmente arrivò, dopo tre giorni.

[11] Gianpaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo.  Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Rubbettino, 2007, p. 843 ss.;  Rusconi, op. cit., p. 91;  Basil H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale. 1914-1918, tr. it. di Vittorio Ghinelli, BUR Rizzoli, 2013, p. 599.

[12] Douglas Newton, The Darkest Days.  The Truth Behind Britain’s Rush to War, 1914, Verso, London-New York, 2015, p. 279:  “In the same spirit [attaccare le colonie tedesche e trovare alleati] the full Cabinet that at 11.30 a.m. discussed widening the war.  ‘Can we buy Italy?’ Harcourt speculated in his notes:  ‘Tell them if they go in with us they can have our help on the Adriatic coast against Austria’…”.  Il visconte Lewis Harcourt, del partito liberale, era segretario di Stato alle colonie nell’esecutivo britannico di allora.

[13] Arthur J. May, La monarchia asburgica. 1867-1914,  tr. it. Maria Lida Bonaguidi Paradisi, il Mulino, 1991, p. 552.  Solo il primo volume, il più importante, è stato tradotto in Italiano.

[14] Rusconi, op. cit., p. 95.  Per i dirigenti austro-ungarici eravamo sempre una nazione di gelatai e suonatori di organetto, da tenere a posto con l’uso della forza.

[15] Op. cit., p. 120.

[16] Rusconi, op. cit., p. 120.  Le compensazioni in Albania era comunque malviste dagli austriaci:  noi volevamo Valona, richiesta da loro giudicata eccessiva, dandoci essa il controllo dell’accesso all’Adriatico.

[17] Rusconi, op. cit., pp. 125-126.

[18] Op. cit., pp. 129-130.

[19] Op. cit., p. 132.

[20] Op. cit., pp. 128-129; p. 146, nota n. 22.

[21] Nel suo saggio Infelix Austria?, il prof. de Mattei scrive che, il Patto, da noi firmato quando eravamo ancora formalmente alleati degli Imperi centrali:  “rimase segreto sino al febbraio 1917” (op. cit., p. 37).  In realtà, come si è visto, l’esistenza del patto, che rivelava il nostro rovesciamento delle alleanze, fu resa nota di sorpresa (a Parigi) dall’ambasciatore francese a Roma.  Se non erro, rimase segreto il contenuto specificio degli accordi, rivelato dai bolscevichi in un libro bianco da loro pubblicato dopo la presa del potere, avendo reperito la documentazione negli archivi zaristi.

[22] Op. cit., p. 137.

[23] Op. cit., p. 146, nota n. 27.

[24] Op. cit., p. 141.

[25] Franco Bandini, Il Piave mormorava.  Dopo cinquant’anni la verità sulla Grande Guerra, Longanesi, Milano, 1965, p. 45;  Basil H. Liddell Hart, op. cit., pp. 181-185.

[26] Op. cit., p. 50.  Dichiarazione del novembre 1906 al Reichstag di von Bülow quando era Cancelliere.

[27] Vittorio Alfieri, Vita di Vittorio Alfieri da Asti, scritta da lui stesso – vol. I,  Roma, per Giovanni Poggioli, 1811.  Alfieri, nato da nobile famiglia agiata il 17 gennaio 1749, era stato educato in francese e non conosceva l’italiano.  Quando cominciò a visitare l’Italia da giovane, con una guida adulta, si esprimeva in francese, lingua che poi prese a odiare.  A Livorno si mise a studiare l’inglese e inizialmente non voleva saperne di ciò che era italiano:  “Avendo per più di due anni vissuto con Inglesi; sentendo per tutto magnificare la loro potenza e ricchezza; vedendo la loro grande influenza politica e, per l’altra parte, vedendo l’Italia tutta esser morta; gl’Italiani divisi, deboli, avviliti, e servi;  io grandemente mi vergognava d’essere, e di parere, italiano, e nulla delle cose loro non voleva nè praticar, nè sapere” (op. cit., p. 110).  

[28] Nella lettera personale che scrisse al Kaiser Guglielmo II chiedendo l’aiuto tedesco per una offensiva di alleggerimento sul fronte italiano (che si sarebbe attuata a Caporetto), necessaria date le precarie condizioni nelle quali era ridotto l’imperial-regio, dopo l’ultima offensiva di Cadorna, contenuta a fatica, l’imperatore Carlo scrisse:  “Tutto il nostro esercito definisce la guerra contro l’Italia “la nostra guerra”.  Ciascun ufficiale nutre in petto sin dai suoi giovani anni l’ardente desiderio, trasmessogli dai padri, di combattere contro il nostro nemico ancestrale”(Per il testo della lettera:  Ronald W. Hanks, Il tramonto di un’istituzione. L’armata austro-ungarica in Italia (1918), Mursia, Milano, 1994, p. 37).  

[29] Vedi:  Infelix Austria?, p. 44.  Il saggio criticato è:  Paolo Pasqualucci, Unita e cattolica. L’istanza etica del Risorgimento e il Rinnovamento dell’Unità d’Italia, con Introduzione di Giuseppe Parlato, Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, Nuova Cultura, Roma, 2013, pp. 100.

[30] Rusconi, op. cit., p. 189.

[31] De Mattei, Infelix Austria?, pp.  37-38.  

[32] De Mattei, Infelix Austria?, pp. 43-44.

[33] Francesco Guicciardini, Ricordi.  Serie C,  in ID., Opere di Francesco Guicciardini, vol. I, a cura di Emanuella Lugnani Scarano,  UTET, 1970, pp.  747-748. 

[34] Sul punto:  Robert Gerwarth, The Vanquished.  Why the First World War failed to end, 1917-1923, Penguin Books, 2017, cap. 15, pp. 227-247.  Ci furono spaventosi massacri reciproci, i peggiori quelli fatti dai turchi anche se sembra sia stato l’esercito greco a cominciare.  Il Trattato di Losanna del 30 gennaio 1923 stabilì che 1.200.000 cristiani ortodossi dovevano trasferirsi in Grecia dall’Anatolia, mentre tutti i 400.000 mussulmani greci avrebbero dovuto fare il cammino inverso (op. cit. pp. 243-247).

[35] Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere.  Liberali e massoni contro la Chiesa, con Prefazione di Rocco Buttiglione e Postfazione di Franco Cardini, Edizioni Ares, Milano, 1998, p. 107.  Grassetti miei.

[36] Paolo Pasqualucci, Infelix Austria, pp. 22-31, con le fonti ivi citate. 

 

 

Comments

Popular posts from this blog

A sessant'anni dalla fine del Concilio - II : analisi di LG 8.